Harry Potter |
Rinchiusi di Raniya | Leggi le 10 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 05/12/2007 | Stampa questo capitolo
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RINCHIUSI
A Sara
Per aver sopportato i miei scleri
Quando cercavo di scrivere
la trama di questa storia
e per le tazze di caffè che mi rifilava
cercando di svegliarmi
Raniya
L’aria era frizzante e leggera. Si insinuava svogliatamente sotto i cappotti stretti lungo il corpo delle persone che affollavano le vie del centro di Londra, costringendole a rabbrividire leggermente. Il profumo delle caldarroste, vendute agli angoli delle strade riempiva come un onda l’atmosfera, stuzzicando l’appetito della donna che camminava a passo spedito lungo il marciapiede, lanciando occhiate fugaci alla sua sinistra prima di attraversare velocemente la strada. Teneva il capotto nero e caldo chiuso con una mano, all’altezza del petto, mentre l’altra era abbandonata nelle tasche imbottite. La sciarpa rosso scuro le avvolgeva il collo esile e diafano, da quanto si poteva notare dal lembo di pelle lasciato scoperto alla base della gola. Il suo respiro affannoso riempiva l’aria con piccole nuvolette bianche, che si disperdevano verso i lampioni che illuminavano fiocamente i marciapiedi. La gran quantità di luce che investiva invece il suo viso era dovuta soprattutto alle vetrine illuminate a giorno che si affollavano sulla via. I neon gialli e bianchi creavano strane ombre sul profilo altero della donna, quando si fermò davanti a una vetrina.
Hermione Granger scosse la testa avvilita. Neppure in quel negozio c’era quello che stava cercando disperatamente più o meno da quando era iniziato Dicembre.
Qualche ciocca di capelli ricadde davanti al suo viso, solleticandole la guancia. Si rimproverò mentalmente di essere troppo delicata quando fece scivolare la mano guantata davanti al viso, scostando i capelli. Faceva freddo. Non era servito a nulla indossare le calze sotto i pantaloni grigio scuro, né era servito il maglione bianco di lana che portava quando la temperatura sfiorava i zero gradi. Per non parlare della sciarpa bordeaux che le aveva regalato Ginny. Se le parti del corpo potessero parlare, il suo collo le avrebbe rinfacciato la sua stupida scelta di quella mattina di indossare una semplice sciarpa di seta.
Ma per fortuna la sua pelle non aveva il dono della parola.
Sospirò pesantemente, facendo scorrere lo sguardo lungo la fila di libri in bella mostra dietro il vetro. Solo dopo qualche secondo si accorse di stare osservando la sua immagine riflessa. Una donna di 23 anni la guardava con un espressione indecifrabile del viso. Gli angoli della bocca erano piegati nel fantasma di un sorriso. Triste. I capelli ambrati ricadevano dietro le sue spalle esili e tremanti per il freddo. Ma la cosa che la colpì di più fu vedere i suoi occhi. Li ricordava più grandi, più luminosi. Avrebbe messo la mano sul fuoco, giurando che prima fossero castano chiaro. L’immagine che le rimandava il vetro non rifletteva niente di tutto ciò. Piccoli e scuri, Non trovava un’altra definizioni. Leggermente arrossati ai bordi inferiori.
La bocca della donna nel vetro si storse in una smorfia indispettita. Si stava compatendo miseramente davanti a una vetrina di libri. Non era esattamente ciò che aveva sperato di ottenere da quel pomeriggio, che già di per sè si stava rivelando infruttuoso.
Cercò di aprire maggiormente le palpebre, ma queste non ne volevano sapere di alzarsi neppure di un millimetro.
L’irritazione della sconfitta iniziò a bruciarle all’altezza del petto, quando distolse con rabbia lo sguardo dalla vetrina, continuando a camminare.
Generalmente il Natale le piaceva. Insomma, chi non avrebbe amato i dolci, i regali, gli amici riuniti in salotto a chiacchierare e il profumo degli aghi di pino?
Già. Il Natale le era sempre piaciuto. Ma era sicura che quell’anno sarebbe stato tutto diverso. Ci sarebbe stato imbarazzo nel salotto con gli amici, se mai fossero venuti; non ci sarebbe stato nessun dolce e, cosa più importante, non ci sarebbe stato nessun albero di Natale.
Come ogni volta che i suoi pensieri prendevano quella direzione, una tristezza pesante e soffocante le premette sulla gola, mentre gli occhi erano velati di lacrime amare.
Niente albero, lo sapeva. E aveva deciso lei che doveva essere così. Era stato un mese fa, forse.
Scosse la testa per ricordare maggiormente i dettagli.
Una caffetteria del centro; lei e Ginny sedute una davanti all’altra. Eppure non ricordava perfettamente il volto dell’amica quel pomeriggio. Era come se un velo grigiastro si fosse posato sui suoi lineamenti, distorcendoli. Come una macabra maschera funeraria.
Ma ricordava la sua voce. Il suo sussurro rotto e atono. E quel dolore che sgorgava da ogni poro della pelle.
“Ginny”
Aveva scostato leggermente la sedia di ferro battuto, sedendosi di fronte all’amica. Lei aveva già ordinato un tè caldo, che ora girava silenziosamente con un cucchiaino d’acciaio. Non alzò gli occhi per salutarla.
“Hermione”
Ormai la ragazza aveva rinunciato a cercare lo sguardo dell’amica, così ordinò in fretta un cappuccino, concentrandosi più che altro sulle mani pallide di Ginny, ora abbandonate sulla superficie fredda del vetro.
“Grazie per essere venuta. Ieri. Mia madre è stata contenta di averti vista” biascicò la rossa senza alzare lo sguardo
“Di niente” rispose meccanicamente. “Non ho visto Ron” aggiunse
Ginny ebbe un fremito impercettibile, ma si ricompose subito, nascondendo il dolore dietro la voce atona e fredda.
“Non ce la faceva. Era il suo migliore amico e…l’aveva già salutato, comunque”
Hermione annuì tristemente, anche se non condivideva la scelta di Ron di non essere stato presente al funerale di Harry.
Harry.
Ricordava con precisione il momento in cui aveva puntato la bacchetta contro di sé, sussurrando quella maledizione senza perdono che lo aveva ucciso. Insieme all’ultimo Horcroux.
Un gesto nobile, come recitavano giornali. Disperato, sì, ma nobile.
Harry era sempre stato nobile. Forse troppo. Potevano trovare un modo, più semplice. Non doveva per forza morire anche lui insieme a Voldemort.
Ma lui diceva che non c’era tempo. Forse aveva ragione. Forse era stata la scelta più sensata morire.
L’aveva guardata, l’ultima volta, con gli occhi straziati di dolore. Un Avada Kedavra non è una passeggiata, aveva scherzato ridendo. Le aveva preso una mano, mentre Ginny era stata portata lontano, con sua madre.
“Ricordati che avevo ragione. Non incolpare nessuno. Nessuno ha colpa Hermione, nessuno”
Ginny alzò impercettibilmente lo sguardo annebbiato dal dolore, allungando una mano a prendere una bustina di zucchero dal centro del tavolo. In quell’istante il cameriere portò il cappuccino a Hermione.
“Ginny” si accorse che la sua voce tremava, ma non poté farci nulla. Lei non rispose. Cosa avrebbe potuto dire?
“Supererai, supererai tutto questo. Datti tempo”
Ginny annuì. Ma non era convinta, per nulla. Dovevano sposarsi, non appena la guerra sarebbe finita. Che cosa stupida, aveva detto lei stessa, pensare all’abito bianco, alle fedi e agli invitati, mentre stai lottando per sopravvivere. Harry ci scherzava sopra, punzecchiandola dicendole che dopo la guerra non avrebbe più avuto scuse per allontanarsi da lei. Non ci sarebbe più stato Voldemort, nessun pericolo, avrebbero potuto vivere normalmente.
Non aveva adempiuto alla sua promessa, e Ginny, quando lo aveva visto accasciarsi al suolo aveva provato rabbia. Non doveva morire. Doveva sposarla, lo aveva detto. Hermione e Ron dovevano essere i testimoni, era tutto programmato. L’aveva tradita.
“Dove passerai il Natale?” chiese in un sussurro Hermione. Una domanda sciocca, ma sperava che alleggerisse la tensione.
“Con Bill e Fleur. Fleur è incinta e ha bisogno di una mano” spiegò
Hermione avrebbe dovuto gioire per la moglie di Bill, ma non riuscì a fare altro che sorridere mestamente.
Alcuni rimasugli di caffè sul fondo della tazza le fecero tornare in mente quel giorno di tanti anni fa, quando aveva abbandonato Divinazione. Sorrise inconsciamente al pensiero. In quel momento avrebbe avuto un disperato bisogno di sapere cosa sarebbe accaduto nell’immediato futuro, quali dovevano essere la parole giuste per congedarsi da Ginny.
“Devo tornare al lavoro. Mark è un soggetto a rischio di iperventilazione quando si avvicinano le feste natalizie” si sentì sciocca a cercare di fare dell’umorismo in quella situazione.
“Certo”
Allontanò la sedia dal tavolino e raccolse la borsa marrone scuro da terra. Ginny continuava a mescolare il tè. Non ne aveva bevuto una goccia.
“Ciao Ginny”
“Ciao”
Per quell’anno niente albero. Era sempre stato compito di Harry procurarlo, compito suo decorarlo, e ora che non c’era più non aveva…senso.
Hermione scosse meccanicamente la testa, scacciando i pensieri dalla mente. Con decisione afferrò la maniglia del grande portone di vetro che troneggiava all’ingresso del centro commerciale.
Una folata calda le investì il viso, mozzandole il respiro. Quasi preferiva il gelo sottile che respirava fuori. Quasi.
Con gesti lenti si sfilò i guanti marrone scuro, riponendoli poi nella borsa. I suoi tacchi corti risuonavano secchi sul marmo bianco dell’entrata, ma non potè sentirli per la ressa che si era creata in prossimità delle scale mobili.
Centinaia di persone si affrettavano da un negozio all’altro, cercando disperatamente di finire gli acquisti pre-natalizi.
Una donna di mezza età la spintonò malamente, rincorrendo un bambino, probabilmente suo figlio, che urlava sguaiatamente in direzione delle scale mobili.
“David! Oh, mi scusi” rivolse una rapida occhiata a Hermione, con gelida formalità, tornando poi a rincorrere il ragazzino.
Hermione levò gli occhi al cielo, maledicendosi mentalmente per aver anche solo pensato di trovare qualcosa di utile nell’Inferno stesso, nell’altro della perdizione. Ovvero il centro commerciale.
Si aprì un varco fra la folla spintonando a destra e manca e conquistando per qualche manciata di secondi un posto libero su uno sgabello del caffè più vicino. Un signore carico di borse le rivolse un’occhiata incendiaria. Lei lo ricambiò con uno dei più sinceri e taglienti sorrisi.
“Cosa le porto?”
“Un macchiato, grazie”
I suoi occhi ambrati si allontanarono dalle mani precise del cameriere quando le portò la tazzina candida di ceramica. In altri casi avrebbe cercato di instaurare una conversazione con l’inserviente, ma in quel momento voleva solo che la caffeina le scorresse nelle vene, sostenendola nella sfrenata caccia in cui si sarebbe buttata di lì a poco.
Una fiumana di gente si riversava a singhiozzo nella hall, dove un gigantesco albero di Natale finemente addobbato troneggiava maestoso sotto la cupola di cristallo.
Hermione serrò le labbra. Iniziava a odiare tutti quegli alberi, tutti quei Babbo Natale che si scioglievano in complimenti svenevoli e falsi, quei bambini urlanti che strappavano dagli scaffali bracciate di giocattoli che non avrebbero mai usato in tutta la loro vita.
Appoggiò con cura la tazzina sul piattino di ceramica, con un piccolo tintinnio.
Inspirò a fondo, come se stesse per gettarsi nell’Atlantico in apnea.
“Merda!”
Hermione strabuzzò gli occhi sentendo una sonora imprecazione sovrastare il vociare concitato della folla. I polmoni dell’uomo che aveva appena urlato dovevano avere un ampiezza da far invidia a un tenore.
“Ripeto: merda!”
Le sopracciglia di Hermione saettarono verso l’alto. Sempre più stupita si alzò dallo sgabello, cercando di capire da che parte venisse la voce.
“E ora non fare quella faccia innocente! Ti ho visto, sai?”
La voce proveniva da una gioielleria lì affianco, ingombra di persone che guardavano avidamente gli ultimi accessori d’oro esposti nelle vetrinette.
“Credi di essere furbo? Credi che non me ne sia accorto?”
Sentì il suo cuore perdere un battito. E un altro. Faceva decisamente troppo caldo in quel posto.
Draco Lucius Malfoy stava incendiando con il solo uso degli occhi un ragazzino tremante di fronte a lui.
“Ho detto: ti credi furbo?” tuonò.
Qualche curioso si girò dalla sua parte, occhieggiando svogliatamente alla scena.
“Non ti smentisci mai in quanto a gentilezza” la voce di Hermione risultò più fredda di quello che avrebbe voluto, ma non demorse, affiancandosi al ragazzino.
L’uomo si irrigidì di colpo, serrando la mascella. Gli occhi adamantini ora fissavano stupiti la donna. Ma fu solo un attimo, prima che un ghigno ironico si dipinse sul suo volto.
“Ora abbiamo la paladina degli innocenti davanti a noi” poi si rivolse con tono tagliente al ragazzino “Ma tu non credere di esserti salvato, razza di piaga ambulante”
“Cosa ti ha fatto, di grazia, un bambino?” sibilò Hermione, indirizzando un’occhiata penetrante a Draco. Il sorriso sul viso dell’uomo non mutò minimamente.
“Io ho 12 anni” si intromise il corpo del reato
“Sentito? A 12 anni non è concesso avere un avvocato, quindi vattene” dichiarò Draco. Hermione strinse con più forza la spalla del bambino, avvicinandosi di un passo all’uomo.
“A 23 anni non è concesso essere irrimediabilmente-“ coprì con le mani le orecchie del protetto “-stronzi, sai?”
“Abbiamo imparato a dire le parolacce, Granger?” ridacchiò lui.
“Non sento” replicò il bambino con uno sbuffo
“Sagace il bambinetto” commentò Draco, mentre Hermione lasciava la presa dalle orecchie del dodicenne.
“Di certo è più maturo di te” replicò lei senza scomporsi, sfoderando il migliore dei suoi sorrisi. Lui non rispose, si limitò a increspare svogliatamente le labbra.
“Dov’è la tua mamma?” chiese poi gentilmente. Il bambino alzò le spalle, mentre Draco ridacchiava silenziosamente. Lei lo fulminò velocemente, tornando a guardare il ragazzino, che ora fissava intensamente il giubbotto grigio scuro di Draco, come se ne volesse cogliere la trama sottile.
“La andiamo a cercare?”
“Lascialo qui, dove l’ hai trovato. Qualcuno se lo verrà a riprendere” proferì con calma l’uomo.
“Certo. E magari esce e finisce sotto una macchina”
“Il mondo è crudele Granger”
“Da quando sei nato tu, di certo non è migliorato” sibilò lei. Cercò nuovamente la spalla del bambino, ma riuscì ad afferrare solo l’aria. Il ragazzino si era avventato con forza contro il corpo di Draco, che si piegò leggermente in avanti per attutire il colpo. Per una frazione di secondo la scena si cristallizzò, ma il bambino si staccò velocemente dalla presa e iniziò a correre verso il centro della hall.
Draco sbatté un attimo le palpebre, cercando di mettere a fuoco l’attimo, sotto lo sguardo allibito di Hermione.
Subito una smorfia terrorizzata si dipinse sul bel volto dell’ex-Serpeverde.
“Que-quello schifoso, lurido, ladruncolo!” sibilò con voce atona
“Capisco che abbracciarti non denota la grande intelligenza di quel bambino, ma non mi sembr-“ ma le sue parole furono interrotte dallo sguardo vacuo dell’uomo
“La mia bacchetta”
Hermione inarcò le sopracciglia, cercando di afferrare il concetto delle parole dell’uomo.
“L’ha presa” continuò lui, senza degnarla di uno sguardo.
Il panico si diffuse anche sul volto della donna, mentre Draco controllava le tasche del giubbotto da dove prima spuntava l’arma.
“Ma ti sembra il caso di andare in giro con la bacchetta? Oh Dio…” il tono di Hermione era spezzato. Non osava neanche immaginare cosa sarebbe successo se il bambino avesse provato a usare quella bacchetta. Cosa sarebbe successo all’intero centro commerciale.
Ma Draco correva già verso l’albero di Natale, spintonando la folla e cercando sopra le teste delle persone la sagoma inconfondibile del dodicenne. Hermione cercò di tenere il suo passo, ma fu più difficile allontanare la fiumana di persone che la urtavano senza ritegno.
“Eccolo!”
Il tono trionfante di Draco qualche metro davanti a lei si spense in una sonora imprecazione quando qualcuno gli pestò un piede.
“Giuro che se ti prendo ti farò rimpiangere di essere nato!” sbraitò tornando a rincorrerlo.
Hermione si maledì mentalmente per aver indossato quelle scarpe scomode. Il giubbotto le volteggiava lievemente alle spalle, mentre correva. Le guance arrossate dal caldo, cercò con gli occhi i capelli biondi del Serpeverde, e li vide scomparire nell’antro delle scale che scendevano sotto terra. Con un gesto disperato allontanò un uomo che le intralciava la corsa.
“Hey!”
“Scusi” si limitò a biascicare, spingendo il maniglione antipanico che dava alle scale fiocamente illuminate del magazzino.
La voce di Draco tornò a farsi sentire, rimbombando nel corridoio grigiastro.
“Fermati! Ti ordino di fermarti!”
Il bambino entrò per una secondo nel campo visivo di Hermione, scomparendo però poi dietro un angolo. Draco gli era alle costole.
Ma quando anche lei svoltò a destra, seguendoli, per poco non andò a sbattere contro una porta di ferro. Con il fiato corto abbassò d’istinto la maniglia e entrò nella stanza buia.
Sbattè per qualche secondo gli occhi, cercando di delineare i contorni degli oggetti. Dopo qualche attimo si profilarono scaffali e scatoloni, addossati alle pareti di cemento.
Il baluginare di uno screzio di luce attirò la sua attenzione. Si avvicinò all’uomo ritto nel centro della stanza.
“Dove diavolo si è cacciato?” tuonò prima che lei potesse aprire bocca “Vieni f-“
Ma un altro rumore, sordo e cupo, fece sobbalzare entrambi. Si girarono all’unisono, riconoscendo per un attimo il profilo del bambino dietro la porta. Poi scomparve. Il battente grigio era chiuso.
Draco si avventò sulla maniglia, sbattendola con forza verso il basso. Il volto era contratto dallo sforzo di far leva il più forte possibile sulla manopola nera.
Ma la porta rimase irrimediabilmente serrata.
Gli occhi di Hermione si allargarono, sia per il buio che ora invadeva completamente la stanza, sia per la paura che le attanagliava le viscere.
“Si apre, vero?” cercò di scandire con chiarezza le lettere, ma si ritrovò a biascicare qualcosa di sconclusionato
“No” preferì lui gelidamente.
Non lo vedeva, ma poteva sentire la sua voce più vicina, e i suoi passi sbattere nervosamente sul pavimento. Si era allontanato dalla porta.
“Aprila immediatamente”
“Credi che stia scherzando?” ribatté acidamente lui “Non si apre, Cristo! E quello ha la mia bacchetta!”
Hermione poté sentire il suo braccio scattare a indicare la porta, con un gesto vano.
Deglutì nervosamente, mentre un nodo le serrava la gola. Arretrò di qualche passo, fino a scontrarsi con uno scatolone, e si accasciò sommessamente al suolo.
Strinse con forza le gambe al petto, nascondendo sulle ginocchia il volto contratto dal terrore.
E iniziava ad avere freddo.
Perché era andata al centro commerciale? Perché aveva preso le difese di quel cerebralmente leso dodicenne? E soprattutto, perché diavolo li aveva seguiti?
Il nodo alla gola non voleva saperne di sciogliersi, mentre le mani le tremavano nel disperato tentativo di stringersi ancora di più al corpo.
Per poco non ebbe un infarto quando sentì qualcosa muoversi accanto a lei. Poi si accorse che era Draco che si era accasciato affianco a lei, la schiena contro lo scaffale.
Non disse nulla, ma si morse il labbro inferiore, cercando di annegare il panico. Si sfregò con forza le mani lungo le braccia, cercando di riscaldarsi.
“Aveva rotto il vaso che avevo appena comprato” proferì gelidamente l’uomo accanto a lei.
“Ora che lo so, mi hai tolto un peso” replicò acidamente lei. “Grazie mille del chiarimento”
“E mi ha rubato la bacchetta” continuò lui ignorandola
“Non l’avrei mai indovinato” sbottò.
Sentì Draco muoversi affianco a lei. Dopo qualche istante la maniglia della porta venne fatta scattare nuovamente verso il basso. Inutilmente.
“Malfoy, non si apre. Cosa non hai afferrato del concetto?”
“Scusa se preferisco morire fra qualche annetto e magari nel mio letto, che restare qui a marcire in uno sgabuzzino”
Si accasciò di nuovo affianco alla donna.
“Qualcuno verrà ad aprire” replicò lei cercando di apparire tranquilla
“Certo, fra un mese o due. Quando saremo ridotti a un cumulo di ossa”
“Ti diverte spaventarmi?” le parole tremavano sulle sue labbra fredde
“Cerco di essere realistico”
“Se non verranno stasera, arriveranno domani mattina” ma neppure lei credette alle sue stesse parole.
“Certo” rispose con tono condiscendente lui
“Ovvio”
Sfregò con più forza le braccia contro il suo corpo, stringendo il cappotto sulle spalle. Nascose con forza il volto nella sciarpa leggera, affogando i singhiozzi che ora le nascevano nel petto.
Odiava il buio, odiava Malfoy e odiava il Natale.
Tutto questo era successo per una stupida festività! E per il suo stupido spirito da crocerossina.
Certe volte credeva di essere priva di spirito di conservazione.
Chiuse gli occhi, cercando di pensare che forse, dopotutto, stava dormendo, che se avesse aperto gli occhi si sarebbe accorta di stare sognando. Di stare facendo un incubo, per giunta.
“Oddio. Stai piangendo”
La voce fredda di Draco la colpì come uno schiaffo sul viso. Il tono leggermente schifato non sfuggì alle orecchie della donna.
“Disturbo?” chiese con voce rotta, cercando di assumere un tono tagliente
“Fai pure. Basta che non mi inumidisci la giacca” lo sentì allontanarsi impercettibilmente dal suo corpo “E in silenzio. Grazie”
“Qualcos’altro?” chiese spazientita, ritrovando un po’ di forza da quello scambio verbale.
“Se avessi la stramaledetta chiave di questo scantinato te ne sarei grato, ma non ce l’hai. Quindi no, non c’è altro da dire” ribatté freddamente
Hermione nascose più a fondo il volto nella sciarpa.
Non stava sognando, non stava nemmeno dormendo. Ma sentiva la stanchezza premerle le spalle, strizzarle lo stomaco e appesantirle le palpebre. Forse se avesse dormito sarebbe stata svegliata da un commesso che apriva con grazia quella maledettissima porta. Forse.
Cercò di concentrarsi per dormire, ignorando il freddo che si insinuava sotto il suo cappotto.
“Odio il Natale”
La voce di Draco la distolse dal suo vano tentativo di trovare una via di scampo a quella situazione
“Io odio gli alberi di Natale” replicò, mentre le labbra si serravano per il freddo
“Uno strano punto di vista”
“Non sarebbe così strano se il tuo migliore amico, colui che ogni anno ti portava a casa l’albero e ti aiutava a decorarlo, fosse morto”
Si morse il labbro inferiore. Non voleva dire quello. Dio, lo pensava, ma non era il momento adatto per svuotare i suoi malumori e le sue paure. Non di fronte a un Malfoy.
“Sfregiato sapeva fare gli alberi di Natale?”
Lei annuì nel buio.
“Un uomo pieno di risorse. Peccato se ne sia andato” continuò Draco con tranquillità
Hermione chiuse gli occhi, cercando di calmare la rabbia che le stava crescendo in gola. Si sarebbe messa ad urlare, a inveire, contro quello schifoso Purosangue se solo avesse tentato di dire qualcos’altro riguardo Harry.
Hai promesso
Una voce dentro di lei le ricordò le ultime parole dell’amico.
“Ricordati che avevo ragione. Non incolpare nessuno. Nessuno ha colpa Hermione, nessuno”
Sapevano entrambi a chi si stava riferendo.
Draco Lucius Malfoy, colui che si era schierato in prima fila nella fazione di Voldemort; colui che aveva tradito il segreto di Hogwarts, aprendo le porte all’armata oscura.
Come diavolo faceva a non avere colpa?
Le lacrime iniziarono a pizzicarle gli occhi.
Era solo per colpa sua se Harry era morto. E non capiva perché il suo migliore amico avesse tentato di difenderlo anche in punto di morte.
Harry era nobile
Era solo per quello.
Si passò velocemente una mano sugli occhi.
“Sai perfettamente perché se ne è andato”
Sentì il corpo di Draco irrigidirsi affianco al suo
“C’ero anche io alla fine della Guerra. Ovvio che so perché Sfregiato è morto”
“Credeva in te”
“Io non in lui” replicò con tranquillità l’uomo, accomodandosi meglio sul pavimento.
Lei scattò in piedi, furente di rabbia. Sperò di non andare a sbattere da nessuna parte mentre si dirigeva verso la porta.
“Mi sembrava che avessimo decretato che è chiusa”
“Tu l’hai ucciso! Tu!” urlò lei in preda al panico, strattonando la maniglia fredda
“Stiamo ancora parlando della porta?”
“Non osare fare il furbo! Non osare dire che è colpa sua! Harry è morto perché tu, tu, hai aperto le porte a Voldemort!”
“Non mi risulta”
“Oh certo! Ora mi verrai a dire che è stato tutto uno sbaglio, che non volevi”
“Non ho intenzione di continuare questa conversazione” si accigliò, la fronte corrugata nell’oscurità “Sfregiato sapeva” mormorò fra i denti
Hermione si lasciò ricadere per terra, affianco alla porta. Poteva distinguere in lontananza il profilo di Draco, i suoi capelli biondi che ricadevano sul suo volto.
Ma gli occhi erano ancora velati e li chiuse, sperando di addormentarsi una volta per tutte.
Le spalle erano contratte e le dolevano. Stupida. Si era scordata di respirare mentre tentava di aprire la porta. E ora ne pagava le conseguenze. Stupida.
Sentì qualcosa di metallico sbattere convulsamente, e solo dopo si accorse che erano i suoi denti. Faceva troppo freddo, e ormai era già passata un’ora da quando aveva visto il bambino scomparire dietro la porta. Forse il centro commerciale aveva chiuso, forse la temperatura era scesa sotto i zero gradi.
Inspirò profondamente, cercando di rilassare i muscoli. Le tempie tamburellavano con insistenza.
“Fai tacere i tuoi denti. È inquietante e fastidioso”
“Ho freddo” biascicò senza degnarlo di uno sguardo.
Stava cercando di flettere le dite gelate, quando qualcosa atterrò con un fruscio affianco a lei.
Con mani titubanti raccolse quella che si rivelò essere la giacca di Draco.
“Non la voglio”
“Non essere ridicola” la zittì acidamente
“Oh, beh…”
Hermione cercò qualche parola con cui controbattere. Dio, era ridicola sul serio.
Avvolse con cura la giacca attorno alle spalle.
“Graz-“
“Non sei obbligata a dirlo”
“D’accordo”
Per un attimo calò il silenzio fra la coppia
“Grazie”
“Ho detto che non eri obbligata a dirlo”
“E io non sono obbligata ad ascoltarti”
Un ghigno si dipinse sul viso del Serpeverde, mentre cercava una posizione più comoda contro lo scaffale.
Hermione si alzò stancamente in piedi, trascinandosi verso di lui. Appoggiò titubante la spalla contro la sua, cercando il suo sguardo nel buio.
“Cosa fai?” chiese Draco con tono polemico
“Non ti voglio sulla coscienza” rispose lei “Tutto qui. Non ti perdonerei di morire assiderato”
“Così mi fai arrossire” replicò ironicamente.
Hermione si limitò a sbuffare pesantemente.
“Come mai hai un astio così forte verso gli abeti?”
“Mi sembra di avertelo già detto” sibilò
“Oh già. Sfregiato era il folletto del bosco” continuò tranquillamente
“Già”
“Immagino che quindi tu sia senza albero, questo Natale”
“Esatto”
Lui non rispose, avvicinandosi impercettibilmente al braccio sinistro di lei.
“E neppure un Presepe” continuò imperterrita
“Una tragedia” commentò sarcastico
“Per me lo è. L’albero era…un simbolo. Insomma, era il Natale. Potevano non esserci regali, il dolce, ma l’albero non perdeva il suo fascino”
“Il mio è alto quattro metri” spiegò lui con una nota di orgoglio che non sfuggì alla donna “Un esemplare raro di Abete Rosso del Canada”
“Complimenti” rispose lei senza allegria “Quanti elfi hai sfruttato per addobbarlo?” continuò con tono polemico
“Sei o sette”
Un brivido di rabbia corse lungo la spina dorsale della donna.
“Ancora sostenitrice del CREPA?” chiese con una punta di ironia
“C.R.E.P.A. E sì, sono ancora per la fazione di liberazione del fronte elfico contro avidi sfruttatori di stampo feudale”
“Sarei io?”
“Ovviamente” il suo tono era calmo quando pronunciò l’ultima parola.
“Sei veramente irritante quando cerchi di fare la stupida, Granger”
“Doveva essere un’offesa?” sibilò
“Prendila un po’ come vuoi” concluse lui, chiudendosi poi in un silenzio freddo. Lo sguardo torvo era fisso sulle mani sulle sue ginocchia.
Hermione inspirò profondamente. Il viso dell’uomo le incuteva una certa soggezione. Non sapeva cosa dire, non sapeva nemmeno se avesse dovuto parlare. Gli occhi adamantini di Draco brillavano cupi sotto la fronte ampia. Non capiva se si fosse arrabbiato, se qualche cosa che aveva detto lo avesse ferito.
Oh beh, gli aveva dato dell’avido sfruttatore di stampo feudale –recitò mentalmente le parole esatte- forse un po’ se l’era presa a male. Si maledì per la sua solita lingua lunga. Non sarebbe servito a nulla avere un nemico in quello sgabuzzino di due metri per uno. Tanto valeva assecondarlo. Non compiacerlo, quello mai, ma fare finta almeno che l’impulso di staccargli la testa a morsi non esistesse.
“Hai detto che Harry sapeva” cominciò, pentendosi subito dopo per l’argomento in cui si era andata a cacciare. Ma ormai era troppo tardi: lui la stava già guardando con quell’espressione strana e torvo dipinta sul volto. Si accorse solo dopo di aver smesso di respirare, osservandolo. Non poté fare a meno di notare che i tratti fini e alteri dell’uomo avevano un che di…affasc- Vagamente sopportabile.
“Che cosa sapeva di preciso?” continuò imperterrita
“Questo è un discorso fra me e Sfregiato” replicò lui con calma. Lei poté sentire una nota di indecisione nella sua voce. Decise di far leva su quell’incrinatura. Voleva sapere, capire.
“Harry…Harry non c’è più. È un fatto. Bisogna accettarlo” cercò di apparire calma
“Ma quanto siamo cinici stanotte” ridacchiò lui.
Hermione sbuffò con rabbia. Non voleva essere interrotta da quel sorriso sghembo che le mozzava il respiro.
Ok, lo ammetteva, Draco Malfoy era abbastanza affascinante. Quando si impegnava a non essere un bastardo, figlio di Mangiamorte.
“Stavo dicendo. Penso che tu possa dirmi ciò che riguarda te e Harry, ora. Non vedo il motivo di tenermelo nascosto”
Lui non fece il minimo accenno di raccogliere il suo invito a parlare
“Le ultime parole che mi ha detto ti riguardavano” precisò lei
Gli occhi di Draco si spostarono velocemente dalle sue mani al suo viso. Troppo velocemente. Si ricordò tardi di respirare.
Era difficile stupire un Malfoy, anche per pochi secondi.
“Ti ha detto di essere il mio amante segreto?” la schernì lui con la sua solita voce strascicata
“Oh, non fare lo stupido Malfoy” sbraitò “Diceva che non avevi colpa”
“Non so cosa significhi, ma sono d’accordo” ridacchiò.
Hermione levò gli occhi al cielo
“Sii serio per una volta. So che è difficile, ma provaci” completò lei, con una certa ansia e rabbia nella voce.
Draco allontanò gli occhi dal suo viso, tornando a guardarsi le ginocchia. Odiava quando non la considerava, quando faceva finta che lei non avesse nemmeno aperto bocca. Aveva ancora quell’espressione torva e indecifrabile. Le labbra contratte in una smorfia che poteva definire indispettita. O pensierosa. Insomma, lei era Auror, non una strizzacervelli.
Il silenzio calò pesantemente fra i due. Hermione ringraziò mentalmente la giacca che le copriva le spalle. Era calda. E aveva uno strano profumo. Menta, ipotizzò. E tabacco.
Arricciò il naso. Draco Malfoy fumava?
E aveva anche il coraggio di stupirsi.
Si riscosse con violenza dai suoi pensieri quando sentì la mano di Draco scorrere sul pavimento, lentamente. Trattenne il respiro quando sfiorò distrattamente la sua. Ma anche lui se ne accorse, e ritrasse prontamente la mano.
“Io non ho aperto le porte di Hogwarts. O meglio, le ho aperte, ma era tutto nei piani”
“Piani?”
Lui ridacchiò
“Non sei molto intuitiva come Auror. Mi deludi”
Lei sbuffò sonoramente. Grandioso, ora la prendeva anche in giro.
“Facevo il doppio gioco Granger. L’ho fatto sin dall’inizio” continuò lui con la solita voce strascicata “Devo dire che le proposte di Voldemort erano alquanto allettanti. Ricchezze, una buona posizione, immunità. Insomma, all’inizio avrei anche potuto fare il doppio gioco a favore del Signore Oscuro. Potter credeva fermamente in me” Ridacchiò ancora. Hermione lo osservò, interdetta “Potty credeva che non l’avrei mai abbandonato. Mi costa ammetterlo” sospirò “Ma Sfregiato aveva ragione. Non l’ho abbandonato”
“Ma lui si è ucciso” la sua voce era atona quando lo interruppe
“Oh, certo. Anche quello era nei piani. Aveva capito da subito che era la cosa giusta da fare. Insomma, voleva fare l’uomo del secolo, con il suo maledettissimo animo nobile”
Lei annuì. Sì, Harry era nobile.
“Sapeva che doveva morire. Lo aveva messo in preventivo. Quando ci incontravamo mi diceva spesso quello che pensavano gli altri dell’Ordine di me” rise senza allegria “Mi diceva anche che tu non gli credevi. Non capiva il tuo astio verso di me. Non capiva perché non gli credessi quando ti diceva che non dovevi avere paura che disertassi. Aveva ragione?”
Lei non rispose. Un silenzio valeva più di mille monosillabi affermativi. Si vergognò di se stessa.
“Oh, non eri l’unica. Anche Weasel, la rossa, quella che doveva sposarsi con Potter. Sì, parlava spesso di lei. Non le voleva dire che si sarebbe ucciso. Io gli ho sempre detto che sarebbe stato meglio metterla di fronte alla realtà il più velocemente possibile. Sarebbe diventata una palla al piede dopo che si fosse puntato la bacchetta addosso”
Hermione ripensò ai movimenti meccanici di Ginny, quel giorno nel caffè. Un automa, ridotto allo stato vegetativo.
“Ginny è distrutta” biascicò, cercando lo sguardo dell’uomo. Ma lui continuava a guardarsi le ginocchia. La sua mano era tornata a grattare leggermente il pavimento.
“L’ho vista al funerale”
“C’eri?” sbottò lei poco finemente
“Non aveva una grande venerazione per Sfregiato, ma devo ammetter che ha avuto del fegato a uccidersi. Io non l’avrei fatto”
Una smorfia indispettita si dipinse sul volto di Hermione
“Non fatico a crederlo” sbottò
Lui rise, un po’ più rilassato. La sua mano sfiorò ancora quella di Hermione, ma questa volta non si ritrasse. Era gelato, pensò lei. Si avvicinò lentamente al suo corpo, fino a sentire il suo respiro regolare vicino alla guancia. Lui non ribatté, guardava solo davanti a sé. Ma ormai la sua mano non poté non toccare con forza quella di Hermione, abbondata lungo il corpo.
Quando le dita dell’uomo la sfiorarono sentì una scossa percorrerle il corpo. Rinunciò a respirare regolarmente, mentre il cuore accelerava la corsa nel petto.
“Malfoy?”
“Cosa vuoi?”
“Ho sentito che tuo padre e tua madre sono morti” sputò velocemente prima di pentirsene.
Lui, inaspettatamente, rise.
“Già. I miei vecchi non erano troppo d’accordo con me. Poco male. Mia madre era uscita di testa. È un dono di famiglia credo”
“Già” Hermione si morse le labbra, quando si accorse della gaffe commessa. Aveva appena dato del cerebralmente leso a Malfoy. Addio cooperazione. Lui però non se ne accorse, o semplicemente fece finta di non accorgersene. Il suo tono non tradiva alcuna emozione.
“Zia Bella è allegramente imprigionata ad Azkaban. Non hanno ancora deciso se somministrarle il Bacio o aspettare” sospirò tranquillamente “Hanno chiesto la mia opinione in proposito, ma sinceramente non mi interessa”
“Tuo padre?”
“Morto nel tentativo di scappare quando Voldemort è stato ucciso da Sfregiato” continuò “I Mangiamorte sopravvissuti non hanno gradito la sua fuga. Non ha avuto nemmeno il tempo di scavalcare la soglia del castello. L’hanno avadakedravizzato in un colpo solo. Morto. Fine della storia”
Hermione distolse gli occhi dal profilo dell’uomo, guardando la mano di Draco compiere gesti perfettamente circolari sul pavimento, sfiorando distrattamente ma con precisione chirurgica le sue dita abbandonate e aperte.
“Mi dispiace” sussurrò con tono serio
“Di che cosa?”
“Che siano morti. Insomma, erano la tua famiglia” cercò di fare dell’umorismo “Niente più Natali con Lucius, Narcissa e Zia Bella attorno al camino”
“Già. Non che ne senta la mancanza. Non abbiamo mai avuto uno spirito natalizio” replicò lui
“MI dispiace”
“La smetti di dispiacerti?” sbottò
“Scu-“
Lui la guardò con aria torva e lei si rimangiò la scusa, inghiottendola come se fosse colla.
Ovviamente scordò ancora di respirare quando il sospiro freddo di Draco le accarezzò le guance.
“Cos’è quella faccia da pesce lesso?” chiese lui
Hermione si riscosse, allontanando lo sguardo
“Nulla. Ho sonno” Inventò
“Dormi”
“Fosse semplice” replicò con un sospirò
“Ci sono qui io a tenere lontani gli spiriti malvagi” ridacchiò
“Oh, allora mi sento proprio al sicuro” celiò lei acidamente, ma non poté far a meno di sentirsi sollevata da quelle parole. Strinse le braccia attorno al petto, mentre la testa, pesante e annebbiata dal sonno, ricadeva delicatamente sulla spalla di Draco.
Lui non si mosse. Una statua marmorea di ghiaccio. Freddo.
Hermione chiuse gli occhi. In effetti aveva sonno. La tensione della sera e quei discorso malinconici l’avevano svuotata. Inspirò profondamente, mentre il cervello piano pieno si chiudeva, abbandonandola nel buio del sogno.
Le ciglia tremarono un poco quando sentì una sbarra di acciaio posarsi sulla sua spalla e spingerla verso la sua destra. Aprì leggermente gli occhi impastati, cercando di fare luce nella nebbia del sonno. Vide il profilo altero di Draco. E il suo braccio appoggiato sulle sue spalle. La spingeva con decisione ma cura verso il suo corpo. Lui fece una strana smorfia quando si accorse che si era svegliata. I suoi occhi brillavano in maniera strana, nuova. La sua mano sul braccio era calda, anche se la sua figura emanava il gelo più assoluto.
Ma il sonno ebbe la meglio. Chiuse gli occhi e si assopì, definitivamente. Le sue labbra presero la forma di un sorriso quando il respiro di Draco le accarezzò i capelli.
Sembrava passato un attimo quando aprì nuovamente le palpebre. Le sbatté per qualche secondo, cercando di snebbiare la mente. Era mattina. Poteva sentirlo dal cinguettare indistinto proveniente da fuori, dal rumore dei passi delle persone nelle strade. Forse erano sotto qualche via.
“Era ora. Pensavo fossi morta assiderata”
“Ti piacerebbe” replicò lei con un sorriso. Il braccio di Draco era ancora fisso sulla sua spalla, ma ora la stava guardando. Non era esattamente la stessa espressione che aveva avuto quando si era addormentata, ma gli occhi gli brillavano della stessa luce.
“L’idea è stuzzicante. Come è stata forte la voglia di strozzarti nel sonno”
Le parole non scalfirono il buon umore della donna, che rise.
“Non pensi che magari anche io stavo aspettando che tu ti addormentassi per ucciderti?”
“Non ho dormito” replicò lui con un ghigno.
“Infatti hai mandato in fumo i miei piani” ridacchiò
“Mi dispiace”
“Non fa nulla. Sarà per un’altra volta”
“Speriamo di no. Non intendo avvicinarmi mai più a uno sgabuzzino con una sola uscita per molto, molto tempo”
Hermione rise. Era strano poter ridere con quella facilità. Nuovo. Riscoperto, forse. Quell’ironia pungente la stuzzicava.
“Tieni”
Hermione strabuzzò gli occhi quando Draco le porse un fazzoletto candido, contenente qualche dolce.
“Oh, grazie” li prese senza neanche riflettere. Mentre ne stava per assaggiare uno, ebbe però un fremito
“Non è che mi stai avvelenando?” chiese, sospettosa
“Mi hai scoperto” ridacchiò lui.
Sorrise, mangiando il primo dolce. Era freddo. Forse era appena uscito da un congelatore.
Subito la pastafrolla divenne come colla nel suo stomaco. I suoi occhi si incupirono quando guardarono con aria torva l’uomo seduto affianco a lui.
“Dove li hai presi?”
Sentì il corpo di lui irrigidirsi, ma conservò lo stesso sorrise sghembo, senza scomporsi
“Li ho trovati qui in giro”
“Menti” replicò lei freddamente
Lui la guardò, ricambiando lo sguardo cupo del suo viso. Lei non gli lasciò il tempo di controbattere.
“Dove li hai presi?” ora il suo tono era più alto di qualche ottava
“Fuori” scandì gelidamente lui
Lei si alzò velocemente in piedi, dirigendosi verso la porta, ormai abituata all’oscurità.
“Aprila” sbottò
Ma lui era già dietro di lei e armeggiava con la maniglia. In un attimo un sonoro scatto fece capire che la serratura era scattata. La porta si aprì cigolando e una luce flebile e giallognola investì il volto di Hermione contratto dalla rabbia.
Scosse la testa, infuriata.
L’ultima cosa che Draco vide furono gli occhi fiammeggianti di lei osservarlo con disprezzo.
*
“Pronto?”
“Hermione, Buon Natale”
“Oh ciao Ginny. Buon Natale anche a te. Coma stanno Bill e Fleur”
“Al solito. Fleur si sente pesante”
un acuto ‘non è vero!’ con accento francese provenne da dietro le spalle di Ginny. Hermione rise.
“Come stai Ginny? Dico sul serio”
“E’…nuovo, per me. Anche per te immagino. Ci farò l’abitudine”
“Già. È nuovo”
“Ah, l’altro ieri ho provato a chiamarti ma non rispondeva nessuno. Dov’eri?”
Hermione si irrigidì
“Al centro commerciale” sbottò
“Trovato qualcosa di interessante?”
“No. A parte un uomo particolarmente odioso e vile”
Dall’altra parte della cornetta Ginny rise piano.
“Solo tu puoi fare certi incontri anche quando fai la spesa”
“Già” sibilò Hermione “Ginny, senti, ti richiamo più tardi così parlo anche con Fleur. Ora sta suonando il campanello”
“Ok, Buon Natale, Herm”
“Buon Natale”
Hermione riattaccò velocemente il ricevitore, sfregandosi le mani contro il maglione bianco di lana. I capelli erano particolarmente disordinati quella mattina, ma non vi fece caso. I pantaloni grigi della tuta strisciavano sommessamente sotto i suoi piedi nudi.
Cercò di pensare chi fosse a quell’ora di mattina, il giorno di Natale. Forse era la vicina, anche se ne dubitava. L’ultima volta che si erano viste per poco Grattastinchi non aveva azzannato il suo pappagallo delle Mauritius.
“Spostati”
Diede una spinta poco galante al gatto dal pelo rossiccio accovacciata davanti alla porta. Quello soffiò con insistenza, ma fu convinto a cercare posto altrove.
Il campanello suonò di nuovo, con insistenza.
“Arrivo, arrivo! Un po’ di pazienza!”
Le sue mani afferrarono con decisione la maniglia d’ottone, facendo scattare la serratura. Il battente si aprì con un rumore sinistro. Un uomo di 23 anni staccò il suo dito guantato dal campanello.
“Volevi svegliare tutto il vicinato?” sbottò lei acidamente, stringendosi nel maglione. Lì sul pianerottolo faceva freddo. Maledisse i vicini per la loro insana mania di tenere le finestre delle scale spalancate.
“Può darsi” rispose Draco con un ghigno “Ma non adoro il pubblico”
“Oh, certo” sibilò “Cosa vuoi allora?”
“E’ Natale”
“Ma dai? Pensavo che ci avvicinassimo a Pasqua” celiò lei acidamente. Lui non si trattenne dal sorridere.
“A Natale, di solito, si passa a fare gli auguri agli amici” continuò imperterrito
Lei si finse pensierosa prima di rispondere “Il tuo numero non è nella mia rubrica, quindi non sei mio amico. Oh, e ora che mi fai pensare, mi hai tenuta chiusa per una notte intera in uno scantinato. No, decisamente non siamo amici” concluse
“Ti ho portato una cosa”
“Una lettera dove mi dici che partitari per l’Isola che non c’è senza mai più tornare indietro?”
Lui rise, ma aprì la porta che dava sulla strada.
Hermione trattenne il respiro quando intravide un furgone rossiccio posteggiato nel parcheggio. Sul rimorchio svettava un abete che, ipotizzò, doveva essere almeno alto cinque metri.
“Riporta il Baobab dal tuo fiorista”
“Non lo rivuole”
“Brucialo, allora”
“L’ho incantato. Non può incendiarsi” rispose tranquillamente lui. Lei sbuffò.
“Vuoi farmi andare nei guai con il vicinato? Con tutti quegli aghi sul vialetto mi aumenteranno le spese di pulizia” poi aggiunse “Riporta indietro questo abete geneticamente modificato”
“Non vuoi neanche uscire a guardarlo?”
“No, grazie” celiò lei “Ma chiamami quando decidi di fare un falò”
Le sue mani scattarono verso la maniglia della porta, cercando di chiuderla. Il palmo aperto di Draco si mosse fulmineo verso lo stipite, costringendola a guardarlo negli occhi.
Dio, quando si sarebbe ricordata di respirare?
“Mi dispiace” mormorò lui
“Anche a me” poi lo guardò con più intensità “Di averti incontrato” aggiunse
Lui rise, mestamente
“E’ stata una decisione…improvvisata. Quella di tenerti nello stanzino, intendo”
“Posso immaginare” sbottò lei acidamente
“Mi sono accorto che in realtà la serratura era solo incastrata quando ti sei addormentata. Non aveva senso svegliarti”
“Hai finito di scusarti a vuoto?” Lei distolse lo sguardo. Cercando di apparire indifferente. In realtà le parole di Draco l’avevano…colpita. Ma non si lasciò distrarre dal suo spirito da crocerossina. Lui doveva pagare.
“Parlavi nel sonno” iniziò lui
“E tu scommetto che stavi ascoltando. Hai mai sentito parlare di privacy?” Hermione sventolò una mano davanti al suo viso, sbuffando
“Mi chiamavi. Cosa dovevo fare? Fare finta di niente?”
“Io non ti chiamavo” sbottò
“Stavi dormendo. Non puoi saperlo”
Dio, non voleva dargliela vinta
“Magari ti chiamavo per buttarti già da un burrone” ipotizzò
“Probabile. E volevi un albero di Natale. Così” indicò vagamente il camioncino “Eccomi qui”
“Complimenti” sbadigliò lei “Ora vattene”
Ma lui le afferrò un braccio, facendole perdere l’equilibrio. Aspettò di sentirsi cadere a terra, ma affondò nel petto ampio dell’uomo. Il viso di lui era a pochi centimetri dal suo. Il respiro freddo le stuzzicava le labbra, secche.
Si era ancora scordata di respirare.
Gli occhi adamantini di Draco la osservavano ironici; brillavano divertiti su quel pianerottolo troppo piccolo per entrambi.
“Siamo sotto del vischio, sai?” iniziò
“Non è vero”
Lui sbuffò sonoramente, levando gli occhi al cielo
“Fai finta Hermione. Sono sicuro che ci potresti riuscire” celiò, sfoderando quel sorriso enigmatico e terribilmente affascinante
“immagino che tu sappia cosa succede se ci si incontra sotto del vischio”
“Vagamente” si ritrovò a rispondere lei, ipnotizzata dai suoi occhi. L’ossigeno non era ancora arrivato al cervello.
“Posso avere l’onore di ricordartelo?” mormorò lui al suo orecchio, facendola tremare
“Suppongo…suppongo di sì” biascicò lei, le labbra impastate.
Ma in un attimo furono coperte da quelle fredde di lui. Hermione chiuse gli occhi assaporando il respiro dell’uomo. Freddo, e con quel vago sapore di menta che aveva ipotizzato potesse avere. Le labbra saggiarono lentamente i contorni della sua bocca, facendola tremare contro il suo petto.
Sapeva che doveva dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma la mente non collaborava.
Dopo qualche attimo lui si staccò, stringendola possessivamente alla vita.
Hermione aprì gli occhi, osservandolo attentamente. Dopotutto qualcosa da ridire in lui poteva ancora trovarla.
“Draco?”
“Mmm?”
"Brucia il Baobab"
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