[In questo, e nei capitoli che
verranno, farò parlare Zetsu in prima persona. Ci tenevo ad avvisare…
buona lettura!]
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Le prime cose che mi
vengono in mente riguardano il periodo di quando ero un genin.
Avevo solo dodici anni,
ma ero mal visto da tutti. Il mio sensei e uno dei miei compagni di squadra mi
isolavano di continuo.
Se devo essere
sincero, era sempre stato così. All’accademia nessuno mi voleva. E
anche prima. Neanche i miei genitori mi hanno voluto. Mi hanno abbandonato in
un orfanotrofio di periferia.
Non ho mai
socializzato con nessuno. Nemmeno gli assistenti sociali erano gentili con me.
E dentro sentivo il
vuoto crescere, mentre sempre di più mi ricordavo di essere…
Solo.
Tuttavia, c’era
una piccola eccezione.
Era la componente
femminile del mio gruppo. E anche lei… ero sicuro che anche lei era sola.
Lo leggevo nei suoi occhi.
Non sapevo neppure il suo
nome. Le nostre missioni si svolgevano in silenzio, il sensei ci chiamava
semplicemente “uno, due o tre”. Con dei numeri, proprio come in
accademia.
Quando la conobbi, era
un pomeriggio assolato.
Mi stavo riposando
tranquillo nel campo di addestramento, era un giorno di ferie… quando
sentii qualcuno che si sedeva accanto a me.
- C’è un
bel sole, oggi, vero? –
La guardai per un
attimo. E lei guardò me, sorridendo.
- So che è una
domanda scema, ma… - disse – Com’è che ti chiami, tu? –
Sorrisi a mia volta.
Era la prima volta che qualcuno si rivolgeva a me con quel tono tranquillo…
- Mi chiamo Zetsu, e
no, non è una domanda scema. Tu come ti chiami? –
Lei strinse i ginocchi
a sé, cingendoli con le braccia, e guardò in alto.
- Io non ho un vero
nome, i miei genitori non li ho mai conosciuti, però… la famiglia
che mi ha adottata, ha scelto il mio nome per il colore dei capelli. – mi
disse, con tono allegro.
- Beh, non c’è
che dire, hai un colore di capelli davvero singolare… - mi azzardai a
dire – quindi il tuo nome è… -
- Midori –
Completò lei – mi chiamo Midori. Ovvero Verde. –
- E’ un bel nome…
- sussurrai.
- Beh, anche Zetsu
è bello! – replicò.
- Credo che sia una
specie di abbreviazione di “Kenzetsu” , ovvero grande differenza…
riferito al colore della mia pelle… - continuai – Però, se
devo essere sincero… nemmeno io ho un nome vero. Mi è stato dato
da quelli dell’orfanotrofio. –
- Orfanotrofio?! –
esclamò lei, spalancando gli occhi – Nemmeno tu… quindi
nemmeno tu… hai i genitori?! –
- Sì… cioè,
il sì è riferito al fatto che non ho i genitori, infatti non li
ho mai conosciuti.-
Tra di noi calò
un silenzio gelido, interrotto dal gracidare delle cicale attorno a noi.
- Quelli dell’orfanotrofio
dicevano… - cominciai a dire - … che non sarei mai diventato un
ninja… perché... ormai l’hanno visto tutti, mi mancano le
braccia… -
- Ah, non sai quanto
mi hanno rotto, anche a me, con la storia che non sarei mai diventata ninja –
mi rispose lei, in tono ironico – Il fatto è… non so se te
ne sei accorto, ma ho un problema alle gambe... a volte mi si paralizzano. –
- E dicevano che i
miei genitori mi hanno abbandonato perché potevo fare solo da pianta da
appartamento… –
- E dicevano che i
miei genitori mi hanno abbandonato perché non avrei potuto fare nulla
per loro… - sospirammo, quasi in coro. Quindi, ancora silenzio. Stavolta
imbarazzato.
- Non sei poi
così diverso da me, tu. – mi disse Midori, accarezzando le foglie
attorno alla mia testa (allora non erano grandi e forti… ero solo un
ragazzino, e le due foglie erano piccole e un po’ fragili.) –
Cioè… di aspetto sì, ma… la nostra storia…
è così simile! –
- Già! –
esclamai.
- Da ora in poi…
io e te non ci separeremo più… non sentiremo mai più la
solitudine… promettimelo! –
Quindi mi porse la
mano, probabilmente aspettandosi che gliela stringessi.
- Oh, scusami… -
si scusò lei. Ma io riuscii ad allungare una radice verso quella mano, e
gliela strinsi con delicatezza.
- E’ una
promessa, Midori, staremo per sempre assieme! –
Lei sorrise e mi
abbracciò.
- Anche io te lo
prometto… Zetsu… -
Da quel giorno, non ci
dividemmo più.
Facevamo tutto
insieme, fuori dalle missioni. Avevamo anche creato un piccolo rifugio, una
piccola casetta in legno: era il nostro “posto segreto”.
Un giorno arrivammo
entrambi trafelati ed emozionati al rifugio.
- Zetsu, guarda qui!
Un arco! Un arco con frecce! Tutto per me! –
- Midori, riesco a
mimetizzarmi fra la vegetazione, adesso! –
Ancora una volta,
avevamo parlato in contemporanea, e scoppiammo in una grossa risata.
- Dai, Midori, fammi
vedere come te la cavi con quell’arco! – La incitai, mettendomi al
suo fianco.
- E va beeeene!! –
Lei cercò di
scoccare una freccia verso un albero, tuttavia sbagliò mira e
colpì un alveare poco più in là… noi non ci
guardammo nemmeno, ci rinchiudemmo nella casetta e guardammo la situazione
dalle finestre.
- Chiedo scusa, chiedo
scusa, Zetsu! – mi disse lei, agitando le mani – devo ancora fare
pratica… -
- Ho notato! –
Le dissi io, quindi ricominciammo a ridere.
Quando le api si
furono arrese, uscimmo dal nascondiglio.
- Come on, – mi
disse – Ora voglio vedere la tua mimetizzazione! –
- Ok! –
acconsentii – però devi chiuderti un attimo gli occhi! –
Quindi mi dirisi verso la vegetazione.
- Ora puoi aprirli! –
Lei aprì gli
occhi, il suo sguardo cadde subito su di me. Quindi cominciò a ridere
come una pazza.
- Zetsu caro, mi sa
che devi lavorare un po’ sulla mimetizzazione dei vestiti! –
riuscì a dire
Io mi dis-mimetizzai, quindi mi avviai verso Midori.
- Midori, cara. –
cominciai a dire, facendole il verso – Mi sa che qui tutti e due abbiamo
bisogno di un allenamento! –
Ci guardammo di nuovo
negli occhi. E scoppiammo ancora a ridere.
Era assolutamente divertente
stare con Midori. Non era una ragazza come le altre, almeno quando aveva dodici
anni.
Si comportava da
maschiaccio, ma era anche imbranata e gentile, a volte.
Spesso più
imbranata che altro. Ma era divertente.
Io ovviamente non ero
da meno. Non riesco a descrivermi, ma secondo le parole di Midori ero “Ingenuo,
svampito ma anche tanto dolce”.
Ridevamo di continuo.
A volte marinavamo assieme gli incontri con il team solo per stare assieme, e
sparare stupidate, una dietro all’altra.
Così passavamo
i nostri giorni da genin, divertendoci, ma anche allenandoci. E a poco a poco,
senza rendercene conto, stavamo diventando più forti dell’altro
nostro compagno di squadra. Le missioni che compivamo andavano sempre a
termine, e noi non capivamo che era grazie al nostro allenamento se tutto
ciò accadeva. Era bello vedere il sensei che si scervellava su di noi, “due poveri perditempo che non
fanno altro che ciarlare, ma con un’incredibile abilità”.
Inutile dire che si
attribuiva tutto il merito… e beh, anche noi glielo attribuivamo. Come ho
detto prima, non ci rendevamo conto dei progressi che facevamo durante i nostri
incontri, le nostre cazzate e divertimenti scemi da dodicenni.
Le gambe di Midori si
erano irrobustite, si paralizzavano sempre meno, e quando accadeva usava il suo
arco. Io invece riuscivo a compensare la mancanza delle braccia con un perfetto
uso delle radici delle piante attorno a me.
Alla soglia dei
tredici anni, il sensei decise di iscriverci, tutto il nostro gruppo, si
intende, all’esame per diventare chuunnin.
Io e Midori eravamo
elettrizzati all’idea, ma in parte avevamo paura.
Il terzo nostro
compagno di squadra non si rendeva conto della differenza fra di noi, e prese
la cosa alquanto alla leggera.
Sopravvivemmo alle
prime prove, ma quando ci fu il torneo ad eliminazione diretta, fu sconfitto.
Io e Midori invece andammo avanti…
Che fai? Ti sei fermato?
Anche tu
l’hai fatto. Ma hai una particolare fretta di ricordare, vero?
No, scemo, non è così.
Invece sì
che è così. E cosa successe dopo, ti torna in mente?
Sì… mi torna in mente,
eccome…