See you on a dark night

di MoonLilith
(/viewuser.php?uid=1924)

Disclaimer: Questo testo proprietà del suo autore e degli aventi diritto. La stampa o il salvataggio del testo dà diritto ad un usufrutto personale a scopo di lettura ed esclude ogni forma di sfruttamento commerciale o altri usi improri.


Lista capitoli:
Capitolo 1: *** I. Genesis ***
Capitolo 2: *** II. REALiTi ***



Capitolo 1
*** I. Genesis ***




I.

Genesis

 

Grilli.
Il loro frinire incessante e cantilenante e ossessionante.
Sono le tre di notte ed il silenzio della mia camera buia è rotto solo da quel canto ripetitivo eppure estremamente confortante.
In queste notti d'inizio estate i grilli sono i miei migliori amici. Una stridente e fatata compagnia. Si uniscono alle dita che veloci, compulsive, pigiano i tasti della tastiera usurata del PC dove lavoro. A volte sembrano quasi scandire il ritmo dei miei gesti. Si uniscono e si accompagnano abbracciandosi in una ritmica melodia, tinta dalle alientanti sfumature della luce artificiale del mio monitor.
La stanza è buia, per lo più.
I colori provenienti dallo schermo illuminano i profili dei pochi elementi che costituiscono l'arredamento essenziale della stanza: il panneggio delle lenzuola sfatte, il cuscino buttato in mezzo al letto, le sneackers ai suoi piedi, il comodino con bottigliette d'acqua e lattine vuote, una piccola lampada anonima, spenta, i profili dei poster e delle foto e di qualsiasi foglietto di carta strappato, stampato, raccattato, disegnato fisso al muro sopra l'angolo del mio -scarso- riposo e sulla mia postazione di lavoro.
Le mie mani e il mio viso invece sono completamente invasi da questa luce psichedelica, che diventa verde acido, blu violetto, fucsia e bianco azzurrino, e fa diventare le mie dita degli stessi colori, facendole sembrare più delle creaturine fatate che si divertono a danzare su quei tasti con le lettere ormai scolorite ed illeggibili.
E mentre la mano sinistra è lì, che danza a ritmo della melodia gentilmente offerta anche oggi dai grilli violoncellisti e percussionisti, la destra traccia linee, macchie di colore, scie di vita e di luci e di fumi suggestivi, sulla superficie un po' consunta, graffiata qua e là, della tavoletta su cui lavoro passando la maggior parte del mio tempo.
A volte penso davvero che tutto quello che immagino possa prendere vita, da un momento all'altro, illuminata dalla magia che aleggia nell'aria.
Sono a Los Angeles, d'altronde.
Los Angeles è permeata di follia ed incanto, in ogni sua strada, ogni suo volto, ogni sua palma rigogliosa ed in ogni sfumatura elettrica del suo cielo, dei granelli di sabbia, dei vicoli miserevoli e angusti, delle colline che ancora ascoltano e incanalano gli echi mistici delle popolazioni che in passato abitavano queste terre.
E a me sembra di sentire tutto questo, ogni giorno, ogni notte sopratutto.
Questa è la città che io ho scelto, la città dove io ho deciso di fuggire, di rintanarmi, di sperare, di sognare.
Ed ogni mia traccia di colore, scandita ritmicamente da quei grilli durante le loro jam sessions notturne, è una piccola parte di me e dei miei sogni.
E posso vederle danzare e prendere vita.
Linea dopo linea.
Pennellata dopo pennellata.
Sorso dopo sorso.
A proposito di sorso. La mia mano di stacca all'improvviso dalla tastiera, distruggendo in un secondo la danza delle fate dai colori psichedelici, correndo veloce verso la lattina di Redbull più vicina.
L'incanto si spezza totalmente quando, sollevandola, mi rendo conto che è troppo leggera. Strabuzzo gli occhi, come a riprendermi improvvisamente da un profondo stato di trance. Dietro gli spessi occhiali a fondo di bottiglia le mie palpebre si aprono e si chiudono più volte, frenetiche, come a voler mettere a fuoco i profili di tutto quello che mi circonda, turbate dal passaggio dalle luci intense dello schermo all'oscurità del resto della stanza.
Giurerei che per un secondo anche i grilli abbiano smesso di frinire. Ma quella è sicuramente solo la mia -fin troppo fervida- immaginazione.
Ripiombata nella mia miserevole realtà porto subito la lattina alle labbra e quando riesco a ricavarne solo una goccia di liquido zuccherino la agito spazientita, per accertarmi davvero della cruda, terribile verità: ho finito le bevande energizzanti.
E per chi è a pochi giorni da un'importantissima consegna di lavoro non potrebbe esserci realizzazione peggiore.
La poso con poca delicatezza sulla scrivania, in un fortuito angolo vuoto e non invaso da penne, matite, fogli, tazzine di caffè vuote, controller per giocare e cuffie gigantesche.
Sento improvvisamente la necessità di stiracchiarmi e di sgranchire le gambe che, come al solito quando lavoro e assumo le mie posizioni ai limiti del normale, si sono addormentate e ora formicolano fastidiosamente, e sembrano due macigni pesantissimi che non riesco a controllare.
« Oh, andiamo. » borbotto spazientita mentre porto i piedi sul pavimento fresco ed inizio a schiaffeggiarmi i polpacci, come a volerli svegliare dal loro intorpidimento immobilizzante.
Mentre pian piano cerco di riprendere totale controllo delle mie facoltà motorie, con la stessa leggiadria di un pinguino mi dirigo velocemente verso il piccolo bagno del mio bilocale silenzioso, scossa dalla brusca necessità di dover fare pipì.
Mentre lavoro mi concentro e mi perdo talmente tanto che, a volte, è come se smettessi di sentire ogni bisogno fisico. Non sento le gambe che si addormentano, o il sedere che fa male, la fame e qualsiasi richiamo biologico. Solo quando la magia si spezza, per un motivo o per un altro, tutti i miei malus iniziano a farsi sentire prepotenti.
Sì, tipo quelli di un personaggio di un gioco di ruolo, affetto da Lentezza o Ciecità.
O tipo le barre dei bisogni di qualcuno di quei giochi di simulazione della realtà.
Lavorando per l'industria dei videogames ormai da tempo non riesco più a fare a meno di associare qualsiasi cosa ad un aspetto videoludico. Ed è anche il motivo per cui mi trovo in questa città che si presta benissimo per essere l'ambientazione di un videogioco, di quelli che iniziano dandoti sensazioni rassicuranti e confortevoli e poi all'improvviso ti prendono e ti lanciano come una catapulta in un'alienante realtà alternativa.
Ma ora non c'è nessun videogioco o realtà alternativa che tenga: ora il mio bisogno primario è solo quello di infilare un paio di shorts di jeans e le sneackers sotto la mia t-shirt col logo dell'azienda per cui lavoro -annodata all'ombelico perché di qualche taglia più grande, e oggi fa veramente troppo caldo-, il cappellino rosa shocking con la visiera, togliere i fondi di bottiglia per far riposare un po' gli occhi ed uscire di corsa nella notte di Los Angeles per conquistare due o tre lattine di energizzante.
Linfa vitale per affrontare la notte di lavoro, sono come le mie pozioni per il Mana.
Esco di casa e imbocco subito Washington Ave, diretta verso il lungomare e il Palisades Park, dove so per certo essere presente un distributore di bevande 27/7.
Appena arrivata su Ocean Ave non sembra neanche di essere a notte inoltrata, visto il traffico di automobili che costeggiano la spiaggia, anche se meno del solito.
L'umidità del mare è spesso pesante e soffocante, sopratutto durante le ore notturne, e rende la mia pelle appiccicosa e fastidiosa da sentire addirittura per me stessa. Fa venire voglia di spogliarsi non solo dei propri vestiti ma anche dello stato superficiale del proprio corpo e dei pensieri più martellanti e seccanti. Per fortuna questa notte c'è una leggera brezza che smorza un po' questa cappa pesante che sa di sale e di placida, presente sovranità che il Pacifico sembra volerci ricordare ogni giorno.
La brezza profuma di vita e cambia fragranza ad ogni nuovo soffio, prima trasportando profumi di dolci e pietanze appena sfornati, poi di incensi pungenti e persistenti, poi di note che sanno di bellezza e ricchezza sfrontata, sfrenata, costose ed irraggiungibili.
È questo che amo di questa città: la sua continua mutevolezza. È come se fosse ogni momento un posto diverso eppure sempre lo stesso.
Trotto velocemente verso il distributore nei paraggi del The Bungalow, superando California Ave.
Se nei paraggi del locale vi è raccolta una folla vivace di gente, illuminata dalle luci calde e avvolgenti provenienti dall'interno, nelle vicinanze del distributore si sprofonda nella calma e solitudine più totali, con le ombre nette proiettate drammaticamente dall'illuminazione fredda e asettica dei lampioni di strada.
Ma questa sera la solitudine non è decisamente la più totale, quella che di solito piace alla sottoscritta.
C'è un'ombra proprio davanti al mio distributore notturno, che armeggia con fare annoiato.
Tamburella le dita lentamente, sulla gamba, il braccio ciondolante, mentre tra le dita dell'altra rigira svogliatamente una monetina.
Sono ancora lontana mentre sistemo il berretto, pressando la stoffa il più possibile sulla chioma lunga, castano scuro, che fuoriesce raccolta in una coda disordinata, cadendomi sulle spalle e sulla schiena. Con la visiera cerco di nascondere il più possibile il volto, ma in modo che i miei occhi color nocciola guizzino sospettosi verso quella figura, liberi di studiarla.
Intanto nella mia mente si susseguono incessanti e veloci le stesse parole.
Vattene
Vai via.
Vattene vattene vattene.
Come un lupo a cui è stato invaso il territorio, stringo le labbra ed inspiro profondamente, studiando il nemico.
Sono una persona abitudinaria. Forse in modo quasi paranoico. Ripeto gli stessi movimenti in modo ossessivo-compulsivo. Quando qualche interferenza mi sconvolge i piani, di qualunque natura sia, per me è un nemico. Nemico della fragile stabilità che ho costruito lentamente in ogni mio gesto ed abitudine.
Mi avvicino ancora, i miei passi si fanno sempre più lenti, diffidenti.
A pochi metri mi fermo completamente, aspettando, apparentemente tranquilla. In realtà mi ritrovo con la mano in tasca a fare esattamente lo stesso movimento del ragazzo, con le mie monete, solo con una punta in più di nervosismo e velocità.
Lui sembra prendersela con comodo. Sospira, tamburella ancora, e la stoffa dei suoi pantaloni sportivi grigi si muove a ritmo, insieme ai piedi e, probabilmente, ad una melodia che sta intonando distrattamente, a bassa voce, ma che io non posso udire a causa della distanza e dei rumori ambientali che ci circondano.
Guardinga sposto lo sguardo dalle mani al viso, quasi completamente invisibile dalla mia posizione. I capelli sono scuri, non eccessivamente corti, scompigliati e ribelli, così come il filo di barba incolta. La t-shirt è semplice e nera. Anche i suoi occhiali da sole sembrano neri.
Occhiali da sole?
Alle tre di notte.
Allarme, allarme.
Notare quel dettaglio completamente fuori luogo ha fatto svegliare ancora di più i miei sensi di ragno, quindi m'irrigidisco un pelo di più.
Come se io poi avessi qualcosa da dire, nascondendomi dietro la visiera di un cappellino prodotto, in teoria, per schermare i raggi solari e non certo i fasci di luce dei lampioni notturni invasi da insettini volteggianti.
Il tempo passa, e sembra veramente tantissimo. Anche io inizio a martellare col tallone sull'asfalto, impaziente.
Ad un tratto vengo scossa dallo squillo del suo cellulare, che prontamente tira fuori dalla tasca e porta all'orecchio. Ora gli vedo solo il dorso della mano e il retro dello smartphone.
Lo sento borbottare qualcosa. Ha una voce bassa, un po' roca.
« Sì, sto per rientrare. Sì. Non tardo. » sono le uniche parole che riesco a cogliere prima che, con uno sbuffo abbastanza sonoro da risultare spazientito, riagganci e rimetta il cellulare in tasca.
Quando però lo vedo ritornare a fissare il distributore, come se più che voler comprare qualcosa stesse cercando distrazione nell'analisi dei loghi e delle etichette, con uno slancio di stizza mi avvicino, prepotente, e lo spingo leggermente via, riconquistando tronfia il totale possesso del mio distributore notturno d'emergenza.
« Permesso. » sbotto, concedendogli questa gentilezza, nonostante il mio cuore inizi a galoppare.
Ogni volta che prendo d'istinto una decisione simile mi ricordo sempre troppo tardi che sono sola, in una città che non conosco e che potrei appena aver fatto uno sgarbo ad una persona pericolosa. Ed insomma, non c'è tanto da fidarsi di chi alle 3 di notte va in giro per Los Angeles con degli occhiali da sole.
« Ehi! » esclama lui di rimando, voltandosi verso di me, mentre si scosta. « Ma ti sembra modo? »
Il mio orecchio straniero eppure ormai abbastanza allenato al classico accento californiano coglie una cadenza che non è decisamente autoctona. Non è difficile distinguere noi stranieri dalla classica e sbracata parlata di Los Angeles.
Solo quella curiosa peculiarità mi invoglia a sollevare abbastanza il viso -e devo piegarlo abbastanza, perché nonostante io non sia bassissima lui è decisamente più alto di me- da superare la protezione della visiera e guardarlo in volto. I suoi occhi sono ancora coperti dagli occhiali da sole.
Assottiglio appena le palpebre, perché ha un aspetto decisamente familiare.
Ma poco conta al momento, visto che la mia priorità massima è l'accaparrarmi un paio di lattine di Redbull e filare di nuovo a casa a lavorare.
« Eri qui davanti da mezz'ora. Magari la prossima volta togliti gli occhiali da sole, riuscirai a leggere le etichette e capire che cosa vuoi comprare. » sbotto frettolosamente, agitata, mentre inserisco tre o quattro monete da un dollaro e con totale confidenza pigio il codice della bevanda energetica.
« Ma... » inizia lui, fermandosi qualche secondo, probabilmente confuso. « Santo cielo, quanto sei acida. Guarda che basta chiedere. E poi direi che non sono affari tuoi come decido di andare in giro. Miss-berretto-con-la-visiera. » continua poi, palesemente contrariato, ma con una punta di divertimento, parrebbe.
Resto in silenzio, digitando lo stesso codice un altro paio di volte, lasciando cadere le lattine e chinandomi poi a raccattarle.
Sì, lo so, ha ragione.
È solo che a volte, forse per troppa paura, ho delle reazioni istintive ed eccessive. E infantili. Fortunatamente per ora mi è sempre andata bene. Anche lui sembra solo alterato ma mi sembra innocuo.
Mentre sto per replicare con una risposta estremamente tagliente e sagace tipo “gnegnegne” inizio a sentire degli strani urletti provenienti dal The Bungalow.
Probabilmente il rumore del distributore e il nostro brevissimo ma nervoso scambio deve aver attratto l'attenzione di qualche avventore del locale. O, per meglio specificare, avventrice.
« Oh, merda... » sibila lui, voltandosi in direzione delle voci.
Per un attimo il suo corpo freme, quasi avesse la necessità impellente di prendere e darsela a gambe.
Io spalanco appena gli occhi, confusa, indietreggiando di due passi, mentre un gruppetto di cinque o sei ragazze si avvicina velocemente, continuando a starnazzare in modo estremamente fastidioso.
Lui stringe le labbra un attimo, soffia dal naso con palese disagio, ma poi cambia all'improvviso: le sue labbra s'increspano in un sorriso ampio, rivelando sopratutto la fila di denti superiori perfetta e bianchissima.
Strabuzzo un attimo gli occhi.

È come se si illuminasse di una luce ultraterrena. Solleva gli occhiali da sole sopra la testa, mentre le ragazze ci raggiungono e, senza rivolgermi neanche un'occhiata, lo circondano ed iniziano a farfugliare cose senza senso, ed io non mi sforzo certo di capire.
Mentre qualcuna di loro tira fuori penne e foglietti, lui sorride, risponde, le accarezza con lo sguardo.
Gli occhi.
Vedo i suoi occhi ora. Resto immobile ad osservare due pietre color onice, grandi e lucenti, incastonate nelle palpebre che, tese nel sorriso, sono diventate due mezzelune furbe ed intriganti.
Il mio sguardo per un attimo si posa su queste ragazze, tutte tirate a lucido, coi capelli ed il trucco perfetti, nei loro vestitini brillanti e cangianti e pieni di allegria.
Intanto i miei piedi, ben protetti dalle mie sneackers logore e un po' scolorite, indietreggiano ancora di un passo.
Quel movimento attira l'attenzione del ragazzo, che per pochi istanti solleva lo sguardo verso di me.
E per la prima volta i miei occhi nocciola incontrano i suoi, cupi eppure estremamente espressivi.
Inspiro sussultando appena, in un movimento impercettibile, e per quei secondi il mio fiato si congela. In questa notte estiva ed afosa di Los Angeles, per quei secondi, avverto un brivido di freddo.
Sostengo lo sguardo, ma per poco. È troppo intenso. È troppo pungente.
Sta cercando di comunicarmi qualcosa.
Aiutami?
Salvami?
Ma chi, io?
Ma io non posso.
Io ho paura di tutto.

Stringendo in braccio le tre lattine come fossero tre figlioletti, con la mano destra di nuovo vado ad abbassare la visiera del cappellino. A spezzare quello scambio di sguardi. A proteggermi dal mondo, dalle persone, da qualsiasi tipo di contatto.
Forse me lo sono solo immaginato. In fondo io immagino fin troppe cose.
Gli volto le spalle e inizio a correre via, ad allontanarmi da quella situazione troppo alientante, troppo fuori dalle mie abitudini e dai miei standard.
Scappo via, imboccando California Ave, e mi sembra quasi di essere inseguita da uno sguardo fin troppo curioso, che riesco a scrollarmi di dosso solo quando, di nuovo, gli unici rumori che mi circondano sono prima le chiavi nella toppa di casa e poi il silenzio della mia stanza, il ronzio accogliente del computer, e la ritmica danza dei miei grilli violoncellisti.
A Los Angeles può succedere di tutto.
Los Angeles è la città dei sogni e della magia.
E nonostante sia stato tutto estremamente breve e veloce ed incomprensibile, mentre poggio lentamente le lattine sulla mia scrivania mi rendo conto che quel viso fa già parte di un sogno che è volato via insieme ai bagliori della notte.

***

Se leggi queste parole, grazie mille! 
In questa fanfiction c'è tantissimo di me. Scrivo per la necessità di distrarmi, svagarmi un po' dagli impegni e le consegne imminenti, quindi è come se volessi portare me stessa in un'altra realtà, rifugiandomi nella mia fantasia per un paio d'ore.
Non sono una scrittrice e probabilmente il testo è pieno di errori ed incomprensioni: è scritto di getto nei momenti in cui sento il bisogno di dover portare su 'carta' le immagini che ho in mente.
Ogni capitolo avrà il nome di una canzone specifica che ho ascoltato mentre scrivevo; in questo caso è Genesis, dei Grimes. Ascoltala se hai voglia, mi farebbe molto piacere, credo aiuti ad immedesimarsi nelle mie visioni un po' disordinate.
Lasciami pure un pensiero, una correzione, un suggerimento: ribadisco di essere una scrittrice saltuaria e seppur appassionata compio sicuramente una marea di errori.
Non vedo l'ora di continuare. 

Grazie per aver letto fin qui.

Ellie~

Ritorna all'indice


Capitolo 2
*** II. REALiTi ***




II. REALiTi

 

L'azienda in cui lavoro è una delle più grandi case di sviluppo presenti ad L.A. Lo stabile è situato a Santa Monica ed è grande, luminoso, spazioso, pieno di tutti i comfort possibili.
Anche se la lettera d'assunzione richiedeva la mia presenza per ricoprire praticamente un ruolo da manovale, quando ho letto quella fatidica mail ho toccato il cielo con un dito. Mi sono sentita importante, sicura di me, potente. In grado di poter fare qualunque cosa. Era da tempo che non mi sentivo così, o forse non era mai capitato prima.
Chiaramente quel senso d'euforia incontrollata è durata il tempo necessario al mio cervello per rimettersi in funzione ed iniziare a metabolizzare seriamente la questione: tutto quello che c'era da fare, i soldi per il viaggio, le scartoffie burocratiche, traslocare... il salto nell'ignoto che stavo per affrontare.
Lì è iniziata l'ansia, e da Wonder Woman son passata a sentirmi più piccola e debole ed insignificante di una formichina.
Ma si sa che le formiche, nella loro minuscola esistenza, non sono esseri affatto deboli. E così anch'io, pian piano, ho affrontato tutte le prove che mi si sono parate davanti. Con le mie unghie deboli e tremanti, lentamente, granello dopo granello, ho iniziato a scavare ed a modellare un piccolo antro su mia misura, che mi stesse addosso perfettamente come un bel vestito comodo. Ci ho messo del tempo, della cura, tanta pazienza.
Questo piccolo angolo di scrivania in questo enorme edificio può sembrare insulso, una piccola postazione identica a decine di altre attigue, fatta eccezione per la libertà di decorazione che ci è concessa: ho la mia tazza con un cuore a 8bit, il cui interno da bianco diventa rosso a contatto con una bevanda bollente – per essere italiana ho delle preferenze che potrebbero essere considerate blasfeme, come la brodaglia americana che viene spacciata per caffè, che io adoro -, il mio tappetino per il mouse raffigurante Cthulhu, i miei post-it colorati e scarabocchiati distrattamente, la mia agenda, le mie foto raffiguranti sorrisi un po' sbiaditi, tanto lontani da me in questo momento. Ecco, questo piccolo, modesto angolo di lavoro è in realtà tutto il mio mondo, quando sono fuori dalle quattro mura di casa mia. È quell'antro sicuro che ho scavato piano, un piccolo rifugio dove posso concentrarmi, isolarmi e perdermi nelle mie fantasie, mentre lavoro.
Nel momento in cui mi siedo immagino sempre che oltre alla piccola parete divisoria alle spalle del monitor magicamente spuntino dal pavimento di laminato grigio scuro altri tre muri, di un colore verde acido brillante e luminescente, che mi circondano e vanno a proteggermi da interferenze esterne. Restano lì, sottili ma estremamente solidi, mentre risplendono percorsi da sfumature leggermente più chiare che li attraversano da terra fino in cima, come fossero scariche di magia che danno loro forza e resistenza. Tutto questo finché di solito il mio Art Director non passa al volo a darmi delle indicazioni od ad assestarmi una pacca bonaria sulla testa o a tirarmi piano i capelli. In quel momento le barriere magiche si frantumano in mille pezzi acuminati e dalle sfumature olografiche, ma che non mi fanno del male perché spariscono, ritornano nella mia mente, esattamente da dove sono venuti fuori.
Tutto questo però contribuisce a rendere confortevole e rasserenante quel mio piccolo angolo di mondo.
E questa è un'altra delle solite giornate: la sala in cui noi assistenti lavoriamo è abbastanza ampia, visto che siamo la maggior parte dei dipendenti che costituiscono il reparto artistico. I responsabili di divisione e l'art director hanno degli uffici a loro stanti, singoli – e spesso un sacco bui e angusti, al contrario della sala che è sempre discretamente illuminata.
Insieme al mio pigiare ritmico s'intrecciano altre centinaia di piccoli suoni, che tintinnano allegramente facendo vibrare l'aria: altre mani che digitano comandi, voci, risate, sedie che si spostano sulle rotelle, dita che ansiose tamburellano sulla superficie opaca delle scrivanie bianche, penne che scorrono veloci sulle superfici delle tavolette, creando mondi e creature e realtà fantastiche. Nomi, parole, fischiettii distratti. Sembra una sinfonia di pensieri e stati d'animo, che si sollevano da ognuno di noi andando ad intrecciarsi nell'aria come delle scintille di luce guizzante. È l'unico posto al mondo dove essere circondata da tante persone non mi innervosisce ma, anzi, mi rilassa. Rassicurante, un po' come lo scoppiettare del fuoco nel camino in inverno, a casa della mia nonna, o il rumore del phon quando mia mamma mi asciugava i capelli con cura, da piccina.
Non sono mai infastidita da tutto questo ribollire di energie, ed infatti anche stamattina avanzo entrando in ufficio più o meno in orario, salutando distrattamente qualcuno accennando un sorriso ancora screziato di imbarazzo – nonostante sia passato già un anno dal mio trasferimento – e dirigendomi però con sicurezza verso la mia postazione. Molti sono già al lavoro, la consegna imminente di un prototipo ci sta facendo tribolare un po' tutti. È per questo che dormo circa tre ore a notte, se va bene, aiutata anche dall'insonnia di cui soffro a prescindere, e a furia di stare ad assimilare inerme tutte le radiazioni di cui sono circondata, a partire dai miei strumenti di lavoro, non c'è tanto da stupirsi.
Accendo meccanicamente prima il monitor e poi il PC, posando le cuffie ingombranti sulla scrivania, tra la tastiera e la mia tavoletta grafica.
Mi siedo compostamente, cosciente che fra circa un quarto d'ora le mie gambe inizieranno ad intrecciarsi e piegarsi nei modi più fantasiosi possibili, in attesa che sul pc vengano caricati i files e le applicazioni.
Intanto mi sporgo appena a salutare Sam, un mio collega e vicino di postazione, mentre subito dopo di me si avvicina alla sua scrivania e compie i miei stessi movimenti.
Sam è una delle prime persone con cui sono riuscita a scambiare due parole qui dentro. Il blocco della lingua e quello del mio carattere particolare sono stati un grosso problema all'inizio. Non che non sapessi parlare in inglese, ma semplicemente me ne vergognavo molto, e rispondevo con monosillabi solo quando mi veniva rivolta la parola.
Ho quasi rischiato il posto per questo mio problema: il mio è un lavoro in cui è essenziale il team-working costante. Ma Sam mi ha aiutata moltissimo a sciogliermi un po'. Ecco, lui è il classico Californiano con la sguaiata, inconfondibile parlata allegra. Il suo essere così estremamente espansivo mi ha salvato le chiappe, e se sono ancora seduta qui lo devo tanto anche a lui.
« Ma esattamente quante camicie da boscaiolo hai nell'armadio? » chiedo ironicamente al biondino, mentre mi preparo per iniziare a lavorare. Sfilo dal collo un ciondolo nero, di forma rettangolare non particolarmente spessa, con sopra incollati dei piccoli cristalli dalle sfumature che vanno dall'azzurro, al lilla, al magenta. Ne afferro un'estremità e la tiro via, rivelando quello di cui realmente si tratta: una chiavetta USB. La inserisco velocemente nel PC, con gesti sicuri, mentre ancora osservo Sam sistemare il suo skate dall'aria vissuta sotto la scrivania in modo che non intralci il passaggio agli altri.
« Più o meno lo stesso numero dei tuoi cappellini. » risponde lui di rimando, divertito. « Oggi rosa? » mi chiede poi, sollevando appena il mento in direzione del mio berretto, lasciando che la sua voce vibri smossa da una risatina.
Accenno un sorriso anch'io, afferrando la visiera e sistemandola in un gesto automatico ed istintivo. Li indosso spesso, mi fanno sentire riparata. Sopratutto quando sono in ritardo con le consegne e non vorrei mai incontrare casualmente lo sguardo inceneritore dell'Art Director.
Quel lavoro mi piace da morire e ringrazio il cielo ogni giorno di essere lì, il più lontana possibile da casa a vivere esclusivamente di qualcosa che amo fare, ma a volte è veramente dura stare al passo, sopratutto quando lo stile dei progetti non è esattamente nelle mie corde.
Mi alzo per andare velocemente a riempirmi la tazza con della brodaglia marrone tostato bella fumante dal distributore comune della sala, e il cuoricino subito prende vita diventando rosso rubino. Mentre lo guardo, tornando al mio posto, spero che il caffè mi faccia lo stesso effetto, visto che oggi sono un po' a corto di energie e non riesco ancora ad ingranare.
Mi siedo e in automatico porto il piede sinistro sotto la coscia destra. Per fortuna, essendo un ambiente di lavoro artistico, i sommi capi non ci fanno troppe storie sulla postura che decidiamo di assumere per affrontare il lavoro quotidiano, anche se spesso sono stata richiamata per le mie cattive abitudini, più per preoccupazione che altro.
Porto le labbra carnose, un po' a forma di cuore, al bordo della tazza, sorseggiando distrattamente mentre avvicino la tavoletta e l'accendo.
« Ehi, Ania. » mi sento chiamare da una voce aldilà del separè. Tendo il corpo e sollevo il mento, in modo da poter identificare la voce che mi chiama, anche se mi è chiaramente familiare.
Maggie mi saluta con la mano ed un sorriso ampio. È sempre carinissima, con la sua treccia biondo cenere scuro che va schiarendosi appena verso le punte, un po' disordinata, gli occhi blu incorniciati da delle lunghissime ciglia scure, le labbra sottili che riflettono morbidamente la luce grazie ad un velo di gloss color ciliegia, il vestitino dello stesso blu dei suoi occhi coi pois grigio chiaro. Chi mai direbbe, a guardarla, che passa le sue giornate a modellare mostri, zombies e creature poco raccomandabili in 3D?
« Ti andrebbe di andare al mercatino dell'antiquariato di Long Beach? È questa domenica! » mi chiede con la sua voce allegra e cristallina, intrecciando le dita affusolate con le unghie smaltate di rosa pastello.
Al di sotto della visiera del cappellino le sorrido apertamente e annuisco in fretta, di certo non con la stessa eleganza di cui lei è regina incontrastata. Io sono un po' il suo opposto, infatti è veramente incredibile come possiamo andare minimamente d'accordo.
Jeans strappati sulle ginocchia, t-shirt di Game of Thrones, le solite sneackers consunte. I capelli scuri legati frettolosamente in una coda abbozzata. Le dita un po' smangiucchiate vicino alle unghie a causa della mia brutta abitudine di tormentarmi le cuticole nei momenti di stress.
La invidio profondamente e genuinamente, Maggie. Sin dal primo momento. Forse è stato quello a catturarmi di lei, una sorta di muta ammirazione, non tanto per la sua dolcezza e la sua eleganza, ma per la serenità del suo sguardo, per la placida tranquillità con cui affronta qualsiasi cosa. Quella tranquillità che è dono prezioso di chi, come lei, non ha avuto grandi difficoltà da affrontare nella sua vita.
Forse un tempo anch'io ho avuto quella stessa luce negli occhi.
Ma non lo so, non me lo ricordo in ogni caso.
Come al solito parlo poco, ma Maggie non si fa troppi problemi. Al contrario è Sam che rumorosamente s'intromette nel nostro breve scambio.
« Vengo anch'io, Maggie! » esclama ad alta voce, attirando lo sguardo scocciato di alcuni ragazzi al lavoro.
« Sei sicuro di voler venire a vedere mobili vintage, abiti di seconda mano e candeline profumate quando la domenica mattina potresti tranquillamente restare a casa a dormire? » chiede lei, ridacchiando.
« Ma certo, ti pare che possa perdermi lo spettacolo di vedere Ania in giro per Santa Monica di giorno al di fuori delle ore di lavoro? Una rarità che neanche la cometa di Halley! » risponde ironico, facendo finta di non avermi a portata di pizzicotto.
Sollevo gli occhi al cielo, simulando uno sbuffo contrariato.
« Che esagerato. » borbotto, arricciando gli angoli delle labbra in un sorrisino misto tra divertito ed imbarazzato. D'altronde non è che abbia tutti i torti.
« Vengo anch'io, ragazzi! » sento esclamare all'improvviso da una voce un po' più lontana, che identifico come quella di Didi, una nostra collega, canadese, addetta alla progettazione delle mappe e delle ambientazioni. Io e lei abbiamo iniziato insieme in azienda, mentre Maggie e Sam erano qui già da tempo.
A Didi si aggiungono un paio di altre voci, colleghi che hanno sentito Sam e che decidono di aggregarsi a noi. Inizio addirittura a sentir nominare brunch o pranzo al giapponese, con l'idea poi di riversarci in spiaggia nel pomeriggio.
Inspiro a fondo, la bocca dello stomaco che già formicola a causa dell'ansia. Gestire Maggie e anche Sam è ancora fattibile per me, quando però si inizia ad essere troppi la situazione può sfuggirmi di mano. Sgrano gli occhi color nocciola in direzione di Maggie, in una silenziosa ma disperata richiesta d'aiuto.
In questo momento mi ricordo della scena vissuta un paio di notti fa.
Mi vengono di nuovo in mente, bruschi e prepotenti, quegli occhi color del buio, che mi fissano e tracciano ogni mia mossa mentre fuggo da loro dileguandomi nella notte di Los Angeles.
Quel ricordo è tanto vivido quanto irreale, completamente distorto ormai dalla mia fantasia.
Ci ho pensato più di quanto avessi dovuto, e non riesco a comprenderne il motivo. Forse è solo per il fatto di riconoscere come estremamente familiari i lineamenti di quel ragazzo. Che fosse una persona famosa ormai non ne ho alcun dubbio: il fatto di essere stato braccato da un gruppo di ragazze che gli han chiesto autografi ne è una prova abbastanza palese. La cosa non mi stupisce molto, d'altronde non è raro a Los Angeles incontrare personaggi più o meno famosi.
Probabilmente mi irrita il fatto di avere ben familiare quel volto ma non riuscire ad associarlo a nulla. Proprio come uno di quei sogni fatti subito prima di svegliarsi, che ci sfuggono dalle mani come una scia di nebbia lucente non appena schiudiamo gli occhi al mattino.
Il sorriso rassicurante di Maggie mi riporta alla realtà. « Non ti preoccupare, Ania. Vedrai che alla fine saremo solo io e te. E Sam, se si ricorderà di mettere almeno quattro sveglie. » mi dice lanciando solo uno sguardo divertito al ragazzo, che replica farfugliando qualcosa sulla sua comprovata affidabilità e puntualità.
Accenno una risatina e la ragazza mi lascia sprofondare di nuovo dietro la mia barriera bianca, dove inizio a lavorare dopo aver sistemato le cuffie, attivando la musica: linfa vitale per i miei ritmi lavorativi, quando non è piena notte e non ci sono i grilli nelle aiuolette sotto casa a cullarmi e farmi compagnia.
Da qui in poi la giornata procede tranquilla, come al solito.
Anthony, il nostro Art Director, viene a farci visita un paio di volte, a controllare come procedono i lavori e a darci delle nuove direttive.
Quando Sam si sporge per darmi una pacca sulla spalla sfilo automaticamente le cuffie e mi alzo, sapendo benissimo quali sono le sue intenzioni. È il momento della pausa. Sono piccoli gesti che ormai ripetiamo quasi ogni giorno, altri piccoli tasselli che costituiscono il mio rifugio confortevole. Sam è una colonna portante ormai di questo rifugio.
A noi si uniscono altri colleghi, e in gruppo andiamo nel piccolo giardino sul retro a fumare una sigaretta e aggiornarci sui nostri progressi delle ultime ore.
« E niente, ero lì che renderizzavo già le dieci spade che Jonathan mi aveva chiesto ieri, e mezz'ora fa passa Anthony per dirmi che non servono più ma che devo concentrarmi su delle mitragliette, ma vi pare normale? » dice Sam a me e agli altri ragazzi, brontolando e gesticolando apertamente, come al suo solito. Ridacchio mentre porto la sigaretta alle labbra, tirando l'ennesimo soffio di nicotina.
Giocherello con l'estremità del filtro col polpastrello del pollice, come mia abitudine, mentre come un fantasma argentato il fumo fuoriesce placido attraverso le mie labbra.
Sono seduta su un muretto proprio accanto a Sam e Didi, e davanti a me ho gli altri ragazzi, mentre dietro di loro posso osservare uno dei corridoi dello stabile protetto solo da dei vetri completamente trasparenti, che come una pellicola mi mostra i passaggi di tutti i dipendenti che corrono su e giù presissimi dal loro lavoro.
Chino lo sguardo a guardarmi la punta delle sneackers.
« E per quando devi consegnarle? » chiedo, mentre sono troppo presa dai piedi ciondolanti lontani dall'erbetta perfettamente livellata di una decina di centimetri. Un altro tiro distratto alla sigaretta.
« Ma per la fine della giornata! Ti sembra una richiesta sensata?! » sbotta Sam, agitando l'aria davanti a noi con le braccia, creando giochi astratti col fumo della sua sigaretta.
« Ma quando mai Jonathan ha delle richieste sensate? Secondo me non lo sopportano neanche Anthony e gli altri supervisori. » afferma sarcasticamente Didi, lasciandosi poi andare in una risatina, mentre con la mano si scompiglia distrattamente i capelli corti, color turchese. All'improvviso la sento trattenere
rumorosamente il fiato, tanto da sollevare di colpo lo sguardo verso di lei. « Oh mio Dio, ragazzi. » esclama fermamente, con i suoi occhi marroni sgranati in direzione del corridoio. « Oh mio Dio ditemi che è un sogno. »
Inarco un attimo il sopracciglio, ed insieme agli altri mi volto verso il corridoio. Mentre loro iniziano a vociare e a borbottare, io ci metto qualche secondo a sollevarmi abbastanza per poter vedere aldilà della barriera umana davanti a me.
Scorgo Anthony attraversare il corridoio, e non è da solo. Assottiglio le palpebre per cercare di mettere a fuoco la figura insieme a lui, con cui parlotta amichevolmente.
Man mano che i lineamenti si fanno sempre più nitidi e definiti, i miei occhi si sgranano sempre di più.
Capelli scuri, corti, scompigliati. Barbetta scura dello stesso colore, su un ovale raffinato, distrattamente incolta. Alto, slanciato. 
Gli occhi. Due enormi onici incastonate tra le palpebre a mezzaluna tese in un'espressione allegra e rilassata. Sì, è esattamente quello che ho pensato quando, due notti fa, a pochi metri da me ha sollevato gli occhiali da sole per poter parlare con quelle ragazze.
Vengo percorsa da un fremito di terrore, mentre anche io trattengo il fiato.
Didi nota la mia reazione, ma temo che abbia frainteso in pieno.
« Sei una sua fan anche tu, Ania?! » esclama giulivamente, afferrandomi il braccio.
« Che?! » rispondo io a disagio, mentre il cuore inizia a martellarmi brutalmente nel petto.
Ma quale fan?! Sprofondando nella mia più estrema ed irreale paranoia inizio a pensare che, avendo letto il nome dell'azienda sulla mia t-shirt, sia venuto qui per vendicarsi, tipo prendermi e massacrarmi di botte in un angolo. Tipo fino a ridurre a brandelli il mio cappellino.
Il cappellino!
Non potrei essere più riconoscibile così, con addosso quel pezzo di stoffa color rosa shocking.
Purtroppo i miei pensieri e i miei movimenti sono troppo lenti: mentre cerco di strapparmelo via dalla testa il più velocemente possibile, quando alzo gli occhi a sondare la situazione qualcosa di estremamente pungente ed eloquente mi trafigge il torace. Mi sta guardando.
Mi blocco bruscamente, sgranando ancora di più gli occhi, fremendo appena.
Ci guardiamo fissi, lui assottiglia appena le palpebre, mentre però continua a parlare con Anthony. Quello scambio dura pochi istanti, ma è talmente devastante che sembra rallentare tutto quello che accade intorno a me.
Le mie labbra restano dischiuse, probabilmente in un'imprecazione rimasta però soffocata in gola.
In quegli istanti, illuminato dalla luce del giorno, posso vedere meglio i suoi lineamenti, percorrerli con lo sguardo, notando dettagli che mi sono sfuggiti l'altra notte, nell'illuminazione fioca della strada. Lui sembra fare lo stesso con me.
È una sensazione assurda, spaventosa e sorprendente. Sono terrorizzata e nello stesso tempo totalmente ammaliata da quello sguardo.
« ia... nia... Ania?! » come un eco lontano sento chiamare il mio nome. La sottile e luminosa linea dorata che connetteva il mio sguardo con quello del ragazzo viene strappata ferocemente grazie – o a causa? - alle scrollate che mi dà Didi per farmi rinsavire.
« Nh?! » mugugno voltandomi di botto verso di lei, gli occhi ancora persi nell'imbarazzo più totale.
« E' proprio lui, Ania! È Ben Barnes! Lo so, anche io non credo ai miei occhi! » esclama Didi, in presa all'euforia totale.
« Chi...?! » sussurro con voce strozzata, mentre i criceti nel mio cervello hanno iniziato a correre come dei forsennati per metterlo in modo ed elaborare nel minor tempo possibile un piano di fuga.
Intanto con la coda dell'occhio noto Anthony e il ragazzo fermarsi esattamente nel mezzo del corridoio. Il mio cuore aumenta il suo battito. Inizio a sentire uno strano senso di nausea.
L'eurofia di Didi lascia repentinamente spazio ad uno sguardo confuso. Aggrotta le sopracciglia folte e scure, e mi guarda.
« Ma come chi?! » mi chiede, sconvolta.
« N-non so chi sia... » rispondo, tremante. In realtà lo so bene, ma non come pensa lei.
« Ma Ania... è Ben Barnes, l'attore! Sai, quello delle Cronache di Narnia? Di Dorian Gray? Di The Seventh Son? Killing Bono? Sons of Liberty By The Gun?! Niente?! » esclama riversandomi nomi e titoli in una velocità inquietante, e la sua incredulità è un crescendo proporzionale alla mia espressione grondante disagio.
Resta immobile a guardarmi, a bocca aperta, qualche istante. Ricambio lo sguardo, rendendomi conto di essermi stretta talmente tanto nelle spalle da stare assumendo le sembianze di una tartaruga. Ecco, vorrei avere un guscio buio e resistente in cui nascondermi e fingermi morta.
Scuotendo appena il capo, evidentemente sconvolta dal mio mutismo, con un saltello raggiunge l'erba e si dirige di corsa verso Anthony e il ragazzo, seguita a ruota da altri nostri colleghi.
Ben non mi guarda più, e mentre io cerco di riassestare il battito cardiaco osservo la scena da lontano, iniziando a sentirmi quasi al sicuro.
Forse non mi ha riconosciuta.
Forse posso tirare un sospiro di sollievo.
Forse, per totale sicurezza, posso approfittare di questo momento in cui è attorniato dai miei colleghi e sgattaiolare via e perdermi nei bagni delle donne finché il pericolo non è totalmente scampato.
Raggiungo velocemente l'entrata più vicina ad una delle estremità del corridoio, con lo sguardo fisso sulla porta alla fine di esso, come se fosse l'entrata nella safe-zone.
Mentre inizio già a cantare vittoria, accelerando il passo, all'improvviso mi si gela il sangue nelle vene.
« Oh, Ania! Vieni qui un secondo! » sento gridare alle mie spalle.
Mi immobilizzo qualche istante, mentre una secchiata di acqua gelida mista a paura e vergogna m'investe da capo a piedi.
Mi volto, e vedo la mano di Anthony alzata a mezz'aria, mentre sono tutti voltati verso di me a guardarmi.
E con tutti, intendo proprio tutti.
Mi ostino ad evitare lo sguardo del ragazzo, che mi sento addosso come una coperta pesante e asfissiante.
Accenno un sorrisino incerto, mentre con movimenti troppo meccanici mi avvicino al piccolo gruppetto.
« Sì? » chiedo soltanto, in un soffio.
« Ben, ti presento una dei migliori assistenti che abbiamo assunto nell'ultimo anno. Visto che ti piacciono le illustrazioni fantasy, sappi che lei è molto brava nel genere. » dice l'Art Director affabilmente.
« Ma davvero? » chiede il ragazzo, increspando le labbra in un sorriso mozzafiato.
Il mio fiato è mozzato da fin troppo tempo però, potrei rischiare di svenire da un momento all'altro per mancanza d'ossigeno al cervello.
Si volta a guardarmi, ed è una sensazione strana. È come se fosse la prima volta che mi stia guardando. Solleva la mano destra in mia direzione. « Molto piacere, sono Ben. » dice con una semplicità disarmante.
I miei occhi guizzano qualche istante dalla mano di lui, al viso di Anthony, agli sguardi – alcuni non troppo compiaciuti dei complimenti che mi sono appena stati rivolti – dei miei colleghi.
« Oh, ma sappiamo benissimo chi sei! » esclama amichevolmente Didi. Forse con la voce alta un'ottava di troppo.
« Piacere. » bofonchio a disagio, mentre sollevo anch'io la mia mano destra e vado a ricambiare la stretta.
Quando le nostre mani si toccano e si stringono – la sua con una sicurezza maggiore della mia - succede qualcosa di veramente assurdo. È come se all'improvviso si scatenasse un'ondata di fuoco, e le fiamme pervase da un'aura magica e potente mi avvolgessero il braccio, risalendo lungo il mio corpo, raggiungendo il mio cuore e le mie guance, che veloci sento diventare paonazze.
Fuoco, scariche elettriche, scintille e pulviscolo fatato. Per qualche istante tutti i contorni attorno a me diventano sfocati e multicolore. Trattengo il respiro, cerco di riprendermi. Devo smettere di drogarmi di bevande energizzanti, temo.
L'unica cosa buona è che lui non sembra davvero ricordarsi di me. Questo è assolutamente positivo.
« Ania, perché non mostri a Ben qualcuno dei tuoi lavori recenti, dopo che gli avrò fatto fare il giro della sede? » chiede ancora Anthony, mentre le occhiate dei miei colleghi si fanno via via più pungenti.
« Mi piacerebbe molto. » conferma Ben, con un ampio sorriso, mentre le nostre mani si staccano.
Mi gira un po' la testa.
Annuisco meccanicamente, incerta. « Volentieri. » replico frettolosamente. Per fortuna tutti quanti non sono certo abituati a sentirmi parlare tanto di più, quindi nessuno nota nessun tipo di imbarazzo particolare.
Io e Ben ci guardiamo inevitabilmente qualche altro istante, e lui mi sorride ancora di più. Per un attimo noto un bagliore particolare. Una traccia di furbizia nel suo sorriso.
Se avevo un attimo riacquistato tranquillità negli ultimi secondi, questa per l'ennesima volta crolla.
Forse si ricorda di me.
Deglutisco.
« Ora torno a lavorare, scusatemi. » aggiungo accennando un sorrisino di circostanza, e improvvisando una sottospecie di goffo inchino, mentre assesto il cappellino a coprirmi di più il viso. Rivolgo le spalle a tutti e fuggo via.
Li sento continuare a parlottare, ma man mano che le loro voci si allontanano il mio cuore inizia ad alleggerirsi.


Appena giunta di nuovo alla mia scrivania afferro le cuffie e le riassesto alle orecchie, sparando la musica a tutto volume. Avverto solo qualche minuto più tardi Sam ritornare e sedersi poco distante da me.
Lo ignoro, ignoro tutto, butto fuori tutto il mondo. Le dita della mano sinistra premono velocemente combinazioni di tasti sulla tastiera, mentre la mano destra scorre veloce, nervosa sulla superficie della tavoletta.
Mi ci vuole un po' di tempo per riuscire ad alienarmi abbastanza nel lavoro da dimenticare lo scombussolamento emotivo che ho dovuto subire.
L'ho già specificato che ho un problema con gli imprevisti, vero?
Il tempo sembra riprendere a scorrere veloce, ora che mi sono concentrata nei disegni da fare. Tutto il resto sparisce e i miei occhi fissano solo lo schermo e la mia tavoletta e le pennellate che si susseguono e si accostano veloci, variando colore, forma e dimensione in base alle necessità. Ho il pieno controllo di quello che sto facendo e questo basta per placarmi e focalizzarmi di nuovo sulle cose importanti. Sono abbastanza stressata di mio con questo progetto per non potermi distrarre in altro. Probabilmente gli altri notano questa mia piccata concentrazione e nessuno mi disturba per almeno un paio d'ore, direi.
Ad un tratto, però, sento due colpetti leggeri sulla mia spalla destra. Sussulto vistosamente, mentre le mani si spostano leste sui padiglioni auricolari.
Mi volto, ed è lì.
Seduto accanto a me.
Lastre di vetro in frantumi. Esplosione di luce. Fiammata blu elettrico.
Iridi color del buio, che mi osservano furbe.
« Ah... » mi sfugge solo in un soffio, mentre Ben mi sorride.
È seduto accanto a me, braccia incrociate al petto, posizione comoda, rilassata.
Da quanto è qui?
Da quanto mi osserva?
All'improvviso mi sento tremendamente scoperta. Nuda.
Scostando le cuffie avverto il chiacchiericcio molto più animato del solito, probabilmente stuzzicato dalla sua presenza.
Sam si volta molto spesso, più o meno visibilmente, forse sperando di cogliere un cenno di curiosità da parte di Ben e poter intavolare una conversazione con lui.
E io vorrei che lo facesse, ma Ben ora sta guardando me.
Solo me.
« Ciao! » esclama, chiaramente divertito.
« Ciao. » rispondo automaticamente, ispirando a fondo. Ho posato la penna sulla scrivania e non so bene cosa fare, quindi per il momento sto ferma, a parte i piccoli e frenetici movimenti delle mie dita che tradiscono la mia agitazione.
« Sei veramente molto brava, complimenti. Anthony mi ha parlato tanto del lavoro che state portando avanti qui. Ammiro molto il vostro talento. » continua subito lui, che non sembra minimamente a disagio.
Ma c'è qualcosa di diverso. Rispetto all'altra notte, avverto qualcosa di diverso.
Lo sguardo che lui aveva davanti a quel distributore, quel volto illuminato da luci asettiche, che faceva capolino tra le ombre notturne. Non era esattamente lo stesso di adesso.
È come se ora ci fosse una... patina? Sì, come se il suo viso fosse stretto in una patina biancastra che ne altera leggermente i lineamenti.
Come se indossasse una specie di maschera.
Lo sguardo del ragazzo dell'altra notte era meno affabile, meno cordiale, ma tremendamente vero ed intenso.

Troppo concentrata da questi pensieri mi dimentico di rispondergli, quantomeno con una frase di circostanza.
Lui però sembra cogliere il mio imbarazzo, quindi si sporge appena, affabile.
« Prendo una tazza di caffè. Ne vuoi? » mi chiede, gentilmente, alzandosi in piedi.
« Oh, volentieri, ti ringrazio. » rispondo annuendo appena.
Il sorriso per un attimo si allarga, fa per dirigersi verso il distributore ma poi si ferma, e di nuovo si volta a guardarmi.
« O magari preferiresti... Una Redbull? » mi chiede, adesso con una chiarissima punta di ironia e divertimento che mi punge come uno spillo.
Spalanco appena gli occhi, avvampando.
Oh, si ricorda benissimo di me, porca puttana.

Accenno un sorrisino nervoso in risposta, mentre lui mi lancia un altro sguardo carico d'eloquenza prima di rivoltarmi le spalle e allontanarsi.
Passo velocemente la mano sulla fronte e sulla tempia, respirando a fondo.
Santo cielo, in che diamine di situazione imbarazzante sono andata ad infilarmi.
Promemoria per il futuro: mai più dare spintoni a sconosciuti davanti a dei distributori automatici alle tre di notte.
« Ma che voleva dire? Ma hai capito chi è, sì? » sento all'improvviso sussurrarmi da Sam, che con fare poco discreto mi si avvicina, sospettoso.
« Niente, lascia perdere. Mi è familiare ma non riesco a collegare il viso a nulla in questo momento. »
A parte allo sguardo che mi ha lanciato l'altra notte, prima che scappassi via.
Santo cielo, pensavo che quegli occhi avrei finito per riviverli solo nelle mie fantasie e nei miei sogni confusi.

Probabilmente in un altro momento riuscirei ad articolare anche meglio i pensieri e ad associare quel volto a qualcosa che ho visto già in passato, ma mi rendo conto di non esserne davvero in grado ora.
Sam sbuffa, lancia un'occhiata a Ben per accertarsi che sia ancora lontano – è stato bloccato casualmente da Didi proprio davanti all'erogatore di caffè – e veloce digita qualcosa su Google. Ruota appena lo schermo in mia direzione.
Strabuzzo un attimo gli occhi, finalmente facendo le dovute associazioni. Riconosco al volo la locandina di Dorian Gray, delle Cronache di Narnia, di The Seventh Son sopratutto. Anthony, il nostro supervisore, ha lavorato al comparto grafico di quel film.
Adesso inizio a capire anche come facciano a conoscersi e perché effettivamente Ben si trova qui. Per fortuna ogni mania di persecuzione che avevo potuto tessere nella mente svanisce in un lampo.
« Ma certo. » mormoro annuendo, ma Sam continua a guardarmi poco convinto.
« Riprenditi, Ania. Sembra che ti sia andato in trip il cervello. » borbotta Sam arricciando le labbra in un'espressione poco convinta.
« Ma non mi dire. » commento con un soffio flebile di voce, pregno di sarcasmo, mentre gli occhi guizzano verso la figura di Ben che si avvicina di nuovo.
Mi sistemo sulla sedia, come se quel movimento possa donarmi una sicurezza e un savoir-faire che io, di natura mia, non ho mai avuto.
Probabilmente mi considera già una weirdo e forse non ha tutti i torti.
Vedo spuntare davanti ai miei occhi un bicchiere colmo di brodaglia scura e fumante, che prendo con entrambe le mani facendo attenzione a non scottarmi.
« Grazie mille. » gli dico, accennando un sorriso e guardandolo un secondo.
« Prego. » risponde, la voce vibrante di divertimento.
Posa un attimo il bicchiere sulla scrivania, solleva in un gesto veloce i jeans scoloriti e si siede. Solo ora noto il suo abbigliamento semplicissimo: jeans tenuti su da una cinta in cuoio scuro e camicia bianca, leggermente aperta sul petto, le maniche rimboccate disordinatamente fino ai gomiti. Il tessuto è sottile e leggero, sembra estremamente fresco. Sulla scollatura sono appesi gli stessi occhiali da sole che indossava l'altra sera, ed è lì che il mio sguardo si sofferma un istante di più.
« Allora... » inizia a dire, prendendo il bicchiere e sporgendosi di nuovo verso di me e il computer. « Hai voglia di spiegarmi a cosa state lavorando? Questo tipo di produzione mi ha sempre affascinato. Io e Anthony siamo diventati molto amici per questo, era da tempo che gli avevo promesso di fare un salto qui in azienda. » mi inizia a dire, cercando chiaramente di mettermi a mio agio.
Annuisco schiarendomi la voce, ma nonostante ciò questa risulta estremamente tremante quando inizio a spiegargli tutto quanto.
« Adesso noi stiamo lavorando a dei concept. I ragazzi di là sono occupati con gli sfondi » inizio a dire, indicando con un cenno del capo un angolo della sala. « Sam e altri due nostri colleghi sono al lavoro sulle armi, anche se ancora non si è ben capito dove si voglia andare a parare. Io mi sto occupando di alcuni character design, adesso sto buttando giù qualche idea su dei mostri base che si possono incontrare durante le prime fasi del gioco. » gli spiego, e man mano la mia voce acquista sicurezza, iniziando ad essere accompagnata dai movimenti della mia mano che indicano punti precisi dello schermo. « Queste sono le fasi iniziali del progetto, quindi c'è sempre tantissima roba da disegnare che al novanta per cento viene scartata dopo cinque minuti. » continuo, tornando un attimo a guardarlo. Ma solo un attimo, perché mi rendo conto di non riuscire a sostenere il contatto.
« Non è frustrante? » mi chiede sgranando appena gli occhi.
Abbozzo un sorrisino, cerco per un attimo l'approvazione di Sam che proprio un paio d'ore prima era a lamentarsi dell'improvviso cambio di rotta impostogli dai sommi capi, ed annuisco.
« Sì, moltissimo. Sopratutto quando alcune idee ti sembrano... dannatamente fighe. » rispondo, con una scrollata di spalle e un'enfasi improvvisa. Immediatamente lui sposta gli occhi su di me, incuriosito.
Una nuova secchiata d'imbarazzo.
Sbuffa con un sorriso di comprensione.
« Posso capirvi bene. È un po' come quando fanno ripetere a noi attori le stesse scene milioni di volte, anche quando noi sentiamo di esserci immolati in un'interpretazione assolutamente perfetta. » mi spiega, andando poi a sorseggiare un po' di caffè. China brevemente il capo ad osservare il bicchiere che rigira tra le mani, con i gomiti poggiati sulle ginocchia, riflettendo su qualcosa. Quindi torna a guardarmi, con l'angolo destro delle labbra che si solleva divertito, increspando la pelle screziata da barbetta scura ed incolta. « E dimmi, che ci stai a fare in giro per Santa Monica alle tre di notte? » mi chiede all'improvviso, con un tintinnio di divertimento malcelato nella voce.
M'irrigidisco di nuovo, gli occhi si spalancano appena, e le labbra li seguono a ruota, schiudendosi in un mutismo imbarazzato.
E questo cambio repentino di rotta cosa mi sta a significare?!

« Ehm... » mugugno, cercando di articolare le parole. « Avevo solo... sai avevo finito... insomma, vivo lì vicino, sono uscita per solo cinque minuti. » gli spiego velocemente, chiedendomi perché mi stia quasi giustificando con uno sconosciuto.
« Di solito a quell'ora si dorme. » commenta continuando a fissarmi, giocando distrattamente col bordo del suo bicchiere.
« Ah, no. Io dormo poco. » rispondo velocemente, innervosita da quelle osservazioni.
Non eri in giro anche tu, alle tre di notte? 
Che ci facevi davanti a quel distributore?
Perché non eri nel tuo sicuramente lussuosissimo loft in zona centrale? 

Sento addosso almeno tre o quattro paia di occhi curiosi puntati su di noi. Lui sembra non farci caso.

« Come mai? » mi chiede con una risatina.
« Beh... prima di tutto perché non sono nella posizione di potermi permettere di tardare le consegne di neanche un'ora. Altrimenti mi sbattono fuori a calci da qui. » spiego con un sorrisino sarcastico, le sopracciglia scure appena inarcate in un'espressione incerta, mentre la mano destra raggiunge il mouse, spostandolo appena, risvegliando il PC dallo stato di stand-by in cui è sprofondato durante gli scambi tra me e Ben. « E poi... » continuo dopo poco, riprendendo il bicchiere del caffè e iniziando anche io a rigirarmelo tra le mani, osservando le increspature del liquido scuro. « La notte, qui a Los Angeles, vive e brilla di magia. Ti sussurra nella mente visioni di altri mondi. È impregnata di vibrazioni mistiche. È da stupidi dormire ed ignorare tutto questo. » aggiungo, velocemente, a bassa voce. Sollevando solo un attimo lo sguardo verso di lui.
Quando i miei occhi incontrano i suoi, che mi fissano ora in silenzio ed in un modo estremamente, davvero estremamente penetrante, con le palpebre appena assottigliate come a voler focalizzare meglio i contorni dei miei pensieri e le labbra schiuse in un'espressione stupita, inizio a mordermi il labbro inferiore, pentendomi subito di quello che ho appena detto. Eppure in questi istanti succede qualcosa di veramente strano. È come se tutto intorno a noi diventasse bianco. Completamente bianco e assolutamente non degno d'interesse.
Non capisco.

Sollevando ancora di più lo sguardo incrocio quello di Sam, alle spalle di Ben, che mi guarda con la bocca spalancata e un'espressione inebetita.
Immediatamente vengo di nuovo catapultata nella realtà. Vociare, ridere, passi, urla, rumori, movimenti, vita. Sono a lavoro, sono in ufficio, sono circondata dai miei colleghi e questa è una normale giornata di dura e serrata produzione.
Ma che cavolo sto facendo?
I miei denti affondano ancora di più nel labbro inferiore, mentre avvampo. Mi schiarisco la voce scuotendo il capo, sollevando appena la mano in direzione di Ben.
« Scusami, ho detto delle cazzate. » taglio corto, voltandogli le spalle e riprendendo in mano la penna.
Lavora, Ania. Il tempo non ti aspetta.
Lavora perché è solo a quello che devi pensare. Niente ti può distrarre.
Niente e nessuno.

« No, non scusarti, anzi, io... » inizia a dire lui, e mi sento sfiorare un attimo il braccio, come se avesse notato l'improvviso muro magico che ho innalzato tra me e lui e stia cercando d'impedirmi di portare a totale compimento l'incantesimo di difesa.
Ma in questo momento squilla il suo cellulare. Riconosco subito la suoneria dell'altra notte.
Non posso guardarlo in faccia ma avverto lo stesso senso di disagio che ho colto davanti a quel distributore notturno, probabilmente dal suo modo veloce di alzarsi poggiando il bicchiere del caffè sulla scrivania ed allontanarsi di qualche passo e dal tono di voce permeato di fastidio.
Sam approfitta di questo momento per avvicinarsi di nuovo a me, sempre con la delicatezza di un rinoceronte.
« Ania? Ma vi conoscete?! » mi chiede sconvolto, in fretta, come se stessimo parlando di segreti di stato.
« Ma no, assolutamente no! » esclamo di colpo, scuotendo il capo. Sento le gote colorarsi di rosa acceso e bollente.
« Ma parlavate come se vi foste già incontrati... Oh, cielo, l'ha di nuovo braccato Didi. Quella ragazza non ha ritegno. » borbotta ancora, voltandosi in direzione di Ben.
Seguo i suoi movimenti e osservo la scena. Nel momento in cui Ben butta giù la chiamata, Didi gli fa un altro agguato a sorpresa. Osservo la scena, sistemandomi istintivamente il cappellino.
Gli posa una mano sul braccio, indica la sua scrivania, probabilmente per invitarlo a farsi illustrare il suo lavoro. Lo vedo sollevare la destra a grattarsi distrattamente la nuca, ma sorridendole apertamente con quel sorriso mozzafiato.
Intanto Anthony varca la soglia dell'ufficio, avvicinandosi a Ben, che subito lo raggiunge a sua volta. I tre parlano qualche secondo. La prima ad allontanarsi è Didi che torna alla sua postazione.
Anthony gesticola in direzione delle nostre scrivanie, annuisce, ride, parlotta amichevolmente con Ben. Lui un paio di volte solleva il polso destro per controllare l'orario, e poi li vedo voltarsi e dirigersi insieme verso l'uscita dell'ufficio.
Stringo appena le labbra, continuando a guardarlo. Ad osservarne la schiena, più che altro. Mentre mi apostrofo con fantasiosi – ma sicuramente poco gentili – epiteti per non essere in grado di osservare la gente con sicurezza se non quando mi è di spalle, lui si volta un attimo indietro, mi cerca, mi sorride.
È solo un secondo.
Trattengo il fiato, sollevando la mano in gesto di saluto, veloce, come un automa.
Dio, Ania, quanto disagio.
Appena i due varcano la soglia dell'ufficio, abbandonando la stanza, subito iniziano a sprecarsi commenti, domande curiose, chiacchiericci da vere nonnette pettegole. E alcune domande vengono rivolte a me, specialmente da Didi.
« Ehi Ania, ma tu e Ben Barnes vi conoscete?! » chiede ad alta voce, e tutti si voltano a guardarmi.
L'incredulità di Didi è palpabile, ed effettivamente come darle torto?
Penso che associare me ad una persona come Ben Barnes sia uno dei pensieri più assurdi e incredibili che si possano fare.
E infatti.
« Ma no, non lo conosco. » le rispondo, cercando di focalizzarmi sullo schermo e sul mio lavoro.
« E perché è stato sempre seduto accanto a te? » incalza lei, e stavolta non riesco a trattenere un'occhiata infastidita in sua direzione.
Perché mi considera una weirdo e probabilmente si diverte a vedere il mio comportamento da persona disturbata.
« Non lo so, Didi. » rispondo, atona.
Forse perché oltre ad Anthony sono l'unica persona che ha visto un'altra volta nella sua vita, qui dentro?
« Da quando sei diventata la cocca dell'art director? » sento chiedere da Rupert, un altro ragazzo del comparto 3D. Il divertimento della sua voce lascia traccia ad una punta di malizia.
Siamo tutti amici lì dentro, ci sosteniamo a vicenda, ma siamo anche sempre tutti all'erta, pronti a diventare degli squali quando notiamo che qualcuno riceve una punta in più di considerazione dai nostri superiori. È una costante corsa competitiva. Oggi tocca a me, domani tocca a qualcun altro, ma noi siamo sempre attentissimi ad ogni dettaglio.
Io vorrei solo fare il mio lavoro in pace, però.
Ho già i pensieri abbastanza aggrovigliati per oggi.
« Da mai, Rupert. Che idiozia. » sbotto con una scrollata di spalle, ignorando le altre domande che Didi cerca di farmi su Ben « Ora scusate devo tornare a lavorare grazie grazie buon lavoro! » esclamo velocemente, tagliando corto tutto d'un fiato, sovrastando le voci degli altri e bloccando sul nascere ulteriori domandine maliziose, per poi isolarmi immediatamente di nuovo nei miei disegni e nella mia musica.


Nei giorni successivi in azienda vediamo varie volte aggirarsi Ben, sempre in presenza di Anthony.
Comari quali siamo tutti quanti, iniziano a girare voci e sospetti che Anthony stia lavorando a qualche produzione cinematografica in cui è coinvolto anche l'attore, e che visto l'interesse di Ben nella parte di produzione della concept art stia collaborando attivamente al fianco del mio supervisore.
Ovviamente queste sono solo supposizioni nostre, che passiamo fin troppe ore ad alienarci davanti a degli schermi per resistere dal distrarci con spettegolamenti beceri di varia natura.
Io e Ben non abbiamo avuto più modo di parlare direttamente. Più che altro io evito accuratamente ogni tipo di scambio sopratutto quando lui ed Anthony sono insieme.
A volte si uniscono a noi durante la pausa, raggiungendoci in giardino a fumare e parlottare del più e del meno.
Capita che il mio sguardo incontri casualmente quello di Ben.
Mi sorride sempre, ma io non reggo mai il contatto per troppo tempo. Dopo quello che è successo il primo giorno ormai sento sempre troppe curiose attenzioni su di me quando loro due sono nei paraggi.
D'altronde l'ho già detto, siamo tutti degli squali.
Per mia fortuna quando si uniscono a noi vengono talmente tanto coinvolti nelle conversazioni degli altri che non capita mai che io senta la necessità di intervenire.
Molte volte sgattaiolo via senza che nessuno lo noti, ed è esattamente quello che voglio.
La mia routine ha ricevuto un brutto scossone, ma piano piano si sta riassestando.
Ognuno vive nel proprio castello, e io voglio stare nel mio. Da sola. Nessuno può attraversare il ponte levatoio sul fossato, pena l'attacco da parte dei miei coccodrilli fatati alati che sputano fiammate viola.


Ed è proprio in un momento di trip potentissimo, pensando al design che potrebbero avere dei coccodrilli fatati alati che sputano fiammate viola che una mattina, convinta che l'alba rosata stia ancora tingendo placida il cielo mattutino, seduta nella mia stanza lancio un'occhiata distratta all'orologio.
Realizzo con orrore che sono le otto e mezza di mattina. E che devo assolutamente darmi una lavata, anche ai capelli, perché non sono assolutamente presentabile. E che alle nove devo essere in ufficio.
Di botto, forse troppo, divincolo le gambe dalla posizione incrociata che avevo assunto sulla sedia. Con la caviglia destra piegata e ferma sotto la coscia sinistra, mi si è completamente addormentata la gamba.
Purtroppo non faccio in tempo a realizzare la cosa che, nella foga di mettere i piedi a terra per raggiungere il bagno, poggio il piede destro in fallo. Non riesco a controllarlo essendo completamente addormentato, quindi tutto il mio peso va a schiacciarsi violentemente sulla caviglia in posizione storta.
Il dolore è talmente acuto che avverto immediatamente un senso di nausea fortissimo, mentre mi si mozza il fiato in gola. 
Vedo le stelle, le galassie, la via lattea, tutto il firmamento.

Ho la prontezza di buttare le mani avanti e bloccare la caduta totale, ma il piede si è storto talmente tanto che avverto chiaramente il 'crack' di un tendine che non ha resistito alla tensione.
« Porca puttana... » sibilo digrignando i denti.
Il senso di nausea si fa più forte, inizio a vedere nero, i contorni offuscati.
Già debole a causa dell'insonnia e dell'ennesima notte passata in bianco, un dolore simile mi sta facendo perdere completamente i sensi.
Per fortuna, essendo la camera veramente molto piccola, mi basta praticamente voltarmi e lasciarmi cadere sul letto, dove inerme cerco di riacquistare un respiro regolare, con scarsi risultati.
Passano gli istanti. Poi i minuti. Silenziosi. Si sente il traffico della città in lontananza. Sto sudando freddo, il torace si alza e si abbassa convulsamente. Ogni volta che il malessere sembra attenuarsi m'immolo in un nuovo tentativo di muovere il piede, ma la gamba viene attraversata da scariche elettriche di puro dolore.
« Merda! » continuo ad imprecare, mentre le lacrime iniziano a pizzicarmi gli occhi, in un misto di dolore e senso del dovere che sta andando bellamente a farsi fottere.
Se c'è una cosa di cui ho il terrore è assumere un comportamento non professionale.
Quel lavoro è tutto per me.
Mi ci sto giocando la vita. La mia nuova esistenza.
Il mio rifugio, il mio castello col fossato ed il ponte levatoio.
Mentre ansimo dal dolore, gli occhi lucidi che veloci si guardano intorno cercando forse una scintilla d'illuminazione divina, vedo lo smartphone sul comodino, e con una veloce tensione del busto e del braccio lo afferro.
Chiamo Anthony.
« Ania, buongiorno! » mi saluta allegramente la sua voce distorta dall'apparecchio telefonico. Dal vociare deduco che è già in sede.
« Anthony, ascolta, credo di non poter venire a lavoro oggi. Ho appena preso la storta del secolo al piede e- »
« Santo cielo Ania, hai una voce tremenda! Non ti preoccupare, stai a casa. Hai chiamato il pronto soccorso? Vuoi che lo chiami io? » mi chiede frettolosamente lui, premuroso, mentre però lo sento rispondere a bassa voce ad altra gente vicino a lui. Sarà già immerso nel suo lavoro e io gli sto rompendo le palle coi malanni da idiota. Santo cielo, che figura.
« Pronto soccorso?! Oh no no no. Per carità. » mi affretto a dire io, spaventata.
Non esiste che io metta piede in un ospedale. O che qualche estraneo metta piede in casa mia. « Non ti preoccupare, entro domani sarò di nuovo in forma. Mi dispiace. Ti mando tutto quando via mail comunque. » aggiungo, preoccupata per le consegne di oggi.
« Tranquilla, tanto ora ci stiamo concentrando su alcune modifiche di ambientazione, Jonathan ha cambiato idea su delle cose. Cerca di stare distesa a riposo e metti subito del ghiaccio, prima che ti si gonfi. » che imbarazzo. Il mio supervisore che mi fa da mamma. Chiudo gli occhi, mi compro il volto con la mano, sospiro silenziosamente, affranta. « Magari più tardi faccio fare un salto a Sam o a Maggie per vedere se hai bisogno di qualcosa, okay? » aggiunge ancora.
« Ti ringrazio, Anthony. Sono mortificata. Mi dispiace veramente. Io non so proprio come- »
« Oh, Ania, smettila. » mi ferma lui con fare spicciolo. « Fosse per te lavoreresti anche il giorno di Natale. Se ti prendi un giorno di malattia non muore nessuno, tranquilla. » commenta ancora, e lo sento di nuovo borbottare indicazioni a qualcuno. « Se comunque riesci a farmi avere quei concept entro la fine della giornata te ne sarei grato. » aggiunge subito dopo, senza troppi giri di parole. D'altronde la produzione deve andare avanti.
« Ma certo, certo, ci mancherebbe! » esclamo, con un fremito. Muovo involontariamente il piede, e il dolore di nuovo mi fa salire l'urto del vomito tant'è forte. Reprimo a stenti un gemito di dolore.
« Tienici aggiornati, screanzata! » esclama ancora, prima di lasciarsi andare in una risatina divertita e salutarmi.


Stringendo i denti e cercando di soffocare la nausea, ignorando il dolore, con goffi saltelli esco dalla stanza, reggendomi ai muri e ad ogni appiglio possibile, svoltando a sinistra ed entrando subito nella piccola cucina del mio bilocale. Raggiungo con non poche difficoltà il frigo e dal freezer estraggo una vaschetta di ghiaccio. La scuoto con nervosismo sul piano di marmo tra il frigo e il lavello, per far uscire dei cubetti, reggendomi in equilibrio sempre sulla gamba sinistra e stando accorta a non muovere di un millimetro la destra.
Butto tre o quattro cubetti di ghiaccio in una busta per alimenti, la chiudo con un nodo frettoloso e riparto alla conquista del letto.
Ogni saltello è un rimprovero alla mia sbadataggine, alla mia disattenzione, al mio modo idiota di sedermi, che lo sapevo che prima o poi sarebbe successa una cazzata del genere, che santo cielo Ania non hai più sedici anni eccetera eccetera.
Mi butto come un sacco di patate sul letto appena è in traiettoria, sistemo la busta del ghiaccio sulla caviglia e, complice l'oscurità che regna in camera visto che le tapparelle sono ancora calate, mi addormento in pochissimo tempo, a causa della stanchezza aggravata dal dolore e dal senso di spossatezza.


Non so per quanto dormo, ma quando il campanello di casa suona, facendomi riemergere bruscamente da un sonno troppo profondo per poter ospitare dei sogni, il ghiaccio è completamente sciolto, e sul letto vicino al mio piede c'è un'ampia chiazza più scura. La temperatura estiva non ha di certo aiutato.
Il tempo di rendermi conto chi sono, dove mi trovo, come mi chiamo e che per il risveglio violento ho il cuore che minaccia di stracciarmi la gabbia toracica che il campanello suona di nuovo.
« Arrivo, un momento! » vista l'impazienza sarà quel testone di Sam che non si dà mai una calmata.
Con la grazia degna di un ippopotamo mi sollevo, e saltellante su un piede raggiungo lentamente la porta. Nei paraggi del minuscolo ingresso sento delle dita tamburellare ritmicamente contro la superficie lignea della porta.
« Ma dimmi te se non si può dare una calmata. » borbotto scorbuticamente tra me e me col nervosismo acuito dal dolore.
In uno slancio coraggioso lascio il muro per afferrare la sicura della porta, ruotarla appena e aprire.
Vengo invasa dai raggi solari fortissimi e devastanti e ardenti del pieno giorno dell'estate californiana in netto contrasto con la penombra di casa mia.
« Sam, che diamine! Lo sai che ho il piede- » inizio a sbraitare, ma le parole mi muoiono improvvisamente in gola, con un guaito di terrore.
No.
« Come ti senti? Stai bene? »
No no no no.
Voce roca, gentile, con una forte punta di preoccupazione, e una deliziosa cadenza inglese.
Boccheggio, avendo improvvisamente dimenticato l'utilizzo delle corde vocali.
Quello davanti a me non è di certo Sam. Quei capelli scuri e ribelli, la barbetta, il volto ben delineato dai lineamenti eleganti, affusolati, eppure estremamente virili, gradevoli, non sono proprio quelli del mio amico. Il taglio furbo degli occhi, quei giganteschi occhi che sono due onici oscure che mi osservano. Le labbra assottigliate in un'espressione preoccupata. Non è decisamente Sam.
« Dai, non stare in piedi qui davanti. Fammi entrare. »
Mayday. Mayday.
Tutte le sirene che proteggono l'integrità della mia delicata stabilità emotiva si mettono in azione, all'unisono, per segnalarmi il pericolo incombente.
Invasione di territorio.
Impudente, violenta, sfrontatissima invasione di campo da parte del nemico.

Stringo convulsamente la mano intorno alla sicura della serratura della porta, mentre Ben mi lancia un'occhiata impaziente, reggendo una busta nella mano destra e gli occhiali da sole nella sinistra.
E adesso che faccio?

È uno scherzo, vero?!

***

Secondo capitolo partorito! Come Ania, durante una notte insonne.
La canzone che ho ascoltato per lo più mentre scrivevo è sempre di Grimes, ed è appunto REALiTi (in realtà mi sto drogando dei suoi album 'Visions' e 'Art Angels').
Ringrazio tantissimo
skyler9 che ha avuto fiducia nel primo capitolo e mi ha lasciato un carinissimo messaggio!
Per chi raggiunge questo punto, spero vi stia piacendo fin qui e che il tutto non sia troppo confuso.
Qui Ben inizia ad essere più presente - ed inizia anche più divertimento per me! Spero di continuare al più presto.

Grazie mille!

Ellie~

Ritorna all'indice


Questa storia è archiviata su: EFP

/viewstory.php?sid=3466637