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Naruto |
Quando ero una persona sola. di Uzumaki94 | Leggi le 2 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 25/02/2008 | Stampa questo capitolo | Stampa tutta la storia
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[In questo, e nei capitoli che verranno, farò parlare Zetsu in prima persona. Ci tenevo ad avvisare… buona lettura!]

---

Le prime cose che mi vengono in mente riguardano il periodo di quando ero un genin.

Avevo solo dodici anni, ma ero mal visto da tutti. Il mio sensei e uno dei miei compagni di squadra mi isolavano di continuo.

Se devo essere sincero, era sempre stato così. All’accademia nessuno mi voleva. E anche prima. Neanche i miei genitori mi hanno voluto. Mi hanno abbandonato in un orfanotrofio di periferia.

Non ho mai socializzato con nessuno. Nemmeno gli assistenti sociali erano gentili con me.

E dentro sentivo il vuoto crescere, mentre sempre di più mi ricordavo di essere…

Solo.

Tuttavia, c’era una piccola eccezione.

Era la componente femminile del mio gruppo. E anche lei… ero sicuro che anche lei era sola. Lo leggevo nei suoi occhi.

Non sapevo neppure il suo nome. Le nostre missioni si svolgevano in silenzio, il sensei ci chiamava semplicemente “uno, due o tre”. Con dei numeri, proprio come in accademia.

Quando la conobbi, era un pomeriggio assolato.

Mi stavo riposando tranquillo nel campo di addestramento, era un giorno di ferie… quando sentii qualcuno che si sedeva accanto a me.

- C’è un bel sole, oggi, vero? –

La guardai per un attimo. E lei guardò me, sorridendo.

- So che è una domanda scema, ma… - disse – Com’è che ti chiami, tu? –

Sorrisi a mia volta. Era la prima volta che qualcuno si rivolgeva a me con quel tono tranquillo…

- Mi chiamo Zetsu, e no, non è una domanda scema. Tu come ti chiami? –

Lei strinse i ginocchi a sé, cingendoli con le braccia, e guardò in alto.

- Io non ho un vero nome, i miei genitori non li ho mai conosciuti, però… la famiglia che mi ha adottata, ha scelto il mio nome per il colore dei capelli. – mi disse, con tono allegro.

- Beh, non c’è che dire, hai un colore di capelli davvero singolare… - mi azzardai a dire – quindi il tuo nome è… -

- Midori – Completò lei – mi chiamo Midori. Ovvero Verde. –

- E’ un bel nome… - sussurrai.

- Beh, anche Zetsu è bello! – replicò.

- Credo che sia una specie di abbreviazione di “Kenzetsu” , ovvero grande differenza… riferito al colore della mia pelle… - continuai – Però, se devo essere sincero… nemmeno io ho un nome vero. Mi è stato dato da quelli dell’orfanotrofio. –

- Orfanotrofio?! – esclamò lei, spalancando gli occhi – Nemmeno tu… quindi nemmeno tu… hai i genitori?! –

- Sì… cioè, il sì è riferito al fatto che non ho i genitori, infatti non li ho mai conosciuti.-

Tra di noi calò un silenzio gelido, interrotto dal gracidare delle cicale attorno a noi.

- Quelli dell’orfanotrofio dicevano… - cominciai a dire - … che non sarei mai diventato un ninja… perché... ormai l’hanno visto tutti, mi mancano le braccia… -

- Ah, non sai quanto mi hanno rotto, anche a me, con la storia che non sarei mai diventata ninja – mi rispose lei, in tono ironico – Il fatto è… non so se te ne sei accorto, ma ho un problema alle gambe... a volte mi si paralizzano. –

- E dicevano che i miei genitori mi hanno abbandonato perché potevo fare solo da pianta da appartamento… –

- E dicevano che i miei genitori mi hanno abbandonato perché non avrei potuto fare nulla per loro… - sospirammo, quasi in coro. Quindi, ancora silenzio. Stavolta imbarazzato.

- Non sei poi così diverso da me, tu. – mi disse Midori, accarezzando le foglie attorno alla mia testa (allora non erano grandi e forti… ero solo un ragazzino, e le due foglie erano piccole e un po’ fragili.) – Cioè… di aspetto sì, ma… la nostra storia… è così simile! –

- Già! – esclamai.

- Da ora in poi… io e te non ci separeremo più… non sentiremo mai più la solitudine… promettimelo! –

Quindi mi porse la mano, probabilmente aspettandosi che gliela stringessi.

- Oh, scusami… - si scusò lei. Ma io riuscii ad allungare una radice verso quella mano, e gliela strinsi con delicatezza.

- E’ una promessa, Midori, staremo per sempre assieme! –

Lei sorrise e mi abbracciò.

- Anche io te lo prometto… Zetsu… -

Da quel giorno, non ci dividemmo più.

Facevamo tutto insieme, fuori dalle missioni. Avevamo anche creato un piccolo rifugio, una piccola casetta in legno: era il nostro “posto segreto”.

Un giorno arrivammo entrambi trafelati ed emozionati al rifugio.

- Zetsu, guarda qui! Un arco! Un arco con frecce! Tutto per me! –

- Midori, riesco a mimetizzarmi fra la vegetazione, adesso! –

Ancora una volta, avevamo parlato in contemporanea, e scoppiammo in una grossa risata.

- Dai, Midori, fammi vedere come te la cavi con quell’arco! – La incitai, mettendomi al suo fianco.

- E va beeeene!! –

Lei cercò di scoccare una freccia verso un albero, tuttavia sbagliò mira e colpì un alveare poco più in là… noi non ci guardammo nemmeno, ci rinchiudemmo nella casetta e guardammo la situazione dalle finestre.

- Chiedo scusa, chiedo scusa, Zetsu! – mi disse lei, agitando le mani – devo ancora fare pratica… -

- Ho notato! – Le dissi io, quindi ricominciammo a ridere.

Quando le api si furono arrese, uscimmo dal nascondiglio.

- Come on, – mi disse – Ora voglio vedere la tua mimetizzazione! –

- Ok! – acconsentii – però devi chiuderti un attimo gli occhi! –

Quindi mi dirisi verso la vegetazione.

- Ora puoi aprirli! –

Lei aprì gli occhi, il suo sguardo cadde subito su di me. Quindi cominciò a ridere come una pazza.

- Zetsu caro, mi sa che devi lavorare un po’ sulla mimetizzazione dei vestiti! – riuscì a dire

Io mi dis-mimetizzai, quindi mi avviai verso Midori.

- Midori, cara. – cominciai a dire, facendole il verso – Mi sa che qui tutti e due abbiamo bisogno di un allenamento! –

Ci guardammo di nuovo negli occhi. E scoppiammo ancora a ridere.

Era assolutamente divertente stare con Midori. Non era una ragazza come le altre, almeno quando aveva dodici anni.

Si comportava da maschiaccio, ma era anche imbranata e gentile, a volte.

Spesso più imbranata che altro. Ma era divertente.

Io ovviamente non ero da meno. Non riesco a descrivermi, ma secondo le parole di Midori ero “Ingenuo, svampito ma anche tanto dolce”.

Ridevamo di continuo. A volte marinavamo assieme gli incontri con il team solo per stare assieme, e sparare stupidate, una dietro all’altra.

Così passavamo i nostri giorni da genin, divertendoci, ma anche allenandoci. E a poco a poco, senza rendercene conto, stavamo diventando più forti dell’altro nostro compagno di squadra. Le missioni che compivamo andavano sempre a termine, e noi non capivamo che era grazie al nostro allenamento se tutto ciò accadeva. Era bello vedere il sensei che si scervellava su di noi, “due poveri perditempo che non fanno altro che ciarlare, ma con un’incredibile abilità”.

Inutile dire che si attribuiva tutto il merito… e beh, anche noi glielo attribuivamo. Come ho detto prima, non ci rendevamo conto dei progressi che facevamo durante i nostri incontri, le nostre cazzate e divertimenti scemi da dodicenni.

Le gambe di Midori si erano irrobustite, si paralizzavano sempre meno, e quando accadeva usava il suo arco. Io invece riuscivo a compensare la mancanza delle braccia con un perfetto uso delle radici delle piante attorno a me.

Alla soglia dei tredici anni, il sensei decise di iscriverci, tutto il nostro gruppo, si intende, all’esame per diventare chuunnin.

Io e Midori eravamo elettrizzati all’idea, ma in parte avevamo paura.

Il terzo nostro compagno di squadra non si rendeva conto della differenza fra di noi, e prese la cosa alquanto alla leggera.

Sopravvivemmo alle prime prove, ma quando ci fu il torneo ad eliminazione diretta, fu sconfitto. Io e Midori invece andammo avanti…

Che fai? Ti sei fermato?

Anche tu l’hai fatto. Ma hai una particolare fretta di ricordare, vero?

No, scemo, non è così.

Invece sì che è così. E cosa successe dopo, ti torna in mente?

Sì… mi torna in mente, eccome…


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