

Racconto tratto da
'Niente è come prima', pubblicato da UR Editore
In vendita in libreria, codice ISBN: 978-88-9754-701-3
© 2011,
‘Niente è come prima’, UR Editore
© 2011,
‘Pelle nuda’, Sara Galeotti
© Riproduzione riservata
Pelle nuda
Sara Galeotti
1.
Dei miei sedici anni
conservo due o tre ricordi fondamentali; se ne stanno acquattati da
qualche parte, tra il cassetto dei rimpianti e quello delle occasioni
perse, frammenti di un estraneo che mi somiglia appena.
A sedici anni avevo
sempre fretta, ignoravo i dettagli e m’irritavano i grigi.
Consumavo il futuro correndo, insensibile alle sfumature, senza sapere
che avrei respirato alla fine solo la polvere della nostalgia.
L’adolescenza
è un ossimoro: sei un progetto incompiuto, eppure leggi la
vita in bianco e nero.
Il mio orizzonte di
allora era di un nitore abbagliante; le mie certezze, granitiche.
Ragionavo per punti esclamativi e assoluti, perché la
mediazione mi sembrava un affare da politici, da vecchi e da sconfitti.
Il grigio era mio
padre, la tristezza borghese del suo studio da avvocato di cachemire e
velluto, l’aria stagnante del novembre romano, gli storni
pigolanti di viale Giulio Cesare, la bruttezza rassicurante
dell’architettura del Fascio, con le sue geometrie perfette,
pietre ruvide e squadrate, verticalità inesistenti.
A sedici anni credevo
che la libertà somigliasse a New York; e uno skyline intossicato dallo smog avesse
i contorni fumosi e la prepotente tensione verso l’alto.
Sognavo tramonti tanto inquinati da sembrare bolle di sangue rappreso e
le solitudini abissali delle autostrade del mito. Mi riconoscevo solo
negli estremi e indossavo la maschera della rivoluzione come una divisa
generazionale, senza immaginare che l’inatteso, come la vita,
era ombra, era nebbia, era grigio.
Crescere non
è un accidente deciso dal tempo – ora
l’ho capito – ma dal coraggio. Solo se abbandoni la
comoda via della certezza per accogliere la scommessa della
possibilità, hai qualche chance di chiamarti adulto.
Fu una persona a
insegnarmelo; una strega che ballava sul filo, lei che di fili non ne
vedeva. La sua storia – la nostra storia –
è uno di quei due o tre ricordi che ho deciso di salvare.
2.
A metà
degli anni Novanta, dicevi ‘duemila’ e ti veniva in
mente Kubrick, l’euro era un’utopia e dei Maya si
studiavano – se si studiavano, poi – le rovine, non
il millenarismo menagramo. I jeans ti coprivano ancora
l’ombelico, ai piedi erano di rigore gli anfibi Dr.Martens e
nessuno aveva insegnato ai ragazzi a ritoccarsi le sopracciglia. Se,
come me, frequentavi il Mamiani – ‘il rosso di lusso’, diceva la voce
popolare – ti aggiravi per i corridoi con indosso quelle
terribili camicie di flanella a scacchi che solo un boscaiolo del
Nebraska avrebbe potuto indossare senza sentirsi ridicolo –
un boscaiolo o un adolescente degli anni Novanta. I cd erano
un’invenzione tanto recente che possedere il
‘cubo’ – l’infame monoblocco in
radica, doppia cassetta e lettore – incideva in modo
significativo sul tuo prestigio sociale; i fortunati muniti di
cellulare sfoggiavano imbarazzanti citofoni del peso specifico di un
cubo di plutonio, e di virtuale c’era solo la voglia di
studiare, perché la messaggeria mobile si riduceva alla
pallottola di carta che lanciavi alla più bella della
classe, nella speranza che ti notasse – lei – e
t’ignorasse – il professore.
Se avessero domandato
di raccontare il 1994 al sedicenne che ero, tuttavia, i dettagli
rilevanti sarebbero stati altri. Era stato un anno drammatico per il
sottoscritto, quello, e non solo perché in primavera Kurt
Cobain si era ammazzato, privando la mia generazione di un valido
profeta. Ero orfano dei Nirvana da meno di una settimana, nei fatti,
che Angelica, la mia non molto fedele fidanzata – e compagna
di banco – liquidava il nostro rapporto: era cotta di
Gianluca Fosolo, un ripetente del penultimo anno con la esse blesa e la
Fiesta color amaranto. Me la sognavo la notte, quell’auto
maledetta, simbolo di corna e di minore età – la
mia. Sognavo di tatuarle la fiancata d’insulti irripetibili,
le auguravo di finire sepolta dal guano dei passeri o deportata da un
carro attrezzi.
Gli adolescenti
dovrebbero diffidare del potere della fantasia: non una di quelle
deliranti visioni divenne mai realtà; in compenso completai
in modo poco onorevole la quinta ginnasio con due materie a settembre.
I famigerati esami di
riparazione erano una costante di quegli anni, uno spauracchio da
ridere e una patente sociale: se non ti silurava almeno il professore
di greco, eri sospettato di secchioneria.
Se rimediavi quel
maledetto greco o, meglio ancora, la doppietta greco-latino, i leader
del liceo ti stimavano (forse), ma tuo padre sganciava
l’artiglieria pesante. Nel caso di specie, fui privato dello
scooter –
uno Scarabeo Aprilia dal colore malarico – dei sabato
pomeriggio al Gilda e, soprattutto, fui condannato a prendere per tutta
l’estate ripetizioni dalla cugina racchia laureata in lettere.
Inaugurai la prima
liceo sotto pessimi auspici: retrocesso al purgatorio dei mezzi
pubblici e bombardato da Bon Jovi, perché Always imperversava ovunque senza il
minimo rispetto per i cuori grunge listati a lutto.
3.
Sopravvivere al
ginnasio è un attestato
d’invulnerabilità, perché nella vita
non ti capiterà mai più d’incontrare
qualcosa che spaventi come un venerdì da cinque ore con la
stessa, immutabile, spaventosa faccia da mummia.
Il mio, di fossile,
si chiamava Ottavia Rinolfi, professoressa Ottavia Rinolfi. Di lei
ricordo la collana di perle finte tipo rosario, e un intercalare dalla
ridicola pretenziosità, manca un quid.
Se
l’incontrassi oggi, l’austera Rinolfa –
come la chiamavamo noi – dovrei dirle che mi dispiace, che il
quid non l’ho mai
trovato, ma che ancora non sbaglio un accento sul Tityre, tu patulae.
Non era una megera,
ma non riuscivo a pensarla con la minima simpatia, perché ai
miei occhi rappresentava quanto più detestavo: il vecchio,
il passato, la polvere, l’immobilità, una scuola
che profumava di morto, quando cercavo una scusa per sentirmi vivo.
Oggi so che per vivere, invece, non servono scuse e non servono
compromessi, che gli uomini non sono il simbolo di niente,
perché durano troppo poco, che le Rinolfe d’ogni
tempo non si aspettano d’essere apprezzate, ma ti perdonano
lo stesso – per quello che sei, per gli anni che hai.
Seminare la vecchia
Ottavia, d’altra parte, rappresentava ai miei occhi
l’emancipazione definitiva: non sarei più stato
una matricola, ma un liceale vero; avrei preso la parola nelle
assemblee d’istituto e guardato dall’alto in basso
i marmocchi con lo zaino da ottocento chili e lo strazio del rosa rosae dipinto sul muso.
“Contini
Valerio... Allora, l’abbiamo imparato o no questo perfetto
aoristo?”.
E la Rinolfi
– la perfida mummia, il fossile sadico – decise di
dedicare qualche quid
al triennio
proprio mentre il sottoscritto espugnava la prima liceo.
Che quel 1994 fosse
maledetto, insomma, era scritto nelle stelle.
4.
Il leader del Mamiani
era Gregorio ‘Greg’ Spolentini, della III A.
Caporedattore del giornalino scolastico, polemista nato, anarchico,
più che sinistrorso, era il nume tutelare di chi, come me,
non vedeva
l’ora che arrivasse novembre per godersi un anticipo sulle
vacanze di Natale.
A sedici anni la
politica mi sembrava una perdita di tempo o una scusa per provocare mio
padre.
Il vecchio era un
solido conservatore? Io sarei stato un militante di sinistra.
Mi vestivo come un
barbone di Seattle perché quella era la nostra divisa, ma
alle assemblee d’istituto guardavo Angelica e sospiravo.
Quanto a Greg, sospetto che a volte ignorasse per primo il senso di
certe sue arringhe.
Non ricordo di quale
infamia si fosse macchiato il Parlamento nell’autunno del
1994, ma un bel giorno – l’infausto
martedì deputato al compito in classe d’italiano
– dal finestrone centrale venne calato il lenzuolo
della liberazione.
Mamiani Okkupato.
Cadeva una pioggia
torrenziale da Caput Monsoni, l’autobus puzzava di rabbia
mattutina, code al semaforo e cane bagnato, ma, nello scorgere quel
vessillo, compresi per la prima volta il giubilo di Costantino a Ponte
Milvio.
Mamiani Okkupato. Niente compito
d’italiano. Niente interrogazioni.

Sotto questo segno
vincerai.
Mi tornava in mente persino un po’ di greco.
5.
Le occupazioni
– okkupazioni – degli anni Novanta stavano alla
politica come un lemure alla cattedra di metafisica: più che
ai centri sociali, infatti, guardavamo ai doposcuola dei telefilm
americani. In assenza di un’identità definita,
scimmiottavamo le assemblee del sessantotto, ma nessuno di noi nutriva
illusioni sul potere di cambiamento di una generazione già
piena di disincanto. Leggevamo Il giovane Holden e Siddharta perché
così chiedeva l’infinita retorica
dell’adolescenza: vestivi di pretesti intellettuali il tuo
informe bisogno d’essere diverso, ma rimorchiavi con le
parole di Jim Morrison e Cobain.
Le occupazioni erano
anarchie mugghianti, sacchi a pelo in palestra, l’odore
rancido e stantio di calzini sporchi e ragazzi troppo vivi; erano una
scusa per sbattere sul muso ai tuoi vecchi che ormai eri grande, eri un
uomo, eri pronto a dormire fuori e a non lavarti per un’idea.
La nostra rivoluzione
sapeva d’ascelle sudate e forfora: forse ce n’era
abbastanza da capire che non saremmo arrivati da nessuna parte.
Le autogestioni erano
un rito, una liturgia immutabile: si aprivano con rivendicazioni
libertarie e morivano davanti alla decima proiezione di Akira, incomprensibili anime che
affliggevano i cineforum scolastici di quegli anni. Greg giocava a Che
Guevara, gestiva il collettivismo scimmiottando Fidel e
impartiva benedizioni come il papa; già al secondo giorno,
però, ci ammutinavamo – ingrati – vinti
dall’anarchia genuina degli ormoni.
6.
Avevo voglia
d’innamorarmi di nuovo. A sedici anni è facile
confondersi, come cercare soluzioni complesse a problemi semplici. Il
vuoto che sentivo dentro somigliava a un’assenza e
pretendevo di darle un volto e un nome.
Oggi so che quel buco
nel cuore è un difetto di fabbrica: ce l’abbiamo
tutti e non si riempie mai. Non deve riempirsi, anzi, perché
è da lì che scivolano fuori le emozioni, i
sentimenti, le insoddisfazioni, le piccole felicità.
È quel diaframma mobile e permeabile che ci rende imperfetti,
dunque umani.
A sedici anni,
però, credi agli slogan che fanno vendere: sei l’uomo che non deve
chiedere mai,
finché uno sguardo da cerva non ti piega in ginocchio.
La notai
perché aveva i capelli rossi – non pel di carota,
no, ma un tono vinoso e denso, di quelli che incontri solo nei quadri.
Non frequentava il nostro liceo, o Massimo ‘Max’
Sandulli l’avrebbe resa protagonista di qualche piccante
aneddoto. Da come la guardava, invece, era un altro che, come me,
scopriva l’emozione del marinaio davanti alla sirena che lo
dannerà.
“Forse
è del Tacito. Ieri notte se ne sono imbucati
parecchi”, mi erudì Ruffini della II C.
Ruffini –
l’intraprendente Giacomo Ruffini – era il
gazzettino della scuola: non gli sfuggiva niente, quasi la sua missione
fosse registrare quei giorni perché nessun dettaglio andasse
perso. Scivolava tra noi, fissava facce e sorrisi, annotava
pettegolezzi e drammi; si nutriva della nostra storia e la storia, alla
fine, l’ha mangiato: di lui ricordo appena una maglietta
degli Iron Maiden e il ciuffo unto. Da qualche parte, l’eco
di parole su cui m’inventai il coraggio che non possedevo.
Sandulli era
sfacciato, esuberante, istrionico. Piaceva alle ragazze
perché le sfiniva di chiacchiere, le stordiva di una
simpatia recitata, da giullare: il sorriso che apriva sulle labbra era
la breccia con cui arrivava dritto
al cuore.
La mia arma
– spuntata – era quanto suggeriva il riflesso opaco
di una finestra: ero bello, alto, biondo e la sigaretta che ostentavo
per nascondere l’innocenza dei miei anni dava qualcosa di
decadente e di obliquo all’adolescente irrisolto che ero,
almeno così speravo.
A sedici anni sei la
caricatura di un adulto, nascondi le emozioni come polvere sotto il
tappeto e riduci il colpo di fulmine a un’invenzione
letteraria, quando invece è un’infezione.
Lo capii a mie spese
e fu indimenticabile.
I miei occhi, fissi
su di lei, la divoravano; ad attrarli, un corpo allucinazione
prigione-impostura, che sussurrava una favola spietata, eppure
bellissima.
Ci sono destini che
scrive la storia, altri che solo la pelle nuda racconta: il suo era uno
di quelli.
7.
Aveva capelli che
erano nastri di sangue e le ciglia di una cerva, un modo particolare
d’inclinare il capo e di offrirti la gola.
Era la ragazza
più bella del mondo; senz’altro non mi era mai
capitato di desiderarne una con altrettanta – disperata
– determinazione.
Si chiamava Lorenzo.
Lo scoprii con
riluttanza, incredulità, una sensazione indefinibile di
malessere e rabbia pura.
Lorenzo.
Avevo ragione io
– la scuola era inutile; non serviva tutto il vecchio, il
muffito, il sorpassato che dovevo memorizzare, il greco, il latino
Titiro e il suo faggio maledetto – e aveva torto Giulietta: la rosa, se le cambiavi
nome, perdeva tutto il suo profumo.
Lorenzo.
“Io sono
Valerio”.
Il cuore mi tremava
in gola, ma la voce rimase ferma.
Ancora oggi non so
come mi riuscì di ostentare tanto controllo.
Forse è
vero che a sedici anni si è più forti,
perché l’ignoranza della vita salva dalla paura.
Forse si è
solo più fragili e si combatte ogni giorno per tenere
insieme i pezzi che qualcun altro scollerà.
Nel bianco e nero
delle mie ridicole convinzioni, Lorenzo portò il grigio, poi
colori vivi come neppure immaginavo: vestono ancora oggi la mia pelle,
invisibile tatuaggio con cui mi spogliai del bozzolo
dell’innocenza per entrare nell’età
adulta.
8.
Dividemmo uno
spinello in una palestra affollata e freddissima.
Era buio e la sua
bocca, illuminata da una brace monocola, esauriva tutta la mia
immaginazione.
“Posso
chiederti un favore?”.
La voce di Lorenzo
era bassa e sabbiosa. Rispetto alla mia, che era carta vetrata,
possedeva l’ammiccante ambiguità del velluto. Ci
conoscevamo appena, ma la notte smussava gli spigoli della diffidenza,
guidava gesti e parole, trasformava la nettezza della realtà
nella nebbia del sogno.
Scoprivo i vantaggi
dell’ombra ora che – vigliacco –
là mi rifugiavo per eludere le mie emozioni.
“Quale?”,
replicai.
I suoi occhi mi
cercavano nel buio, senza vergogna.
“Chiamami
Loreen”.
Socchiusi le
palpebre: “È un nome da donna”.
Lorenzo mi
passò la canna: “Tu cosa vedi?”.
Speravo in una
trovata brillante per salvarmi dall’imbarazzo, ma a coprirmi
le spalle c’erano sedici anni maldestri e due colori: troppo
pochi per quella notte.
Muto come un pesce,
gli restituii lo spinello. Lorenzo lo accarezzò tra le
labbra e inalò di nuovo, in profondità:
“Tu ci pensi mai?”.
“A
cosa?”.
“Al fatto
che la storia ce l’abbiamo scritta addosso. Per leggere il
futuro bastano uno specchio e un po’ di fantasia”.
Le sue parole mi
stordivano come la cannabis: più che ascoltarlo, lo subivo.
Ero spaventato,
eppure speravo che il tempo si fermasse e che il buio durasse per
sempre. Chiusi in quella bolla d’ombra e di silenzi, non
poteva ferirci nessuno.
La notte ci aveva
tolto la pelle e sciolto la lingua. La sua, soprattutto.
“Cioè?”,
mugugnai. “Spiega un po’ meglio”.
Lorenzo
scoprì l’avambraccio. Sul polso esile e ossuto
spiccava, provocante, una libellula: “Sai che vuol
dire?”.
“No, ma se
ci provassi io, il vecchio mi farebbe saltare la testa dal collo con un
ceffone”.
Lorenzo rise e uno
strano calore mi scivolò dentro.
Aveva ragione lui: il
corpo parlava, la pelle gridava e ogni mio sguardo sapeva di desiderio.
Potevo essere onesto
e provare a baciarlo, ma questo implicava scegliere il grigio, la
possibilità, la sfumatura.
Avevo due colori in
mano e nessuno era quello giusto.
Avevo sedici anni e
mi tenni stretto un bluff pietoso.
9.
Indossava orecchini
etnici, che accentuavano la delicata conchiglia dei lobi.
“È
stato il mio primo atto di disobbedienza”, disse, cogliendo
forse la perplessità del mio sguardo.
Il tono di Lorenzo
non tradiva emozioni, ma i suoi occhi bellissimi ti sfogliavano la
carne per leggerti attraverso.
L’istinto
non tradiva: era una strega e quel fascino assassino era il suo
incantesimo più riuscito.
“Il
tatuaggio, invece?”.
“La
libellula è il simbolo della metamorfosi. È una
promessa che mi sono fatto: l’ho voluta sulla pelle per non
dimenticarla mai”.
Il buio era diventato
all’improvviso opprimente, il filtro amaro, l’aria
troppo densa.
“Vuoi
diventare una donna?”, chiesi con il cuore in gola.
“Sono una
donna. È la pelle che me lo dice”.
Era ancora una
scrittura segreta, però, che nessuno riusciva a decifrare.
Rimasi muto per un
secolo e mezzo: un’afonia degna del peggior Senofonte in
cattedra.
“Adesso
dormiamo”, borbottai, più per trarmi
d’impaccio che perché ci credessi.
“Sì,
dormiamo”, mi fece eco lui.
Chiudere gli occhi,
però, non implicava spegnere anche il cervello.
Il mattino
arrivò all’improvviso e di Lorenzo non mi
lasciò nulla, se non un’irrazionale nostalgia.
Avrei creduto alla suggestione di uno spinello di troppo se solo
l’impronta consolante del suo calore non mi fosse rimasta
addosso.
Potevo gridare nel
silenzio di corridoi deserti quel nome – Loreen –
come una formula d’evocazione, ma non ero il protagonista di
un film e le mie battute – lo sospettavo – erano
tutte sbagliate. Non ci furono lacrime, né corse a
perdifiato: solo lo stordimento del poi.
Chi sono? Cosa faccio? E
adesso?
Erano domande senza
risposta, che mi aggredivano da dentro e mi costringevano a vederla,
l’invisibile linea d’ombra: anche se per poco,
c’ero passato attraverso. Ero ancora intero.
All’altezza
del bagno del primo piano – l’unico abbastanza
decoroso da dirsi tale – mi aspettavano Ruffini e Sandulli.
Più che allo stereotipo televisivo del poliziotto buono e
del poliziotto cattivo, facevano pensare al
Gatto e alla Volpe di Collodi.
“Allora?
Com’è andata con quella del Tacito?”,
s’informò mellifluo il nostro gazzettino, che (ne
ero certo) aveva già pronti titoli cubitali da rivendere al
gossip del Mamiani. Sandulli, in mutande, mi fissava con un misto
d’invidia e di compiacimento paterno: gli avevo soffiato una
donna e tanto bastava a darmi lustro ai suoi occhi.
“Dai,
Contini! Sbottonati!”.
Mancavano solo la
Rinolfa e il suo quid
inquisitorio,
anche se il mio, a ben vedere, era proprio un problema di quid. Un quid di troppo.
“Andata”,
replicai evasivo, ed elusi qualunque richiesta di dettagli.
Ruffini
mollò l’osso, deluso. Max si accontentò
di scroccarmi una sigaretta.
Mi condannai al
silenzio, perché non sapevo cosa dire; perché lo
specchio non offriva risposte, ma inoculava dubbi con cui non riuscivo
a misurarmi.
Se un lessico segreto
mi tatuava la pelle, non possedevo gli strumenti per decifrarlo: ero un
vigliacco senza fantasia, non un libro da sfogliare.
Non Lorenzo.
10.
Non l’ho
più rivisto, ma non l’ho mai dimenticato.
Il tempo, che poteva
scegliere di cancellarne il ricordo, ne ha preservato invece anche i
colori.
Tutti.
Se chiudo gli occhi,
mi sembra di vederlo, Lorenzo, sguardi obliqui e linee sfumate, degne
dell’ossimoro che era.
Lorenzo, il mio primo
vero amore.
Perché
scelse me?
Eravamo due estranei,
eppure si aprì alla mia curiosità come un fiore.
Ora che conosco il
grigio e la sfumatura ha smesso di offendermi, possiedo forse le
risposte che mancavano al sedicenne muto.
Perché
Valerio Contini? Perché si accorse di come lo guardavo.
Perché la
sua pelle nuda era un codice che solo un lettore attento avrebbe
decifrato.
I miei occhi lo
sfogliavano avidi e l’istinto del desiderio mi guidava
dall’interlinea al dettaglio essenziale.
Lorenzo voleva che
quella sua anima doppia fosse scritta sul corpo, così che,
ad abbracciarlo con lo sguardo, ne avresti letta la metamorfosi
mille e mille altre
volte ancora.
Più che
una donna, era una farfalla.
Il caso ha guidato le
sue ali fino a me: e io, stupido, l’ho lasciata volare via.
© 2011,
‘Niente è come prima’, UR Editore
In vendita in libreria
© 2011,
‘Pelle nuda’, Sara Galeotti
ISBN 978-88-97547-013
© Riproduzione riservata