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Storico |
Ultimo appello di cassiana | Leggi le 4 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 26/08/2007 | Stampa questo capitolo
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Disclaimer: Trama, personaggi, luoghi e tutti gli elementi che questa storia contiene, sono una mia creazione e appartengono solo a me.
E i volontari laici
scendevano in pigiama
per le scale
per aiutare i prigionieri
facevano le bende con
lenzuola.
E i cittadini attoniti
fingevano di non capire
niente
per aiutare i disertori
e chi scappava in
occidente.
Radio Varsavia
l'ultimo appello
è da dimenticare.
Lo spesso fumo nero bruciava gli occhi. Li
strofinò con una
mano sporca facendoli lacrimare ancora di più. Il ragazzino
stava accucciato accanto al muro semicrollato di un edificio. Era
giorno, un pallido disco dorato tentava di rischiarare la
città, ma a Varsavia era notte da tanto tempo.
Le orecchie di Janek furono lacerate da un’esplosione poco
distante. Tenne le mani sulla testa. Doveva andare.
S’alzò appoggiandosi al muro e
controllò che la via fosse libera. Con uno scatto
attraversò la strada deserta, nascondendosi
nell’androne di un palazzo rimasto in piedi per miracolo.
Era un moccioso di 14 anni, macilento, lacero, sporco di
fuliggine
quello che correva attraversando le macerie di Varsavia, tra i
proiettili delle SS e i colpi di mortaio. Una musica risuonava nella
sua testa, una sonata di pianoforte: tutututùn/
tutututùn. Non sapeva chi era
l’autore. I compagni avevano preso a canticchiarla:
revolutionary la chiamavano. Janek scivolava rasente i muri,
strisciando tra i calcinacci: tutututùn/tutututùn,
a coprire i battiti spaventati del suo cuore. Sentiva premere contro il
petto scarnito la grossa busta piena di veline con i nuovi ordini per
gli insorti. Tirò su col naso. Un odore acre lo
intossicò facendolo boccheggiare come un pesce
all’asciutto. Gli occhi cercarono la direzione da cui
proveniva. Poco lontano un bagliore aranciato segnalava
l’infuriare di un incendio. Ma Janek era quasi arrivato. Una
palazzina diroccata. Aprì la porta con prudenza, scese
accorto le scale e tese le orecchie. Silenzio. Rassicurato,
bussò a una porta.
Aprì una donna dai capelli ingrigiti prima del
tempo, il
viso solcato da profonde rughe di preoccupazione. Janek
sgattaiolò dentro veloce.
Uomini e donne erano assiepati attorno ad una radio, la stanza invasa
dal tanfo stantio di troppe sigarette. Non si accorsero di lui,
concentrati sulle parole smozzicate che uscivano
dall’apparecchio.
“Ma cosa aspettano i russi ad attaccare, sangue
del
diavolo!” sbottò un uomo smagrito dalla folta
barba rossiccia.
“Aleks, è arrivato il
ragazzo” lo
interruppe Rena.
L’uomo s’avvicinò a Janek strappandogli
la busta dalle mani. Lesse le veline febbrile.
“Maledizione” esclamò
“ci
trattano peggio di bestie al macello!”
Tutti si strinsero attorno, bisognosi di notizie. Rena sospinse il
ragazzino verso la cucina. Gli diede un bicchiere di latte e un tozzo di
pane indurito. Janek mangiò vorace, seduto sul tavolo con le
gambe penzoloni. La donna lo guardò pensierosa con occhi
miti e tristi color castagna. Con una mano segnata dalle fatiche
cercò di ravvivargli i capelli sporchi, in un dimenticato
gesto d’affetto.
“Che cosa è mai diventato il mondo se
persino i
ragazzini sono costretti a combattere…”
mormorò piena d’amarezza. Janek non rispose. Aveva
dimenticato com’era la vita prima della guerra. Conosceva
solo i rastrellamenti, la voragine affamata che gli dilaniava lo
stomaco gonfiandolo come un palloncino su quelle gambette secche e la
paura, sempre appiccicata addosso.
Dall’altra stanza giungevano frammenti di frasi rabbiose:
“ operazione
Dragoon”…” gli inglesi non ci aiuteranno
più”…” siamo stati abbandonati”…” e i maledetti russi?”…
Janek scese dal tavolo osservando con occhi attenti il gruppetto che
discuteva. Aleks fumava un mozzicone dietro l’altro senza
posa. Le sue grandi mani frustavano l’aria. La barba ispida e
la zazzera bionda, ribelle, lo rendevano simile ad uno scarmigliato
spaventapasseri. Triste.
“E il Comandate Bor, cosa dice? I tedeschi
distruggono
Varsavia casa per casa!”
Una donna si coprì d’istinto la bocca con un pugno
dalle nocche bianche; il viso era una maschera di vissuto orrore.
“Le esecuzioni di massa non si
contano…”
sussurrò. Un’altra la strinse in un silenzioso
abbraccio gravido di dolore. Janek ascoltava attento. Aleks si
piegò verso di lui appoggiando una mano sulla sua spalla.
“Sei stato in gamba
ragazzo.” Sorrise. “Rena, vai con lui”
ordinò.
Poco dopo i due camminavano rasenti i muri, veloci. Quella parte del
quartiere era ancora in mano agli insorti, ma sentivano colpi di
mortaio tuonare non molto lontano. Faceva caldo, la polvere pungeva gli
occhi e faceva tossire, il fumo ancora volteggiava nell’aria.
Arrivarono a casa di Janek. Nessuno abitava più
lì, solo lui e la nonna. Una vecchina sedeva alla finestra.
“Nonna!” esclamò Janek
correndo verso di
lei. L’anziana donna sorrise.
“Chi c’è con te Jas?
“ e
fissò con gli occhi velati la figura sulla porta. Rena si
fece avanti. Aveva portato un po’ di cibo per
l’anziana donna che non aveva voluto abbandonare la sua casa.
Erano rimasti solo lei e il nipote. Tutti gli altri o morti o dispersi
e lei attendeva solo la fine. Sopravviveva asserragliata nella
nostalgia di un passato felice, quando dalla finestra guardava le
vecchie vie rumorose ed animate di carrozze, i viali alberati, i negozi
dai quali entravano e uscivano persone ridenti o indaffarate, ignare
del triste fato che le attendeva. Proprio davanti a casa
c’era stata una panetteria e alla donna sembrava ancora di
sentire il profumo del pane caldo e dei dolci fragranti,
d’intravedere i bambini sporchi di zucchero divorare golosi
le ciambelle. I ricordi la rendevano indifferente ai fischi delle
pallottole, ai colpi di mortaio, alle bombe che cadevano a pochi metri.
“Tua nonna se ne deve andare.”
Erano nell’altra stanza e parlavano sottovoce. Janek fece
spallucce.
“Ho provato tante volte a convincerla, ma non
vuole” disse guardando la donna con i suoi grandi occhi
slavati. Rena sorrise.
“Ma in ospedale starebbe meglio, non ci vede quasi
più.”
Janek la seguì, speranzoso, forse lei sarebbe riuscita a
convincere la nonna.
Ma non ci fu verso.
“Grazie cara, ma casa mia è questa, qui
dalla
finestra ho tante cose da vedere” rispose. Janek scosse la
testa rassegnato.
La stanza puzzava di disinfettante, sudore e sangue. Le
infermiere si
aggiravano sfinite fra i molti malati che gemevano implorando aiuto con
voci flebili. Agnieska aveva lavorato tutta la notte, cambiando bende,
tamponando ferite, il suo camice bianco era grigiastro, come la sua
faccia esausta. Alla finestra cercava invano di respirare un
po’ d’aria, ma anche fuori era inquinata dal fetore
della morte. Un uomo s’avvicinò e le mise
una mano sulla spalla massaggiandola con dolcezza.
“Jagienka…”
mormorò soltanto.
Agnieska si voltò sorridendo.
“Stanca tesoro mio?” L’uomo le
accarezzò il viso col dorso della mano. Era alto, i folti
capelli scuri scompigliati, il camice schizzato di sangue.
“Sarai esausto!”
Antoni fissò le proprie dita sottili, quei due meravigliosi
strumenti di lavoro che Dio gli aveva donato. Sospirò forte.
Aveva sperato farne un altro uso.
“Sono stato in sala operatoria fino ad ora. Qua
dentro ormai
è un mattatoio…”
Agnieska nascose il viso tra le mani, una lacrima spuntò tra
le dita.
“Dio, ma non finirà mai?”
sussurrò con voce soffocata.
Antoni le scostò con delicatezza appoggiando la fronte a
quella di lei.
“Sta finendo cara, i russi sono alle porte. Adesso
vai a
casa, sei sfinita” e le diede un bacio leggero. Agnieska
scosse la testa.
“Vai tu, sei più stanco di me e devi
avere le mani
ferme. Io posso rimanere ancora un po'.”
Antoni la fissò a lungo con gli occhi cerchiati di rosso,
quasi a volersi imprimere quel volto nella memoria.
L’accarezzò ancora.
“Torno tra poco.” Agnieska
annuì.
“Stai attento.”
Antoni fece qualche passo poi si voltò. La moglie alla
finestra era avvolta da un raggio di sole e quell’immagine
splendente gli riempì il cuore. Alzò la mano in
segno di saluto.
“Ti amo” sussurrò a fior di
labbra.
Agnieska rimase a guardare Antoni allontanarsi, asciugò
un’ultima lacrima e rientrò in corsia.
Antoni era a qualche isolato di distanza quando udì il
crepitare delle mitragliatrici. Un battaglione delle SS era arrivato a
tutta velocità in prossimità
dell’ospedale.
“Schnell, schnell, schnell!“ urlava il
comandante
mentre gli uomini saltavano fuori delle camionette. Un gruppetto
d’insorti li intercettò e prese a sparare. I
tedeschi risposero al fuoco. L’interno
dell’ospedale cadde nel caos. Molti si appiattirono al
pavimento e quando le finestre esplosero, micidiali schegge volarono
impazzite in un fragore tremendo.
Agnieska a terra terrorizzata, sentì l’odore acre
di bruciato. Annusò l’aria per capire da dove
venisse strisciando sul pavimento disseminato di vetri. La gente
intorno a lei gemeva e urlava.
Il comandante delle SS in strada latrava i suoi ordini ai soldati con
le mostrine della famigerata brigata RONA: criminali e delinquenti
liberati apposta dalle prigioni di Varsavia per quel lavoro da macellai.
“Avanti, avete sentito il Fuhrer, facciamo fuori
questi
sporchi polacchi! Feuer! Fuoco!”
I lanciafiamme entrarono in azione. L’ospedale prese a
bruciare. In molti tentarono la fuga, ma furono freddati in un tragico
tiro a segno. Dalle finestre furono lanciate all’interno
delle granate. L’ospedale era diventato un inferno di fumo e
fiamme. Agnieska tossì con violenza, gli occhi irritati che
bruciavano. Il fumo era così denso che non vedeva nulla
mentre la soffocava lentamente. Sentiva il rumore delle esplosioni, le
grida disperate della gente. Il fuoco divorava l’intero
edificio. Tentò di rifugiarsi in una nicchia nel muro,
quando i piani iniziarono a sprofondare su se stessi.
L’ospedale crollò.
Antoni, non appena comprese cosa stava bruciando, cominciò a
correre.
“Jagienka! Jagienka!” gridava fuori di
sé.
Lo intercettò un gruppo di Righe Grigie. Avevano ancora le
facce sporche di fuliggine e sangue. Uno di loro tamponava un braccio
sanguinante.
“Non c’è più nulla
da
fare!” gridarono cercando di trattenerlo.
“Dovevo esserci io! Dovevo esserci io!”
continuava
a ripetere Antoni inebetito.
Quando le SS andarono via, i civili tentarono di spegnere il gigantesco
rogo. Ma non ci fu nulla da fare, l’ospedale divenne un altro
doloroso grano nel rosario di macerie e orrori di Varsavia.
Il lezzo di carne bruciata dava la nausea. Legno annerito, calcinacci,
ovunque aleggiava in un denso fumo nero. Antoni era riuscito a
liberarsi dalla stretta dei ragazzi e aveva raggiunto
l’ospedale aiutando a spegnere l’incendio, scavando
a mani nude, quelle sue mani così preziose, tra le macerie
roventi, il volto sporco rigato dalle lacrime. Cercava ma non
c’era più nulla da trovare in quella desolazione.
Qualcuno lo trascinò via, come
una marionetta senza volontà. La sua anima era bruciata con
Agnieska.
Avevano sistemato i feriti scampati alla strage negli androni delle
case vicine e Antoni, come in trance, medicava, suturava, bendava,
disinfettava, fino a sfinirsi del tutto nel tentativo di quietare per
un solo attimo il dolore terribile che lo stava facendo impazzire.
“Dovevo esserci io, dovevo esserci io.” Questo,
mentre salvava decine d’altre vite, era il suo unico,
logorante, ossessivo pensiero.
La Città Vecchia era circondata dalle truppe
tedesche; solo
dieci miglia quadrate restavano in mano agli insorti. I bombardamenti
si susseguivano intensi, così come gli stupri, le esecuzioni
sommarie, le torture. Himmler d’altra parte era stato chiaro:
“non un polacco deve uscire vivo da Varsavia!” E
più passavano i giorni più sembrava non ci fosse
limite né fine alle atrocità commesse dai
tedeschi imbottiti di metanfetamine e alcol, ebbri di violenza e orrore.
Gli insorti erano assediati, la battaglia persa, ma non la speranza. Un
piccolo gruppo, ad esempio, era riuscito a spezzare
l’accerchiamento facendosi passare per soldati della Wermacht.
Il comandante Bor aveva riunito i propri uomini nel teatro Palladium.
C’era tensione, preoccupazione per il loro incerto destino. I
colpi di mortaio erano continui rimbombi lontani.
“È finita” esordì
il
comandante “e siamo all’incirca in millecinquecento
con centinaia di civili e più di cinquecento feriti da
evacuare.”
Aleks lo ascoltava. Vedeva il comandante ad un passo da lui,
stanco, sfiduciato, ma deciso ancora a combattere e
resistere. Più per necessità che convinzione; al
punto in cui erano non potevano tornare indietro.
“….le fogne…”
Aleks si riscosse dai propri pensieri. Le fogne! Era l’unico
modo per fuggire di lì. Molti vociarono, alcuni
rabbrividirono. Bor li guardò con fermezza.
“Ci divideremo in gruppi, abbiamo le mappe
catastali e i
piccoli scout ci faranno da guida...”
Una bomba cadde più vicina delle altre, mettendo un punto
alle sue parole. La decisione era presa.
Antoni fumava una sigaretta in una delle rare pause che si
concedeva.
Le dita gli facevano male, sentiva i nervi al limite ma continuava il
suo lavoro con mano ferma e sguardo vuoto. Accanto avevano preparato
delle barelle di fortuna. Sarebbero servite a trasportare i feriti che
lui e altri dottori avrebbero accompagnato di sotto. Antoni scosse la
testa; sei chilometri di fogne e cinquecento feriti! L’ultima
assurdità di quella folle
guerra. Si voltò e rientrò
nell’edificio che era stato adibito ad improvvisato ospedale.
Una vecchia parlottava con un ragazzino. Era stata dura smuoverla dalla
sua poltrona, aveva supplicato che la lasciassero là. Ma
Aleks era stato irremovibile e l’avevano trascinata via a
braccia mentre piangeva per quell’ultima umiliazione. Adesso
lei continuava a fissare Antoni speranzosa e implorante. Gli aveva
chiesto con gli occhi gonfi di lacrime una dose letale
di…qualsiasi cosa. Era così vecchia e inutile.
“Le medicine già sono poche, non posso
permettermi
di sprecarle per il un suicidio. Per crepare a Varsavia non serve alcun
aiuto…” le aveva risposto secco ma col cuore
gonfio d’angoscia. In molti negli ultimi giorni gli avevano
fatto la stessa richiesta. E lui aveva dovuto dare la medesima
risposta. Aleks lo raggiunse, era lui a capo di quel gruppo. Avrebbero
fatto scendere prima le guide, poi i feriti e gli anziani, infine tutti
gli altri. Una dozzina di gruppi erano già in cammino
seguendo percorsi prefissati, alcuni in direzione di Zoliborz, altri
del Centro. Adesso toccava a loro. Janek era pronto, aveva
già attraversato in passato un tratto delle fogne ma
rabbrividì al ricordo. Scendere ancora lo riempiva di paura.
Altri ragazzi come lui si erano abituati ed era un tragitto che
compievano quasi ogni giorno. Si chiese come potessero farcela. Il
tombino fu aperto, Aleks fece cenno verso di lui e Janek con altri
ragazzi legò un cencio sulla bocca e scese. Avevano delle
torce per illuminare il cammino. La prima cosa che colpì
Janek fu il tanfo terribile che lo schiaffeggiò feroce.
Boccheggiò in cerca d’aria ma alcuni piedi
impazienti sopra di lui lo obbligarono a continuare a scendere.
Toccò terra al lato del fiume di liquami e acque nere.
Alcune luci indicavano che altre guide erano già avanti. Con
determinazione cominciò il suo viaggio
nella Varsavia sotterranea. Dietro di sé altri piedi che
toccavano terra, gemiti di feriti, l’ansimare degli anziani
che cercavano di respirare il meno possibile quell’aria
mefitica.
Antoni stava aiutando a trasportare una barella. Non era
molto pesante
nonostante l’uomo sdraiato sopra. Era stato ferito allo
stomaco e teneva le mani sulla pancia lamentandosi piano. Antoni non
era sicuro che sarebbe uscito di lì vivo ma nonostante
questo continuava a trasportare quella barella. Dietro di lui qualcuno
gli toccò una spalla e lo sostituì.
Capì che era richiesto. Lasciò che la fila di
persone scorresse fino a quando notò una ragazza piegata in
due, sorretta e trascinata da altre donne. Era in preda a un violento
attacco di tosse e sputava sangue denso e scuro. Antoni
cercò a tentoni nella sacca un po’ di codeina.
N’era rimasta così poca! La ragazza era squassata
da conati, senza più controllo. Le fece inghiottire mezzo
dito di sciroppo e lei sembrò quietarsi riacquistando un
po’ di forze. Antoni la rassicurò facendole
coraggio. Essere un medico, nelle viscere di Varsavia, aveva dopotutto,
ancora un senso.
Aleks controllava impaziente il lento fluire della gente:
meno stavano
lì sotto e meglio era. Forse avevano sbagliato a mandare
avanti per primi i feriti. Procedeva troppo lenti, bloccando tutti gli
altri in quel fetore di miasmi insopportabili. Le poche sigarette
rimaste erano tutte accese, ma nulla potevano contro
quell’aria putrida che sapeva di morte. Di certo gli
ingegneri inglesi che avevano progettato le fogne, non avevano
immaginato che un giorno sarebbero state utilizzate come una via di
fuga. E neanche i tedeschi, sperava Aleks. Allungò il collo
impaziente. Ad un compagno ordinò che passasse voce
d’andare più in fretta. L’incitamento
percorse tutta la fila. Antoni ebbe un gesto di rabbia: più
veloci! Come se fosse facile con le barelle a intralciare gente che a
stento si reggeva in piedi. Eppure, nonostante tutto, la colonna
sembrò procedere di colpo più in fretta.
Rena sosteneva la nonna di Janek che si strascicava
silenziosa,
sofferente. Non sapeva a cosa stesse pensando ma era troppo intenta a
controllare dove metteva i piedi per potersene preoccupare. Respirava
veloce cercando d’ignorare l’acqua putrida che le
schizzava le gambe, le pareti stillanti umidità e
chissà cos’altro e i topi. Ogni volta che ne
sentiva uno sgusciare tra i piedi era sul punto di urlare. Ma
imperterrita continuava a guardare avanti a lei verso la fioca luce
delle torce. Bisognava solo andare avanti.
Janek procedeva risoluto, un piede dietro l’altro.
Solo una
musica di pianoforte in testa ad allontanare tutte le paure. Non
sentiva più l’odore terribile, i rumori dietro di
lui, il buio che circondava la debole luce che aveva in mano. I topi, i
liquami, la nonna, i tedeschi, le strade devastate, la
guerra…nulla, nulla esisteva più se non il suo
cammino e la schiena del compagno che lo precedeva. Un piccolo gruppo
era fermo davanti ad una scala dai pioli di ferro. Guardando in alto
s’intravedeva uno spicchio di cielo azzurro. Janek sorrise
estasiato col naso all’insù. La colonna si era
fermata di nuovo. Antoni quasi non se n’accorse occupato
com’era a
tamponare una ferita riaperta. Qualcuno gli andò a sbattere
contro. Il ragazzo sotto le sue mani sussultò emettendo un
gemito soffocato. Rena era davanti a lui, aveva affidato la nonna di
Janek alla cura di altre donne. Era così impegnata ad
aiutare Antoni nella cura dei feriti che aveva dimenticato dove si
trovava. Come se Varsavia fosse una città di sogno, e
lì sotto nelle tenebre la sua vera vita. La militanza nel
partito, la clandestinità, la
guerra. Quanti anni trascorsi a nascondersi nel buio. Quando avrebbe
potuto tornare a vedere un po’ di luce? Si girò
sperando di vedere Aleks. Il solo pensiero le fece nascere, senza che
se n’accorgesse, un sorriso.
Piano, piano, la colonna d’insorti abbandonò le
fogne tornando alla luce. La risalita fu una sofferenza ma tutti
sorridevano nel mettere la testa fuori del tombino assaporando a pieni
polmoni l’aria fresca e pulita.
Mokotow capitolò pochi giorni dopo, poi fu la
volta di
Zoliborz. Uno ad uno gli ultimi quartieri ancora liberi caddero nelle
mani dei nazisti. A nulla servì l’eroica
resistenza d’uomini armati di pistole contro le
mitragliatrici, bottiglie molotov contro i carri armati. Erano
accerchiati, asserragliati in un lembo di città che li
conteneva a stento. E i tedeschi
erano pronti a sterminarli tutti radendo al suolo l’ultimo
pezzo di Varsavia.
Con la morte nel cuore, sapendo che di più non poteva fare,
il Comandante Bor ordinò di arrendersi. Non fu una decisione
facile. In molti dichiararono d’essere disposti a combattere
fino alla fine. Lui stesso sarebbe stato pronto al sacrificio per amore
della sua patria. Però bisognava tenere conto dei civili. E
dei bambini. Li avevano incitati a combattere, ma potevano chiedergli
anche di morire quando tutto era perduto?
Una sera d’ottobre Varsavia si arrese. Tale era stato il
coraggio dei suoi abitanti che da Berlino permisero che la
città fosse evacuata, considerando gli insorti prigionieri
di guerra. Un triste, lungo corteo prese a sfilare tra le macerie in
mezzo a due ali di soldati tedeschi.
Centinaia di persone camminavano lente, la testa china degli sconfitti,
le spalle abbassate. Ma conservavano la dignità di chi
s’era battuto fino allo stremo per difendere la propria
libertà.
In uno scantinato una radio dimenticata continuava a trasmettere a
basso volume.
“ …Che
il Signore giudichi la terribile sofferenza del Popolo Polacco e mandi
la dovuta punizione a tutti i colpevoli…”
I soldati tedeschi stavano immobili, sull’attenti.
Lo sguardo
fisso davanti a loro per non dover vedere quel popolo che avevano
martoriato con la crudeltà dei vincitori. Le mani strette
attorno ai fucili, le nocche sbiancate, le dita frementi dal desiderio
di premere il grilletto cancellando ogni cosa. I comandanti camminavano
dietro le loro fila consapevoli della bramosia di morte dei propri
soldati, che condividevano, senza poterla appagare: gli ordini erano
ordini.
“ …Questo
è il Popolo si Varsavia. Un popolo che è in grado
di dimostrare un eroismo così universale è un
popolo immortale…”
Gli insorti continuavano a sfilare. Li attendevano altri
orrori: i
campi di prigionia, il lavoro coatto, la malattia, la fame. Alcuni
piangevano di frustrazione, rabbia, dolore per la sconfitta. Altri in
un ultimo sussulto di ribellione camminavano a testa alta, orgogliosi,
alteri. Un piccolo gruppo intonò l’inno polacco
con voci chiare e squillati, cariche di fierezza e speranza mentre i
tedeschi masticavano amaro.
“ …Perché
coloro che sono caduti hanno già vinto e coloro che sono
vivi combatteranno e vinceranno testimoniando che la Polonia
è viva finché vivono i polacchi…”
Note dell’autrice
Questo racconto nasce dall’ascolto di una canzone di Franco
Battiato, da cui ho tratto i versi iniziali: Radio Varsavia (tratta
dall’album L’Arca di Noè, 1982). La
musica che canticchia Janek nella sua corsa tra le macerie è
l’Etude in c minor, op. 10, n.12 di Chopen detta anche
Revolutionary.
Le fonti dalle quali ho potuto attingere sono state Wikipedia e altri
siti internet tra cui http://www.warsawuprising.com/ veramente ben
fatto e molto completo. Io ci ho ricamato parecchio su
perciò ogni imprecisione è da attribuirsi
unicamente alla sottoscritta! Tutti i personaggi sono inventati tranne
il Comandate Bor (Tadeusz Komorowski) comandante supremo
dell’AK, l’ Esercito Nazionale.
Le frasi in corsivo alla fine del racconto, mentre la radio trasmette
tra le macerie, sono vere, estrapolate da uno degli ultimi comunicati
di Radio Varsavia.
Varsavia insorse per 63 giorni, dal 1° Agosto al 2 Ottobre
1944. I polacchi erano sicuri che sia gli alleati che i sovietici
l’avrebbero aiutati, tanto più che questi ultimi
erano a soli 10 km da Varsavia. Ma per opportunismo e cinismo politico
furono ben presto abbandonati. Da Stalin perché gli insorti
erano fedeli al governo in esilio a Londra (quindi filoinglese) e le
sue truppe rimasero inerti a guardare il massacro che si compiva in
città. Da parte loro gli anglo-americani dopo una prima fase
di aiuti lasciarono a loro stessi i polacchi per concentrarsi sul
fronte occidentale ed aiutare le truppe in Francia (operazione
Dragoon). A nulla valsero i disperati appelli degli insorti tramite
Radio Varsavia.
Gli scout furono realmente utilizzati durante la rivolta. Erano
chiamati Righe Grigie.
Gli episodi dell’ospedale bruciato con tutti i malati e i
medici dentro e quello della fuga dalla Città Vecchia al
Centro città (2 settembre) per mezzo delle fogne sono
realmente avvenuti. Per quanto riguarda l’ospedale
ci sono andata molto leggera, nella realtà è
successo di molto peggio e lo stesso trattamento è stato
riservato a molti degli ospedali della città.
La famigerata brigata RONA era composta unicamente da criminali
liberati dalle prigioni.
In tutto morirono circa 280.000 polacchi tra soldati e civili e 45.000
tedeschi. La città fu completamente distrutta, saccheggiata
e spopolata
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