Silenzio

di Ramiza
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Finirà, my darling, il tempo delle parole -

inutile illudersi d'essere eterni.

Le vediamo benissimo, dopotutto,

le occasioni che lasciamo indietro ogni giorno

con scuse francamente imbarazzanti

e i dettagli che ci facciamo sfuggire dalle mani,

neanche fossero sabbia.

 

Non è che ne capiamo l'importanza -

no davvero -

né che il giorno del silenzio non ci faccia abbastanza paura -

tutt'altro.

 

Ma parola dopo parola accumuliamo pause

e non diciamo, soprattutto.

Talvolta è solo qualche sillaba, altre volte un sostantivo, un verbo,

poi un complemento di specificazione o d'agente,

alla fine una frase e quando è peggio un verso,

fino ad arrivare a un'intera poesia -

metafore e metonimie comprese, per giunta.

 

I motivi li sappiamo bene -

abbiamo occhi che ci vedono ancora

se anche troppo spesso si perdono a inseguire fate -

rimandiamo troppo e troppe cose,

accettiamo per pigrizia e rinunciamo per compiacenza,

diciamo troppi sì e troppi no dimenticando la meraviglia dei forse,

ci poniamo troppe domande e pretendiamo sempre risposte esatte,

e tentenniamo sulla via nuova attirati dalla sicurezza del cammino usato.

Insomma, abbiamo scordato Neruda e le sue morti lente.

 

Verrà così, my darling, il giorno dell'addio.

Scompariranno dai fogli bianchi i nostri antieroi semiseri -

e semicomici, ovviamente -

quelli vissuti e quelli solo immaginati -

quanta differenza una traccia d'inchiostro -,

non sapremo più raccontarci le storie che ci fanno svegliare.

Verrà così, my darling, il giorno del silenzio,

e si farà notte poi e così via, così via.

Appenderemo al salice la nostra cetra di poche pretese

e coltiveremo fiori rossi come tutti -

geranei perché l'aspispidistria non si usa, da queste parti,

papaveri, qualche rosa se vorremo -

donandocene uno di tanto in tanto

come il ricordo fantomatico d'un ultima Thule -

quella sempre cercata e mai raggiunta, ovviamente.

Quel giorno ci guarderemo in faccia per la prima volta

e forse non ci riconosceremo più, scoprendo in un'unica epifania

di aver perduto il dettaglio che serviva.

 

Quello invisibile agli occhi, l'unico davvero essenziale,

quello che non ci eravamo mai detti,

quello che solo sapevamo scrivere.

 





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