Diario di un'adolescente completamente impazzita (o forse no)

di Lilyth
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Era ottobre, o forse no, era novembre.
Eppure i ricordi affioravano come fosse ancora agosto.
La solitudine, la mancanza di quello sguardo, di quegli occhi che tanto l’avevano incuriosita e forse addolcita faceva male come allora, come pochi giorni dopo che quello sguardo aveva smesso di essere per lei.
Ricordava attimo per attimo quei momenti, quel Mc Cafè spesso vuoto, quel tavolino e la pioggia sui vetri, imperterrita, cruda, diretta, e quella canzone che continuava a stringerle lo stomaco in una morsa.
Eppure, a novembre inoltrato, a meno di un mese da quel viaggio che li avrebbe fatti rincontrare, si sentiva ancora a terra, schiacciata dalla consapevolezza che tanto ciò che lei sentiva non era in alcun modo ricambiato.
Sembrava stupido esserne così sicura senza prova effettiva, eppure non riusciva proprio a concepite una realtà in cui lui la aspettava a braccia aperte, con il cuore  scalpitante come quello di lei e il desiderio di far funzionare quella storia impossibile.
Ma non era innamorata di lui, o no, non lo era.
Erano quegli occhi che le scaldavano l’anima, che le facevano desiderare di essere l’unica a cui quegli sguardi venivano dedicati.
Sapeva che non era così.
Lo sentiva in ogni singola particella del suo corpo, ma ciò non le impediva di al resto del mondo che infondo una sorta di speranza persisteva.
Perché, perché ostinarsi a mostrare agli altri gioia, speranza e amore quando in realtà c’era spazio solo per tristezza, rassegnazione e apatia?
Una spiegazione ancora non era riuscita a formularla.
Forse non lo avrebbe fatto mai.
Sapeva solo che l’avrebbe visto e non sarebbe accaduto niente, quindi perché illudersi?
Il destino, per quanto volesse cambiarlo, avrebbe fatto il suo corso, come al solito.
 




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