Puttana

di Skarf
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PUTTANA

 
 
 
 
Era sola. Abbandonata al suo destino. Sdraiata in terra con quei pochi stracci che indossava. Le ricoprivano meno della metà del corpo. La sua bellezza era sfumata, persa, volata via col vento.  I suoi occhi, una volta di un bellissimo color blu intenso, ora rilucevano di un colore pallido. Coloro che la conoscevano non l’avrebbero nemmeno riconosciuta. I suoi bellissimi ricci oro si erano trasformati in una miriade di capelli neri e lisci. Neri, come il carbone, nero come il nulla. Nero come si sentiva dentro.
“Puttana” l’aveva chiamata e poi l’aveva buttata fuori dall’auto. Lì, dove l’aveva trovata. Lì, dove sarebbe morta. Il suo corpo pieno di lividi e ferite. L’aveva picchiata, l’aveva torturata, l’aveva violentata, l’aveva abbandonata. Il mondo era in festa che si godevano tra amici e parenti il giorno di Natale. Lei, invece, con una minigonna nera un top dello stesso colore e scarpe con tacco dodici, fuori al freddo circondata dalla neve. Stava gelando. Il freddo le era entrato in ogni angolo della pelle. Era come se centinaia e migliaia di agi la stessero bucando di continuo. Il respiro si faceva sempre più lento sempre più faticoso.
Aveva un accendino, un accendino quasi finito, un accendino che l’aveva accompagnata in migliaia di avventure. Con lui c’era una sigaretta. Magari l’avrebbe riscaldata oppure le avrebbe facilitato il trapasso. Ma non ce la faceva. Era troppo debole. Sarebbe morta in un modo e nell’altro. Si doveva rassegnare alla realtà. Ripensò ai giorni felici, ai suoi genitori, ai suoi amici, alle suo colleghe…
Chiuse gli occhi.
Mentre tutti si divertivano, lei moriva.

 





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