And the shame, was on the other side.

di GreenNightmare
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17.02.2010

Diciassette febbraio 2010.
Oggi il mio idolo, l’inimitabile e insostituibile Billie Joe Armstrong, compie trentott’anni, mentre la mia ormai ex migliore amica con la quale una volta condividevo tutto e con cui ora parlo a malapena, ne fa quindici.
E’ pomeriggio inoltrato, ed è già buio. Nell’aria si sente solo il rumore delle auto che sfrecciano lungo le strade di campagna, e poi due voci basse, una femminile e una maschile. Sussurrano e ridono. Silenzi brevi che paiono  durare un’eternità.
Sono forse le sei di sera, e io e Fede siamo appena stati a casa di una nostra compagna di classe per lavorare ad un progetto di latino intitolato “La cucina nella Roma antica”.
Ora siamo finalmente soli, alla fermata dell’autobus. Soli, per la prima volta dal giorno in cui abbiamo fatto pace, un paio di settimane fa, dopo un mese di silenzi e occhiate sfuggenti. Liberi, finalmente, di volerci bene lontani da occhi indiscreti, senza sentirci giudicati da nessuno.
Sì, ci vogliamo davvero bene io e Fede. La nostra è un’amicizia speciale, una storia diversa da tutte le altre. Una storia che quel giorno, il 17 febbraio 2010, doveva ancora cominciare davvero, ma io non potevo certo immaginarlo. Nessuno, in realtà, avrebbe potuto immaginare che razza di commedia stava per cominciare, tantomeno noi; nessuno avrebbe potuto presagire l’odissea che si sarebbe scatenata nei mesi a seguire. Nessuno avrebbe mai detto che presto saremmo diventati una coppia al pari di Holden e della vecchia Jane, o del vecchio Alex e Aidi. Nessuno poteva immaginare. Nessuno poteva sapere.
Io e Fede saliamo sull’autobus, il 61, diretto alla stazione. Andiamo a sederci nell’ultima fila, in fondo. L’autobus è completamente vuoto a parte noi e l’autista, ma io mi siedo lo stesso in braccio a lui come faccio tutte le mattine nel bus navetta che ci porta a scuola. Perché è bello essere così vicini. E’ bello avere qualcuno che ti abbraccia e ti scalda, e ti fa sentire protetto.

Mi viene davvero molto difficile parlare di quel giorno, descriverlo nei dettagli. Forse è perché non l’ho mai fatto finora, sebbene siano passati due anni. Forse perché è passato così tanto tempo, e ora non riesco a capire il motivo di tutta quella felicità, di quella gioia selvaggia che quella sera si era impossessata di me, e mi divorava dall’interno. Dopotutto quel pomeriggio, su quell’autobus rumoroso e traballante, non successe nulla di così speciale. Solo, l’inizio di una lunga, interminabile commedia, a tratti struggente, a tratti grottesca, a tratti estremamente divertente. Un legame saturo di affetto e contraddizioni.
 
Non faceva altro che baciarmi. Ovunque: sui capelli, sulle guance, sul naso, sugli occhi, sul collo; ovunque, tranne che sulla bocca. Mi teneva stretta a sé, mi accarezzava e mi sussurrava all’orecchio: “tu sei mia”. E io lo sapevo, ero sua. E non potevo appartenere a nessun altro se non a lui. Quello che mi piaceva pensare fosse il mio migliore amico e invece era molto, molto di più.
Ricordo ancora il cuore che mi martellava furiosamente nel petto, i brividi che i suoi baci mi provocavano, il calore dei suoi abbracci, la sua pelle a contatto con le mie labbra. Ricordo la felicità, pura e selvaggia, di quel giorno. Una felicità vergine, incontaminata.
Ricordo le urla di Jared Leto nelle mie orecchie mentre tornavo a casa e rivivevo nella mente quello che era appena successo.
Ricordo che ero fottutamente innamorata di lui, ma ero troppo vigliacca per ammetterlo.




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