Mezzanotte

di Kenshin
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Capitolo 1: Neve ***
Capitolo 2: *** Capitolo 2°: Stella ***



Capitolo 1
*** Capitolo 1: Neve ***


Capitolo 1

Capitolo 1

 

 

Neve

 

 

Nyleis alzò gli occhi al cielo. Era ormai notte quando giunse alla fontana di Odrin. Salì con cautela i primi due gradini prestando attenzione a dove poggiasse gli stivali, così consunti da poter cedere alla minima pressione. Arrivò all’altezza del calice che formava la parte superiore della fontana, perse qualche minuto per scrutarne la superficie dove un intricato disegno mostrava l’evolversi delle stagioni, e con un dito sottile spinse con sicurezza il piccolo sole che segnava l’avvicendarsi dell'autunno con l'inverno. In quel momento, ciò che prima pareva scolpito dagli anni in quella pietra prese vita, e  l'astro andò a nascondersi dietro l'immagine di Fidh, la montagna sacra per gli Ethien. Nyleis fissò la fontana mentre ruotava e si divideva in due metà, rivelando così l’accesso alla tomba delle lance. Sollevò la lunga gonna che le arrivava sino alle caviglie e cominciò a discendere lo stretto percorso verso il cuore del mausoleo, l’ultima speranza del suo popolo.

 

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Era ormai la fine della stagione calda, ma il sole ed il bel tempo non volevano lasciar spazio alle piogge, prolungando ancora, se possibile, il raccolto. Juliet riposava all’ombra del grosso ginepro nel cortile dietro casa, cullata dall'oziosa brezza del tardo pomeriggio. Indossava un paio di pantaloni a mezza gamba stretti alle estremità di color azzurro chiaro, assieme ad una fusciacca con le maniche a sbuffo e stretta in vita di color verde acqua.

 

Con la coda dell’occhio scorse un movimento alla sua destra, dietro un cespuglio che poteva a malapena nascondere una persona - Sulin -, pensò. Finse di dormire ancora per pochi secondi, e appena ebbe la certezza che quel cespuglio non s’era mosso a causa del vento, scattò immediatamente e lanciò il rospo dritto nel centro del fogliame.

 

«A-ah, ti ho preso questa volta! Non sei così furbo come credi!»

La ragazza, una graziosa diciassettenne, rise trionfante della sua vittoria dirigendosi con passo sicuro a prelevare l’amico dal cespuglio. Quando spostò le prime foglie scoprì una trappola per serpenti ed una cordicella. Uno strattone liberò quindi la chiusura della scatola e una decina di bisce le passò strisciando tra le gambe, mandandola col sedere a terra.

 

 

«Chi è che avevi preso, July?» fece eco una voce divertita.

Adirata, si cominciò a levare le foglie dai lunghi capelli neri, scompigliati dalla caduta.

«Sai che odio quel nomignolo, stupido di un ragazzo! Vieni fuori prima che ti venga a cercare!».

E così, con un salto e senza troppa fatica, un giovane alto qualche centimetro più di lei, casacca e gilet color delle foglie, pantaloni grigi e stivali marroni saltò giù proprio sul punto in cui lei fingeva di riposare.

 

Si passò una mano tra i capelli e a quel gesto la ragazza, fingendo più irritazione di quanta veramente provasse, disse: «smetti di toccarteli, tanto non ricresceranno solo perché speri lo facciano.»

 

«Oh falla finita, lo so anche io, ma non posso farci nulla se ho questo vizio da non so quanti anni e non riesco ad abituarmi ad averli tagliati» rispose.

 

Si avvicinò e le tese la mano per aiutarla ad alzarsi, ma lei la scacciò via con uno schiaffo e si sollevò da sola. Strofinandosi il dorso dolorante, il ragazzo disse «sai quanto ci tenevo ai miei capelli, erano...»

«si si, erano il tuo orgoglio, e ora nessuna ragazza ti guarderà per più di un mezzo secondo, lo so lo so» lo canzonò.

«Credi di essere spiritosa? Vorrei vedere te al mio posto!» rispose, ma senza farci troppo caso cominciò di nuovo a passarsi la mano in mezzo ai radi capelli rimasti.

Juliet si diresse quindi verso il retro della casa con il suo amico. Erano passati quasi nove mesi dalla scomparsa dei suoi genitori.

«Aspettami qui mentre mi cambio, se non vuoi che oltre alla mano ti diventi rossa anche la faccia.»

 

Senza farselo ripetere il ragazzo andò a sistemarsi sopra una botte all'ingresso sul retro, vicino ad una grossa ruota per carro con un raggio rotto. Sospirando, la toccò. Voleva aggiustarla, ma non se la sentiva di prendere l'iniziativa.

 John e Susie erano abili nelle riparazioni, e assieme portavano avanti casa e negozio senza dimenticare le necessità della figlia. Quello era uno dei loro ultimi lavori, e non se la sentiva di mettervi mano di sua spontanea volontà. La ragazza ora sola cercava di imparare quel che poteva e applicare ciò che ricordava. Anche se il lavoro era diminuito, per lei era sufficiente.

 «Vuoi forse stare tutto il giorno su quella botte?» disse tornando nel cortile. Sulin osservò la lunga gonna da cavallerizza  marrone, gli alti stivali al ginocchio e la giubba in lana a maniche lunghe che ora indossava. Alzandosi sapeva già che lo attendeva una bella ramanzina dalla madre, come se fosse lui quello che decideva che doveva indossare l'amica. Senza dire nulla si diressero verso la taverna del villaggio, gestita dal padre del ragazzo. Percorsero le strade semideserte e silenziose del piccolo insediamento, formato in maggior parte da minatori troppo distanti da casa per tornarvi ogni sera, e cresciuto con il passare degli anni. Ora includeva una taverna, qualche fattoria, un fabbro e un maniscalco. Una fioca luce filtrata dalle ante del locale ne illuminava appena il davanti. Superato l'ingresso, un brusio concitato diede il cambio al silenzio che regnava sino a qualche attimo prima lungo le strade di Corhinsen.

 

Il locale era come sempre affollato, per la maggior parte da minatori o contadini ancora in tuta da lavoro. Un paio di cameriere si avvicendavano trai i tavoli, mentre dietro il bancone una corpulenta signora era intenta a spillare della birra da una botte. Appena li scorse, fece un grosso sorriso alla ragazza e al tempo stesso gettò un’occhiataccia al figlio, che con molta naturalezza guardava verso il centro della sala.

 

«Salve signora Tyres, posso darle una mano?»

 

«Oh Juliet, sai che qua sei un’ospite! Nel mentre che Sulin ti porta una ciotola di stufato mettiti pure comoda, vuoi cara?»

 

Sorridendole di rimando, Juliet andò a prendere posto al tavolo in fondo alla sala, da dove poteva vedere chiunque si trovasse nel locale e l'ingresso. Al villaggio tutti la conoscevano e la ragazza non poté far altro che salutare ogni persona sul suo tragitto, elargendo sorrisi e abbracci in egual misura.

 

La taverna era l’edificio più grosso del villaggio, costruita dapprima solo ad un piano, poi a due ed infine arrivata a tre quando la famiglia dei gestori decise che in fondo stabilirsi là poteva essere una buona idea. Al piano terra si trovava la sala comune con tavoli, panche e un grosso camino nell’angolo opposto all’ingresso delle cucine. A sinistra dell’entrata vi era il bancone che serviva cinque sgabelli, mentre al fondo sala si trovavano le scale per i piani superiori.

 

Sulin arrivò con due piatti di stufato, ne mise uno fumante davanti alla ragazza, accompagnato da tre forme di pane caldo e un grosso boccale di birra, assieme a due più piccoli.

«Ecco qua».

I due si conoscevano fin dall'infanzia, e come spesso accade nei villaggi, le nozze tra loro venivano date per scontate. Si volevano molto bene, anche se apertamente non facevano altro che stuzzicarsi e litigare. Per la madre erano ancora piccoli, mentre secondo loro erano fin troppo maturi.

 

«Dovresti farmi riparare quella vecchia ruota, lo sai vero?» disse Sulin senza alzare gli occhi dal piatto.

 

Sentì il cucchiaio della ragazza poggiarsi sul bordo del suo, e sapeva che ciò non preannunciava nulla di buono, perché voleva dire che stava pensando seriamente a dargli una risposta, e più tempo passava nel dargliela più sarebbe stata una risposta che non voleva sentirsi dire.

 

«Senti, brutto stu...» si fermò a metà frase, mentre la sua attenzione fu catturata da una figura che sapeva di non conoscere, entrata nella locanda. Lui fu grato del nuovo arrivato, e si girò per dargli il benvenuto fino a che non ci ripensò. Forse non era una buona idea, si disse.

 

L’uomo, se di uomo si trattava, era alto ben oltre la statura normale per quelle zone, il ché lo portò ad abbassarsi per entrare nel locale. Indossava un mantello da pioggia nero pece con il cappuccio tirato sino a nascondere il viso, ma Sulin non si era accorto che fosse cominciato a piovere. Una delle cameriere, Keyla, si diresse dal nuovo arrivato per fargli strada verso un tavolo vuoto, ma questi la scansò spingendola di lato bruscamente, tanto da farla cadere addosso ad un tavolo e rovesciare quel che stavano consumando i due minatori presenti.

 

Grand e Mitod, due grossi uomini di quarant’anni, si alzarono in piedi intenti a ricevere delle ottime scuse ed una nuova cena, gratuita, dal forestiero, se non ché persero completamente la voglia quando dalle pieghe del suo mantello scorsero una lunga spada con la lama divisa in due al centro e con una grossa gemma color argento grande come un pugno incastonata all’altezza dell’elsa. «U..uu..nn.. Un Garjin!» fu tutto quel che riuscì a dire Grand, e subito chiunque si trovava nella locanda si alzò in piedi cercando di mettere più distanza possibile tra la figura e loro.

Il presunto Garjin si diresse verso loro due, e Sulin non poté fare a meno di passarsi una mano tra i capelli, mentre sorrideva, pronto a scattare al primo accenno di pericolo.

 

Il Garjin estrasse dalla cintura la spada senza fodero, producendo un fischio assordante come lo stridire di migliaia di insetti, tanto forte che più di una persona cadde in ginocchio tenendosi la testa tra le mani. Si mise a correre per annullare la poca distanza che lo separava dai due ragazzi e quando ormai gli era addosso, Sulin scalciò il tavolo verso di lui senza pensarci troppo e spinse via la ragazza un attimo prima che la spada del Senza Respiro spaccasse in due tavolo e parte del pavimento su cui poggiava.

 

I due fuggirono all’impazzata fuori dalla finestra, con lui che tirava per mano lei, infilandosi nelle strade dietro la taverna e chiedendosi perché mai un essere che era fino a poco tempo fa una leggenda o forse qualcosa di più, tanto da non credere proprio che fosse esistito, si trovasse nella loro taverna, nel punto abitato forse più a sud possibile dalla grande fenditura, davanti a loro e per di più con l’intenzione di aprirne un'altra nel suo torace.

 

«O quelli della legione dormono o è successo qualcosa al di là del valico» mormorò Sulin.

 

Juliet inciampò negli stivali e cadde.

 

«Questa maledetta gonna lunga, sapevo che non avrei dovuto indossarla, e tutto per fare piacere a tua madre!» il ragazzo quasi sorrise all’idea di vederla con gli abiti che avrebbero veramente fatto piacere alla madre, ma accantonò subito quell’immagine, consapevole che non si sarebbe mai realizzata, e pressato da un pericolo più imminente.

 

«Ma tu ci credi?» Chiese mentre ripresero a correre.

 

«A cosa? Ad un uomo che con una strana spada, probabilmente un frangilama troppo cresciuto, abbia provato a dividerci in due? O l’ho sognato?» rispose lei, quasi sorridendo.

 

«Smettila di scherzare, almeno non farlo in un momento come questo». Corsero fino a svoltare in una stretta stradina che portava ad un ponte all’uscita nord del villaggio.

 

«Secondo te ce l’aveva con noi?» chiese Juliet.

 

«E come faccio a saperlo? Ora quel che mi interessa conoscere è se dover andare nei boschi, offrendomi spontaneamente ai lupi se mai ce ne fosse già qualcuno in anticipo per svernare, o se dirigerci verso casa tua».

 

 Senza esitare Juliet prese il sentiero che portava verso l’abitazione, oltrepassando il ponte che cavalcava un fiume - appena un rigagnolo a causa del tardare delle piogge - con Sulin  che la seguì senza dire nulla, ma continuando a guardarsi alle spalle. Giunti al porticato della vecchia abitazione, Sulin tirò Juliet per la mano tanto bruscamente da farla fermare, provocandole un’esclamazione soffocata per il colpo di frusta alla spalla.

 

«Sulin, se domani avrò un livido giuro che tmpf...» il ragazzo le mise una mano sulla bocca.

 

«Ssssh parla a voce bassa.La nostra preoccupazione ora è di arrivarci a domani, guarda» indicò alcune impronte quasi invisibili sulla polvere delle assi all’ingresso della casa.

 

«E allora? Possono essere di chiunque! Le nostre...o magari Grim o Edin sono venuti a vedere a che punto sono con i loro lavori o...». Grim ed Edin erano i giovani figli di un fattore che aveva i propri campi poco al di là del fiume. Brave persone si disse.

 

«Fai attenzione. Guarda, quelle sono le mie» indicò alcune impronte più grosse, che si fermavano davanti alla botte. «Quelle le tue» ne indicò altre, dall’albero al cespuglio alla casa, «Cosa noti?» chiese.

 

«Cosa vuoi che noti, stupido di un bue con le maniere di un...» si interruppe, facendo più attenzione alle impronte. «Non escono..» disse soffocando un’esclamazione.

 

«Esatto, entrano ma non escono. Chiunque ne sia padrone è ancora dentro, e la luce spenta mi dice che non vuole farsi annunciare.»

 

 «Io devo entrare là dentro Sulin, devo prendere il mio ciondolo».

 

 Si riferiva ad un regalo di sua madre, o meglio la sua eredità prima di morire. Di certo non voleva andare chissà dove nel bosco lasciando il suo ciondolo in casa, ora che qualcuno si trovava all’interno dell’abitazione, al buio e che con ogni probabilità era un ladro e aveva l'intenzione di rubare ciò che riteneva di qualche valore.

 

Si accostò ai gradini, poggiando i piedi nelle zone che sapeva non avrebbero scricchiolato, evitando accuratamente le assi più vecchie lasciate apposta così da avvisare in anticipo se qualcuno si avvicinava alla porta di casa. Una tattica utilizzata per non farsi cogliere da Sulin e dai suoi stupidi scherzi. - Almeno una volta mi sarà utile -, pensò. Spinse leggermente l’uscio della porta e guardò nel salone principale alla ricerca di un segnale che indicasse la presenza di qualcuno all’interno dell'abitazione.

 

La tenue luce della luna che entrava dalla finestre e dalla porta rivelava che nulla fosse stato toccato, né le piccole figure intagliate nel legno sopra al camino né le sedie riposte in un angolo della stanza, né pentole, posate o i bicchieri sistemati con ordine all’interno della credenza. Entrò silenziosamente nella stanza principale seguita da Sulin, senza notare la presenza di estranei.

 

 Ridendo, si girò verso il compagno «Sei troppo diffidente Sulin, vedi un uomo probabilmente ubriaco con una strana spada e ti basta per pensare subito ad un mito, in più per qualche impronta impolverata, ora pensi che qualcuno sia dentro casa mia, pur sapendo che non c’è niente da rubare».

 

«Un uomo normale non porta un mantello da pioggia quando fuori fa caldo e non piove, né estrae una spada del genere e ti salta addosso come se fosse la cosa più naturale del mondo» disse lui.

 

 «probabilmente il tuo uomo ora è stato già fermato da qualche avventore e giace con un gran bel bernoccolo in qualche abbeveratoio per cavalli, a schiarirsi meglio le idee.»

 

Juliet si avvicinò e raccolse da un cofanetto intagliato in morbido legno da sopra il camino il piccolo ciondolo della madre e se lo mise al collo. Appena venne aperto il minuscolo contenitore una leggera melodia, come l’aria di una ninna nanna, cominciò a diffondersi per la stanza, e ricordò come la madre fosse solita raccontargli una favola prima di addormentarsi, a quel suono. Il piccolo gioiello era formato da un unico ciondolo di color azzurro opaco, come velato da una nebbia e infilato in una esile catenella d’argento su cui tutt’attorno vi era inciso, in morbide lettere che non era in grado di comprendere, quella che la madre diceva fosse parte di un’antica storia. Il ragazzo tuttavia non pareva fosse più rassicurato di prima.

 

 «E’ proprio perché non c’è niente da rubare che mi preoccupo, Juliet» insisté, guardandosi attorno.

 

Imbronciata, non sapendo se doversi sentire offesa o spaventata, la ragazza si diresse verso la camera da letto.

 

 «Beh, ladro o no, io vado a cambiarmi dopo questa sudata inattesa. Tu rimani là, nel caso il tuo Senza Respiro ubriaco decida di venire a farti un saluto, per colpa tua mi sono rovesciata lo stufato addosso».

 

 La ragazza non fece in tempo neanche a voltarsi che la porta d’ingresso venne divelta con uno schianto come di ossa rotte e finì contro l’amico buttandolo a terra, in stato di semi-incoscienza. Lo strano uomo era di nuovo davanti a loro, questa volta con la spada macchiata di sangue tra le mani e il mantello nero immobile seppur fuori il vento soffiasse tanto da piegare i rami degli alberi più piccoli.

 

 «Chi sei? Come osi fare una cosa del genere, brutto stupido idiota che non sei altro? Aspetta che lo venga a sapere il sindaco e verrai portato davanti alle guardie di Mikein, e allora finirai a marcire nelle prigioni della capitale fino a che non ripagherai sino all’ultima moneta d’argento la mia porta!».

 

 Juliet corse verso l’amico con uno sguardo talmente infuriato che pochi nel villaggio le avrebbero rivolto la parola, conoscendola. Certo esistevano gli sciocchi. L’uomo incappucciato  non si mosse, mentre pareva stesse pensando a cosa fare di loro due. Juliet si inchinò verso Sulin, poggiandogli una mano sopra la spalla ferita, dove la camicia era stata strappata e un taglio macchiava di rosso  la manica. Estraendo la piccola pietra che le faceva da ciondolo, la accostò lievemente alla spalla dell’amico mormorando piano alcune parole, fino a che la luce non cominciò a intensificarsi attorno alla gemma per venire come risucchiata da essa, aumentando e andando poi a riversarsi nel taglio sulla spalla, cicatrizzando la ferita. La figura si mosse d'improvviso verso la ragazza, senza produrre alcun rumore di passi se non il raschiare del proprio respiro, come un rettile.

 

«Dammi quell’oggetto donna, ssse non vuoi che mi prenda anche la tua vita» disse.

 

«Non ascoltarlo July, scappa...» riuscì a dire Sulin.

 

Incurante di lui, il Garjin avanzò verso la ragazza,  che si strinse la pietra al petto ed indietreggiò strisciando sino a toccare la parete, in trappola. L’uomo posò il piede sulla spalla del ragazzo, schiacciandolo a terra e facendolo urlare dal dolore. Il Garjin era ormai a pochi passi da lei, con la spada in mano ma ancora abbassata, mentre una mano guantata di metallo sporgeva oltre la manica del suo mantello, protendendosi verso la gemma.

 

«La pietra, ragazza, altrimenti mi prenderò la vita del tuo amico» disse. Juliet non sapeva che fare. Teneva alla pietra e non capiva perché questo tizio la volesse così intensamente, tanto da minacciare Sulin. Cercò di rimettersi in piedi seppur con difficoltà, appoggiandosi al davanzale della finestra ma senza successo. Non poteva fuggire, si disse, altrimenti Sulin sarebbe stato ucciso dal Garjin, e lei non lo voleva.

 

«Non dargli niente, non può prendertelo se tu non glielo dai!» proruppe una voce femminile.

 

 All’improvviso, dalla camera da letto spuntò fuori una giovane donna di qualche anno più grande di lei, alta e snella, con un vestito color cremisi bordato d’oro, il colletto alto cinto dal merletto e stretto sino al mento e una grande gonna ricamata in pizzo che arrivava sino a terra, nascondendo gli stivali. La donna era probabilmente la più bella che avesse mai visto, con il volto impassibile e gli occhi duri, molto più severi di quello che l’età avrebbe a suo parere permesso. I lunghi capelli erano raccolti dietro la testa ed una coda le ricadeva giù dalle spalle. Due treccioline bionde platino partivano dalle tempie sino a legarsi sulla nuca assieme, mentre sul lato sinistro una terza treccia cadeva sino al mento, bloccata da un piccolo ditale d’oro che recava le incisioni di una foglia di Myr. Indossava inoltre una tiara intrecciata tra i capelli assieme a piccole gemme azzurre, in netto contrasto con il vestito ma che facevano risaltare il colore dei suoi occhi.

 

 «Non dargli nulla ragazza o il tuo amico sarà davvero perduto, non farà niente fino a che hai il gioiello».

 

 La donna era sicura di se, e le infondeva sicurezza. Era adirata, di questo ne era certa. Il Garjin alzò la mano guantata sino a sollevare il cappuccio, mostrando un viso piatto e ricoperto da scaglie, bianco e con gli occhi di color rosso, con le palpebre che si chiudevano in modo innaturale, verticalmente rispetto a quelle di una normale persona. La sua voce gutturale rivelava una fila di denti molto più numerosa di quella di un essere umano, aguzzi e grandi, capaci probabilmente di strappare con un morso un braccio od una gamba senza tanti problemi.

 

Il Garjin avanzò sollevando la propria spada sopra la testa e caricando la donna che lo scansò inchinandosi, un attimo prima che la lama spaccasse in due il fregio sopra il camino di pietra dello stanzone. Risollevandosi, ebbe appena il tempo di evitare un altro attacco, mentre riuscì a fare inciampare il suo aggressore, spingendolo contro uno sgabello. Di nuovo in piedi, la donna dispose entrambe le mani con i palmi rivolti a quell’essere, uno in direzione della lama ed uno verso il suo capo.

 

Juliet notò che alla mano sinistra portava due anelli, uno all’anulare, assolutamente bianco tranne che per una piccola e sinuosa linea di color nero che ne percorreva tutto il bordo... una linea che per qualche strano motivo non era in grado di seguire senza perderla. L’altro anello, di diversa fattura e di un materiale che lei non conosceva, rivestiva metà del pollice della donna, e risplendeva di una fioca luce color azzurro chiaro.

 

«Con la sinistra, Annullamento» disse tenendo fisso lo sguardo sull'avversario. Cominciò poi a ruotare in senso antiorario la mano che indicava la spada, seguita come da un fantasma dal movimento del polso nemico, che torcendosi fece eco alla sua voce con un secco rumore d'ossa infrante e con il clangore della lama mentre questa si abbandonava sul pavimento.

 

«Con la mano destra, Dispersione». Ne rivolse l'indice verso il basso, poi lo risollevò tracciando nell'aria un piccolo arco luminoso in senso orario. Le parole così espresse materializzarono due simboli, come se li avesse vergati la sua voce nell'aria in cui sono stati pronunciati. Portò quindi entrambe le mani all’altezza del petto e ne unì palmi e simboli.«Con entrambe, Divieto», mormorò.

 

 Quando le due mani si separarono, un flusso di azzurra energia simile a piccoli fulmini continuava a tenerle unite, formando al centro dove essi convergevano, una piccola sfera bianca e luminosa. La creatura, immobile, sibilava rabbiosamente verso la donna, non riuscendo a muovere un solo muscolo.

 

«Ora, sparisci!», disse con disgusto e, con uno scatto di entrambi i polsi, la sfera si diresse con uno schianto verso il petto della Figura, assorbendo il nero del mantello  e con esso ciò che vi era contenuto, lasciando posto per un attimo ad un bagliore più intenso della luce del sole, per poi far piombare nuovamente tutto nell'oscurità.

 

 

 

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A poco a poco Juliet riacquistò la vista, abituando gli occhi alla penombra. Tutto era come prima, non lo aveva quindi sognato: il tavolo rovesciato, il camino scheggiato e la donna in tessuto cremisi, calma, in piedi davanti a lei. L’unica cosa che non c’era più era quell'essere, dissolto assieme alla piccola sfera di luce che quella donna gli aveva lanciato contro. Sicuramente non era meno pericolosa, se era riuscita a sconfiggere una leggenda con tanta facilità. La guardò sottecchi, e lei gli rispose con un sorriso che, notò, non  raggiungeva tuttavia gli occhi.

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Capitolo 2
*** Capitolo 2°: Stella ***


 

Capitolo 2

 

Stella

 

 

 

Benché non fosse distante, passò circa una mezz’ora prima che Nyleis arrivasse a metà della discesa. In quel punto, nascosta da un intricato mosaico lungo decine di metri che raffigurava la cacciata dei Senz'anima, vi era una piccola figura diversa dalle altre.

Il disegno era il modo in cui in epoca antica veniva tramandata la storia del mondo, e questo ne era uno splendido esempio. La vicenda narrata abbracciava più di un'epoca, dall'opposizione del Patto alla cacciata verso la Grande Fenditura. Ne seguì piano i rilievi con la punta dell'indice, sovrappensiero. Ciò che la turbava maggiormente era la tendenza degli uomini a dimenticare... a rimuovere ciò che fa loro comodo dalla mente come se non fosse mai esistito, portando la storia ad essere mito, e il mito a sfumare nella leggenda. Ancora una volta l'uomo stava commettendo un errore che avrebbe pagato molto caro.

Raggiunse così quella che rappresentava una piccola stella luminosa, scolpita nella pietra. Essa era la speranza. Faceva parte della sua istruzione, ricordava passo per passo tutta la storia del mondo conosciuto, comprese le profezie legate alla grande guerra.

 «...e così accadde e ancora deve accadere che l'Oscurità sovverta il mondo, e le genti grideranno e i pascoli seccheranno. Il male corromperà le messi e il grano stillerà sangue. I primogeniti si piegheranno all'ombra del Maligno, e colui che non è nato morirà. L'unica stella li guiderà verso la luce, gli agnelli piangeranno il padre e verranno calpestati... »

Ricordava inoltre i disegni che rappresentavano il male sconfitto rigettato oltre la Fenditura, giù negli abissi più neri... e il loro signore morto, la testa come monito appesa ad una picca sopra i bastioni che ne cingevano il confine. Vi erano decine di profezie come questa e ancor meno comprensibili, altre solo parziali o apocrife. Di una cosa era certa, i segni erano davanti agli occhi di chi sapeva interpretarli, lo erano sempre stati. Persone scomparse nel nulla o bestiame mutilato come se enormi lupi gli avessero sventrati con un sol morso non erano più solo dei racconti, ora la gente cominciava ad avere paura.

 

Nyleis toccò quell’unica stella tra tutte le altre e il mosaico prese vita. Il firmamento si spense dando spazio alla notte, mentre al di sotto e tutt’intorno uomini, Kitering, Fidelis, Grocet, Senza Anima e altri abomini combattevano l’ultima battaglia prima della caduta del Cuore. La piccola stella ancora presente cominciò a brillare e ai piedi di Nyleis si formò una nuova strada che invece di scendere proseguiva in linea retta.

 

Cominciò ad avanzare sopra quella che altro non era se non nebbia condensata, benché ogni volta che sollevasse gli stivali producesse dei piccoli luccichii  e il suo vestito non si bagnasse minimamente. Dopo quasi un'ora di cammino nel vuoto giunse ad un costone di roccia invisibile se non da quel punto, con poco più lo spazio per un piccolo gruppo di persone.

 

Le estremità che cingevano quel moncone alloggiavano dei pilastri sormontati a mezzo busto da alcune statue i cui lineamenti erano ormai andati persi. Presa da un attimo di incertezza si voltò, e vide la strada di nebbia dissolversi nell'aria.

 

«Sei qua per questo» si disse.

 

Avanzò di altri tre passi fino a trovarsi davanti ad una porta di forma pentagonale, scolpita all’interno di un grande disegno raffigurante un’alba ed un tramonto. Sulle ante spiccava netta la figura di un cavaliere stanco che poggiava mani e mento sul pomo della propria spada spezzata, con la parte della lama infranta che toccava terra. Estrasse da un sacchetto che portava stretto in vita una piccola statuetta di una donna scolpita nell'ardesia, la cinse nella destra e con la mano libera rivolta verso la porta cominciò a pronunciare alcune parole. Un bagliore rossastro illuminò di vita il tramonto, mentre Il cavaliere si alzò facendosi da parte e lasciando al suo posto un corridoio del tutto reale. Riposta nel sacchetto, la ragazza entrò quindi nella cripta senza voltarsi, consapevole del fatto che non avrebbe trovato altro che roccia. Ad un gesto della mano sinistra la prima fiaccola vicino lei si accese, mentre le altre seguirono la sorella come animate di propria volontà, illuminando il corridoio.

Il luogo dove si trovava era costituito da un alto soffitto – doveva essere scesa in profondità più di quanto credeva – che si perdeva alla vista, mentre pavimento e colonne erano di un opaco marmo bianco. Alle mura si trovavano statue intervallate da quadri rappresentanti i Dashin’lis, i Condannati... anche se nella lingua antica il significato più ampio del termine poteva significare "coloro che attendono".

 

 Avanzò sino al giungere a tre statue, raffiguranti ognuna una donna di età differente. Nyleis si inchinò davanti alla prima, e dopo qualche attimo di incertezza perso fissandone il volto, disse «Per il volere dell’Antico Patto e per quel che è stato, chiedo di essere accolta». Infilò quindi un piccolo anello color rubino al dito indice della bambina e attese.

 

«Alzati»

 

La piccola statua la fissava con occhi privi di pupilla, mantenendo colore e consistenza della pietra, seppur ora animata.

 

Nyleis attese in silenzio.

 

«Conosci e rispetti il Vecchio Accordo, ma non posso darti ciò per cui sei venuta».

 

«Perché...? Il mio popolo lo necessita...» si sentì soffocare. Non aveva immaginato un rifiuto. Non erano solo artefatti,

quelle statue pensavano. Gli occhi chini a terra, si morse le labbra alla veloce ricerca di una soluzione.

 

«Il tuo popolo è già morto e chi deve rinascere sta per essere ucciso, è inutile che tu ottenga ciò che reclami. Vai bambina,  vivi la tua ultima vita, perché non vi sarà rinascita per nessun’altro» Rispose la statua di destra.

 

Nyleis sentì il sangue gelare. Doveva pensare velocemente. Il suo popolo morto? L’unico in grado di far questo sarebbe stato

Il Signore della Fame... ma lui era stato sconfitto secoli addietro. Le profezie potevano essere vere... e se lo erano doveva fare più di quel che credeva necessario fare, sarebbe forse stata bandita dal suo rango ma a lei non importava. Ciechi. Erano tutti ciechi.

 

«Cieco è solo chi non vuol vedere» disse la statua di sinistra.

 

«Ma non è cieco chi vede con il cuore» aggiunse quella di destra.

 

Nyleis si alzò ed estrasse nuovamente la statuetta dal sacchetto, ora decisa. «Per quel che non è mai stato e quel che dovrà essere... per l’alba e il tramonto e per le tre foglie di Myr, chiedo di essere La Cacciatrice» disse.

 

Questa volta l’attesa fu maggiore, mentre le tre statue la fissavano immote.

 

«Perché?» chiese la bambina. – È fatta – si disse Nyleis.

 

«Perché io possa essere riconosciuta come Cambiamento. Per annunciare il pericolo imminente e preparare le genti allo scontro.»

 

«Non puoi essere l'araldo.» Disse la statua a destra.

 

«Perché mi rifiutate anche questo? Dovete aiutarmi! Sono qui per chiedere ciò che mi spetta, non potete negarmelo! È nel Patto!»

 

Arrabbiata più che infelice cominciò a spostare lo sguardo da una statua all’altra, sfidandole.

 

«Chi Caccerà è già stato scelto» disse la statua a sinistra.

 

«Chiedi ciò che non ti è dovuto» fece la statua a destra.

 

«Chiedi ciò che è tuo di diritto secondo l’Antico Patto e ti sarà dato» fu per la prima volta la donna al centro a parlare.

 

Non capiva. Le profezie non parlavano d'altro che del Cacciatore che avrebbe unito i popoli, era l'unico riferimento certo che avesse. La stessa storia come tutte le leggende cambiava leggermente da luogo a luogo e si prestava ad altrettante

interpretazioni, ma fondamentalmente tutti i racconti erano d’accordo sui protagonisti e non ve n’erano altri.

 

Facendo memoria ripeté fra se «Quando verrà non sarà solo, e le catene si spezzeranno. Il serpente alzerà il capo e sarà la

fine. Sorgerà di nuovo e con lui la morte. Nella luce dell'ombra sarà il cacciatore ad aprire le porte. I cieli cadranno e

solo la stella segnerà il suo cammino.»

 

Parte di ciò si era già realizzato. Potevano essere le catene spezzate la causa di questi strani incidenti... il rinato non

aveva idea di chi fosse, ma sperava non lo stesso Shoiden, non potevano permetterlo. Il serpente...non era chiaro ma non sembrava nulla di positivo, l'unica cosa certa ora era che lei non sarebbe stata la cacciatrice...chi allora?

La stella. Aveva sempre creduto che la stella fosse come nei racconti la forza della speranza che non muore mai. Ma se questi

fossero stati male interpretati e se tutto il resto fosse dovuto ad una errata tradizione orale...lei si era fidata dei

disegni che conosceva fin da piccola, ma poteva anche rappresentare una persona che cercava di tenere in vita la speranza.

 

«Syndelir, La Stella» disse.

 

La piccola statua aprì il pugno chiuso, e un anello di fattura a lei ignota, finemente cesellato, ne occupava il palmo.

 

«Prendi» disse la bambina.

 

Nyleis indossò l’anello al pollice e subito il disegno che ne formava l’intricata trama avvolse metà del suo dito, procurandole un dolore lancinante mentre si faceva strada tra le carni.

 

«Tu sei la Stella, troverai e perderai» dissero assieme le statue.

 

Rivolta a terra e tra le lacrime, mentre il dolore rischiava di farle perdere lucidità, Nyleis chiese «...Dove?»

 

«Kline» fu la statua a sinistra a parlare.

 

«Amox» disse la destra.

 

«Corhinsen» la donna al centro.

 

Incapace di resistere oltre, Nyleis si abbandonò al dolore crollando a terra supina. La grotta, colma delle sue urla strazianti, facendole proprie le amplificò quasi come se volesse condividere almeno parte di ciò che provava. Le statue  parvero mostrare rispettoso silenzio alla donna, riversa a terra in un lago di sudore. Dopo qualche minuto il suo stomaco proruppe, incapace di resistere ulteriormente al dolore mentre la vista le cominciò a mancare, riversa nei suoi stessi succhi gastrici.

Una goccia d'acqua cadde sul suo capo dopo istanti che parvero lei anni, seguita poco dopo da un'altra, e aggrappandosi a tale consapevolezza si fece forza per uscire da quella prigione cinta da mura di pazzia. A poco a poco, ansimante e con fatica alzò il mento, pulendosi le labbra dal vomito con la manica del vestito, mentre sgomenta si accorse dell'origine di quella goccia. Le tre statue, ora fisse su di lei e prive di vita, stavano piangendo.

 

 

Il compito degli Ethien era tener nota di ogni importante avvenimento del mondo. I re stessi richiedevano la loro presenza quando si trattava di firmare un trattato o di dichiarare guerra. Come storici imparziali, essi erano al di fuori di ogni conflitto. Quando Nyleis entrò nel villaggio, sapeva che per lei questo non sarebbe più stato possibile.

 

Si fece strada nella città interna in direzione della Grande Libreria, attraverso gli edifici dall'apparenza semplice e scarna. Le abitazioni sorgevano alle pendici del monte Fidh, mentre la Grande Libreria mille metri al di sopra. In tal modo essa era ben protetta da qualsiasi attacco, mentre il freddo consentiva l'accurata conservazione dei testi.

 

Passarono diverse ore prima che varcasse l'arco all'ingresso della Sala del Concilio, dove secondo l'Antico Patto i popoli si sarebbero uniti prima dell'Ultima Battaglia.

 

Il fondo sala custodiva le reliquie di tempi dimenticati, come per lei ormai troppe cose. Triste, passò lo sguardo su ognuna di esse, oltrepassando il piedistallo ospitante la statuetta che ora teneva legata in vita, fino a soffermarsi su tre oggetti. Il primo era uno spaiato pendente formato da un cilindro grande un pollice che andava avvolto attorno alla parte superiore del padiglione. Da esso pendeva una catenella fermata al lobo da una chiusura. Il secondo un paio di guanti a scaglie rosse e dorso bianco, sopra il quale nel sangue erano stati incisi tre cerchi concentrici. Il terzo oggetto, da lei sempre considerato un ornamento, era una tiara.

 

«Syndelir, stella del mattino...» lesse a bassa voce sulla piccola targhetta al di sotto del piedistallo.

 

La prese in mano e l'adagio tra i suoi capelli, lasciando che i piccoli pendenti zafiro trovassero la loro posizione, mentre la gemma più grande giaceva sulla sua fronte.

 

Quando l'Antico Patto tra uomini e maghi fu sancito, il suo popolo fu scelto per custodirli sino al giorno delle Profezie. Alla ricerca dei segni che annunciavano il ritorno di Shoiden, Signore della Mezzanotte, gli Ethien assunsero l'incarico di storici. Vi era uno di loro in ogni corte, e nessun re dichiarava guerra senza la loro presenza. Ciò li fece guadagnare una posizione privilegiata, ma questo comportava anche degli oneri. I contatti con il mondo esterno erano minimi, e non gli era consentito prendere parte a dibattiti o dare opinioni al di fuori della comunità. Credevano fermamente nei fatti e non ammettevano il caso come motivazione. Purtroppo, il tempo e l'eccessiva meticolosità li cambiò profondamente: la ricerca dei segni si era traformata in una mera narrazione degli accadimenti del mondo e, dopo quasi tremila anni, nessuno più badava alle profezie. Esse non erano neanche contemplate nell'istruzione di base. Nyleis si era battuta al Consiglio degli Anziani per questo. Quando espose quelli che per lei erano evidenti segni del loro avverarsi venne solo derisa. Cosa voleva saperne una giovane di faccende tanto importanti? Perché quella ragazzetta si era permessa di mostrarsi a loro con tali assurde pretese? Quelle risate e quei sorrisi compiacenti erano rimasti impressi nella sua mente.

 

 

«È così, dunque». Una voce baritona dal fondo sala fece girare la ragazza.

 

Un anziano uomo la fissava attraverso fermi occhi grigi, la cui sola presenza incuteva rispetto. «Padre...sì, è così».

 

Squadrandola attraverso un paio d'occhiali dorati, si avvicinò a lei. Portava una veste bianca come i propri capelli, lunghi sino alla nuca. Ogni suo passo era accompagnato da un lieve fruscio. Al suo avvicinarsi, la ragazza spostò nervosamente il peso da un piede all'altro.

 

«Devi sapere che è dal giorno in cui ti presentasti agli anziani con quell'assurda storia che ti tengo d'occhio.» disse severo, oltrepassandola per scrutare la valle attraverso l'ampia vetrata.

 

A Nyleis si gelò il sangue. Temeva una punizione per aver preso la statuetta, ma quella frase le creò un nodo allo stomaco che a stento riuscì a reprimere. Con esitazione si girò verso di lui, stupita di trovarlo a pochi centimetri da lei.

 

«Quando il serpente agiterà le sue spire» disse l'uomo «e le messi diverranno sangue, Syndelir illuminerà il cielo di mezzanotte» fu ciò che l'uomo disse.

 

«Padre, io...non capisco» rispose con esitazione Nyleis. Corrugò la fronte e si ricordò solo a quel gesto di indossare la Tiara. In preda ad emozioni contrastanti, si girò per sfuggire a quello sguardo.

 

L'uomo estrasse qualcosa dall'interno dell'ampia manica destra. Chiuse quindi un mano sulla spalla della ragazza, costringendola a voltarsi. «Conosco le profezie... so bene che l'Antico Patto non è solo un mito. Ciò che porti me lo conferma...» Di riflesso, la ragazza si strinse le mani al petto, cercando di nascondere l'anello «Figlia mia...tu porti Trylis con te... e questo» aprì la mano «È Regyst. Sono oggetti unici dotati di volontà propria. Non vengono scelti dal portatore, sono essi che lo accettano». Prese l’anello e glielo infilò all’anulare. Il piccolo gioiello ricurvo si modellò sul dito della ragazza come a conferma di quelle parole.

 

Abbandonando la risolutezza, il vecchio sospirò mentre i suoi occhi divennero tristi. «Sei così giovane e ancora incerta sui tuoi passi, eppur è toccato a te questo compito...» disse più a se stesso che ad altri. «Nei tuoi occhi leggo l'esitazione. Forse sta accadendo tutto troppo in fretta... Figlia mia, chi sono per te?» chiese.

 

Turbata, rispose dubitando delle sue parole «L'anziano Nimelos, saggio del consiglio Ethien.»

«Questo è ciò che ero. Da Ora mi conoscerai come Nimelos, custode delle Chiavi e dei Sigilli, quarto Dashin'lis.»

 

Nyleis sgranò gli occhi mentre il suo stomaco compì un balzo. Le ampie spalle e la grande statura, il composto abito e l’espressione sicura sul volto, la calma che emanava dalla sua presenza, tutto ad un tratto non era più un fragile vecchio a capo della comunità quello che stava osservando.

 

«Per decenni ho atteso compiendo il mio ruolo di anziano tra gli Ethien. Dimmi, come hai trovato la tomba delle lance?»

 

«Io...mentre attendevo ai miei doveri alla Biblioteca...mi sono imbattuta in una breve descrizione del posto e del modo in cui accedervi...» rispose senza riuscire a trattenersi, la voce impastata.

«E per la magia? E il rituale?»

«Per la magia mi sono fatta aiutare da questa...» indicò la statuetta «mentre il rituale era riportato sul mosaico...»

«Menti, non hai le conoscenze per leggere ciò che vi è scritto. È una lingua molto antica, non vi sono testi che spiegano come comprenderla. Dimmi la verità.»

Rossa in volta, la ragazza cominciò a frugare all'interno di un sacchetto appeso alla cintura. «Ecco...ho usato questo»

Nimelos prese il pendente dalla sua mano e lo osservò più da vicino. «Immagino che ne conoscessi l'uso dalle tue letture, è corretto?»

Timida, Nyleis si limitò ad annuire con il capo.

«Mi confermi anche che conoscevi bene il divieto di farne uso?» La ragazza annuì ancora. Una pausa di alcuni secondi pesava su di lei come un'accusa.

 

«Oggetti meravigliosi questi pendenti. Solevo usarli in giovinezza durante gli esercizi di lingue morte e moderne, e nessun professore se n'è mai accorto...fai attenzione, non sto dicendo che è lecito imbrogliare...ma ogni tanto si può prendere la via più breve, se capisci ciò che intendo.» Le sorrise, e Nyleis sentì svanire il cerchio alla testa che la opprimeva. Si accorse che l'uomo aveva usato la magia su di lei,e che vi era cascata in pieno.

 

«Padre, anche voi temete dunque il ritorno di Shoiden? Ora mi credete?» Chiese troppo preoccupata per lasciarsi distrarre.

«Figliola, io non ho mai dubitato delle tue parole, ma il consiglio degli anziani non approverà tutto questo, e temo che verrai imprigionata per il furto delle reliquie.»

«Ma padre...Nimelos! Se anche voi sapete che non mento, perché dovreste imprigionarmi? Non è forse vero che la ricerca dei segni è ciò per cui viviamo?» Rispose spaventata.

«Come ho già detto, non sei me che devi convincere. Gli anziani hanno paura. Non siamo guerrieri, né disponiamo di un esercito. Inoltre essi meglio di chiunque altro sanno quanto le nostri genti siano impreparate ad uno scontro, e ciò li terrorizza. I popoli non sono uniti, combattono ogni giorno e muoiono per futili contese. Vi è tuttavia un modo per evitare il tuo arresto. Dovrai allontanarti dalla tua gente, e ciò ti costerà maggiori sofferenze di quante tu possa immaginare... io lo so bene.»

«Non c'è verso di fare ragionare quei vecchi testardi?» Disse spazientita la ragazza.

«Tieni a freno quella lingua, bambina! Ricorda che gli devi rispetto! Non tollero certe mancanze in mia presenza.»

Affranta, si limitò ad arrossire in risposta.

«Temo non vi sia altra alternativa, mi spiace.» Concluse l'uomo.

Esitando, Nyleis valutò bene la situazione prima di decidere. «E sià allora. Sono pronta ad andare fino in fondo, anche se devo inimicarmi il mio stesso popolo»

 

L'anziano le prese quindi la testa tra le mani, e la ragazza la sentì nuovamente farsi leggera. Quando l'uomo parlò nuovamente, sentì ogni sua parola pesare su di lei come un macigno: «Io ti sollevo dai tuoi compiti, Nyleis ren'Dheni. Da questo momento non sei più una Ethien, niente ti lega a noi. Sei libera di compiere il tuo destino e di portare cambiamenti. » Dopo un attimo di pausa, riprese «Come Custode delle Chiavi e dei Sigilli e quarto Dashin'lis riconosco in te Syndelir. Le speranze delle nostre genti sono affidate a te ora. Devi trovare colui che ancora non è rinato prima che sia la progenie della Mezzanotte a farlo. Lo guiderai sul suo cammino e le profezie si compiranno. Ora vai, perché questo luogo più non ti conviene.»

 

 

 

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Nyleis si cambiò d’abito lasciando il vecchio da adepta sul letto, consapevole che non l'avrebbe più indossato. Portava  ora un corpetto color avorio chiuso al collo da un alto e stretto merletto. Sopra, un abito cremisi stretto al busto si apriva in un’ampia gonna sino a raggiungere il pavimento. Candido pizzo spuntava da sotto le maniche sino a metà del suo palmo, mentre complicati intrecci dorati risalivano le spalle.Sul davanti era aperto e unito all'interno dallo stesso tessuto del corpetto, in modo da permettere più ampi movimenti di una semplice gonna. Due trecce  a partire dalle tempie le andavano a cingere la nuca, mentre una terza le pendeva sino al mento sul lato sinistro del viso, chiusa in un ditale dorato. Una lunga coda le ricadeva sulle spalle sino a metà schiena, più complessa delle piccole. La tiara era intessuta tra i suoi capelli. Calzò comodi stivali cremisi di morbido cuoio sino al ginocchio e finì di chiudere il suo zaino. Si soffermò a guardare la spoglia stanza per l'ultima volta. Nulla di lei veniva ricordato da quelle pareti, pronte ad ospitare un'altra ragazza. Risoluta, lo mise in spalla ed uscì.

 

 

Aveva diverse possibiltà per raggiungere la propria destinazione. Poteva chiedere un passaggio ai bucanieri del cielo occidentale, con le loro agili e veloci navi. Vi era però lo spiacevole inconveniente che, come pirati, nessun cielo al di fuori di Ethien gradiva la loro presenza, e Nyleis non aveva né il tempo né l'interesse di vivere un arrembaggio. Via terra ci voleva troppo tempo, ora che non poteva più disporre dei veloci mezzi di trasporto della sua gente. Una regolare carovana avrebbe comportato troppi rischi su quelle montagne, piene di bestie feroci e solo gli dei sanno cos'altro. Inoltre ci sarebbero stati i predoni subito dopo, giù nelle pianure...no era assurdo anche solo pensarci. Non era indifesa, ma usare la magia contro comuni esseri umani non la faceva impazzire, e se possibile preferiva evitarlo. Ciò che conosceva era stato appreso per proteggere i testi che la Grande Libreria custodiva, non per attaccare qualcuno. Rimaneva quindi una sola scelta, utilizzare le vie commerciali. Rinvenute per caso qualche anno prima grazie agli antichi testi che narravano della vita nell'epoca precedente la grande guerra, esse venivano usate per il trasporto merci. Tuttavia non erano in grado di trasportare materia vivente, e i tentativi fatti in tal senso erano risultati disastrosi per i viaggiatori. Nyleis confidava nella magia degli anelli per superare questo ostacolo.

 

 

Cavalcò per qualche ora prima di giungere alla caverna che ospitava la via commerciale più vicina a lei. Lo spiazzo antistante l'ingresso era occupato da diversi carri, e una ventina di uomini cercavano di caricarvi il più in fretta possibile una serie di casse e oggetti poggiati momentaneamente a terra.Poco distante un gruppo di guardie proteggeva quelli che probabilmente erano i mercanti a capo della spedizione. Nyleis se li lasciò alle spalle, facendosi strada sui gradini interni della grotta, illuminati dalla fioca luce bianca proveniente dal muschio sulle pareti. Dopo alcuni minuti arrivò ad una stanza circolare circondata da una spessa corda rossa. Un piedistallo si trovava a pochi passi dall'ingresso, e un uomo stava in quel momento annotando qualcosa su un taccuino. Quando la vide smise di scrivere e le si avvicinò.

«Posso fare qualcosa per te?»

«Devo recarmi a Corhinsen. Sarei felice di poter usare le vie commerciali per questo.» Rispose Nyleis.

«Certo certo, non c'è nessun problema, abbiamo giusto terminato con i carichi per oggi. Cosa dovremmo spedire? Il tuo bagaglio forse? Non vedo altro che uno zaino, non vi è posto sulle carovane per quello?»

«Sono io quella che vuole utilizzare le vie. Di persona, intendo. Voglio che porti me e il mio bagaglio a destinazione.»

«Ma...ragazza, questo non è possibile...le vie sono state costruite per trasportare oggetti inanimati, non persone! Non ne hanno certo la forza, ogni esperimento in tal senso è risultato un disastro!» Rispose sconcertato.

«Capisco, ma ho degli affari importanti da condurre, e il tempo non mi consente altrimenti. Quanto vuoi? Posso pagarti.»

«Non è per il prezzo...il re mi farebbe uccidere se lo venisse a sapere! Vi è il divieto assoluto di trasportare materia vivente, non è ammessa neanche una mosca, figuriamoci un essere umano! Sarebbe un omicidio, e verrei io stesso ucciso se solo ci provassi!»

«Ti darò dieci Rin d'oro, cinque per il viaggio e cinque per il rischio che corri, ti sembra un prezzo ragionevole? Non potresti guadagnare tanto neanche lavorando tutta la vita.»

«Dieci Rin...» l'uomo rimase a bocca aperto per lo stupore.

«E va bene, accetto. Ma ti avverto, è un suicidio.»

«È un rischio ben minore di quello che correrei altrimenti. Prendi.» Nyleis slegò un sacchetto di monete dalla cintola e lo porse all'uomo che lo aprì, meravigliato da quella ricca visione.

«L'accordo è stato fatto, non restituirò queste monete.» Disse avido.

«Non voglio che tu lo faccia, ora sono tue.»

«Bene....allora, vai sopra la piattaforma al centro, non ci vorrà molto.»

 

Nyleis scostò la corda che cingeva la struttura, andando a posizionarsi al centro della stanza, mentre l'uomo cominciò ad armeggiare davanti al piedistallo. Qualche istante e attorno a lei cominciarono a materializzarsi piccole scintille sempre più numerose, fino a che ai suoi piedi e sopra la sua testa non si formarono due cerchi di luce azzurra che ronzavano come calabroni.

«Sei ancora in tempo per lasciar perdere. Ma i soldi sono comunque miei!» Disse l'ometto.

«Vai avanti e non preoccuparti per me.»

«E va bene, ma se arrivi senza braccia, gambe o con la testa al posto del didietro non dire che non ti ho avvertita!»

 

 

I due cerchi iniziarono a muoversi velocemente, aumentando sempre più il ronzio prodotto dalla loro vibrazione. Cominciarono quindi ad avvicinarsi l'uno all'altro, chiudendo Nyleis nel loro campo d'azione. Un caldo sempre maggiore la avvolse, mentre la vista le cominciò a distorcersi. Vide l'ometto agitare la braccia verso di lei, ma non riusciva a comprendere ciò che diceva. Guardò in basso e vide i due cerchi d'energia rallentare a metà percorso, a pochi centimetri dalla fine. Evocò la magia degli anelli, e pian piano i cerchi ripresero a muoversi, fino a sovrapporsi. Un lampo di luce abbagliante fu l'ultima cosa che vide prima di scomparire.

 

Quanto riaprì gli occhi ci mise qualche secondo per riacquistare la vista. Il paesaggio attorno a lei era immerso in una lugubre luce cremisi. La strada su cui poggiava era franata in diversi punti, e attraverso essi scorgeva il buio assoluto. Si guardò attorno ma non vide nulla tranne che macerie. Una linea azzurra ai suoi piedi partiva dalla punta di un triangolo andando a perdersi più avanti. Decise di usarla come guida, alla ricerca di qualche segno a lei familiare. Ogni suo passo produceva su quelle rocce dei cerchi concentrici come sulla superficie di un liquido. Prosegui sulla via, dando di tanto in tanto un sguardo all'interno degli edifici che la circondavano. Alcuni erano solo delle facciate, altri non contenevano che la sua immagine riflessa all'infinito, mentre da altri ancora sentiva provenire un basso rombo che la intimoriva, a quelli non si avvicinava neppure. Attraversò archi e ponti, salì e discese più di una volta lunghe scalinate. Passò forse delle ore in quel labirinto prima di raggiungere una zona circolare diversa dalle altre. Il disegno di un ottagono ne costituiva il centro, e la luce azzurra lo riempieva in ogni suo lato, rimanendovi intrappolata.

 

Cercò di fare memoria, aveva già visto quel simbolo. Ci mise un po', ma finalmente riuscì a ricordare. Si guardò attorno alla ricerca di una conferma, e poco distante da lei trovò un altro ottagono più grande che conteneva lei e quello più piccolo. «Tutto questo ha dell'assurdo...» disse a bassa voce, mentre cercava di fare ordine tra i suoi pensieri. Continuò a guardarsi attorno, alla ricerca di qualche indizio utile per uscire da quel posto. Spostò i resti di una colonna crollata, rivelando il disegno di una stella sul pavimento. Sembra proprio che questo viaggio riserbi delle sorprese inaspettate... pensò tra sé.

 

Si spostò all'esterno dell'ottagono e allargò le braccia. Cercando di sgombrare la mente il più possibile, chiuse gli occhi. Intendeva evocare i ricordi della magia intessuti in quella zona. All'inizio ottenne solo una visione confusa, ma pian piano riuscì a distinguirli per intensità e colore l'uno dall'altro. Si mise alla ricerca del più luminoso tra essi e vi si aggrappò. Lesse l'incantesimo che conteneva, e cominciò a salmodiarlo come se stesse leggendo un libro.

Quando terminò aprì gli occhi, e vide attorno a se le parole dell'incantesimo vibrare ricche di energia, in attesa. Prendendo coraggio, proseguì: «Secondo l'Antico Patto, i maghi lasciarono le terre degli uomini portando con se la magia. Ombre minacciose insidiano nuovamente il mondo, creando scompiglio tra i popoli. Come Syndelir, chiedo che la magia possa tornare a scorrere e mi indichi la via per Corhinsen.»

Non vi fu risposta. L'incantesimo continuava a ruotarle attorno, privo di una guida. D'un tratto cominciò pian piano ad accendersi, lettera dopo lettera, come piccoli fuochi fatui. L'intensità aumentò gradualmente, tanto che Nyleis dovette cedere e ripararsi gli occhi tra le mani. Quando il calore scomparve, li aprì nuovamente. Ci mise un po' per adattare di nuovo la vista alla penombra. Tre uomini, seduti su altrettante sedie, ora si trovavano davanti a lei e la fissavano.

 

Nyleis comprese immediatamente che quelle persone erano abili nella magia. Le studiò una ad una con tranquillità, come se non le temesse. Dopo qualche attimo, fu lei la prima a parlare: «Io sono..»

 

«Sappiamo chi sei» Fu il più anziano a interromperla. «E sappiamo ciò che vuoi: passare per le vie. Se ne sarai degna potrai ottenerlo. In caso contrario il tuo gesto equivale ad una sentenza di morte.»

 

«Perché prenderci tanto disturbo? Gli umani meritano forse il nostro aiuto? No, io non credo proprio.» Aggiunse un secondo anziano.

 

Spiazzata, rimane per un attimo a bocca aperta, le parole inespresse nell'aria. Si costrinse a chiuderla, adirata con se stessa per aver mostrato le proprie emozioni. Cercò di riaquisire un certo contegno prima di riprendere il discorso.

 

«Siete...siete forse maghi? Siete voi ad aver interdetto le vie agli umani?» Chiese circospetta.

 

«Ahahah, è questo ciò che vuoi sapere, Syndelir? Quale importanza può mai avere per te? Non sarebbe forse meglio chiedersi chi sei TU invece?» La schernì nuovamente.

 

Nyleis lo fissò con odio. Era forte, se lo sentiva. Normalmente non sarebbe stata in grado di contrastarlo, ma ora che aveva gli anelli le cose erano diverse. L'uomo tuttavia non era solo, e anche se l'avesse sconfitto, i suoi due compagni gliel'avrebbero fatta pagare cara.

 

Ognuno di loro indossava stretti abiti di pelle nera. L'unica differenza visibile nei loro indumenti era la fibbia della cintura: nei due anziani rappresentava una falce di luna, mentre nel più giovane tre stelle. Se quelli erano maghi, la sua visione era completamente distorta. Rigidi era il termine migliore che le venisse in mente per descriverli. Niente vesti ampie, niente saggezza nei loro occhi, solo severità. Tranne il giovane che riusciva a non mostrare alcun sentimento, quei due vecchi la osservavano con disprezzo.

 

«Se sapete chi sono, allora perché mi negate l'accesso alle vie?»

 

I due anziani si alzarono, il volto segnato dall'abbronzatura. Fu il più vicino a lei che rispose: «Conosci l'Antico Patto almeno quanto basta per trovarti in questo posto. Ma sbagli quando parli di riportare la magia nel mondo. Non è quello il tuo compito né lo è aiutare gli umani nelle loro ridicole schermaglie.»

 

«Tuttavia» proseguì il secondo anziano «è necessario che il tuo viaggio prosegua come è scritto».

 

«Così è e non verrà cambiato» concluse il compagno.

 

Nyleis cominciò a non poterne più di quella farsa. Si sentiva a disagio, osservata, valutata e soppesata in ogni sua azione. Se i loro intenti differivano tanto, allora perché non fermarla? Perché permetterle di proseguire? Si morse il labbro in preda all'ansia. Volevano forse usarla a loro piacimento? Strinse i pugni dalla rabbia. Non glielo avrebbe permesso.

 

Il più giovane dei tre si alzò per avvicinarsi alla ragazza. Senza una parola le serrò il viso tra le mani in una morsa ferrea, costringendola a fissarlo negli occhi. L'intrusione che Nyleis percepì fu tutt'altra cosa rispetto alla vaga sensazione che provò con Nimelos. Questa era feroce, abbatteva ogni sua difesa senza rallentare un attimo. Le gambe di Nyleis cominciarono a tremare e le ginocchia a cedere. Si sentì inerte contro quell'uomo, non poteva far altro che scappare sempre più nel profondo del suo inconscio. Poi, d'improvviso come era cominciato, tutto finì. Sentiva la testa scoppiarle, riusciva a stento a reggersi in piedi.

 

«Io, Keryan, a nome del Conclave, ti concedo l'uso delle vie. Possa il tuo cuore guidarti nelle ore più buie.»

 

«Ti è stata concessa la possibilità che cercavi, ragazzina. Ricorda a chi devi i tuoi servigi. Non deluderci, o sarà peggio per te.» la redarguì il più anziano.

 

«Io...non capisco...» balbettò Nyleis «non è forse il mio compito quello di condurre gli uomini all'ultima battaglia? Non è forse la magia il discriminante tra la vittoria e la sconfitta? Come possono abbattere gli incubi che emergeranno dall'Abisso senza il vostro aiuto?»

 

«Non è affar tuo. Ogni cosa è stata decisa già da lungo tempo, lo scontro non è mai terminato. Il tuo compito è condurre le pecorelle smarrite all'ovile prima che vengano divorate dalle tenebre, nient'altro.»

 

Fu il giovane a prendere la parola «Cerca il Cacciatore e affidati al suo sapere. Guida le sue azioni al di fuori dell'ombra. Non permettere che venga catturato. Nella spiacevole ipotesi, uccidilo.»

 

Detto questo i tre scomparvero così come erano venuti. Nyleis non resistette oltre e crollò a terra ansimante, stanca e terrorizzata.

 

Davanti ai suoi occhi era ricomparsa la linea azzurra. Si alzò in piedi e riprese a seguirla finché le gambe la sorressero. Era spaventata. Quando non ce la fece più cercò un riparo all'interno degli edifici, non le andava di fermarsi in mezzo alla strada. Quel luogo non le piaceva, e voleva rimanerci il meno possibile. Passò così due giorni, nutrendosi quel tanto che bastava per proseguire la marcia. Fu il terzo che trovò finalmente l'uscita, una porta identica a quella che sbarrava l'ingresso alla Tomba delle Lance. Familiare con quel meccanismo, riuscì a identificare nell'icona di una luna il simbolo che l'apriva. Uno spesso strato di nebbia la separava ora dall'esterno. Nyleis vi immerse la mano e una sgradevole sensazione di gelo la pervase. La ritirò spaventata e la percezione scomparve. Trattene il fiato e, con coraggio, vi si lanciò dentro con un balzo.

 

Riemerse alla luce della luna, respirando forte come al ritorno da una lunga apnea. Secondo i suoi calcoli, Corhinsen non era molto lontano. Sentì la determinazione bruciarle dentro e darle forza. Sistemandosi lo zaino in spalla, cominciò a discendere il pendio, ignara del simbolo che per un momento le illuminò la fronte.

 

 

 

Le prime fattorie apparvero circa mezz'ora dopo. Sapeva che il clima del sud consentiva lunghi periodi di raccolta, ma trovare dei campi in fiore trascendeva ogni sua aspettativa.

Intendeva raggiungere il villaggio al riparo del sottobosco. Vedere una donna sola, sconosciuta e a quell'ora tarda vagare per i campi aperti avrebbe potuto dar vita a voci indiscrete. Il suo piano era semplice: soggiornare in una delle locande del posto ed ottenere più informazioni possibili. Prima o poi qualcosa di utile sarebbe saltato fuori.

 

Nella sua istruzione Corinhsen era un villaggio relativamente nuovo, nato da meno di un secolo. Sotto il nome di Kline, quel luogo un tempo ospitava un ducato molto grande e influente. Furono le eccessive tasse e la scarsa protezione a far insorgere

il popolo contro il duca. I nobili scomparvero e ogni insediamento divenne indipendente. Anche il bosco portava i segni di quella rivolta, essendo molto meno esteso di quel che si sarebbe aspettata. Probabilmente a causa della necessità di terreni da coltivare, gli uomini ne avevano bruciato una consistente porzione.

 

Quando giunse in vista del ponte all'ingresso del villaggio notò due giovani correre nella sua direzione. Il ragazzo continuava a lanciarsi alle spalle delle occhiate preoccupate, tirando per mano la compagna. Nyleis sentiva di aver trovato l'indizio che cercava. Studiò per qualche attimo la loro corsa e decise di anticiparli. In quella direzione aveva incontrato solo un'abitazione, non poteva sbagliarsi.

Giuntavi, spinse il cancello in ferro battuto del cortile sul retro, facendosi strada sull'erba soffice. Salì piano i pochi

gradini che la separavano dall'entrata maledicendone ogni scricchiolio. Tese l'orecchio in ascolto di eventuali rumori provenienti dall'interno e dopo pochi attimi entrò. L'arredamento era semplice: alcune panche, un tavolo, sedie ed una credenza. Alla ricerca di un nascondiglio per valutare meglio la situazione, scelse la camera da letto. Socchiuse la porta in modo da poter osservare almeno parzialmente la sala e attese.

 

Passarono pochi minuti prima che i due giovani facessero il loro ingresso. Stavano discutendo, anche se non comprendeva bene quale fosse l'argomento. Improvvisamente, la porta principale venne divelta con uno schianto e si abbatté sull ragazzo. Nyleis sentì l'impulso di intervenire, ma si trattenne. - Si muove, è ancora vivo. Stai calma e osserva - si disse.

Una sgradevole sensazione alla bocca dello stomaco la assalì quando posò gli occhi sul nuovo arrivato. Sentì la ragazza inveirgli contro mentre si avvicinava all'amico ferito.

Una leggero bagliore illuminò la stanza, ma dalla sua posizione non riuscì a determinarne l'origine. L'uomo si mosse, passandole davanti. «dammi la pietra o mi prenderò la vita del tuo amico...» fu ciò che disse, seguito da un urlo di dolore del ragazzo.

- Ora o mai più - pensò.

Uscì dalla stanza da letto per fronteggiare l'assalitore. Una smorfia di disgusto le si disegnò sul volto quando vide la spada di quell'essere. Aveva fatto bene a seguirli, erano in pericolo di vita.

«Non farlo! Non farà niente finché hai il gioiello!» esclamò. Il garjin le si lanciò contro a lama tratta, sferzando l'aria dove

un attimo prima si trovava la testa di Nyleis.

La donna afferò uno sgabello e glielo lanciò contro, mentre rotolandosi a terra evitò il secondo fendente. Sentì il sangue pulsargli nelle tempie e il cuore battergli all'impazzata. - Respira dannata, respira! Non puoi farti sconfiggere! Concentrati ed evita i suoi attacchi -.

Ansimante, Nyleis percepì la magia degli anelli scorrerle dentro, copiosa come un fiume in piena. Non fece altro che accostarsi al suo argine e immergervi le mani. Parole sconosciute le affiorarono alle labbra, come anche i ricordi delle epiche battaglie in cui furono usate. Abbandonandosi ad essi, alzò le mani e cominciò a parlare, distante.

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