Uno scandalo pericoloso

di telesette
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prima Parte ***
Capitolo 2: *** Seconda Parte ***



Capitolo 1
*** Prima Parte ***


Mimì e le ragazze della pallavolo ( あしたへアタック! Ashita e Attack, o letteralmente: "Attacco verso il domani" ), è uno spokon anime prodotto nel 1977 dalla Nippon Animation in 23 episodi. È stato trasmesso per la prima volta in Giappone a partire da aprile 1977 e in Italia da Italia 1 a partire da settembre 1982, replicata successivamente dalla vecchia Telemontecarlo ( oggi La7 ) e da varie emittenti locali. La storia non ha alcun riferimento diretto con la più celebre Mimì e la nazionale della pallavolo ( Attack No. 1 ), edito nel 1969 e anch'esso incentrato sulle vicende pallavolistiche della giovane protagonista. 
Il club di pallavolo del liceo internazionale Tachibana è stato sciolto a causa della tragica morte di un'allieva; si racconta addirittura che il suo fantasma si aggiri ancora nella sede del club. La bella e determinata Mimì Miceri ( Mimi Hijiiri nella versione originale ), anch'essa allieva della scuola, si impegna con tutte le sue forze per riaprirlo, lottando contro l'indifferenza se non l'avversione degli altri studenti. Affrontando molti problemi che sembrano più volte minare il suo progetto, riesce finalmente a formare una squadra di sei ragazze per poter partecipare ai campionati giovanili.

 

clicca qui per vedere la sigla italiana:
http://www.youtube.com/watch?v=feCqnK9_mN0

 

 

Uno scandalo pericoloso

 

 

- Questo articolo è spregevole e vergognoso, quanto lo è la persona che ha scattato queste fotografie!

Così dicendo, Mimì sbatté il contenuto della rivista scandalistica sulla scrivania del direttore che ne aveva autorizzato la pubblicazione. Nelle foto, sotto alcuni titoli scritti a grandi lettere rosse, vi erano infatti raffigurate i membri della squadra nazionale femminile di pallavolo al completo.
Gli scatti erano chiaramente "rubati" di nascosto, riprendendo le atlete negli spogliatoi svestite o con addosso solo la biancheria intima; oltre a ciò, il giornalista che aveva scritto l'articolo si era permesso di fare una serie di battute piuttosto volgari e indecenti sul sex-appeale delle ragazze in questione.
Tanto Mimì quanto l'allenatore, il signor O'Hara, erano profondamente disgustati da questa cosa.
Il direttore invece, levando con noncuranza il fumo del suo sigaro, si limitò a rispondere loro con una smorfia irritante e grande tranquillità.

- Non c'è bisogno di farne un dramma, signorina Miceri - disse l'uomo con un sorriso ipocrita. - Il nostro giornale si occupa di dare al pubblico le protagoniste dello sport in modo osé: le nostre pagine trattano questo genere di foto ogni giorno e, a dispetto di chi lo trova moralmente discutibile, nessuna Legge ne ha mai proibito l'uso o la pubblicazione...
- Questo non la giustifica lo stesso - ribatté il signor O'Hara. - Esiste un limite al gossip e alla ricerca di scandali, in base alla tutela della privacy; scattare foto del genere, all'insaputa dei diretti interessati, costituisce di fatto un abuso gravissimo nei confronti della persona e della dignità umana!
- Via via, cerchi di calmarsi adesso - tagliò corto il direttore, aspirando un'altra boccata di denso fumo grigio dal grosso sigaro puzzolente. - L'intimità delle ragazze non è stata violata, guardi lei stesso: alle nudità è stato apposto il rettangolo di censura regolamentare, onde rispettare la decenza di cui parla, e comunque mi risulta che le dirette interessate siano tutte maggiorenni...
- E questo cosa vorrebbe dire ?!?

Mimì era furibonda.
Per quell'uomo orribile e disgustoso, lei e le sue compagne di squadra erano dunque solo delle modelle da esporre al pubblico ludìbrio.
Il fatto che fossero maggiorenni, giustificava forse la loro immagine sulle pagine platinate di una simile porcherìa?
Le riviste a caccia di scandali erano lecite ricorrere a qualsiasi appiglio, pur di non incorrere in guai né sanzioni penali, e a nulla valeva il disprezzo o la comprensibile reazione di Mimì dinanzi a quello schifo.
Il direttore rise sguaiatamente, alla richiesta di O'Hara di ritirare le riviste dal mercato, e anzi ribadì che non aveva mai venduto così tante copie in un solo giorno.

- Se un giorno lei e le sue colleghe decideste di ritirarvi, potreste sempre prendere in considerazione un'attività meno faticosa... e molto più redditizia!

Mimì strinse rabbiosamente il pugno lungo il fianco, gli occhi lucidi di rabbia, tuttavia si trattenne facendo mostra di un'incredibile calma e controllo dei propri nervi.

- D'accordo, allora - esclamò la ragazza decisa. - Dal momento che, come giustamente ha sottolineato, io e le mie compagne siamo tutte maggiorenni... ebbene la informo che sporgeremo tutte quante denuncia contro la sua rivista, per la violazione dei diritti sulla nostra immagine!
- Ma certo, ci mancherebbe, è vostro pieno diritto - fece il direttore spavaldo. - Sarà divertente per voi rendervi conto in che cosa consiste l'organo giudiziario, davanti al sommo potere del denaro!
- Ne riparleremo in Tribunale - concluse Mimì gelida.

Ciò detto, Mimì e il signor O'Hara uscirono senza aggiungere altro.
Il direttore ripensò mentalmente alle parole della ragazza e, riflettendoci sopra, il sorriso scomparve tosto dalle sue labbra.
Non era la prima né l'ultima volta che una stupida si credeva in grado di cambiare le regole del mercato scandalistico ma, vedendo quanto era ottusa e determinata quella ragazza, l'odioso direttore Genzo Shimura percepì chiaramente il tono della minaccia in lei.
Mimì Miceri era una figura di spicco, la più famosa tra le giocatrici di pallavolo attualmente seguite in Giappone, e poteva rivelarsi estremamente pericolosa ai suoi affari.
Forse doveva prendere in considerazione di agire in maniera diversa, prima che costei potesse risultare un problema serio per la sua attività.

- Sarà meglio dire ai ragazzi di fare un lavoretto extra, con quella!

E nel sollevare la cornetta del telefono, digitando velocemente un numero scritto in una piccola agenda di colore scuro, Shimura attese con pazienza che il centralino lo mettesse in comunicazione coi suoi scagnozzi più fidati.

- Pronto?
- Sono io - esclamò Shimura sottovoce, accostando la mano alla bocca per timore di essere sentito. - A proposito di quella giocatrice di origine italiana, Mimì Miceri, ho cambiato idea!
- In che senso?
- Che voglio il solito servizio "esclusivo" - sottolineò l'uomo, con una nota sinistra nella voce. - Un lavoretto pulito, primi piani compresi, e assicuratevi che capisca quanto le conviene collaborare!
- D'accordo, ricevuto!

 

( continua )

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Capitolo 2
*** Seconda Parte ***


Quella sera, uscendo dal ristorante, Mimì fece la strada per rientrare in albergo dove lei e le sue compagne di squadra erano alloggiate.
In genere era abituata ad andare in giro da sola, anche col buio e in condizioni di scarsa illuminazione, ma mentre camminava si domandò se fosse il caso o meno di prendere un taxi. Non era una ragazza impressionabile, ma nemmeno un'imprudente sconsiderata, solo che non riteneva opportuno l'uso della macchina per pochi isolati a piedi.
L'albergo era a meno di dieci minuti dal ristorante, una passeggiata tranquilla e i lampioni illuminavano chiaramente la strada, cosicché Mimì valutò di lasciar perdere il telefono a gettoni e affrettò invece il passo sul marciapiede.
Sembrava tutto tranquillo.
A parte due utilitarie coi fari accesi che venivano in direzione opposta alla sua, proseguendo poi lungo la strada, gli unici altri rumori attorno a lei erano il frinìre degli insetti e le cartacce sbattute qua e là dal fresco vento notturno.
Mimì non fece nemmeno attenzione all'individuo che se ne stava fermo a fumare sotto la luce di un lampione, limitandosi ad aggirarlo e passare oltre, tuttavia avvertì istintivamente una strana sensazione di pericolo.
La strada passava attraverso un piccolo ponte, in un tratto piuttosto isolato, e qui la ragazza intravide un paio di scure sagome che le sbarravano il passo. Ovviamente fece per tornare indietro ma, come ebbe voltato il cammino, incrociò lo stesso individuo di prima con aria minacciosa.
Non era una coincidenza.
Chiunque fossero, quei tizi ce l'avevano proprio con lei.
Subito si guardò attorno, cercando un varco per potersi allontanare di corsa da quella situazione, ma sia davanti che dietro la strada era bloccata.

- Chi siete? - domandò. - Che cosa volete?

Per tutta risposta, i tre misteriosi individui le si strinsero attorno lentamente.
Mimì sentì il sudore freddo scenderle lungo la tempia.
Aveva paura.
Non si era mai ritrovata alle prese con dei balordi, né immaginava certo di trovarsene davanti alcuni proprio quella notte, e costoro non avevano certo buone intenzioni nei suoi confronti.
D'istinto provò ad aggirare l'individuo magro davanti a lei, il quale si spostò rapidamente di lato per intercettarla, e subito gli altri due le scivolarono in silenzio dietro le spalle per impedirle di scappare. Prima che potesse anche solo rendersene conto, due mani robuste la afferrarono saldamente per i polsi, facendole sgranare gli occhi, e uno di loro tirò fuori un coltello a serramanico dalla lama sottile e affilata.

- Lasciatemi - urlò. - Vi ho detto di lasciarmi, oppure chiamo aiuto!
- Strilla pure quanto ti pare - disse impassibile l'uomo armato. - Tanto nessuno potrà sentirti, a quest'ora!
- Sorrida, signorina Miceri - esclamò il terzo, tirando fuori una grossa macchina fotografica. - Abbiamo tutta la notte per farle delle bellissime foto...

Improvvisamente Mimì comprese ciò che stava accadendo.
Costoro dovevano essere al servizio di quel verme di Shimura, direttore di quella sporca rivista fotografica, e le loro intenzioni erano fin troppo chiare.
Grazie ai suoi riflessi straordinari, temprati da anni di allenamento intenso, Mimì riuscì a divincolarsi in qualche modo della stretta sui polsi e a spingere via il primo aggressore ma... cogliendo al volo il suo tentativo di ribellarsi, il secondo armato di coltello sapeva benissimo come ridurre la ragazza a più miti consigli.
Mimì fece per spiccare uno dei suoi balzi elastici, onde evitare la lama del coltello e proseguire poi di corsa, ma il suolo umido e scivoloso del ponte non era certo paragonabile al parquet del campo di gioco. La caviglia inciampò malamente, facendole perdere l'equilibrio, e il sicario le fu subito addosso. Il coltello cadde a terra, con un secco tonfo metallico, e la ragazza si ritrovò nuovamente afferrata per i polsi con incredibile violenza.

- Ti conviene stare buona, ragazza - le intimò costui. - Altrimenti ci costringerai a farti molto ma molto male!
- Vigliacchi... Ah!

Lo schiaffo che questi le diede, segnandola con un grosso livido sulla guancia, ebbe lo stesso effetto di una pallonata in pieno volto. Stordita e confusa dalla violenza del colpo, Mimì si ritrovò le braccia immobilizzate dietro la schiena. Nel frattempo l'altro tizio, l'energumeno che aveva provato a spingere da parte, l'afferrò brutalmente da sotto le spalle per impedirle ogni minima possibilità di fuga.

- Dannata sgualdrina - sibilò l'energumeno. - La sistemo io come si deve, questa troia...
- Con calma - lo ammonì l'altro. - Il nostro amico deve fare un bel primo piano, non possiamo mica deluderlo!
- Tenetela così, per favore - esclamò il fotografo, puntando l'obiettivo sull'espressione livida e attonita di Mimì.

Col labbro sanguinante, e le braccia così strette da rallentare la circolazione del sangue, Mimì realizzò a tratti cosa costoro le stavano facendo. Il fotografo la stava immortalando con un cinismo indescrivibile, come se gli aggressori che la tenevano ferma fossero niente di più che una semplice cornice di sfondo, e indugiando in particolare sulle curve che trasparivano evidenti da sotto l'uniforme universitaria.

- Sollevale il mento, piano, così...

Rabbrividendo per la repulsione, Mimì si ritrovò la testa alzata dalle stesse dita che l'avevano presa a schiaffi.
Non solo le stavano usando violenza in piena regola ma, mentre lo facevano, sembravano addirittura divertirsi.
Era divertente prendersela con una ragazza sola e inerme, costringerla all'impotenza con l'uso della forza fisica, davvero una cosa di cui andarne fieri.

- Queste foto andranno a ruba: "la grande Mimì Miceri, stella della pallavolo giapponese, picchiata e brutalizzata da ignoti aggressori"... Roba da prima pagina!
- Cosa... Cosa volete... farmi ? - gemette Mimì con un filo di voce.
- Solo insegnarti ad essere più docile - rispose il secondo aggressore, mollandole un altro schiaffo. - Non fai più tanto la spavalda, eh... Puttana!

Ancora uno schiaffo.
Stavolta fu talmente forte che, strappandola dalle braccia dell'energumeno, l'impatto la scaraventò a terra.
Il piccolo fiocco rosso tra i suoi capelli si ruppe, cadendo miseramente in una pozzanghera, e lei rimase immobile ad osservarlo con occhi pieni di lacrime.

- Non credere che sia finita - esclamarono ambedue gli aggressori, stendendola con le spalle al suolo e tenendole ancora una volta le braccia bloccate. - Abbiamo appena cominciato!
- Ptuh!

Non potendo fare altro, Mimì sputò direttamente nell'occhio del tizio sopra di lei.
Questi si arrabbiò moltissimo, gonfiandole la faccia a suon di sberle e urlandole contro ogni genere di insulti, fino a che non si rese conto che era del tutto inutile continuare a picchiarla.
Ormai Mimì era sconvolta, distrutta a livello fisico e mentale, perciò non aveva più nemmeno la forza sufficiente per ribellarsi.
Da sopra la testa del seviziatore, il fotografo non smetteva di fare scatti, riprendendo tutta la scena con fredda e matematica precisione.

- Bene così, d'accordo - mormorò soddisfatto, continuando a fare foto una dietro l'altra. - Spogliala, adesso, aprile la camicia!
- Con piacere - rispose l'altro, recuperando il coltello da terra e lacerando la stoffa e i bottoni di lei con un sol colpo.

Mimì sbarrò gli occhi in preda al terrore, come costui prese a denudarla selvaggiamente, e si ritrovò in mutandine e reggiseno totalmente in balìa di quei farabutti. D'istinto provò a scuotersi e ad agitarsi, facendo appello alla forza della disperazione, ma i suoi muscoli erano acqua in confronto alla forza animalesca degli aggressori.

- Davvero un bel bocconcino - osservò il fotografo, attraverso l'obiettivo. - Lasciala così un momento, fammela fotografare per bene!
- D'accordo, ma sbrigati - rispose l'altro, allentandosi la patta dei pantaloni. - Ho fretta di passare ad altro!
- Oookay!

L'unica cosa che Mimì era in grado di vedere e sentire, attraverso le lacrime che le bruciavano in modo indescrivibile, erano le ombre sfocate degli aggressori e la raffica di scatti che riprendevano il suo corpo seminudo riverso sulla strada.

- D'accordo, Iruda, ascolta - fece dunque il fotografo rivolgendosi all'energumeno. - Sollevale la schiena, come se stesse seduta, e stringile il reggiseno con entrambe le mani...
- Così, giusto? - Bravo e, non appena te lo dico, glielo strappi a metà!
- No - gemette Mimì inorridita. - Per favore, no... Non voglio!
- Risparmia il fiato, bellezza - sorrise sadico l'uomo con il coltello. - Nessuno può sentirti, te l'ho detto!
- LASCIATELA ANDARE, MALEDETTI !!!

Sorpresi dal sentire quell'urlo, i tre si voltarono e videro un giovane dai capelli scuri attraversare il ponte di corsa. Costui ripeté di nuovo che la lasciassero andare, al che il fotografo si fece da parte lasciando agli altri due il compito di sistemare quell'impiccione. Il giovane non si lasciò impressionare, né dal numero né dal coltello che uno di loro teneva in mano, e anzi si fece sotto coraggiosamente usando l'ombrello a mo' di bastone.
Fu in quel momento che, alla tenue luce che illuminava il suo volto, Mimì riconobbe nel suo insperato soccorritore il suo amico e compagno di scuola Max Hikitto.
Voleva gridare, voleva urlargli di stare attento, ma lo shock e la paura le impedivano quasi di respirare. 
Max si lanciò all'attacco come una furia, chinandosi per schivare il pugno dell'energumeno, e menandogli il manico dell'ombrello proprio sui denti. L'energumeno ruggì di dolore, la mascella spaccata e sanguinante, tenendosi il volto con tutte e due le mani. Incurante della cosa, l'uomo armato di coltello si fece dunque avanti per affettare il giovane alla pancia come un coniglio.
Max sentì la lama tagliente sul dorso della propria mano, costretto dunque a lasciar cadere l'ombrello, e tuttavia ingaggiò un corpo a corpo estenuante per disarmare l'aggressore. La punta affilata scintillò a pochi centimetri dal volto, rischiando seriamente di piantarglisi in mezzo agli occhi, tuttavia Max reagì abilmente e spinse l'avversario contro il parapetto del ponte. L'arma sfuggì di mano all'aggressore, scomparendo così nell'acqua sottostante, e Max gli sferrò un pugno al mento con la mano sana per buona misura.
Barcollando come un cieco, nel vano tentativo di stritolargli la testa a mani nude, l'energumeno cercò di afferrare Max da dietro le spalle. Questi però, spostandosi agilmente di lato, fece in modo di indirizzarlo contro il suo stesso compagno. Sotto il peso combinato dell'energumeno e di quell'altro, la sbarra che chiudeva il parapetto del ponte si sganciò dal supporto ed entrambi caddero di sotto urlando.
Vedendo la piega che aveva preso la situazione, il fotografo pensò bene di mollare a terra la macchina fotografica per alleggerirsi e darsela così a gambe levate. Invece di inseguirlo, preoccupato soprattutto per le condizioni di Mimì, Max tirò dunque il fiato e si avvicinò alla ragazza per sincerarsi che stesse bene.

- Mimì - esclamò lui sconvolto. - Mimì, stai bene?

La poverina era rannicchiata a lato del ponte, con le ginocchia strette contro il petto, tremante come una foglia e con gli occhi fissi nel vuoto. Un po' impacciato, a causa della mano ferita, Hito si tolse dunque la giacca per avvolgergliela sulle spalle e cercare di tranquillizzarla.
Era chiaro che Mimì fosse profondamente scossa dall'accaduto.
Ci vollero diversi istanti, prima che si rendesse conto della giacca sulle sue spalle e del volto gentile di Max accanto a lei.

- M... Max - mormorò.
- Sì, sono io, Mimì - rispose lui, guardandola negli occhi con fare rassicurante. - Ti hanno fatto del male? Non sei ferita, vero?
- N... No...

La fanciulla era quasi incapace di articolare le parole. 
Max comprese che era necessario avvertire subito la polizia e denunciare l'accaduto ma, come fece per alzarsi, si rese conto che Mimì aveva stretto istintivamente la propria mano alla sua. Anche se non era in grado di connettere, data la terribile esperienza appena vissuta, era chiaro che Mimì avvertisse il bisogno dell'unica presenza amica lì attorno.
Max Hikitto si era sempre dimostrato buono e corretto con lei, sincero e generoso come pochi altri, a volte persino più di un semplice amico.
In realtà Hito era follemente innamorato di Miceri, fin dal giorno in cui era quasi arrivato a confessarglielo, ma troppo pudico per dichiararsi apertamente. Vedendola in quelle condizioni, ferita e sconvolta, un altro avrebbe forse potuto approfittare della situazione... ma non lui. 
Max voleva bene a Mimì, le voleva bene sul serio.
Aspettando pazientemente che lei fosse in condizioni di parlare e di rialzarsi, Max le aggiustò meglio la giacca addosso, chiudendole i bottoni perché non prendesse freddo e mormorandole chiare parole di conforto.

- Va tutto bene, Mimì - sussurrò. - Sono qui, non ti lascio da sola, stai tranquilla!
- Oh, Max... Max!

Nel sentire le parole dell'altro, malgrado le immagini orribili che ancora le attanagliavano la mente, Mimì ritrovò nella sua voce il calore di cui aveva bisogno per riprendersi. I suoi occhi ripresero a poco a poco la solita lucentezza, piangendo lacrime di commozione, e d'istinto si buttò in avanti ad abbracciarlo come non aveva mai fatto prima. 
Max non disse nulla.
Semplicemente chiuse gli occhi, accarezzando piano i capelli della sua dolce Mimì, e ringraziando il cielo di essere giunto appena in tempo per salvarla.

 

FINE

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