André, esisto solo grazie a te

di Azzurraceleste
(/viewuser.php?uid=469445)

Disclaimer: Questo testo proprietà del suo autore e degli aventi diritto. La stampa o il salvataggio del testo dà diritto ad un usufrutto personale a scopo di lettura ed esclude ogni forma di sfruttamento commerciale o altri usi improri.


Lista capitoli:
Capitolo 1: *** capitolo 1 ***
Capitolo 2: *** capitolo 2 ***



Capitolo 1
*** capitolo 1 ***


1

 
 
Fersen era venuto a fare una visita di cortesia a palazzo Jarjayes.
Di nuovo.
Il suo arrivo era stato tanto inaspettato quanto poco gradito. O quanto meno lo era stato per lui.
Non per Oscar. Ovviamente non per lei.
Non appena il cavallo del conte aveva varcato la soglia del cancello del palazzo Jarjayes, il bellissimo viso di Oscar, che arrossato dai raggi del sole e accaldato dai loro quotidiani esercizi di scherma, si era voltato verso l’ingresso.
Con dolore il ragazzo aveva notato il suo viso illuminarsi e un dolcissimo rossore le aveva imporporato le gote altrimenti pallide e tirate in una eterna posa rigida e severa.
Mai per lui, in passato, i suoi occhi si erano accesi o gli avevano sorriso con tale trasporto.
Per il caro e fidato André non c’erano sorrisi e sguardi timidi.
Solo severe tirate, rimproveri e ordini. Ma l’uomo non si faceva false illusioni, non si aspettava altro in questa tetra realtà.
In fondo come darle torto. Era un semplice domestico. Un popolano. Un plebeo.
Che cosa pretendeva? Che una nobile gli riservasse il suo affetto?
Che ingenuo. Che stupido. 
Lui non appartenevo a quel mondo.
Viveva tra le mura aristocratiche, questo era vero, ma non ne faceva parte e non avrebbe mai potuto legittimare la sua presenza tra quelle mura.
Non era un nobile di nascita.
Non apparteneva a nessuna famiglia titolata.
Non aveva lustri natali.
Non era ricco.
Non era snob o spocchioso come i simili di Oscar, o come tal volta lei sapeva essere.
Ma malgrado questa realtà a volte dimenticava troppe volte di essere un servo, privilegiato, certo, ma pur sempre un servo.
Un domestico tutto fare.
Lavorava come scudiero nelle stalle del palazzo Jarjayes. 
Effettuava tutti i tipi di manutenzione che servivano, sia nelle scuderie che in qualsiasi altra parte della vasta proprietà.
Ma il suo ruolo più importante, per quello che era davvero pagato, era di fare la guardia del corpo a Oscar durante tutte le sue spedizioni di servizio.
Un compito rischioso ma non privo di meravigliose avventure.
Ma la bellezza finiva lì. Ad Oscar doveva ben altri servizi, tutti umilmente adatti ad uno come lui. Portarle i panni puliti in camera, per esempio.
Offrirle la tazzina fumante di cioccolata prima di andare a dormire.
Ma ancora le sue mansioni non erano terminate.
Rappresentava il fantoccio migliore per gli allenamenti a scherma per la cara madamigella Oscar, così combattevano a scherma e lei contenta cantava vittoria vedendolo costantemente sconfitto.
Ma André non si lamentava. Anzi era grato per ciò che aveva. Grazie al suo ruolo nel limbo delle differenze di classe vantavo un’istruzione adatto ad un nobile, indossava sempre abiti puliti e molto curati.
Niente divisa o uniformi per domestici e camerieri.
Aveva un ruolo tutto personale tra quelle mura. Una sorta di burattino pronto a seguire quegli ordini piuttosto che altri.
Non mentiva quando affermava con grande sicurezza che era un domestico privilegiato. Privilegiato ma aveva anche lui dei doveri da eseguire e promesse da mantenere.
Come quella che aveva fatto al generale Jarjayes, padre di Oscar.
Ricordava ancora quando all’età di quindici anni, quando ormai il suo corpo stava cambiando, quando la robustezza delle braccia e del petto facevano intendere che stava per trasformarsi in un uomo, il generale Jarjayes, preoccupato dai cambiamenti di André e paventando la sua forza maschile maggiore della figlia, lo aveva intimato senza mezzi termini di non dimostrare la sua abilità con la spada con Oscar, che con il tempo era migliorata e aveva superato grazie alla sua forza quella della figlia. Di non farle mai capire che lui era più forte di lei.
…“Hai capito André! Il tuo ruolo in questa casa è solo accudire e proteggere Oscar e non per dimostrare al mondo che sei più forte e abile di mio figlio. Il tuo compito è solo di farlo allenare e migliorare nello stile. Chiaro?” aveva terminato guardandolo negli occhi sfidandolo a contraddirlo.
“Si, signore” aveva, naturalmente, acconsentito. Non gli importava dimostrare qualcosa di diverso rispetto a quel che gli si diceva di fare.
“Bene. Ti ringrazio André. So che ti sto chiedendo un grande sacrificio ma devi capire. Oscar diventerà comandante delle guardie Reali oltre ad essere il mio futuro erede e non posso sopportare l’umiliazione di vederlo battuto da un semplice domestico” aveva continuato addolcendo il tono e battendogli una pacca sulla spalla.
André, dal canto suo, si era limitato ad annuire con il capo accennando ad un lieve sorriso, ma dentro di lui si scatenava una tempesta di emozioni e pensieri contrastanti e diversi.
Il generale Jarjayes non era cattivo.
Era un uomo buono e generoso, aveva dimostrato la sua grande generosità quando lo aveva accolto nella sua grande e prestigiosa famiglia. Gli aveva donato l’istruzione che spesso si riservava ai nobili, vitto e alloggio e un gran bel stipendio praticamente da sempre.
Era molto in debito con lui. E in fin dei conti gli voleva bene. Per André era sempre stata l’unica figura maschile a cui poter fare affidamento.
In più lo ringraziava ogni giorno la possibilità di avere una vita migliore.
Fino all’età di sei anni aveva vissuto in uno dei tanti quartieri poveri di Parigi, con una povera casa, una famiglia modesta, i quali si potevano vantare solo di un lavoro modesto e un reddito scarso. Ma avevano vissuto felici e appagati.
Ma solo dopo la morte dei propri genitori che la felicità era stata spazzata via da un forte senso di abbandono e disperazione.
La disperazione di cercare l’abbraccio consolatore della propria dolce mamma e non trovarlo. Le lacrime dei vicini che silenziosi guardavano con pietà quel piccolo bimbo lasciato orfano dai genitori stroncati da una brutta infezione ai polmoni.
La confusione, il vuoto, lo sgomento, la paura di un bambino che cercava il papà e la mamma e gridava disperatamente di non coprirli con quel lenzuolo bianco, di non metterli in quel grande cassetto nero.
Quanto aveva pianto.
E pensare che la sua mamma lo aveva sempre rimproverato di essere un bimbo troppo allegro e spensierato, gli aveva sempre ricordato che per diventare un uomo bisognava prendere la vita con serietà e responsabilità.
Oh mamma! se solo mi vedessi adesso? Saresti orgogliosa di me. Sono serio e responsabile,proprio come volevi tu,  raro che un sorriso sfiori le mie labbra. Ma ho paura mamma. Ho paura che questo non basti a far di me un uomo.
Ma nonostante tutto non poteva dirsi infelice.
Certo, non poteva nemmeno dire di essere felice, ma a volte per non cadere nel baratro della disperazione bisognava aggrapparsi a brevi istanti di felicità.
E il ricordo della sua infanzia con i suoi genitori erano tra questi istanti rari.
Non ricordava molto di quel periodo ma la sensazione che gli donava il ricordo di quei momenti lontani e appannati era di una grande felicità e senso di appartenenza. Sensazioni che quasi mai provava in quella casa.
Poteva ancora saggiarne quelle dolci emozioni solo quando si trovava con Oscar nella natura sconfinata di Arras, nella villa in Normandia dove André e Oscar passavano l’estate lontani da ogni impegno e responsabilità.
Solo in quei momenti André si sentiva libero e felice.
Non provava quelle brutte sensazioni di non sentirsi a casa propria, la sensazione di sentirsi un intruso, che tutto quello che vedeva e toccava gli era stata concessa solo grazie alla grande bontà del padrone di casa e non per diritto.
Il generale Jarjayes era stato sempre un brav’ uomo ma la brutta sensazione di provare del risentimento profondo per lui non lo abbandonava mai.
Odiava la sua stoltezza, la sua arroganza e prepotenza.
Aveva sempre odiato la sua decisione di far crescere Oscar come un uomo.
Oscar che un uomo non era.
Era una femmina, e con il tempo era cresciuta diventando una donna.
Una donna che parlava, pensava come un uomo ma che il suo cuore le ricordava continuamente di essere una donna.
E anche una bellissima donna.
Bella come nessuna poteva essere.
Lunghi capelli biondi incorniciavano l’ovale perfetto del suo viso. Ciglia folte che ombreggiavano luminosi occhi color del cielo e labbra rosse che immaginava avessero lo stesso gusto succoso e proibito delle fragole.
Bella e irraggiungibile come le stelle la sua amica di infanzia Oscar.
La sua dolce amica che con gli anni era sempre più convinta, non meno stolta del padre, di continuare il folle progetto di proseguire una brillante carriera militare nella corte di Francia.
E la parte più divertente era che ci riusciva in modo eccellente.
Mai la sua Oscar era sembrata goffa o disagio in un mondo spiccatamente maschile.
Oscar sapeva essere un comandante rigido e giusto, ferreo nelle decisione ma equilibrato nelle punizioni.
Un soldato perfetto tranne che per… per quel orribile verità che ormai gli era visibile come a lei. Oscar si era innamorata.
Di un uomo.
Non un uomo qualsiasi.
No. Un conte straniero. Svedese.
Il conte di Fersen.
E non semplicemente un conte qualsiasi.
L’amante della regina Maria Antonietta.
Non una regnante severa e distante come tante, no, era una vera e propria amica per Oscar. Forse non la migliore, perché quel ruolo sperava di averlo ancora lui, André, ma, comunque, una grande amica.
Sorrise tra se e se osservando la sua Oscar che faceva convenevoli al conte rubacuori.
Sperava ancora di ricoprire il ruolo di migliore amico di Oscar ma molto nel suo atteggiamento gli lasciavano un fastidioso gusto amaro in bocca.
Da qualche tempo, aveva notato,  con lui appariva distante e fredda.
Sembrava che non trovasse mai il tempo per stare insieme.
O se accadeva di passare del tempo vicini, durante le loro lunghe cavalcate lei si manteneva distante e persa nei suoi pensieri.
Già… la sua Oscar era molto cambiata negli ultimi tempi.
Era diventata rigida e severa con chiunque le girasse attorno. Da tempo ormai la sua voce non si tingeva più di toni caldi e umani. E da altro canto nemmeno André era stato risparmiato dal suo cattivo carattere. Talvolta sapeva anche essere crudele.
Poco importava se si conoscevano da quando lui aveva sei anni e lei appena quattro.
Poco importava se avevano condiviso il buono e il cattivo tempo.
Sempre insieme. Amici da una vita. Complici di tutto.
Niente importava.
Lui era un domestico e lei una nobile appartenente alla famiglia più antica e illustre di tutta la dannata corte francese.
Che possibilità poteva mai avere, che assurdità anche solo pensarci.
Doveva far finta che stava bene, che non soffriva quando lei gli gridava ordini con voce secca, che gli rivolgesse sguardi di sufficienza o che dedicasse tutta la sua preziosa attenzione a quel conte tanto affascinante e ammaliante.
Tutte le donne a corte erano innamorate di lui. Del suo accento straniero, dalla sua bellezza nordica e dai suoi caldi occhi grigi.
E anche Oscar non era riuscita a resistergli.
Era una donna Oscar, era una donna a tutti gli effetti. Questo non doveva dimenticarlo.
E André non lo dimenticava mai.
Studiava sempre con molta attenzione la sua figura slanciata e esile. Era quasi eterea nella sua perfezione.
Anche in quel momento, proprio mentre lei non lo guardava che lui si permetteva il lusso di ammirarla in silenzio e in disparte.
I suoi bellissimi capelli color dell’oro, lunghi riccioli morbidi e lucidi come seta che scivolavano tra le dita come oro colato. I suoi intelligenti occhi azzurri, dal taglio allungato, seducenti come quelli di un gatto, ma innocenti come quello di una cerbiatta.
Labbra rosee e carnose, il viso ovale e il collo esile e flessuoso.
Del suo corpo poco si intravedeva. Il seno piccolo era sempre schiacciato da crudeli fasce strette attorno al petto per mortificarne la bellezza.
La vita era sottile ma spesso la divisa ne annullava la dolce curva. Solo il suo sedere e le sue gambe erano tranquillamente visibili dai pantaloni stretti e aderenti. Fasciavano curve longilinee. Le gambe erano tornite, le cosce muscolose e i fianchi stretti. Il suo sedere era alto, rotondo e piccolo. Una vera delizia per gli occhi.
E lui, spesso soleva deliziarsi di quello spettacolo.
Sorrise sotto i baffi e tornò ad addentare la mela che stringeva tra le mani.
Intanto i due rampolli avevano deciso di duellare con le spade tra risate e battute scherzose.
Scosse leggermente il capo infastidito.
Alzò gli occhi e osservò con occhio critico i due duellanti che si sfidavano con le spade.
Oscar era sempre abile e elegante come una fatina ma Fersen sembrava proprio un pezzo di legno. Era maldestro e lento nei riflessi.
Che assurdo militare. E pensare che quello era il colonnello del corpo di guardia svedese.
Che assurdità.
Se solo André avesse potuto sfidarlo per davvero, dimostrargli la sua vera abilità con quell’arma, così  anche con tutte le altri armi, forse quel sorrisino da idiota sarebbe sparito.
Rise di se stesso e tornò a concentrarmi sul frutto rosso.
Dopo qualche ora, i ragazzi si ritrovarono a chiacchierare amabilmente in salotto.
“Non sono venuto per parlarvi di qualcosa in particolare, Oscar. Ma solo per misurarmi con voi. Era da tempo che non usavo la spada e devo dire che con voi c’è sempre da imparare” rise Fersen stiracchiandosi davanti alla finestra da dove stava guardando il sole morente.
Oscar era seduta alle sue spalle al tavolino mentre sorseggiava la sua cioccolata.
Lo ascoltava, stava molto attenta a quello che diceva il conte ma mai rispose al suo blaterare infinito.
André si limitava a restare seduto negli ultimi scalini che davano al piano di sopra osservandoli apparentemente con sufficienza. Studiava la scena con intensità cercando di scoprire cosa esattamente Fersen volesse comunicare dietro quel sorriso gentile.
Forse accortosi del suo sguardo insistente Fersen si girò verso l’attendente di Oscar e gli rivolse un sorriso altezzoso, dedicato solo a chi era inferiore di rango, uno come lui, appunto.
“André, ho sentito che sai tenere testa ad Oscar con grande resistenza. Questo vuol dire che sei molto bravo. Vorrei confrontarmi con te un giorno di questi” disse con un sorriso.
“Con grande gioia conte” rispose silenziosamente con un luccichio malizioso negli occhi. Gli sarebbe piaciuto molto umiliarlo dimostrandogli la sua più completa inconsistenza.
André si accorse dello sguardo di Oscar che lo osservava con un sopracciglio inarcato e un’espressione severa.
Annuì al conte con fare dimesso.
“Perché non rimanete a desinare con noi. Sarà come ai vecchi tempi. Una ottima occasione per parlare come vecchi amici” gli disse Oscar cercando di convincerlo mentre lo osservava salire sul suo cavallo, qualche ora dopo.
Quel giorno Fersen era stato molto strano. Non aveva voluto cenare con loro. Subito dopo una tazza di cioccolata aveva espresso il desiderio di tornare a casa.
Oh che piacere infinito!
“No, vi ringrazio madamigella Oscar, ma questa volta preferisco di no. Vi auguro una buona serata” e li salutò con un cenno della mano.
André si fermò a guardarla e vide con una stretta al cuore come Oscar fosse rimasta male dal suo rifiuto.
A lungo andare quel conte l’avrebbe fatta soffrire. E lui non poteva fare nulla per evitarlo.
“Io credo che Fersen non se ne renda conto, ma a Parigi e forse in tutta la Francia parlano di lui. Sta diventando un personaggio molto impopolare” annunciai osservandola da sottecchi.
Oscar lo guardò ma non disse nulla. Prese la mela che le porse e lo seguì senza proferire verbo.
Oscar addentò la mela e masticando seguì André a testa bassa.
Si sedetti al tavolo dove Oscar poche ore prima era seduta, posò i gomiti sul tavolo e le labbra sulle dita intrecciate.
Alzò gli occhi e li puntai sulla schiena di Oscar che silenziosa come un fantasma guardava fuori dalla finestra scorgendo ancora la figura lontana di Fersen che si allontanava.
Non riuscì a trattenere la lingua e disse: “Corrono molte voci. Dicono che la regina Maria Antonietta si sia innamorata del bellissimo conte e che si incontrino furtivamente nei luoghi più impensati” parlò con un tono indifferente rilassandosi contro lo schienale della sedia guardando fisso davanti a se.
“A lungo andare tutto ciò può diventare molto pericoloso” chiuse gli occhi e continuò: “Comunque oggi ho notato uno strano sguardo negli occhi di Fersen. Sembra che questo grande amore gli dia più sofferenza che gioia. Ecco… io ho l’impressione che si senta in colpa per quello che sta accadendo”
Si zittì. Poggiò i gomiti sulle ginocchia e piegò il viso fissando per terra. I suoi capelli neri gli scivolarono sulla fronte ombreggiando le sue ciglia nere.
Non sapeva di che cosa stesse blaterando ma la gelosia, l’odio per quell’uomo lo facevano comportare male. Voleva che Oscar sapesse che Fersen era già innamorato di un'altra, che non c’era posto per lei nel suo cuore. Voleva che sapesse che tipo di rapporti ci fossero tra lui e la regina di Francia.
Abbassò il viso e pensò al grande errore che stava facendo Fersen nell’innamorarsi della regina. Era un amore impossibile. Non poteva amarla. Era proibito.
Improvvisamente sentì una strana sensazione di similitudine con Fersen.
Soffriva per amore quel conte, non importava quanto si fosse ricchi o di nobili natali, anche ai nobili non era permesso di essere felici.
André  lo sapeva bene, ma lui non avrebbe fatto il suo stesso errore. Non poteva amare Oscar e questa verità gli avrebbe avvelenato l’esistenza per sempre, che lo volesse o no.
“Doveva soffocare l’amore” cominciò parlando più a se stesso che con Oscar: “C’è gente che ama una persona tutta una vita senza che questa persona lo sappia” sussurrò con occhi tristi.
Oscar sbarrò gli occhi e si girò verso André guardandolo interrogativa.
E lo vide. Chino, con lo sguardo perso nel vuoto e le labbra strette in una smorfia di tristezza.
André si rese conto che stava ancora nella stessa stanza con Oscar e arrossendo si girò a guardare Oscar temendo di essersi tradito con le sue stupide parola cariche di rimpianto. Vide che la ragazza lo guardava con fare accigliato.
Improvvisamente si sentì in trappola. Come mai lo era stato nella sua vita. Cercò una scusa, una giustificazione plausibile per quelle parole così cariche di dolore. Frugò velocemente nella sua testa ma sembrava che la sua mente avesse smesso di funzionare.
Accidenti alla sua linguaccia lunga!
“Prendi la tua spada André. Voglio battermi ancora” lo tolse così dall’imbarazzo rivolgendosi a lui con voce dura.
André annuì prontamente e contento di essersi salvato con così poco la seguì in cortile.
“André! Farò sul serio stavolta!” lo avvertì brandendo la sua spada.
“Come vuoi Oscar” rispose e con sorrise pensò che comunque sarebbe andata lui sarebbe stato sempre al suo fianco, che avrebbe fatto qualunque cosa per lei.
Durante il duello Oscar dimostrava una determinazione nei movimenti, una furia che spiegava quanto il suo cuore fosse afflitto dal suo amore per il conte.
André scansava i suoi affondi, provando a volte a rispondere, non con la stessa intensità ma anch’essi determinati.
Oscar dimenticalo. Dimentica il conte di Fersen. Voglio che tu non pensi più a lui, ti prego!
 
***
 
Stavano passeggiando per i giardini di Versailles. Oscar davanti, con il suo solito portamento eretto e anche un po’ impettito, André qualche passo dietro di lei a testa china. Da quando erano diventati grandi e lui aveva ottenuto il ruolo di attendente di Oscar lui era praticamente la sua ombra.
La cosa non gli pesava se la si metteva in questo piano. Ma odiava abbassare lo sguardo quando incrociava i simili di Oscar. I suoi pari. La nobiltà.
Odiava quegli sciocchi che tanto si sentivano superiori a lui o agli altri domestici. Odiava essere considerato il cagnolino fedele di Oscar.
I pari di Oscar erano degli esseri meschini e inutili. Passavano la loro misera vita tra balli e a spettegolare.
Il loro unici obiettivi erano contrarre un buon matrimonio e cercare un amante da sfruttare nelle sere solitarie. Tutti. Senza distinzione tra uomo e donna. Spendevano il loro denaro in modo indegno e trattavano alla stregua di animali i loro dipendenti.
Come avrebbe voluto togliere quel sorrisino soddisfatto nei loro visi imbellettati.
“Comandante Oscar” la chiamò il conte de Mercy consigliere della regina austriaca.
“Parlate”
“Siete convocata dalla regina. Vi prego di affrettarvi a raggiungerla. Mi ha pregato di dirvi che è una cosa urgente”
Oscar lanciò uno sguardo ad André che ricambiò inarcando un sopracciglio ma non disse nulla.
“Volevate parlarmi mia regina” chiese Oscar dopo essersi inchinata davanti alla regina una volta fatta entrare nelle stanze private .
“Si madamigella Oscar. Vi ringrazio per la tempestività con cui vi siete precipitata. Voi potete andare” si rivolse la regina Maria Antonietta alle sue dame di compagnia.
Aspettò che le donne si fossero congedate e poi la donna sospirò. Sembrò crollare davanti agli occhi stupiti di Oscar che la guardava senza riuscire a capacitarsi di quello che stava vedendo. Poi gli occhi azzurri di sua maestà la regina Maria Antonietta si riempirono di lacrime e con un singhiozzo si coprì gli occhi come se fosse una bambina.
Il cuore di Oscar si riempì di tenerezza. Strinse i pugni. Sapeva perché piangesse. A volte anche a lei veniva la voglia di farlo.
“Madamigella Oscar ho bisogno di voi. Oscar io…” fu interrotta da forti singhiozzi che rischiavano di farle scoppiare il cuore.
Oscar strinse forte le labbra cercando di non lasciarsi prendere anche lei dall’emozione.
“Vorrei che faceste una cosa per me madamigella Oscar. Siete l’unica persona di cui mi fidi veramente. So che non mi tradirete mai. Vorrei…vorrei che gli diceste in gran segreto che non posso vederlo stasera” pianse ancora nascondendo il viso vergognosa tra le mani: “Mi ero completamente dimenticata che devo stare al fianco del re sua maestà che riceverà l’ambasciatore di non so quale importante nazione. La mia presenza è indispensabile a corte. Non posso assolutamente mancare. Voi dovreste farmi la cortesia di avvertirlo. Vi prego Oscar ditemi di si altrimenti non avrò più la forza di guardarvi negli occhi!” e continuò a singhiozzare come una bambina molto triste.
Oscar si intenerì e con dolcezza si avvicinò alla regina le prese le mani tra le sue e le disse: “Vi prego ora sollevate lo sguardo maestà”
Ella obbedì con labbra tremanti.
“Sapete che non potrei mai rifiutarvi il favore che voi mi chiedete”
“Oh madamigella Oscar. Vi ringrazio. In questo momento siete l’unica persona che mi sia rimasta fedele” e le sorrise asciugandosi il viso con una mano.
Oscar era ancora impietrita e incredula per cosa la sua regina singhiozzante le aveva chiesto di compiere quel compito orribile. Certo sarebbe stato solo un leggero fastidio se fosse stato qualcun altro a chiederglielo ma adesso, la regina, chiedeva a lei di recapitare un messaggio per disdire un appuntamento romantico con l’uomo che lei amava?
Sperava che il pavimento si squarciasse e la divorasse per sparire per sempre ma mantenne la sua posa rigida e celando i suoi sentimenti disse: “Come volete vostra maestà. È sempre un piacere servirvi”
“Grazie Oscar. Grazie ancora Oscar!”e le sorrise tra le lacrime.
Che stupido André a parlar male della regina.
Che stupida la corte di considerare superficiale e poco adatta a governare la loro regina.
Che stupido il popolo ad odiare quella donna tanto adorabile ma tanto fragile.
Era una donna. Era solo una giovane donna in balia dei suoi sentimenti. A dover gestire da sola un potere e delle responsabilità talmente grandi per un semplice essere umano erano al di là di ogni logica. Era una donna affettuosa e dolce e come tale era tanto vulnerabile agli attacchi della gente meschina che non credeva in lei e non la conosceva come le conosceva lei.
Si inchinò e si allontanò dalla stanza.
Avrebbe fatto quel favore alla regina. Ne avrebbe fatti altri mille per lei. Per la dolce donna che stava vivendo una tragedia per il cuore. Un dolore e una consapevolezza tale da distruggere anche persone meno forti.
Lei era la regina. Non poteva amare il conte di Fersen, un semplice conte. Per loro non sarebbe esistito nessun lieto fine, nessun e vissero felici e contenti.
Con le lacrime agli occhi scese verso la stalla dove sorprese André aspettarla fumando una sigaretta.
Si era preso quel vizio da poco e la puzza di tabacco stava incominciando a infastidirla, ma lo ignorò e salì in groppa al suo cavallo già sellato.
“Che voleva la regina? Niente di grave spero” chiese André sorridendole affettuoso.
Lei non gli rivolse la parola e tirando le redini partì al galoppo senza aspettarlo.
“Oscar! Oscar! Ma che ti prende! Oscar!” la chiamò inutilmente André gridando al vento.
“Precedimi a casa André!” urlò prima di sparire.
André alzò gli occhi al cielo e vide che questi veniva squarciato da un lampo. Presto si sarebbe messo a piovere.
“Dove diavolo sei scappata Oscar?” chiese tra sé e sé scuotendo la testa.
La seguì al galoppo senza però farsi sentire da lei, che veloce come il vento galoppava come se fosse inseguita dal diavolo in persona.
Oscar correva a perdi fiato cercando in tutti i modi di smettere di soffrire, di dimenticare il suo cuore di donna, il suo sentimento per un uomo che non la vedeva per quello che era davvero.
Una donna.
Quella donna che per anni aveva cercato di nascondere.
Di sopprimere.
E che adesso bramava per mettere in mostra per scoprire su di se uno sguardo di Fersen diverso. Come se fosse ammaliato di lei.
Ma era impossibile.
Arrivò ai piedi della Senna e guardando il sole tramontare si rivolse ad esso, cedette per la prima volta a lacrime da troppo tempo tratteneva. Si rivolse al sole morente e con le lacrime agli occhi sussurrò: “Regina, mia amata regina. Vorrei dirvi soltanto queste parole. In qualunque momento della vostra vita che sia esso lieto o triste voi non dovete mai dimenticare di essere la regina di Francia. Quando voi mi avete pregato di avvertire Fersen vi siete nascosta il viso tra le mani come una donna  qualsiasi. Io mi rendo perfettamente conto che state soffrendo ma vi prego voi … voi non dovete mai dimenticare chi siete. E poi…poi soffre di più chi ama senza essere ricambiato” e con un singhiozzo soffocato si sedette sull’erba e si nascose il viso tra le mani.
Una figura silenziosa la osservava di nascosto appoggiato al tronco di un albero. Gli occhi verdi si adombrarono e l’uomo si allontanò attento a non farsi sentire.
Dopo qualche tempo Oscar si svegliò e confusa cercò di capire dove si trovasse.
Si guardò in giro e notò di essere ai piedi della Senna rannicchiata per terra. Si asciugò gli occhi e si guardò in giro preoccupata che qualcuno possa averla vista. Si alzò e stiracchiandosi si avviò al suo cavallo.
Doveva eseguire il suo compito come promesso.
 “Devo vedere il conte di Fersen con la massima urgenza” ordinò con autorevolezza Oscar alle guardie fuori della residenza francese dal conte svedese.
Alzò gli occhi al cielo e sentì le prime gocce bagnarle il viso.
Abbassò gli occhi e vide Fersen spuntare dalla porta d’ingresso con una candela in mano seguito da un preoccupato maggiordomo.
“Oscar voi qui?” chiese confuso e sorpreso l’uomo avvicinandosi al cavallo.
Erano entrambi bagnati fradici quando Oscar terminò: “E alla fine ha aggiunto: rimandiamo ogni cosa al ballo della prossima settimana. È tutto” il suo sguardo era vuoto e assente. Sentiva i capelli schiacciati sul viso e sulla testa. Ma non la preoccupava, non aveva occhi che per Fersen e la sofferenza che vedeva dipinta nei suoi occhi.
“Vi ringrazio di cuore madamigella Oscar” e serio in volto la guardò sentendosi in colpa perché quella donna tanto corretta e rigida nei suoi valori venisse da lui per comunicargli le date dei suoi appuntamenti clandestini con la sua regina. Che vergogna!
Oscar gli lanciò un lungo sguardo e girò il cavallo.
Era contenta che non le avesse chiesto di entrare, di riscaldarsi, di asciugarsi, che non si preoccupasse per il suo stato di salute. Non aveva importanza. Avrebbe solo reso le cose più difficili.
Scappò al galoppo con il suo cavallo inondando il suo viso di lacrime copiose che si mischiavano alla pioggia che  le schiaffeggiava la faccia.
Sentì il galoppo di altri zoccoli che calpestavano il terreno con la stessa furia e sperò che fosse Fersen che fosse tornato da lei ma alzando il viso i suoi occhi si illuminarono di gioia.
André. André che con un bel sorriso portava un mantello impermeabile.
I loro cavalli in corsa si incrociarono e non riuscì André a darle il mantello al volo.
Girò il cavallo e in corsa le diede il mantello cingendoglielo tra le spalle. Lei gli sorrise riconoscente e il sorriso dolce che le rivolse le sciolse il cuore e improvvisamente il mondo le sembrò meno brutto e più sopportabile.
 
 

    

Ritorna all'indice


Capitolo 2
*** capitolo 2 ***


 

 

2

 
 
Oscar tornò a casa nel tardo pomeriggio dopo una lunga e rilassante cavalcata insolitario. Aveva bisogno di stare sola. Di riflettere sulla sua vita e su quello che rimaneva del suo cuore.
La solitudine in quel periodo era una sua grande amica.
Era stanca di soffrire, di sentire quel perenne groppo alla gola che non le permetteva di pensare lucidamente.
Doveva dimenticarlo, non le rimaneva che fare questo.
Certo, non sarebbe stato facile per lei, lei che per lui avrebbe rinunciato alla divisa per lui, se, solo lui glielo avesse chiesto, se solo lui avesse ricambiato il suo sentimento, avrebbe potuto essere felice.
Avrebbe rinunciato alla vita militare?
Oh si!
Forse non sarebbe stato facile all’inizio ma si sarebbe abituata. Il pensiero di poter stare al suo fianco l’appagava di tutto quello che avrebbe potuto aver bisogno.
Ma la vita ahimé a volte non sempre era giusta.
Entrò nella stalla per far riposare il suo bel stallone bianco Ceasar e con un sorriso sentì André canticchiare un motivetto allegro vicino al box di fronte al suo. Si girò e lo vide tutto intento a riparare la porticina del box di fianco dando potenti colpi con il martello. Sembrava proprio che oggi sua nonna gli abbia affidato un bel po’ di lavori di manutenzione da effettuare. Povero André! Sempre efficiente e perfetto. Quanto lo invidiava! Quanto avrebbe voluto prendere la vita alla leggera come sapeva fare lui.
Ascoltò il motivetto allegro e sorrise suo malgrado mentre accarezzava il muso del suo cavallo quando ascoltando le parole della canzoncina idiota comprese alcune strofe assolutamente sconce. S’immobilizzò aggrottando la fronte. Arrossì d’ira.
“André!” lo richiamò scandalizzata.
Lo sentì ridacchiare e continuò a canticchiare lo scandaloso motivetto aggiungendo parolacce di ogni genere e volgarità.
Si avvicinò da lei e facendole un inchinò fischiettò il motivetto.
“Sono davvero allibita!Da quando canti queste oscenità a casa mia assolutamente insensibile alla buona morale e decoro?”
“Io? Ma di che parli?” e le lanciò uno sguardo innocente.
“André! Se non la smetti subito ti accuso alla nonna!”
“Ma non sto facendo niente! Sto solo facendo il mio lavoro mounsieur” e le fece l’occhiolino.
“Dove hai imparato queste canzoncine?” gli chiese avvicinandosi a lui che intanto in ginocchio dava un ultimo ritocco alla porticina.
“Mastro Phil era un vero poeta. Bastava  che arrossisse di rabbia e presto le sue labbra si coloravano delle più impensabili strofe” e ridacchiò al ricordo.
“Mi vorresti far credere che quando si arrabbiava si metteva a cantare?”
“No, sono io che gli mettevo il motivetto, lui pensava a colorarlo”
“Tu, mio caro André sei tutto scemo!”
“Vuoi?” le chiese André andando verso il tavolo da lavoro posto in un angolo della stalla.
“Cosa sono?” chiese Oscar allungando il viso oltre la sua spalla.
La presenza di André ultimamente le dava proprio sui nervi. Nel giro di pochi anni era diventato alto e muscoloso. Era tanto alto rispetto a lei, che nonostante fosse una femmina poteva vantare un’altezza invidiabile di un 1.75, gli arrivava appena sotto il mento, esattamente all’altezza della spalla. E la cosa la irritava enormemente.
“Sono biscotti di pasta frolla al cioccolato. Sono appena sfornati. Nonna li aveva messi a raffreddare in cucina. Non sapeva che io sarei passato di lì subito dopo la sua uscita di scena” e le offrì un ghiotto biscotto.
“Ottimo lavoro” e si diedero il cinque ridacchiando come due bambini.
“Madamigella Oscar?”
I due ragazzi si voltarono di scatto e guardarono oltre la porta vedendo stagliarsi contro la luce del tramonto una figura slanciata.
Il conte di Fersen entrò e si fermò di botto indeciso sul da farsi quando vide i due ragazzi soli e al buio con i sorrisi che morivano sulle loro labbra.
Che avesse interrotto qualcosa? Non aveva mai visto Oscar allegra o con un sorriso divertito dipinto sul volto etereo. Le aveva visto fare solo sorrisi di circostanza che a volte sapevano essere rigidi e forzati.
“Conte di Fersen? Come sono felice che voi siate qua. Ma perché non vi siete fatto annunciare? Mi sarei potuta far trovare in casa e non dentro una stalla male odorante” la sua voce era sempre la solita, sostenuta e fredda.
Che avesse visto male? Che si era solo immaginato quello sguardo d’intesa tra i due ragazzi?
Certo non c’era nulla di cui stupirsi dopo tutto. Da quanto aveva sentito dire quei due ragazzi erano amici da molto tempo. Pare da quasi ventanni. Quindi niente di strano se si scambiassero sguardi complici di tanto in tanto.
L’unico elemento che gli stonava enormemente era che madamigella Oscar era un nobile mentre quel André era solo un domestico, uno stalliere, niente di decoroso, quindi. Mah… ma in fondo che gli importava.
Madamigella Oscar era molto strana. Niente di normale decorava la sua vita.
Ricordava ancora lo scock che aveva provato quando aveva scoperto che era una donna.
Mai aveva sospettato che quel colonnello potesse essere qualcosa di diverso di un uomo. Certo aveva notato i suoi lineamenti un po’ troppo effeminati, ma aveva scartato il pensiero attribuendolo alla giovane età del ragazzo e che dovesse ancora formarsi e farsi un uomo.
Poi, in seguito a un attentato che madamigella Oscar aveva sventato contro la regina era stata ferita ad una spalla, Fersen l’aveva portata in salvo a casa della ragazza, dopo che era svenuta per il troppo sangue perso. Quando nel momento che il dottore era venuto per visitarla e aveva chiesto alla governante di spogliare la ragazza la donna con fare autoritario aveva ordinato a lui e André di lasciare la stanza immediatamente.
Fersen inorridito da quella richiesta assurda e soprattutto dal tono che una semplice domestica aveva osato rivolgere a lui si era imposto con la sua presenza trattenendo a stento la voglia di far buttare fuori quella donna.
Poi la nonna di André aveva messo una mano sulla bocca inorridita dalle sue parole e scandalizzata aveva alzato la voce e lo aveva mandato fuori dalla stanza dicendo che non avrebbe mai permesso che la sua bambina fosse vista mezza nuda da chicchessia!
Fersen senza parole per quella rivelazione sconcertante si era lasciato trascinare fuori dalla stanza da André e gli aveva chiesto spiegazioni. E presto aveva saputo la verità su quel ragazzino tanto coraggioso e impertinente. Era una ragazza.
Che assurdità educare una donna a fare il soldato. Davvero una cosa contro natura.
Assurdo far crescere al fianco un nobile con un bambino del popolo facendolo abituare ad una figura maschile.
Non sapeva perché ma la cosa gli suonava terribilmente strana e inconveniente, soprattutto che il nobile in questione era una femmina per l’appunto.
Gli dava l’impressione di qualcosa di torbido.
Ma forse era solo una stupida impressione, si disse il conte seguendo Oscar in casa e lasciando dietro di se André.
Oscar era la persona forse più fredda e pulita che esistesse, era corretta e mai il suo buon nome era stato macchiato da affari loschi e sporchi.
Lui sapeva di cosa fosse la colpa di quella brutta sensazione che gli scatenava ogni qualvolta che incrociava i due ragazzi insieme.
Era quell’André. Il suo sguardo diretto e intenso lo infastidivano e lo mettevano a disagio. Sembravano volergli dire che lui non era il benvenuto lì, che sarebbe stato meglio se non stesse più con Oscar.
Alzò lo sguardo e lo rivolse  verso quel domestico tanto inquietante e trovò ancora quei strani occhi verdi guardarlo con intensità. Il suo sguardo diretto e acido a volte lo irritavano, ma la sensazione durava sempre un attimo, quando ricambiava lo sguardo per capire se veramente lo stesse sfidando trovava sempre una espressione serena e remissiva. Successe anche questa volta.
Sentiva una grande intesa fra i due e gli sembrava che con la sua presenza disturbasse la loro straordinaria complicità.
“Madamigella sono venuto per parlarvi” le comunicò guardando il viso inespressivo della donna.
Disse il conte girandosi brevemente verso Oscar dopo che ebbero guadagnato la biblioteca e avessero bevuto una buona tazza di tè.
Oscar annuì brevemente sorseggiando del the caldo osservando di nascosto un Fersen, che assente e senza vita guardava fuori dalla finestra senza guardare nulla in realtà.
Fu colta da un brutto presentimento, il suo silenzio prolungato era un brutto presagio.
“Cosa vi succede Fersen?” gli chiese Oscar stringendo forte i pugni reprimendo il desiderio di prendergli la mano per confortarlo. Sembrava che stesse lottando contro terribili demoni. Era molto triste e i suoi occhi, di solito sempre allegri, adesso sembravano vacui. Non doveva aver dormito molto bene negli ultimi tempi.
“Vi ringrazio per quello che avete fatto l’altra sera al ballo. Se non vi foste presentata voi per ballare con la regina probabilmente l’avrei fatto io, ballando con lei tutta la sera. E questo sarebbe stato pericoloso. Avrei desiderato farlo, lo ammetto, ma se l’avessi avuta tra le mie braccia non sarei stato capace di nascondere i sentimenti che nutro per lei. E le voci che circolano a corte sarebbe diventate ancora più malevole. E allora sarebbe stato impossibile soffocare uno scandalo” la sua voce assunse un tono più alto.
Oscar abbassò lo sguardo contenta che André non fosse presente, perché era sicura che avrebbe intuito la sofferenza nei suoi occhi.
“Si, lo so che non dovrei frequentare gli stessi balli dove vi è presente anche la regina Maria Antonietta, eppure lo faccio lo stesso. E capisco anche che è molto imbarazzante per lei” chiuse gli occhi e continuò prendendosi il viso tra le mani: “Già. Proprio perché io le voglio bene veramente avrei dovuto fare qualunque cosa per evitare di giungere a questi estremi. Non avrei mai dovuto far trasparire i miei sentimenti”
Gli occhi si ombrarono di un nuovo dolore, di una nuova sconfitta, di una nuova pugnalata al cuore. Non voleva trovarsi lì, non voleva che Fersen , che proprio Fersen le confidasse i tumulti del suo amore per un'altra. No! Non poteva sopportare un tale dolore.
Sollevò lo sguardo e seguì con gli occhi il conte che alzandosi si dirigeva verso la finestra chiusa osservando il cielo stellato.
“Con il mio comportamento l’ho esposta allo scandalo, l’ho fatta soffrire enormemente. Credo che ci sia soltanto una cosa oramai che mi resta da fare. Qualcuno dirà che sono un codardo, ma non mi importa” e si girò verso di lei con una nuova determinazione nello spirito.
“Oscar, Oscar io … devo andare lontano anche se mi dispiace. Devo andare molto… molto lontano”
Oscar sbarrò gli occhi incredula a quello che aveva sentito. No, non poteva andare via! Non poteva.
“Dove andate? Cosa avete intenzione di fare?” gli chiese alzandosi di scatto.
“Voglio partire. Voglio combattere al fianco delle truppe francesi per combattere la causa americana”
“Ma è un suicidio! Cosa avete intenzione di dimostrare!”
“Devo allontanarmi da qui, da lei, da tutto questo dolore, da questo amore impossibile” e prendendola per le spalle la scosse e le disse: “Abbiate cura della regina” e si allontanò lasciandola a bocca aperta in mezzo alla stanza.
“In America…certo che è lontana” sussurrò con voce dolce André sorseggiando la cioccolata riservata ad Oscar ma che lei gli aveva ceduto prima di alzarsi e guardare fuori dalla grande finestra posta nel salotto.
Gli occhi di smeraldo erano socchiusi come abbattuti da un dolore troppo grande da sopportare, un dolore da reprimere e rifiutare.
Alzò lo sguardo e vide la posa rigida di Oscar che, ne era certo cercava di nascondere un dolore molto simile al suo.
Ma forse lei provava una sensazione che lui sperava di non provare mai. Non sapeva come avrebbe vissuto se un giorno Oscar avesse deciso di allontanarsi da lui, se avesse deciso di andare lontano come aveva fatto Fersen per dimenticare la regina Maria Antonietta. Si, l’America, era decisamente troppo lontana.
Se lui, al posto di Oscar, avesse dovuto subire una lontananza tanto grande dall’amore della sua vita, anche se non ricambiato, avrebbe almeno voluto provare a fermarla, a pregarla di restare.
Se solo Oscar si fosse davvero comportata così con Fersen lui ne avrebbe sofferto incredibilmente, ma il suo desiderio più grande era che Oscar fosse felice.
“Non hai desiderio di rivederlo? Sai, dicono che la sua nave salpi fra qualche ora”
La guardò e se solo lei si fosse girata in quel momento quello che avrebbe scorto nei suoi occhi sarebbe stata l’espressione di un uomo che soffre da tanto tempo, da troppi anni, di un uomo che soffriva di un amore non corrisposto e impossibile da desiderare, un uomo che malgrado tutte le raccomandazioni del mondo intero amava quella donna più della sua stessa vita.
Vide il suo profilo, che pallido e bellissimo, era segnato da una lunga espressione di dolore, di sofferenza per un uomo che non potrà mai essere lui.
“Ah Oscar dimenticavo che devo ferrare i cavalli oggi” e detto questo si congedò da lei, senza però rinunciare a guardarla un ultima volta.
Oscar aveva ascoltato assente André parlare ma non gli aveva dato attenzione. Il suo cuore, la sua mente era tutta concentrata al pensiero per Fersen, alla paura per la sua incolumità, per la paura di non poterlo vedere mai più.
Avrebbe sopportato stoicamente il suo amore per un'altra donna, che non avrebbe mai potuto amare lei. Una ridicola ragazza stupida che giocava a fare il soldatino perfetto solo per far contento un padre troppo pieno di se per notare che lei fosse una ragazze non un erede. Non quell’erede che tanto avrebbe voluto.
Ma tutto ciò non aveva importanza. Non aveva più importanza. Era la sua vita, era la vita che avevano scelto per lei.
A lei andava bene.
Che stupida pensare di essere qualcos’altro.
Avrebbe sopportato la sua amicizia e null’altro, un amicizia sterile e senza sbocchi. L’importante per lei, in fondo, che Fersen fosse felice, o almeno, che provasse breve istanti di felicità che solo la regina sapeva donargli.
Avrebbe sopportato tutto, ingoiato tutto.
La mortificazione di un amore non corrisposto.
La prigione di una vita che non la rendeva felice.
L’umiliazione di saperlo tra le braccia di un’altra donna.
Il freddo nel cuore quando la regina parlava di lei come un’amica e le chiedeva favori per facilitare la sua storia clandestina con Fersen.
Tutto.
Avrebbe sopportato tutto questo.
Ma non poteva convivere con l’eterna paura che Fersen non ci fosse più.
Che Fersen combattesse per l’America lontano dalla Francia.
Dalla regina per liberarla dalla sua scomoda presenza.
Voleva che Fersen stesse bene.
Non voleva che rischiasse la vita per amore.
Era assurdo.
Era romantico, ma assurdo.
Era più facile vivere con il gelo nel cuore che con una voragine nel petto. Era più facile saperlo vivo e in buona salute che su un futuro violento e incerto.
Voleva che Fersen tornasse. Vivo e bello. Come solo lui poteva essere.
“Tornate vivo, Fersen, vi prego” sussurrò al sole luminoso sentendo le guance bagnate da copiose lacrime.
 
***
 
Poteva il mondo crollargli improvvisamente addosso?
Potevano gli eventi inaspettati annullare ogni più piccolo momento di felicità duramente guadagnata?
Potevano improvvisamente risultare vani e inutili ogni volontà di sentirsi felice, sereno, o semplicemente in pace con se stesso?
Sembrava impossibile che tutto questo fosse successo in poche ore. In pochi attimi aveva visto tutte le sue certezze crollare come un castello di carte.
Ma era successo.
Come una coltellata al cuore. Improvvisa, letale e inevitabile aveva violato la purezza del suo cuore. Del suo cuore dopotutto innocente, buono e felice nel serbare dentro di sé la bellezza di un amore puro e bello come pochi potevano essere.
In poche ore tutto questo era svanito nel nulla.
Aveva sentito il cuore frantumarsi, farsi a pezzi, stritolato dalle dita candide e fredde dell’amore della sua vita.
Dalla sua migliore amica.
Dalla sua sorellina.
Dalla donna che aveva imparato ad amare in segreto e custodito gelosamente nel cuore quel segreto come se dipendesse la sua vita.
In poche ore tutta quella purezza, quel amore platonico si era trasformata in violenta gelosia.
Quel mostro verde che velocemente aveva fuso il suo cuore di un morbo viscido e intenso.
In poche ore tutto questo aveva sconvolto il suo mondo beato e forse troppo innocente per un uomo di ventisette anni.
Stava lì, con un braccio appoggiato contro un angolo del camino osservando con sguardo vuoto il crepitio delle fiamme allegre.
Il suo sguardo era vuoto ma al tempo stesso parlavano di una lotta che infuriava nel suo cuore. Sensazione intense come un mare in tempesta.
Era la gelosia.
Una gelosia violenta e brutale.
Un’ira fredda ma poco controllata.
Chiuse gli occhi e con il respiro corto poggiò il viso contro la mano stretta a pugno poggiata sulla parte superiore del camino di marmo.
Sentiva il suo leggendario autocontrollo abbandonarlo. Liberarlo dalle sue strette catene. Sentiva la benvenuta sensazione di sfogare la sua ira, la voglia di liberare la sua anima da un peso che per troppo tempo avevano condizionato la sua vita e le sue scelte.
La sua vita sembrava sconvolta… no capovolta, dagli eventi che ancora una volta aveva dovuto subire, come se fosse stato martire del suo cuore.
Eventi che aveva temuto per troppo tempo erano avvenuti. La stretta continua al cuore e la sensazione di camminare su un filo di raso erano stati chiari segni di avvertimento.
Ma non aveva potuto fare niente. Non aveva potuto.
E tutto per colpa di quel conte svedese.
Il conte di Fersen.
Dalla sua partenza in America, per combattere la questione di indipendenza americana erano passati sette anni.
Sette anni terribili per Oscar.
Sette anni lontano dall’uomo che lei amava.
Sette anni senza sapere se il conte fosse vivo o morto.
Sette anni angosciosi per lui, André, che ogni giorno si informava su i nomi dei deceduti o dispersi del plotone francese in America.
Sette anni di tirare sospiri di sollievo quando suo malgrado non vedeva il suo nome in quel macabro elenco.
Lunghi sette anni, ma comunque non terribili per lui.
Oscar era sempre con lui. Stavano sempre insieme. Uniti da mille avventure e discussioni, scherzi, giochi, partenze ad Arras, passeggiate…. Tutto quello che per lui era di più prezioso nella sua vita.
Poco importava se Oscar avesse il sorriso tirato e spesso la scoprisse silenziosa a guardare l’orizzonte.
Poco importava che Oscar spesso gli chiedesse compagnia per bere e ubriacarsi insieme, a fare scazzottate nei locali per sfogare la tensione.
Nulla importava se lei era vicino a lui.
Poi le sue certezze erano crollate.
Fersen era tornato con un bel sorriso stampato in viso.
E il sorriso era tornato sul volto bellissimo di Oscar.
Era tornato quel idiota di un conte sorridente e incurante di tutto quello che lei aveva passato per colpa della sua assenza.
André aveva dovuto frenare a stento l’insana voglia di picchiarlo. Si era fermato.
Non perché temeva l’impiccagione per aver picchiato un nobile ma perché temeva la reazione funesta di Oscar che si abbatteva su di lui per aver toccato il suo adorato conte.
Ciò che aveva scatenato quel insana violenza in André era sapere dalle labbra dello stesso Fersen che era tornato incolume dalla campagna americana due anni prima e che non aveva fatto sapere sue notizie perché non aveva avuto voglia.
Non aveva avuto voglia?
Che pazzo.
Che idiota.
Oscar aveva passato le pene dell’inferno per la preoccupazione per la sua incolumità e lui invece si prendeva una pausa sabbatica.
Che bastardo insensibile.
Quando aveva notato che Oscar ci rimaneva male da quella confessione il conte aveva fatto marcia indietro  e aveva spiegato goffamente che non si era fatto sentire perché voleva essere certo di aver dimenticato il suo amore per la regina Maria Antonietta.
Amore? Che ne sapeva lui dell’amore?
Come poteva parlare d’amore?
Lui che per anni aveva fatto vivere nella disperazione più nera la donna che amava con la sua assenza. Una persona che dopo la sua vincente campagna in America non aveva fatto sapere sue notizie passando due anni in allegre compagnie nelle corti europee.
E si giustificava che voleva essere sicuro di non amarla più!
Povera regina!
Povera, stupida, illusa regina.
Troppo ingenua per serbare rancore.
Troppo buona e piena di gioia per odiare l’uomo che l’aveva fatta soffrire.
Povera Oscar. Innamorata ma non ricambiata.
Povero André. Inerme spettatore di quel delirio.
Ma tutto questo non aveva scatenato questa sua furia. Oh no! Era ben altro.
In una delle giornate in cui il conte aveva passato con Oscar le aveva confessato che ormai non amava più la regina e che era pronto per innamorarsi di nuovo.
L’aveva dimenticata.
Ingenua Oscar. Davvero ingenua.
Aveva creduto alle parole di Fersen.
Aveva creduto che veramente Fersen fosse convinto delle sue parole.
Non aveva sentito la menzogna nella sua voce.
Una menzogna che non convinceva nemmeno se stesso.
Fersen sperava di non amare più la regina ma sapeva bene la verità.
Ma Oscar non lo sapeva oppure non aveva voluto scorgere la verità nei suoi occhi.
Il sorriso di Oscar a quelle rivelazione era stato segreto ma felice. Una luce di gioia aveva fatto brillare l’azzurro dei suoi occhi.
Una gioia che aveva spento per sempre la sua.
Una gioia che aveva trasformato in Oscar una determinazione a conquistarlo, una determinazione  insana e distruttiva.
André non aveva avuto il tempo di avvertirla, di metterla in guardia.
Aveva deciso di lasciar perdere la maschera che gli faceva fingere di non sapere che Oscar era innamorata di Fersen.
Aveva deciso di comportarsi come un amico e avvertirla sui rischi che quelle illusioni l’avrebbero portata.
Ma non ne aveva avuto il tempo.
Oscar aveva fatto di testa sua.
Come sempre.
Ma stavolta aveva messo in gioco non solo il suo cuore ma anche quello del suo segreto innamorato.
Aveva deciso di partecipare a un ballo in maschera senza la presenza confortante di André.
Fin qui nulla di strano.
Anzi per André era sempre un sollievo evitare le feste dei nobili. Meno nervi e bili.
Nulla di strano fino a che la nonna con occhi luminosi gli aveva comunicato che Oscar voleva partecipare a quel ballo vestita in abito da sera.
Ancora niente di strano.
Notando l’espressione ottusa del nipote la nonna gli aveva urlato infastidita che la sua bambina voleva vestirsi in abito da sera, ma da donna.
Da donna? Oscar che si vestiva da donna?
Dapprincipio André ne era rimasto basito, attonito, incredulo e poi… divertito!
Era scoppiato in allegra e grassa risata irritando enormemente la nonna che aveva continuato a sgridarlo per tutta la sera.
La risata non aveva mai abbandonato il suo viso per tutta la serata.
Aveva sempre avuto in testa l’immagine dell’Oscar che conosceva nascosta da tutta la stoffa che ricoprivano le povere ragazze e che esibisse una femminilità di uno spaventapasseri.
Poi il suo sorriso era morto sul viso quando un apparizione aveva fatto capolino all’inizio delle scalinate dell’ingresso dove lui aveva aspettato curioso.
Curioso da tutto quel vociare che aveva sentito attraverso la porta delle stanze di Oscar e che non avevano fatto altro che alimentare la sua ilarità, ridere fino alle lacrime.
Aveva sentito Oscar strillare e la nonna rimproverarla acidamente.
“Oooohhh! Nanny non stringere così forte! Così mi impedisci di respirare!” aveva protestato Oscar con voce incerta.
André ridacchiava forte.
“Sta zitta! E fa fare a me! Mettiti ritta e stai ferma!” aveva ordinato la nonna zittendo le sue proteste.
“Ahi! Ma che fai ai miei capelli! Non tirare!”
“Oscar! Non sta bene che una signorina si lamenti tanto! Ti sei comportata da selvaggia per troppo tempo! Ora ferma!”
“Signorina un corno! Ma che diavolo…? Ahi! L’hai fatto apposta!”
“No, non è vero! Stai ferma. Non sta bene che imprechi Oscar!”
“E tu non tirare i miei capelli!”
Poi silenzio e André muto, aveva aspettato altre novità ma solo frusci e sbuffi di Oscar.
Ridacchiò.
“Oscar! Non sta bene che ti gratti la schiena!”
“Uff! ma non sta bene proprio niente per te! Non sta bene grattarsi, non sta bene imprecare, urlare o respirare! Odio quest’abito!”
“Zitta!”
“Ora che fai?”
“Ferma”
“Cos’è?” chiese la voce di Oscar che aveva assunto una strana nota troppo alta rispetto al sua voce abituale. Sembrava più…femminile.
André aveva aggrottato la fronte e si era chiesto quale tortura aspettasse ancora ad Oscar.
“Questi mia cara, si chiamano trucchi” aveva pronunciato con voce cantilenante la nonna.
“No! No questo no! Sarò ridicola con…”
“Ferma e fai fare a me! Sarai la ragazza più bella della corte!”
“Sarò la ragazza più ridicola e imbrattata della corte!” aveva replicato piccata la ragazza sbuffando.
Quasi se l’era immaginata seduta e impettita con il broncio sul viso.
Aveva riso più forte.
Erano passato altri interminabili minuti.
Il pendolo aveva rintoccato i minuti con irritante ripetitività.
Si sentiva solo il tic tac del orologio e i bisbigli della stanza di sopra.
Che diavolo stavano confabulando quelle due?
Nell’attesa si era acceso una sigaretta inspirando il fumo cercando di sciogliere quella strana morsa che gli stringeva lo stomaco.
Aveva temuto e aveva atteso il momento di vederla vestita da donna.
Aveva avuto proprio voglia di vederla come una donna per una volta.
Però quel immagine non riusciva proprio a delinearsi nella sua mente. Solo scene comiche di uno spaventapasseri con il vestito che gli pendeva da tutte le parti!.
Erano passati ancora altri minuti poi la nonna lo aveva chiamato con voce gioiosa invitandolo ad ammirare la sua bellissima bambina.
André aveva continuato a ridacchiare, un po’ più per mascherare l’imbarazzo che per un divertimento che non sentiva, e sollevando il viso verso la scalinata il suo cuore cessò di battere.
Oscar, la sua Oscar non c’era più.
Quella bellissima fata bionda non poteva essere la sua Oscar.
Non quella ragazza che gli sorrideva imbarazzata mordicchiandosi il labbro inferiore.
La sua Oscar era una ragazza vestita da maschio, fredda e controllata. Sempre in viso un espressione controllata e razionale.
Quella divinità non era Oscar.
Notò che non lo guardava in viso. Sembrava molto a disagio sotto il suo sguardo attonito.
André sapeva che aveva uno sguardo da trota e rischiava di inghiottire una mosca tanto la sua bocca era spalancata.
I suoi occhi studiarono ogni particolare della sua figura determinato a custodire quel immagine per sempre. Ricordare la bellezza di quella dea era diventato la nuova missione della sua vita.
L’aveva guardata a fondo e intensamente, come mai si era permesso di fare in tutti quegli anni.
Vide i suoi riccioli ribelli dolcemente acconciati sul capo scivolando in morbide onde sul viso e sulla linea sottile del collo.
Il viso era finemente truccato e le labbra tornite erano imbellettate di un succoso colore rosso.
André si sentì la gola arsa.
Le sue spalle erano nude e le braccia coperte da maniche corte a sbuffo.
L’abito che fasciava la perfezione delle sue forme era bianco con ricche bordature turchesi che riprendevano il colore dei suoi occhi.
Ma la parte che più aveva attirato il suo sguardo era stata la scollatura che non generosa, ma abbastanza maliziosa da far scorgere la linea intrigante dell’attaccatura del seno.
Incredibile! Oscar aveva il seno!
Un seno piccolo e alto.
Deglutì a fatica.
“André se non ti togli di mezzo non riesco ad uscire” lo aveva richiamato la ragazza che per sfumare l’imbarazzo era tornata ad assumere il suo solito tono spiccio e arrogante.
Ma André avrebbe voluto rimanere lì ad ammirarla per ore ma si riscosse al suo tono acido e si fece da parte senza mai staccarle gli occhi di dosso.
Lei scendeva le scale con insolita lentezza e André si chiese se non avesse qualche problema ad organizzare i movimenti impediti dall’enorme numero di metri della gonna.
Oscar infatti aveva inciampato con la scarpetta sul vestito e solo grazie all’intervento di André che non era crollata in modo poco signorile giù per le scale.
André era tornato a sorriderle e prendendola per mano l’aveva accompagnata fino alla carrozza.
Per la prima volta nella sua vita le aveva toccato la mano per più di un minuto di seguito e con il suo permesso. In più, cosa ancora più incredibile, si era fatta aiutare a salire sulla carrozza.
Una volta dentro lo aveva guardato un po’ timida e con stupore André si era reso conto che aspettava qualcosa da lui.
Inizialmente la sua mente ancora sconvolta aveva pensato che volesse un bacio ma trasalendo a causa del suo pensiero scandaloso le aveva tenuto ancora la mano.
Era insaziabile. Aveva voluto ancora continuare a toccarla fino a che la carrozza non fosse partita.
“Oscar sei bellissima” le aveva sussurrato.
Aveva sorriso quando lei lo aveva guardato scandalizzata diventando paonazza in volto.
“Divertiti” l’aveva salutata André stringendo le labbra liberando la stretta che stranamnete anche lei non sembrava pronta a sciogliere.
Fu in quel momento, mentre aveva osservato la carrozza attraversare il viale guadagnando l’uscita che André si era reso conto cosa veramente fosse successo.
Dove Oscar stava andando.
Dove Oscar fosse diretta così bella da mozzare il fiato.
Aveva capito da chi Oscar si voleva far ammirare quella sera.
E sapeva chi ci fosse in quella festa quella sera.
Oscar voleva farsi ammirare da Fersen.
Quel Fersen che le aveva detto che voleva dimenticare il passato e innamorarsi di nuovo.
Quel Fersen che era amato dalle due donne più belle della Francia.
Quel Fersen che sicuramente quella sera avrebbe stretto tra le braccia la sua Oscar. Avrebbe ballato con lei. Avrebbe ballato con lei come André, nella sua posizione di domestico, non avrebbe mai potuto fare.
Aveva stretto forte i pugni e respirando a fatica aveva continuato a guardare nella notte dove qualche minuto prima la carrozza a nolo di Oscar era sparita.
Carrozza a nolo.
Oscar non voleva far sapere che quella sera il colonnello delle guardie reali si vestiva da donna.
Sarebbe stata la contessa del mistero.
Chissà come gli sembrerà affascinante la cosa a Fersen.
Chissà cosa avrebbe fatto quel orribile conte alla sua Oscar.
L’avrebbe stretta forte tra le braccia o non le avrebbe chiesto di ballare?
Avrebbe flirtato con lei?
E lei avrebbe civettato con lui?
Si sarebbe sentita sciogliere tra le sue braccia? Si sarebbe sentita felice di stare con lui finalmente come donna?
Avrebbe ceduto alla sua seduzione?
Gli avrebbe donato il miracolo delle sue labbra? Avrebbe scambiato con lui il suo primo bacio? Ci sarebbero stati altri baci? Carezze? Sospiri caldi sulla pelle nuda?
André aveva represso un urlo di ira ed era scappato dentro andando ad appoggiarsi al camino accesso del salottino distrutto come se avesse corso per mille chilometri a piedi.
L’ira, la collera minacciava di soffocarlo, di lasciarlo annegare nelle sue acque torbide.
Annaspava alla ricerca disperata di far entrare aria nei polmoni.
Doveva calmarsi. Non poteva continuare a torturarsi con quelle immagini, con quei pensieri.
Oscar non era una ragazza facile, non avrebbe ceduto alle avances di Fersen.
Però era tanto innamorata di quel conte…
Ed era tanto ingenua…
“André?” lo chiamò la nonna preoccupata per il nipote.
“Dimmi nonna” disse con un sussurro soffocato.
“E’ una pazzia lo sai, vero?” sospirò la donna anziana con le lacrime agli occhi.
“Non so di cosa tu stia parlando”
“André, è un nobile. Non essere stupido. Non vivere nei sogni. Lei non potrà mai essere tua. Anche se lei ricambiasse, e grazie a Dio non ricambia, non potresti mai renderla felice. Non potete sposarvi. Tu non sei un nobile. I nobili possono sposarsi solo con i nobili”
“Non so cosa stai farneticando nonna” continuava a negare lui con lo sguardo vuoto e assente fisso sulle fiamme.
“Pensi che io non mi sia accorta di nulla? Siete i miei bambini e vi conosco più di voi stessi. So molte cose anche quelle che tu non vedi. Non voglio vederti soffrire piccolo mio. Hai già sofferto abbastanza nella tua vita. Meriti un po’ di felicità. Oscar non è la donna per te. Non puoi sposarla”
“Nonna stai delirando”
“Piccolo mio ascolta” sussurrò la nonna poggiando le mani sul viso del ragazzo e cercando di sollevargli il viso ma questi sfuggì alla sua stretta.
“Non voglio che tu soffri. Ma se continui a torturarti così finirai che ti ammalerai d’amore. I tuoi genitori si sono sposati per amore. Si amavano tanto e sono morti insieme e, fidati, non avrebbero vissuto molto l’uno senza l’altra. Io voglio che tu viva un amore grande e profondo come il loro. Tua mamma non mi detto altro prima di morire. Voleva che tu vivessi felice e libero. Voleva che io ti proteggessi dal male. Dimenticala André. È una nobile e tu un plebeo. È una verità scomoda ma innegabile.
Non potrai mai fare nulla per cambiare questa realtà André” cercava di convincerlo la nonna preocupata dallo sguardo senza vita di André.
Dov’era il suo bambino felice e spensierato, un po’ mascalzone e birichino?
Chi era quel uomo triste e distrutto?
No, André, non amarla. Ti farà soffrire. Pregava silenziosamente la nonna singhiozzando infelice.
Ma André sembrava sordo alle sue parole. Era assente e con la testa immersa in chissà quali pensieri. Una guerra infuriava nei suoi incredibili occhi verdi così simili a quelli della madre.
“André non fare follie” lo pregava la donna accarezzandogli i capelli corvini.
André si girò a guardarla come se la vedesse per la prima volta.
Sembrava che nel viso della donna avesse scoperto chissà quale verità.
Si mise ritto e con un sorriso freddo disse: “Non aspettarmi sveglia nonna. Esco”
E con lunghe falcate uscì dal palazzo e prese il suo cavallo partendo alla volta di Parigi.
La sua città.
La città della borghesia, del lavoro, della miseria, della povertà.
La città che presto avrebbe trovato la libertà.
Raggiunse il piccolo abitacolo in poco tempo. Ascoltò i rumori della città sentendoli come suoni benvenuti nella sua mente sconvolta.
Bambini che piangevano, vecchi che deliravano negli angoli della strada, vagabondi che chiedevano l’elemosina. Uomini che imprecavano volgarmente, ragazzi che facevano a botte, un barbone che urinava vicino alla spazzatura. Tutto quel spettacolo gli diede l’indizio di essere arrivato in quel luogo che non frequentava ormai da mesi.
Entrò sbattendo la porta contro il custode, che maleodorante e iroso gli lanciò un occhiata minacciosa.
“Non vogliamo damerini in questo posto!” gli intimò l’uomo barbuto guardando con disgusto il suo abbigliamento pulito, ordinato, ricercato, da nobile.
André si guardò la candida camicia di batista e ripromise a se stesso di vestirsi in modo più dimesso quando decideva di andare in quel girone infernale.
Raccolse la minaccia e afferrando il bavero dell’uomo barbuto che gli impediva l’entrata sibilò: “Posso pagare! Voglio una ragazza! Ora! Torna al tuo posto e non darmi problemi” gli lanciò in viso una moneta d’oro.
L’uomo cambiò atteggiamento e sistemando il bavero con mani tremanti raccolse la moneta facendo segno al ragazzo di seguirlo.
La scelta era varia e poco soddisfacente.
Nessuna sembrava fare al caso suo.
Arricciava il naso disgustato sentendo il puzzo delle stanze sporche dove dimesse stavano sdraiate le ragazze in letti sfatti.
Mai cedette alle preghiere delle ragazze che vedendolo lo invitavano a scegliere una di loro.
Poi entrando nell’ennesima stanza vide una ragazza, piccola ed esile, che gli sorrideva maliziosa e seducente. Ma non fu questo ad attirare la sua attenzione. Furono i suoi capelli, che sotto lo sporco si notavano lucidi fili dorati. La ragazza era bionda.
Voleva lei.
Le sorrise.
La ragazza si alzò dal letto e seducente lo afferrò per il bavero trascinandolo nella stanza.
Furono lasciati soli e chiudendo la porta André notò quanto la ragazza fosse giovane e magra.
“Quanti anni hai bambina?”
“Quanti me ne vuoi dare tu bellezza”
André sorrise all’impertinenza della giovane e decise di non ascoltare la sua coscienza e afferrandola per le braccia la strinse a se.
La ragazza rimase un po’ intimorita dalla sua stretta forte ma riprendendosi gli sorrise ancora.
“Come ti chiami?”
“Jeanne”
“Sei bella Jeanne” le sorrise André affondando il viso sul suo decoltè poco fiorente e quasi nudo dal corpetto sciolto.
“Anche tu sei bello straniero” sussultò la donna sentendosi sciogliere sotto i baci dell’uomo.
“Non sono straniero. Sono parigino non meno di te” replicò l’uomo con lo sguardo di fuoco.
“Sei davvero bello. Se non fosse che mi serve il denaro mi darei gratis per te” sospirò la ragazza che con un gemito accolse la sua bocca sul seno.
André la guardava in viso ma sembrava non vederla, i suoi occhi vedevano un altro viso. Non quello sporco e magro di quella ragazza. Ma un altro viso. Pulito, candido, birichino,caro al suo cuore. Un viso che quella sera lo aveva ferito a morte.
Ancora in collera con se stesso, per averle permesso di prendersi gioco del suo cuore, e con lei per essere così ottusa da non dimenticare Fersen, afferrò le spalle della sgualdrina e la spinse contro il muro strappandole di dosso ciò che rimaneva del suo dimesso vestiario.
“Che furore! Mi piace!” sorrise la ragazza socchiudendo le labbra.
“Zitta!” ordinò lui avvicinando il viso a quello di lei con fare minaccioso.
“Non voglio sentirti parlare. Devi stare zitta. Hai davanti a te un uomo morto, distrutto nel profondo. Voglio solo dimenticare tra le tue gambe, chiaro?”
“Con piacere straniero. Ma guarda che mi sembri molto vivo, tesoro” e ridendo gli allacciò il collo con le braccia e si lasciò prendere da quel uomo contro il muro. Gli cinse la vita con le gambe e per la prima volta della sua breve vita conobbe il piacere della passione bruciante.
Con quel uomo bello e maledetto.
Che disperato affondava dentro il suo corpo.
Quel uomo che piangendo nascondeva il viso contro i suoi capelli mordicchiandole la pelle del collo.
Quel uomo che mai una volta toccò le sue labbra con le sue.
Jeanne si sentì tanto in pena per lui e accarezzandogli i capelli lasciava che la prendesse con quella furia impetuosa, lasciando che sfogasse la sua disperazione nel suo corpo.
Gli avrebbe dato piacere. Oh si , gli avrebbe dato tanto piacere, si ripromise la ragazza inarcando la schiena.
 
 
 
 
 
 
 
 

Ritorna all'indice


Questa storia è archiviata su: EFP

/viewstory.php?sid=1938052