Ora, e per sempre.

di herms
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Prologo.

 

 

 

 

 

Ricordava perfettamente il loro ultimo saluto. Era sempre lì, nella sua testa, scolpito a fuoco nei suoi pensieri. L'aveva chiuso in un cassetto della sua mente, ma quello vi sfuggiva ogni notte, senza mai concedergli tregua.

Era doloroso, ma Eragon era arrivato ad accettare quasi con sollievo quella sensazione, grazie alla quale era ancora in grado di vedere lei con la stessa precisione di cinquant'anni prima.
Era ancora in grado di percepire la sua presenza accanto a sé, esattamente come in quell'ultima notte che avevano passato l'uno accanto all'altra.
Saphira aveva a lungo condiviso la sua pena, non solo per il loro collegamento mentale o la lontananza da Fìrnen, ma perché lei stessa era legata ad Arya, più di quanto Eragon si sarebbe aspettato.

Così tanti dubbi l'avevano accompagnato in quegli anni, tentando di convincerlo a rinunciare a quell'impresa, a tornare indietro, fra le sue braccia.
Tutti quei problemi che erano esistiti tra loro all'inizio gli parevano così sciocchi, e il tempo passato assieme sempre più breve, una goccia nell'oceano degli anni che aveva vissuto e aveva ancora da vivere.
Desiderava con tutto se stesso rivederla, anche solo una volta. Per dirle tutto quello che non era mai riuscito a dire, o anche solo per guardarla da lontano.
Una volta al mese si ritirava nella foresta, e l'attraversava fino a una piccola radura che conoscevano solo lui e Saphira, situata quasi in cima a uno dei due monti.
Si sedeva ai piedi della quercia che troneggiava nel mezzo del prato e espandeva la sua coscienza. Con la forza che gli fornivano gli Eldunarì riusciva ad arrivare fino ad
Alagaësia. Controllava come stavano i suoi cari, e in caso di bisogno si metteva in contatto con loro.
Aveva scoperto così Murtagh vagare solo con Castigo tra le sabbie del deserto di Hadrac, e l'aveva guidato fino alla sua nuova casa.
Aveva conversato con Angela, strappandole la promessa di un viaggio da lui, prima della fine, e con Solembum, che non avrebbe mai ringraziato abbastanza per avergli detto dell'albero di Menoa e della Volta delle Anime.
Aveva ammirato la capacità di governo di Nasuada, e visto i progressi di Elva durante la crescita. Aveva visto nascere la seconda figlia di Roran e Katrina, e si era quasi commosso quando l'avevano chiamata Selena.
Aveva chiacchierato con Orik e visitato i monti Beor con la mente, ricordando il profumo dei loro boschi e il silenzio che permeava la cima delle vette.
Aveva attraversato tutti i territori di Alagaësia, spingendosi fino ai confini più remoti del Surda.
Ma mai, mai si era spinto fino a Ellésmera, si era imposto di resistere alla tentazione di avvicinarsi. Avrebbe voluto farlo con tutto se stesso, ma a che pro?
Avrebbe fatto soffrire sia se' che Arya, e non era questo che voleva. Era impossibile avvicinarsi a lei senza che se ne accorgesse, e standole lontano poteva almeno sperare che stesse meglio di lui, che non sentisse la sua mancanza in ogni momento, anche se il pensiero che lei potesse scordarlo giorno dopo giorno era una lama che gli trafiggeva il cuore.
Ma soprattutto non voleva rischiare di trovarla accanto a qualcun altro.

Sarebbe vissuto accanto a un ricordo per l'eternità, se necessario.

 

 

 

 

Spazio dell'autrice.

 

Ecco, non so bene perchè mi trovi qui, ora. Anzi sì, a dire il vero. In realtà il finale di Inheritance mi ha lasciato così... triste, che ho pensato che non potevo lasciare che finisse così, non mi pareva giusto nei confronti di quella povera anima di Eragon, che ne ha passate così tante, e si ritrova solo come un cane.

Non sarà una storia lunga, non credo, solo uno sviluppo di alcuni eventi, un chiarimento dal mio punto di vista.

Ho parlato di una foresta, di due monti in questo capitolo, ma nei prossimi spiegherò tutto bene.

 

 

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