L'Acchiappasogni di Pioggia sulla Faccia

di Reaper_Hel
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** La Tribù dove sono nata ***
Capitolo 2: *** Ts'its'tsi'nako, Donna Pensiero ***
Capitolo 3: *** Nuova Amsterdam ***



Capitolo 1
*** La Tribù dove sono nata ***


Impigliata all’acchiappasogni di Pioggia Sulla Faccia, come un nodo che non può essere districato, giace la paura della fine dei giorni.

La luna zuccherina si ergeva pacifica in un cielo nero. Il fuoco bruciava fedele nel suo circolo di ciottoli. La mente degli uomini era deliziata dall’odore della zuppa di bisonte alle more e dalla distillazione della tisana di sambuco. La notte cominciava ad essere meno accogliente ed il sole era tramontato presto.
Le donne stavano ancora lavorando mentre gli uomini conversavano sulla caccia, sulla costellazione del cigno e su quella minaccia che aveva un volto pallido e affamato. Vi stupirebbe conoscere la natura di Toro che Cammina In Piedi, il Capo Tribù, ed il suo atteggiamento nei confronti dell’intera faccenda degli invasori. Era un uomo solenne dai pensieri di inarrivabile spiritualità. Raramente spendeva parole, ma quando le centellinava su quelle secche labbra nessuno poteva dichiararsi esente dal fascino che la voce esercitava sul cuore e sull’anima.
Furono serviti i primi piatti. Nel generale mormorio, il fuoco scoppiettava accogliente. I copricapo ornamentali tintinnavano con morbidezza quando le piccole ossa urtavano gli intrecci di legno e pietre preziose. A gambe incrociate sulla stuoia uno per uno furono serviti e mangiarono ciò che il Grande Spirito, quella sera, stava loro concedendo.
«Quello che intendi è poco saggio, ma molto lungimirante» esordì Nuvola Celeste dopo un lungo silenzio interrotto solo dallo spignattare delle ciotole e dei coltelli. Era un uomo minuto come le lontre, scivoloso come il loro manto. Il suo sorriso sfuggiva come qualcosa che non viene mai a mente quando è opportuno che si mostri. «La nostra terra langue indifesa. Egli ci ha dato gli strumenti per governarla e non dovremmo più pregarlo, poiché nonostante essi siano insufficienti Egli si è già espresso. E non lo farà di nuovo.»
Un uomo chiamato Monsone Che Tace esordì con imperiosità gutturale «Già ci pensavo, già ci pensavo! Le nostre terre non hanno un futuro se non ci congiungeremo presto con i nostri fratelli dell’ovest» Egli era un pellerossa molto autoritario, ed il suo nome esprimeva la quiete prima della tempesta, il silenzio dopo il nubifragio e l’attimo di stallo che precede una catastrofe. « Parlo dei cherokee. Loro chiamano Manitù colui che noi chiamiamo Wakan Tanka, ma che differenza può fare? Non ho memoria dell’ultima volta che ho visto i lupi migrare oltre la prateria, Grande Capo. Quella zona è ormai occupata dal viso pallido. Quel branco è più importante degli screzi tra noi e loro. Infatti, è l’ultimo rimasto.»
A quel punto tutti e dieci, uomini e donne, tacquero. Solo il sibilo del vento tra gli abeti distanti sussurrava di ancestrali meraviglie e Pioggia sulla Faccia si rannicchiò nel suo angolo, stringendosi sullo stuoino per paura d’andare in guerra.
Senza scomporsi, Toro Che Cammina In Piedi si fece portare il calumet con un paio di gesti. Tutti conoscevano il suo linguaggio somatico e, spesso, si faceva a gara a chi riusciva per primo ad accontentarlo. Con aria derelitta, il Capo Tribù parlò non prima d’aver elevato ben sulla testa ciò che restava del lauto pasto, in modo che tutti potessero ben vederlo.
« Quando al mattino vi svegliate, ringraziate Wakan Tanka per la splendida luce dell’aurora, per la vita che ha conferito a vostro figlio e per la forza che risiede ancora nel vostro corpo. Ringraziate Wakan Tanka anche per il cibo che vi dà, e per la gioia di aver aperto gli occhi sotto la promessa del nuovo sole.»
Con espressione dura, quindi, squadrò Monsone Che Tace, il quale chinò il capo in segno di remissione. « Se noi non troviamo motivo di elevare una preghiera di ringraziamento a Wakan Tanka, noi siamo in errore. E così tu sei, Monsone Che Tace. Nuvola Celeste, noi non cesseremo di pregare il Grande Spirito anche quando egli ci avrà voltato le spalle, poiché se egli compirà un simile gesto, lo farà solo perché ha fiducia in noi.»
« Ma l’uomo bianco è germogliato dal mare come le alte onde dei Menominee! L’uomo bianco non conosce la terra, eppure la desidera visceralmente. “Mio! Mio! Mio!” Quale torbido essere Wakan Tanka ha permesso che camminasse sotto il nostro stesso cielo… »
«L’odio è una facile risposta, Nuvola Celeste. La tua tempra non nasconde un carattere indomito, ma io ti dirò di più. Wakan Tanka creò il viso pallido lo stesso giorno in cui fummo generati noi.»
«Tradimento!» disse Monsone Che Tace con un ruggito, mandando lampi dagli occhi.
«Al contrario, buon amico. Ora – se vuoi - prendi la polvere di salvia e fumiamo tutti insieme, mentre vi parlo del giorno in cui Wakan Tanka ci fece figli suoi.»
L’atmosfera si alleggerì improvvisamente. L’idea del fumo e del racconto risollevò gli animi e lasciò che anche i più risoluti sprofondassero nel pacifico silenzio dell’assenso. L’odore dolce di quelle bianche volute impreziosì i sorrisi e rinfrancò le squaw, esauste, mentre il calumet passava di bocca in bocca ed ognuno disegnava con la forza dei suoi polmoni complesse architetture di nuvole e bambagia. Toro Che Cammina In Piedi aveva ora lo sguardo luminoso e sondava quell’armonia come un mite garante. La sua pacifica presenza mentre il fumo sbuffava dalle narici, come quello dei tori irosi, così contraddittoria e così possente! Pioggia sulla Faccia percepiva in ogni istante il desiderio di stringersi tra le braccia del padre di suo padre. Quando il Grande Capo cominciò a raccontare la sua voce era ferma.

«In principio la Terra era popolata dai grandi mostri, le creature a due teste che la Profezia del Diluvio cancellò. Essi erano belve feroci con cui non spartiamo che la stessa provenienza. Quando la terra cessò di essere una culla di creature ancestrali, il mondo fu subito un posto migliore. »
Toro Che Cammina In Piedi indirizzò le pupille alla danza ardente, facendo apparire nella sua mente il disegno delle proprie parole.
«Eppure, incredibilmente solitario»
Sollevò le braccia al cielo, onorando il grande fuoco e la sua grande tribù con un gesto che riconciliava l’energia e lo spirito.
« Così il Grande Spirito fumò il suo Calumet, il quale era magico e raffinato, e portò alla vita quattro animali che aveva immaginato con dovizia di dettagli: la lontra, il castoro, il topo muschiato e l’anatra. Siccome il mondo era una distesa d’acqua piovana, esso doveva procurarsi la materia necessaria alla creazione di un nuovo essere più specifico e più importante. Ordinò agli animali di scavare negli abissi dell’oceano e riportare limo e argilla»
«La lontra si tuffò e dopo lunghi minuti riemerse il suo corpo morto. Tra le dita nemmeno un briciolo di quel prezioso strumento. Fu il turno del castoro, ed egli non ebbe migliore fortuna. Il topo muschiato mai riemerse, ma l’anatra, fedele e caparbia, giunse a galla con una manciata di fango stretta al becco ed il respiro, affannoso, che gli scivolava via dall’anima per ricongiungersi alla terra assaporata un istante.»
«Ringraziamo l’anatra, amici miei, che ci ha resi ciò che siamo!»
«Allora Wakan Tanka prese il limo e creò nuova terra. Disseccò i canyon e ripulì le montagne, lustrandole di meravigliosi faggi e candida neve. Poi prese l’argilla e la plasmò in una bambola dalle fattezze simili alle sue. Accese un fuoco e si mise a cuocerla»
«Ma lo Spirito del Male era in agguato, e fece piovere! Così la fiamma si spense e la bambola d’argilla non fu mai pronta. Restò cruda ed acerba: pallida. Essa era l’origine della razza bianca»
Un sibilo di disapprovazione macchiò i volti del presenti, che ora sembravano comprendere la ragione della stoltezza dei visi pallidi. Quello che Pioggia sulla Faccia trovò commovente fu la compassione, incontenibile, che affiorò sull’espressione di Monsone Che Tace.
«Wakan Tanka gli permise di camminare la terra, ma decise comunque di ritentare. Questa volta l’argilla fu plasmata meglio e con più amorevolezza. Enormi tratti muscolosi e forti, ben determinati ad essere i migliori ed i più resistenti. Arti come tronchi e torsi d’ossidiana. Ma ahimé, Wakan Tanka era stanco ed ancora molto giovane. Cosse la nuova bambola. La cosse ad oltranza poiché si addormentò all’improvviso.»
Un bambino ridacchiò, gorgoglio argentino. Toro Che Cammina In Piedi gli rivolse un’occhiata amorevole e si dispose a braccia conserte. Il giro di Calumet finì e ricominciò per la quarta volta.
«Nacque così la razza negroide, poiché la pasta d’argilla era bruciata. Forti come la roccia e flessuosi come giunchi. Wakan Tanka gli permise di camminare la terra, ma decise comunque di ritentare. E questa volta niente l’avrebbe colto impreparato.»
Pioggia della Faccia scoprì d’essere emozionata, e sorrise ricevendo il Calumet, tirando forte. Gli occhi lucidi degli uomini, le membra ramate e l’odore della concia delle pelli. Era rimasta un po’ di sambuca?
«Si premunì di molti strumenti, ben otto. L’argilla sarebbe stata carne, questa volta come prima, affinché lo Spirito fosse racchiuso da qualcosa che la Terra poteva accettare dopo la caduta del nostro corpo; fece le ossa con le pietre, il sangue con la rugiada e gli occhi con l’acqua. Catturò l’essenza del sole e rese luminose le pupille, afferrò la propria beltà interiore e la soffiò nelle narici. Costruì i suoi pensieri con lo spirito di chi inventa la cascata scintillante, infuse nella bambola il respiro imitando il vento e prese la forza ispirandola all’uragano! Quindi accese il fuoco e la lasciò cuocere»
«E’ perfetto!» mormorò qualcuno all’apice di una forte commozione, venendo immediatamente zittito dagli altri nove, che a stento trattenevano i sorrisi.
«Ma lo Spirito del Male stava gonfiando i polmoni per spegnere il fuoco, nascosto dietro ad un grosso vischio.»
«Ah..!» si tradì nuovamente costui, un giovane che prendeva il nome di Accecato Dalla Neve. Esso era dato dal mese in cui era nato, il terzo, e dalla sua tendenza al fare di piccoli problemi un innavigabile oceano.
«Questa volta, però, Wakan Tanka aveva dalla sua parte l’esperienza. Con la forza del bisonte che carica, egli strinse forte una lancia e la scagliò sull’empio, trafiggendolo. Così lo Spirito del Male fu ferito gravemente e costretto a ritirarsi.»
«Dalla forgia il Grande Spirito cavò l’ultima bambola, né troppo cotta né troppo cruda. Bronzea e splendida, scolpita in un giorno di vittorie. Il suo capolavoro! Essa era il pellirossa, essa era il nostro primo uomo.»
Un profondo silenzio decorò la tepee.
« Perciò io vi dico, amici, non sdegnate l’uomo pallido perché non ha avuto la stessa nostra fortuna. Egli è come noi. Fatto come noi della stessa sostanza con cui venne creata la Terra. Amatelo poiché forse ha camminato troppo tempo lontano dalla verde foresta, ed ha dimenticato la canzone gloriosa del Grande Spirito! Siate dunque loro fratelli, e combattete solo quando l’occasione non può essere altra. »
« Dobbiamo vivere la nostra vita in maniera tale che la paura della morte non possa entrare nei nostri cuori. Amici miei, non attaccate qualcuno per la sua religione o per il colore della sua pelle; rispettate le idee altrui e domandate con più forza che le vostre idee vengano rispettate. Wakan Tanka vi ha dato buon ferro e zoccoli veloci, ma niente da dimostrare. Non siate impazienti di sporcarvi le mani, poiché il sangue non può essere lavato nei nostri fiumi sacri!»
Così la tribù di Toro Che Cammina in Piedi esultò, unanime e con gli occhi pieni di lacrime, innanzi a quella splendida verità che spense il desiderio di vendetta e sollevò l’anima dove osavano solamente i falchi.

 

Dopo lunghi festeggiamenti il piccolo powwow ebbe termine. Il fuoco stava per estinguersi e molti indiani avevano fatto ritorno nelle loro tepee. La temperatura esterna si era abbassata ancora, ma Pioggia sulla Faccia non riusciva a prendere sonno. La stuoia era comoda e la coperta piacevole: eppure il sonno non si degnava di pioverle addosso. Quando ogni tentativo divenne chiaramente vano, ella uscì dalla tenda e si rannicchiò su un grosso sasso da dove poteva vedere i riflessi della luna, i quali lambivano gli Appalachi. Ben presto il freddo la avvolse come un sudario e capì che non avrebbe chiuso occhio. Il canto del caprimulgo era intenso ed il silenzio profondo, ma nonostante questo la ragazza si rese conto di non essere l’unica persona sveglia della tribù.
Oltre la tepee, due figure ammantate di tenebra discutevano ancora e fumavano, sedute a gambe incrociate sotto la via lattea. Il loro tono era basso, ma dall’impronta inconfondibile ella riconobbe Monsone Che Tace e Toro Che Cammina In Piedi.
Così lentamente sgattaiolò non vista in loro direzione, per meglio udire la loro conversazione.
«Io sono molto stanco e molto adirato. Le tue parole sono belle, ma non mi danno la certezza che vorrei. Ho bisogno di sapere che i mohawk non lasceranno la loro terra, che non abbandoneranno i loro fratelli bisonti e lupi. »
«Ottimo amico, tu hai la pelle rossa, ma il cuore! Il tuo è bianco e prima di esso è la testa che fai lavorare. E’ ciò che ti rende figlio di tuo padre, e ciò che ti renderà il mio orgoglioso successore. Temi tu forse qualcosa?»
«Io temo» disse solennemente l’altro, lanciando lo sguardo oltre l’orizzonte scuro «La fine di ciò che conosco»
Immediatamente però Toro Che Cammina In Piedi sorrise, appoggiando una mano sulla spalla del compagno. «E’ un’eventualità assai probabile!»
Monsone Che Tace fece una pausa, al colmo dello stupore. Non riuscì a trovare niente che fosse adatto ad una replica, e così si limitò a dire: «Ma come?»
Allora il Capo Tribù rispose, con tono amorevole. «Molto a lungo, nella mia gioventù, ho viaggiato assieme ai tuoi padri. Non ho davanti tanta strada quanta ne ho alle spalle, ma una cosa so per certa: la fine è ovunque, e risiede in qualsiasi cosa.»
«Mi riferisco alla fine dei mohawk, Grande Capo, io ho timore di perdere la mia prateria. Ho timore di non svegliarmi più con la brezza che spira dagli Appalachi, e di non poter pregare ancora al fiume sacro. Se venderemo la terra, questo è ciò che ci spetta. La fine!»
«L’uomo bianco non sa che non possiamo vendere la terra, poiché essa non ci appartiene. Ed essa non apparterrà mai neanche a loro.»
«Loro si comportano come se potessero rivendicarla.»
«C’è abbastanza spazio per entrambi, mio buon amico.»
«Ciò che dici è vero, ma io non sono sicuro che loro si trovino qui per condividere la terra. Ci cacceranno, ed allora saremo finiti!»
«Finiremo, Monsone Che Tace, finiremo come ogni cosa ha fine. Nel grande ciclo della vita, tutto ha un inizio e tutto ha una conclusione. Essa non è mai un atto definitivo, un istante che pone un limite. E’ sciocco pensare che la fine sia l’ultimo atto di un uomo disperato.»
«E dove siamo diretti, allora?»
«Non mi è dato saperlo e forse riuscirai solo ad intravederlo tu, che hai molti passi da fare ancora nella tua vita. Ma se pensi che siamo diretti alla fine, Monsone Che Tace, allora ti dico che tutti sentieri del bosco portano ad Appalachi, perché è proprio così che funziona!»
«Io credo di non capire» disse l’altro dopo una lunga pausa. «Lasceremo che gli uomini bianchi uccidano i bisonti, che tolgano la terra ai lupi ed agli irochesi nostri fratelli, perché la fine è qualcosa che tutti devono attendersi?»
Pioggia sulla Faccia rabbrividì nel suo nascondiglio. Tutto l’amore per la vita che le faceva scoppiare il cuore toccava lo stesso punto, di tanto in tanto, e cadeva nel baratro della disperazione. Dopo quel pensiero, c’era solo l’abisso. Volle fortemente udire che cosa Toro Che Cammina In Piedi avrebbe detto. Così, trattenne il fiato.
«Ciò che dici è tremendo, ma sono certo che in cuor nostro l’abbiamo pensato tutti almeno una volta.»
«Ciò mi solleva, Grande Capo.»
«Però io ora ti dico una cosa: non temere la fine. Essa per noi non può esistere. Come l’albero non finisce con le punte delle sue radici o dei suoi rami, e l’uccello non finisce con le sue piume e col suo volo, e la Terra non finisce con i suoi monti più alti: così anch’io non finisco con le mie braccia, i miei piedi, la mia pelle, ma mi espando di continuo con la mia voce e il mio pensiero, oltre ogni spazio e ogni tempo.»
«La mia anima è il mondo. La fine è un momento transitorio: una tappa del nostro lungo viaggio. L’animale che muore concima la terra; la pianta che si secca fertilizza il suolo. Da spazio a nuova vita. Non vedere il finale come l’ultimo atto dei secoli dei secoli! Esso è un momento commovente, ma dopo prosegue »
«Prosegue senza limite!»
La gioia che Toro Che Cammina In Piedi poteva esprimere era indescrivibile per qualsiasi altro essere umano. Nella semplicità dei suoi discorsi non tutti riuscivano a cogliere le parole di un uomo retto, ma Pioggia sulla Faccia andò a dormire con un buon pensiero per risvegliarsi con un grande sogno.

 

Io amo la mia terra ed amo la mia gente.
Amo il silenzio del bosco ed il profumo del cielo.
Ogni giorno che passo lontano dalla mia terra io mi ammalo e mi debilito, poiché non posso più vivere senza sapere che morirò sotto i suo cieli meravigliosi. Il mio popolo non parla mai di cosa succede alla fine dei tempi. I discorsi si perdono nelle volute di fumo che esalano dai polmoni e dalle pipe. Le parole si intrecciano come vimini e perdono consistenza in discorsi pieni di cuore e passione. Siamo un popolo d’impulso. Pensiamo col cuore. Amiamo con tutte le nostre forze.
La fine, per noi, è un tabù. Trattiamo ogni piccola conclusione come un nuovo inizio e sappiamo che l’Happy Hunting World è solo la genesi. L’incipit di una terra promessa.
Il gran finale che il pellirossa, guardando il tramonto, si attende. La libertà! Questo Toro Che Cammina In Piedi mi ha insegnato. Ed il mio amore per un uomo infinitamente grande non smetterà mai di scoppiare e rinascere in ogni cosa che mi ricorda il suo cipiglio contemplativo, ed il fumo che sciorinava dalle sue narici come un velo di ragnatele battuto dal vento.

La fine, oggi, è una parola scritta con il sangue della gente.
Il finale è un atto intero, da smembrare: una tragedia che si consuma più lentamente di quanto i nervi possano tollerare, per consentire ad altre vite di germogliare.
Il letto su cui Toro Che Cammina si adagia ora è fresco ed erboso. Non abbiamo potuto seppellirlo, ma la Terra lo riavrà. Il cerchio non è ancora spezzato.
La fine è impressa nell’origine dell’uomo. E’ geneticamente iscritta nella sua identità. Perdere il finale è come perdere se stessi.

Io ho perso me stessa e la mia dignità quando i visi pallidi hanno disperso anche gli ultimi uomini dalla pelle ramata. Ma ho una canzone nel cuore ed uno spirito indomito. Mi ritroverò dove il lupo prega ed il tiranno comanda, ancora una volta, mi ergerò a difesa del mio popolo.
L’acchiappasogni mi ha detto questo, stamane, sul limitare del pianto. Io ve lo riporto affinché la vita non finisca mai.

 

Di notte, quando il gufo racconta dolcemente la storia della tua morte e di tutte
le morti degli uomini della mia gente, sogno di ritrovarti alla fine del Tramonto,
e di sedermi vicino a te, e cantare così:
- Perché tanto presto te ne sei andato via? - 

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Capitolo 2
*** Ts'its'tsi'nako, Donna Pensiero ***


DONNA-PENSIERO
E' SEDUTA NELLA SUA STANZA
E TUTTO QUELLO CHE PENSA
APPARE


«Questa era l’ultima da caricare sulla bombardiera»
Un uomo si stava grattando la faccia con i laidi polpastrelli.
«devo ammettere che pesano tanto. Ho la schiena spaccata in due, dannazione. Mi stai ascoltando?»
Il suo interlocutore non rispose. Se ne stava lì a fissare una bolla di spedizione, picchiettando un pince-nez sulla sozza cartaccia.
«Parleremo a pranzo del mio onorario, boss. Adesso – il diavolo ti porti – puoi prestarmi il tabacco?»

La voce era risuonata nella eco della sua mente, ben lontano da qualsiasi tipo di realtà presente. Si sentiva pesante, ottenebrata. La mente offuscata proiettava ombre che non esistevano, e stemperavano i pensieri in una brodaglia disgustosa. Pioggia sulla Faccia aveva i nervi a pezzi, la bocca saldamente imbavagliata ed ogni singolo muscolo, abbastanza dolente da potersi considerare sotto un forte crampo. Qualcosa di tremendo aveva da essere accaduto.

«Sono tutte qua?» domandò quindi l’uomo che aveva il pince-nez, come se l’altro non avesse mai parlato.
« Andiamo, boss, sì» insistette quindi l’uomo grasso e lurido, con la mano vuota ed ancora tesa per ricevere il fumo. «Tutte tutte, ci puoi scommettere l'anima, boss! Siamo o non siamo in affari da una vita?»
Ancora una volta l’uomo autorevole ignorò l’esortazione irriverente. Quindi, con occhio truce, disse «Te lo chiederò per l’ultima volta, prima di cominciare a sentire odore bruciato»
Il tono non lasciava spazio a menzogne. Dall’altra parte di un’ombra che danzava inesistente oltre lo sguardo appannato di Pioggia sulla Faccia, una voce familiare aveva emesso un rantolo gorgogliante. La centaura si irrigidì, riconoscendo in quel suono il timbro vocale di Cedro Profumato. «Sono tutte qua?»
Questa volta il laido grassone non fu troppo entusiasta. Si passò una mano ansiosa tra i capelli unticci, quindi la lingua sulle labbra secche. «Ora che mi ci fa pensare bene, una potrebbe mancare.»
«Cosa!»
«Ah, ma era smagrita. Era malata. Nemmeno Lisbona l’avrebbe pagata granché. Ammesso che il viaggio non l’avrebbe accoppata, naturalmente – non faccia quella faccia! Non vede che mi vergogno come un ladro?Ah, me misero!»
L’uomo divenne una furia, e con gesto iracondo incollò al muro l’unto faccendiere. Mandava saette dagli occhi, e nei suoi lineamenti s’annidava una belva.
«Non mi tocchi, non mi tocchi! Sant’Egidio mi ha benedetto prima di partire, sono santo, sono intoccabile! Ah! Guardie, guardie, m’ammazzano!» starnazzò l’uomo grasso, messo alle strette con disarmante facilità. Nessuno però venne a soccorrerlo.
Il risoluto indossatore di pince-nez squadrò l’elemento con forte disprezzo. «I patti erano cristallini, vecchia pantegana. Ti ho chiesto tutte le cavalle, e qui ce ne sono solo sei. Ma io te lo posso giurare sul sangue maledetto degli Elmore, ce n’erano otto! Le ho viste correre lungo la prateria che facevano la festa ad un bisonte, tu maledetta serpe in seno! Non ti pago forse abbastanza per le tue puttane, per le tue stupide carte, per i tuoi dadi scialacquatori?! Ti farò fucilare come un cane, ecco cosa farò.»
«Pietà» implorò il vecchio, ridotto ai ferri corti «Risparmia uno stolto che deve pagar i suoi debiti, ma sei cavalle come queste non hanno prezzo. Mille, Centomila sterline cadauna. Seicentomila sterline non le ha mai viste neanche Maria Tudor, tutte assieme. Per due capi, non sarai di certo povero...» Di nuovo e con più voluttà l’idiota venne buttato contro al muro. Emise un grugnito suino, prima di implorare ancora per la sua vita.

Pioggia sulla Faccia era legata impeccabilmente. Non riusciva a muoversi, ma l’odio che l’assalì fu tremendo e totale. Completo. Maledisse il viso pallido, maledisse il buio, maledisse sé stessa e quella stupida lingua che i due parlavano così velocemente che non le era dato capire un accidente. Ringhiò, ma il risultato fu solo un gemito pigro. L’avevano forse drogata? Oh, era troppo... Era troppo anche pensare! Nel dolore e nella solitudine di un buio allucinogeno, Pioggia sulla Faccia perse i sensi.

«Tu ignori un fatto importante» sibilò lentamente l’assalitore, con tono feroce «E non sarà certo la mia voce a rinfrescartelo. Queste amazzoni non devono finire in qualche collezione privata, brutto idiota, sono patrimonio del mondo! Come puoi pensare anche solo di disperderle, abbatterle, consegnarle ai bracconieri! Tu, cane fetente! Quando sono partite? Dove le hai condotte, maledetto quadrumane?! Ti farò pentire d’aver anche solo pensato di fregare me, Phineas Elmore!»
Fu talmente incisivo ed il pugnale sgusciò dalla di lui manica con tanta rapidità, che il vecchio laido non poté far altro che chiudere gli occhi, deglutire e pregare di non orinarsi nelle braghe. Le rughe sul viso di Elmore erano una mappa contorta di rilievi d'impeto rabbioso. I suoi occhi cerulei si increspavano in un mare prima della tempesta. «Ah, tu sei un demonio, ecco che cosa sei, la tua sete di danaro non ha limite! Io, tuo umile aiutante, non posso tenere per me nemmeno una piccola porzione di questa ricchezza, pur se io fatico e mi sganghero le ossa. Tremenda è la tua ira, ed io non posso difendermi… Guardie… Guardie!»
«Ancora parli! Le guardie le ho congedate poc’anzi, affinché fossimo soli ed io potessi lasciarti a morire se m’avessi fregato!»
«Ah, canaglia! Ormai è tardi, è tardi, sono salpate la scorsa notte, le due cavalle, nella stiva dei Pirati del Borneo. Le hanno pagate bene a me, ma certamente il sultano del Varauni le pagherà pure meglio!»
A quel punto l’ira fu incontenibile, e con un enorme manrovescio l’uomo chiamato Phineas atterrò il vecchio, emettendo un grido da tigre. Negli occhi del contrabbandiere si disegnò il panico, e la sete di bieca ripicca.
«Che ti prende ora, Elmore? Ah, lo posso immaginare! La perdita di soldi ti rende una belva! Dì, che cosa s’è venduto tuo padre questa volta per pagare i debiti? TUA SORELLA?»
Fu troppo. Con un sol gesto ben bilanciato, l’uomo trafisse il ventre del vecchio, affondando la lama fino all’impugnatura. Egli, come il suino che era, emise un grugnito strozzato prima di venir meno. Dopo aver gettato in acqua, adeguatamente zavorrato, il corpo di quel faccendiere, Elmore fece ritorno nella stiva. Con aria afflitta s’inginocchiò davanti ad una delle centaure legate ed immobilizzate. Caso volle che essa fosse Pioggia sulla Faccia. L’uomo poggiò due dita sulla gentile guancia dalla pelle ramata. Vide che era svenuta. Nei suoi occhi il furore mutò in compassione ed un piccolo sussurrò scaturì, come un bocciolo, dal fiore delle sue labbra europee.
«Presto.»

Dunque si rialzò. «UOMINI! PARTIAMO PER IL VARAUNI, STIAMO CERCANDO UN PRAHO CHE GARRISCE LA BANDIERA DEI PIRATI DEL BORNEO! ISSATE LA VELA, SALPIAMO SUBITO.»
Un boato redarguì il capitano, e lo scalpicciare di un’infinità di passi segnalò che l’equipaggio si stava mobilitando.

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Il mare era una tavola. Il cielo, rastrellato da nuvole, esprimeva il suo benestare alla spedizione con un fresco vento di potente, che incrementava di parecchi nodi la loro velocità di crociera. Al timone, l’uomo che diceva di chiamarsi Phineas Elmore scandagliava i flutti alla febbrile ricerca del suo obiettivo.
Un tonfo secco proveniente dalla stiva lo rianimò improvvisamente, sul calare del sole. I marinai che lo accompagnavano emisero un fischio, e qualche grido di stupore. Un lupo di mare dai corti capelli e dalla barba incrostata di salsedine zoppicò al luogo dove il capitano s’era chiuso in quel forte silenzio. Con aria piena di ossequi abbassò il capo e mormorò: «Si stanno per destare, buon capitano.»
«E’ troppo presto, ancora»
Il lupo di mare esitò, stringendo nervosamente il cappello. «Il cambusiere ha detto che non possiamo più esagerare con il sedativo delle Antille, o metteremmo a rischio la loro vita.»
Elmore sospirò. «D’accordo, allora. Quanto ci vorrà prima che siano completamente sveglie?»
«Poco. Una mezzora al massimo. E se fossero ostili?»
«Se fossero?» domandò l'altro, sinceramente divertito dall’affermazione.
«Sì, buon capitano. Se fossero ostili?»
Virando leggermente a babordo, Phineas Elmore scoprì i denti bianchissimi mentre il vento gli scompigliava i capelli platinati. «Solo Iddio sa quanto sarei ostile io, se mi ingabbiassero per ammararmi con una ciurma di filibustieri. Ora – per cortesia – prendi il timone. Devo prepararmi»

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Capitolo 3
*** Nuova Amsterdam ***


«Cercate di star calme, signore! Calme! Ogni cosa verrà a suo tempo, e così questa. Ho speso molto tempo per mettere assieme una festa che fosse adeguata a ciò a cui eravate abituate. Siete meravigliose debuttanti, ma chi di voi sarà la prediletta? Chi di voi sarà scelta, questa notte, per accompagnare il pregevole delfino dello Statolder?»
L’uomo in livrea fece una lunga pausa teatrale, scrutando con un sorriso beffardo in quel tripudio di fianchi angolosi, scollature procaci ed enormi gonne vaporose. Taffetà e crinoline come se piovesse, in quell’intrigante gorgo di plissettature sconvenienti.
Un risolino eccitato ruppe quell’attimo di grande attesa.
«Alcune di voi già lo conoscono, il delfino. E sicuramente le litografie non si sprecano qui a Nuova Amsterdam, dove abbiamo il piacere di vivere una delle serate più incantevoli della nostra permanenza. La Compagnia Olandese delle Indie Occidentali non ringrazierà mai abbastanza lo Statolder, Cornelis de Vries, per questa possibilità incantevole. Ed ora, mie care, siate liete! La musica ha inizio e ben presto conoscerete il de Vries che vi sta facendo girare la testa»
Un nuovo risolino e tutto fu pronto per il grande ballo.
Non era nuovo a quel genere di faccende, ma Phineas Elmore trovava l’evento semplicemente insopportabile. Non fosse stato per quello che c’era in gioco, il delfino che a lungo si era dileggiato in discorsi di sperpero e disprezzo non avrebbe meritato il tempo che si stava portando via.
Sorseggiando un bicchiere di spumante italiano confiscato a chissà quale risma di contrabbandieri, l’uomo dava le spalle al salone che si stava riempiendo di coppie e dame solitarie. La musica si librò intessendo nell’aria complesse ragnatele di suoni ed echi, i quali si smarrivano nella lucentezza dei lampadari a gocce di cristallo.
«Nuova Amsterdam risplende, stanotte. Non pensi?»
Una voce parlò alle sue spalle, rivolta a qualcun altro.
La Nova Belgica era un agglomerato di territori rubati a tutto ciò che era giusto e sacro. Un moto di sano disprezzo danzò sulle labbra del navigatore, il quale si passò una mano tra i capelli impomatati. Una rete di cicatrici gli segnava il viso, rendendolo spregevole a molte delle benpensanti che si riunivano in quel genere di posti.
Non era il benvenuto: era semplicemente uno degli uomini più ricchi che la Compagnia delle Indie avesse mai arruolato tra le sue fila. Possedeva molte navi, molte delle quali non erano incrociatori europei ma tecnologia autoctona, requisita o conquistata nelle zone dei Caraibi, rubata a pirati senza Dio.
«Ah! Elmore, il diavolo ti porti!»
Un giovane timbro vocale indirizzò un commento inconfutabilmente rivolto a lui. Tra il tintinnare dei calici e la melodia ricercata, Phineas si sentì battere vigorosamente su una spalla. Un così spiccato distacco dalle buone maniere vigenti in simili occasioni poteva solo essere frutto della mente perversa ed estrosa di Jan Corneliszoon de Vries, il delfino per cui la serata era stata indetta. La sua condotta l’aveva spesso tratto in situazioni sconvenienti, e si diceva che molte donne di Nuova Amsterdam – non necessariamente rispettabili - portassero in grembo il frutto del suo seme. Così il padre, Cornelis, aveva deciso di porre una volta per tutte fine a quella sua vita di incalcolabili scelleratezze. C’era niente di meglio che ammogliarlo ad una frigida nobildonna?
«Quanto tempo è passato dall’ultima volta a Terranova? Vecchia canaglia, non ti smentisci mai. Dove c’è maretta tu ti ci ficchi! Eccoti qua, infatti. Come te la passi, vecchio amico mio?»
Phineas scrutò attentamente il delfino dello Statolder. Un bell’uomo in un vestito plissettato, le scarpe lucide ed il sorriso brillante. Se normalmente Jan era uno sciupa femmine a suo agio col mondo, quel giorno sudava. Sulla sua fronte incipriata si addensavano goccioline che assimilavano la polvere cosmetica prima di piovere giù. E in quell’amichevole gesto non era riscontrabile nessun rapporto che i due avessero vissuto in precedenza.
«Jan, che piacere» disse Phineas senza nessun tipo d’entusiasmo «Tutte queste donne ti mettono forse a disagio? O forse si tratta del fatto che ne hai già conosciute metà?»
Il delfino non rise subito. Scrutò l’uomo che aveva davanti finché un sorriso non si aprì sul viso martoriato dalle cicatrici, e cogliendo lo scherzo solo in quel momento si lasciò andare ad un nervoso scroscio di sorrisi.
«La solita canaglia! La metà, oh! Mi fai più abile di quello che sono, buon vecchio amico mio» esclamò servendosi «Magari una decina, ma con garbo. Voglio dire: le ho baciate, prima!»
Phineas sapeva che questo era il massimo dello spirito umoristico che il delfino riusciva a contemplare: battute sessiste e spoglie, prive di ogni tipo di verve. Tirò le labbra a mo’ di espressione divertita.
«Mio padre si sta mettendo in un bel guaio, ad impilare tutto questo sangue blu in un’unica stanza. Sento che saranno guai, se nell’euforia generale salterà fuori qualcosa di… Poco edificante sul mio conto»
«Non è un problema che devi porti, caro Jan» disse Phineas senza scomporsi «Questa è una festa in tuo onore. Sarai osannato e ricoperto di gloria. Non della sudicia realtà, per quanto sia essa vicina.»
«Ma quello che mi preoccupa è il dover sposare una di queste vuote ballerine. Non ho nemmeno venticinque anni, e già mio padre vuole zavorrarmi l’esistenza. Sono tutte uguali. Non mi permetterebbero di mollare gli ormeggi. Non potrei portarmele appresso, perché sverrebbero solo a toccare il cibo di cambusa. Non vedrei più l’Europa, se mi ammogliassi con una di queste svenevoli sgualdrine!»
Nonostante il tono fosse cautamente basso, Phineas ebbe un sussulto per quell’esecrabile carognata.
«Ma ce n’è una diversa. Una che ha tutte le carte in regola. Però non è qui, e dovrebbe. Con lei, son certo, non abbandonerei mai i miei sogni. Mi seguirebbe in capo al mondo. Ed io, son certo che sarebbe perfetta. Ma è presto per parlare. Tua sorella, dov’è tua sorella? Doveva esser già qui, e non la vedo. Desidero farlo, ho bisogno di guardarla!»
«Mia sorella!» sussultò Phineas, incrinando il vetro del bicchiere senza rendersi conto.
«Lei, Elmore. Dov’è Beatrice? Lei mi rischiarerebbe questa cupa serata, da cui non vedo uscita.»
Phineas dovette trattenere la sua irruenza come non era più abituato a fare. Le lunghe settimane trascorse in mare, dove le leggi dell’uomo erano fiacche ed inconsistenti, l’avevano reso una belva feroce. I combattimenti con i pirati del Borneo l’avevano completamente trasformato, ed ora bastava un damerino a farlo scattare come un ghepardo. Picchiando forte il pugno contro al tavolo, lasciò che ancora una volta il disprezzo gli incendiasse lo sguardo.
«Beatrice farà tardi» disse quindi, dopo essersi calmato a stento.
«Ah, peccato! Peccato! Georgette! Sublime visione, permettetemi di essere il vostro umile servo per qualche momento. Che cosa vi porto?»
Una risatina e passi che s’allontanavano. La festa era appena cominciata e già Phineas voleva divincolarsi da quell’insopportabile cappio che era il suo colletto.
Desiderò inoltre che Beatrice mancasse l’ultima carrozza.
Nonostante non si vedessero da otto mesi, nonostante avesse fatto recapitare le cavalle al suo domicilio per recuperare le due rimanenti, l’idea che Jan Corneliszoon de Vries potesse chiederla in sposa gli dava il voltastomaco.
Quando i suoi pensieri furono abbastanza densi da assomigliare al fumo, una voce lo richiamò alla realtà.

«Eccoci qua, fanciulla! Eccoci qua»
«èccocee quà!»
«Eccocee! Come sei buffa!»
«Grazie»
«No, no, ah! Non dire grazie, no! Quando ti dicono che sei buffa, non ringraziare! E’ molto indelicato.»
«In-indee…Lycato.»
«Precisamente! Poco bello! Ah, mia cara, siamo arrivate. L’abbiamo fatto aspettare così tanto che sarà infuriato, ma non importa»
La ragazza dalla parlata fluente spiccava tra la folla come se una luce intensa la tenesse al suo centro. Sprigionando armonia come gli angeli irradiano splendore, ella non era solita rispettare canoni estetici o basarsi sulla convenzionale moda in vigore.
Amava gli animali. Li venerava, e desiderava imitarli.
Quel giorno, Beatrice era un pavone. I capelli rossi, adorni delle piume dell’animale, ricadevano in ampi vezzi e cuffiette slacciate, apparentemente dimenticate nel tripudio di boccoli. Nel suo sguardo c’era il mattino e nei suoi movimenti si dibatteva un cigno. Con aria sognante la ragazza poggiava lo sguardo sulle donne e si capiva da come le sue labbra si storcevano appena che le apprezzava, profondamente, restando incantata dai lustrini e dalle loro adorne parrucche.
A braccetto stringeva una donna dall’incarnato mulatto e lo sguardo allucinato. Vestita come una dama di compagnia, ella continuava ad inciampare in stivaletti di una misura forse più piccola, ed il suo petto esplodeva in un corpetto di buon gusto, ma misura errata. Il suo naso, prominente, scendeva sul viso come la gobba della luna. Nella complessità di elementi che dominavano la sua espressione, la curiosità impaurita spiccava, rendendola sparuto leoncino. O forse, sparuta cavalla.
Ma cavalla non era. Non ora.
Phineas corse loro incontro, affrontando sin dal primo istante la questione mentre il sangue gli si gelava nelle vene. Così tuonò, ammonendo con gravità la sorella Beatrice. «Che ci fa lei qui! Chi ti ha dato il permesso di vestirla in questo modo
La rossa portò le mani ai fianchi e poi spiccò un poco formale balzello per saltare la collo del consanguineo. Un sorriso dipinse un’alba formidabile in quei lineamenti che abbagliavano, e Phineas temette con rinnovato vigore le malie del delfino.
«Fratello! Mio bel fratello, mi siete mancato da spezzare il fiato, non c’è stato giorno in cui non rivolgessi una preghiera per la vostra flotta. Lasciate perdere Pioggia sulla Faccia, lasciate che viva un po’ di esperienze nuove. Mi ha promesso che mi farà vedere il suo villaggio, e così saremo bell’e pari.»
Phineas non poté che lasciarsi scappare un breve gemito. «Il suo villaggio? Non penso…»
Beatrice lo fissò, incuriosita. Nella sua beata ignoranza, anche Pioggia sulla Faccia rivolse un’occhiata incuriosita a Phineas.
«Non penso che… Sia il posto giusto per te.»
Come dirlo? Come spiegare a Pioggia sulla Faccia che il suo villaggio non c’era più, che nessuno era sopravvissuto a parte quelle otto donne ed un piccolo assortimento di uomini? Come spiegare ad una nativa americana travestita da damigella – così buffa! – che la sua stirpe era stata spezzata per sempre?
Lui aveva fatto quello che poteva. E quella, certamente, non era la sede giusta per discuterne.
«Siete il solito prammatico. E’ una parola molto importante, sapete, fratello. Significa che non badate mai ai principi teorici ma all’applicazione dei fatti.»
«E’ forse errato?»
«No, ma è deprimente. E voi non siete deprimente. Siete il fratello che mi porta a casa le stelle marine, le conchiglie esotiche. Siete il fratello che mi ha donato quello splendido barbagianni! Mi becca sempre»
«Non è un animale da compagnia, e dovrebbe stare in un’uccelliera» mormorò Phineas, scostandole una ciocca di capelli dal viso.
«Pioggia sulla Faccia dice che l’uccelliera è una prigione. Io sono d’accordo con lei, non possiamo tenerlo in gabbia. Io, in gabbia, non vorrei viverci affatto. Vero Pioggia?»
«Grazie»
Beatrice scoppiò a ridere. «E’ un caso disperato! Ma è dolce che mi commuove sempre, quando la vedo guardare dalla finestra con quegli occhi densi.»
Phineas non si scompose. «Oggi stai bene?»
«Benissimo. Il medico dice che sono i salassi. Ma io non ci credo molto, Fratello. Penso che beva il mio sangue di nascosto»
Phineas rise forte. «Che sciocchezza è questa!»
«Nessuno può volere così intensamente come il dottor Hamilton che qualcun altro si levi tutto quel sangue. Mi gira la testa anche adesso. O forse è il vino?»
«Non ne hai ancora bevuto»
Breve pausa. «Ah, è molto vero. Pioggia sulla Faccia, dobbiamo ri-»
Fu interrotta dall’incedere irruento sulla scena di Jan de Vries, il quale accalappiò la mano di Beatrice Elmore come si afferrano le cose di poco valore.
«Beatrice! Mi concedete l’onore di questo ballo?»
La ragazza fissò Phineas, la rabbia del quale svaporò in un sospiro. «Ti tengo d’occhio, Jan»
«Sarò un signore» mormorò il delfino gonfiando il petto.
«Perché? Adesso siete forse una signora?» domandò Beatrice, lasciandosi portare.
Jan restò perplesso, e poi un sorriso mandrillo gli dipinse il volto.
«Simili constatazioni si fanno solo dopo un’accurata ispezione»
«Canaglia spregevole!» ringhiò Phineas, ma s’erano già allontanati. Pioggia sulla Faccia si stringeva nelle spalle, fissando l’unico appiglio in quella balorda realtà che s’allontanava lasciandola sola.

Il carosello di gonne variopinte che volteggiava nella sala ipnotizzò la mente elementare di Pioggia sulla Faccia. Nei suoi occhi una meraviglia artificiale si addensava piena di domande che non poteva esprimere nella lingua corrente. Un culminare di sensazioni, tra cui un mal di piedi da manuale, la fece infine rabbrividire, e cercare l’uscita con l’occhi.
Phineas notò questo suo disagio, e le si avvicinò offrendole un bicchiere.
«Mi dispiace che tu sia stata vittima dell’estro di Beatrice. Ti direi d’andare a casa, ma non sapresti come fare. Mi capisci quando parlo?»
«Grazie.»
«Ah!» esclamò Phineas trattenendo a stento un sorriso. La donna-centauro rise di rimando, senza nessun motivo preciso. Era bella, ma non come Beatrice. Il suo aspetto era selvaggio ed i vestiti stonavano con la natura libera che sprigionavano i suoi lineamenti, ma nessuno poteva indugiare su quel viso considerandolo meno di splendido. Senza pensarci due volte, Elmore tese la mano in direzione di Pioggia sulla Faccia.
«Mi concede l’onore di questo ballo?» dichiarò Phineas, esibendo un piccolo inchino.
«Phineas Elmore!»
A quel punto davvero Phineas non poté trattenere un moto d’entusiasmo che spazzava via ogni turbamento, e determinato più che mai a seguire Beatrice, decise di afferrare il braccio di Pioggia sulla Faccia e tirarla a sé, aiutandola a sistemare la postura. Una mano sulla schiena per far sì che la mantenesse dritta, l’altra ben tesa in avanti, stendendo anche il braccio di lei. Con sguardo eloquente, la invitò a seguirlo.

Dal canto suo, la nativa americana non aveva mai ballato niente del genere. Il contatto era troppo, per i suoi gusti, ed immediatamente cercò di divincolarsi. Ma Phineas la trattenne.
«No! Calma. Ballare. Facile. Piano piano»
E così, ebbe inizio la piccola esibizione.
Nessuno era ovviamente interessato a loro se non per interesse morboso nei confronti di un sangue blu che danza con una schiava. Dal loro piccolo angolo di pista, passo dopo passo, sveltirono l’efficienza dei movimenti.
Nei piccoli attimi che precedevano un inciampo, Phineas la sorreggeva ed incoraggiava con un sorriso. Con aria assorta, Pioggia sulla Faccia cercò di imparare.
«Non era mia intenzione strapparvi alla vostra terra. Ho fatto quello che ritenevo giusto per la Compagnia delle Indie. Ma non posso dire di essere fiero di quello che è successo. Mio padre»
Era evidente che Pioggia sulla Faccia non riuscisse a capire. Ma che importanza aveva?
«Cerco sempre di scusarmi facendo scudo col suo corpo. E’ anche colpa mia, ma mi farò perdonare. Ti porterò nella Foresta Amazzonica. Non saranno gli Appalachi… »
«Appalachi?» mormorò lei, che in quei suoi monosillabi assomigliava sempre più ad una bambina.
«Sì, sì. Gli Appalachi. La Terra degli Irochesi. Ah, non è più vostra. Ma manterremo viva la tradizione, il buon Dio mi è testimone. Lotterò per quello che ho commesso»
Anche la musica tacque, allora, in testimonianza di queste ultime parole. Un sudario di pietose menzogne e futuro tradimento.
Quando essa riprese, riprese anche la danza. E Pioggia sulla Faccia parlò:
«Appalachi. Io.»
Musica.
«Presto» mentì, conducendola con gentilezza e maestria verso un angolo meno affollato.
«Presto» rispose lei, saltellando per evitare un ingombrante strascico.

Phineas si rabbuiò. «Grazie per aver passato del tempo con Beatrice. Non sai la lingua, ma avrai capito che è una ragazza un peculiare»
«Ha fegato da vendere. Ma la testa? Quella a volte si spegne come una candela, e lei raggiunge i suoi posti personali dove nessuno può arrivare a prenderla. Nessuno, neanche io. Allora chiamiamo il dottore, e speriamo che si sistemi tutto. A volte funziona»
«Ma perde il contatto con la realtà. Regredisce fino all’innocenza! E’ possibile? Lo è. Le accade. E io ho paura che un giorno vada in uno di quei posti»
I suoi occhi si fecero opachi. Pioggia sulla Faccia studiò attentamente questo evento.
«E non torni più»
Allora la nativa americana sollevò un braccio e deterse la lacrima di Elmore. Materna, lo accudì in un volteggio prima di marcare un sorriso sulle labbra d’ocra. Poi disse:
«Beatrice, meravigliosa! Wakan Tanka chiama meravigliosa, e lei andare. Ma torna»
«Sempre torna»
Phineas sospirò piano, lanciando uno sguardo alla sorella, oltre la folla. «Mia bella squaw… Chi ha rapito chi? Credo di averlo appena dimenticato!»
--------------------- Il fatto che il valzer sia nato tipo 200 anni dopo è un dettaglio. Ehm.

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