nota personale: non ero molto convinta nel postare questa storia, però se poi la trovate orrenda lo dite che la buttiamo via!
Non c’entra nulla con Twilight! In pratica è un AU di mia invenzione.
Un bacio a tutte Lary
09 Aprile 1823
Vivevo a Londra da ormai tre anni e ancora non mi ero abituato a camminare nei suoi sobborghi, umidi, puzzolenti, sudici. Ogni singola stradina ricordava l’inferno. Donne agghindate in maniera vergognosa svendevano il loro corpo a chiunque fosse disposto a dar loro qualche sterlina, se non di meno, per un fugace rapporto sessuale a ridosso di un muro.
Ogni volta che mi spingevo in quel mondo, dimenticato da chiunque, la nausea mi assaliva.
Tutto, in quel luogo, trasudava miseria. Una miseria non solo materiale, dovuta alla mancanza di cibo ma un degrado a livello mentale. Coloro che nascevano in quei luoghi mai li avrebbero lasciati, vivendo un’esistenza impregnata di fame, di dolore, di un vuoto costante che nemmeno in cent’anni sarebbero riusciti a cogliere, tanto i loro occhi erano accecati da bisogni puramente fisici.
Individui senza possibilità di scelta, persone che non avrebbero mai potuto neanche sognare un’esistenza umana, condannati in un inferno fatto solo di oscurità e abnegazione.
Gli odori che esalavano le fogne erano nauseabondi, i rigagnoli di dio solo sa cosa, infestavano l’asfalto.
La gente che vi abitava mi inorridiva, ma non perché fosse sporca o miserabile ma perché mi provocava una stretta al cuore, vedendo come certe persone fossero obbligate a vivere mentre io, che ero dannatamente ricco, vivevo un costante senso di insoddisfazione. Mi sentivo in colpa nei riguardi di certe persone, che se avessero avuto solo un decimo della mia fortuna si sarebbero sentite appagate. Faceva male vedere la fame dipinta sui visi dei bambini, che agli angoli delle strade supplicavano un po’ di elemosina.
Come sempre, quando mi addentravo nell’inferno di Doklands, lasciavo cadere svariate sterline in quelle piccole manine che si tendevano al mio passaggio.
Era orribile girare per quelle strade, ma il negozio che visitavo, regolarmente almeno una volta al mese, si trovava proprio nel cuore di quel sobborgo putrido.
Un piccolo negozietto di antichità, gestito da un vecchio ripugnante nell’aspetto ma molto colto, istruito e pronto ad assecondare ogni mia richiesta.
Arrivato nella piccola piazza del sobborgo, dove vi era il locale che cercavo, mi si parò davanti una scena degradante, oscena, che mi rivoltò lo stomaco.
-forza signori. Guardate che mercanzia vi offro oggi. Non è bellissima? È pura, signori, mai stata violata. Guardate la sua pelle candida, morbida come una pesca. Forza signori fate la vostra offerta-
Un uomo schifoso stava vendendo delle donne. Le stava vendendo come fossero degli animali. Ma la schiavitù in Gran Bretagna non era stata abolita nel 1808?
Camminando al fianco della ressa di uomini immondi, che assecondavano quell’orribile mercato, intravidi i capelli del povero “animale” in questione.
Una cascata marrone, liscia e all’apparenza morbida.
Continuando il mio percorso potei vedere meglio ciò che quel mostro reietto stava cercando di vendere: una ragazza dalla pelle candida, screziata dal marrone della sua folta chioma, un corpo decisamente ben fatto avvolto da un vestito scandaloso, adatto a mettere in mostra ciò che ai compratori interessava. Un viso pallido veniva incorniciato da quei lunghi capelli, una bocca dalla forma di un bocciolo di rosa, colorata di un rosso naturale e due occhi…due occhi colmi di dolore ma, allo stesso tempo languidi da sciogliere il cuore, di coloro che, ovviamente, avessero guardato oltre le loro pulsioni animalesche.
Per un breve istante incrociai lo sguardo della sfortunata, in quel mezzo secondo che i miei occhi furono catturati dai suoi annegai in un paradiso di dolcezza.
-50 sterline-
-70-
-forza signori questa è mercanzia di prima qualità, è pura!-
-100-
Quelle orribili voci mi distolsero da quel mare di tenerezza.
-150-
-200-
-nessuno offre di più?-
-1000 sterline- dissi portando su di me tutti gli occhi della folla e della bestia che stava vendendo quella poveretta.
-1000 sterline Signore?-
Annuii.
-venduta!-
Un uomo prese la ragazza per un braccio e me la portò, gli diedi i soldi e dopo essermi tolto la mantella gliel’adagiai sulle spalle nude, avvolgendola con un braccio.
-andiamo- le sussurrai
Ci dirigemmo fuori dal sobborgo dove la mia carrozza mi attendeva.
La feci salire e dopo aver chiuso lo sportello feci segno al cocchiere di portarci a casa.
-hai freddo?- chiesi
Negò scuotendo la testa.
La strinsi fra le mie braccia, lei si irrigidì e io non potei fare a meno di provare pena per lei, così piccola e venduta come schiava.
Quando arrivammo a casa ci venne incontro Clara, la mia fidata governante.
-signor Cullen, già a casa?- domandò col suo solito fare materno -chi c’è con lei?- chiese guardando la ragazzina alle mie spalle.
-io…ecco…l’ho comprata- dissi
-lei cosa?-
-si, la vendevano a Root Square-
Clara le sorrise dolcemente.
-la porto di sopra, per un bagno e la farò riposare- disse lei
-si. Sistemala nella stanza di fronte la mia- dissi
-la stanza blu?-
-penso le piacerà- in effetti era la più bella, quella che di solito occupavano ospiti importanti, adesso era sua.
-sicuro che le piacerà, è bellissima!- ridacchiò Clara -vieni piccola-
Quando vide Clara avvicinarsi la ragazza istintivamente si aggrappò alla mia giacca.
Una piccola bambina spaventata.
-tranquilla, Clara è gentile, ti aiuterà a lavarti e poi ti accompagnerà nella tua camera, così potrai riposare un po’ prima di cena- le sussurrai accarezzandole una spalla.
La ragazza decise di seguirla, ma per qualche istante non distolse gli occhi dai miei.
Dopo quasi un’ora Clara mi raggiunse in biblioteca.
-signor Cullen?-
-dimmi Clara-
-una cosa orribile!- il suo volto indignato mi preoccupò
-che succede?-
-è stata marchiata! Come fosse un animale!! Sulla scapola sinistra, marchiata a fuoco!!- la sua voce era sconvolta
-non so che dire Clara. L’uomo che la vendeva ha detto che è ancora pura. Almeno quello gliel’hanno risparmiato- sospirai
-le ho dato un vestito di mia figlia- continuò lei
-domani Samuel vi accompagnerà a far compere, falle prendere tutto ciò che vuole-
-d’accordo signore. Vado a preparare la cena- e fece per uscire –signore?-
-si?-
-perché?-
-non lo so-
Se ne andò.
Avevo gli occhi fissi su di un libro, ma ciò che avevo davanti non erano parole stampate ma un volto, il suo volto.
Quel viso che, nonostante l’orribile esperienza vissuta, non aveva perso lo sguardo dolce ed ingenuo tipico delle ragazzine di quell’età.
Quanti orrori avevano visto i suoi occhi? quante lacrime avevano versato? Eppure il tipico languore adolescenziale non si era spento, brillava prepotente in quelle stelle color nocciola.
Quella luce che io avevo sempre agognato, invidiato in ogni essere umano. Una luce che dentro i miei occhi non avrebbe mai brillato.
Perché lo avevo fatto? Non lo sapevo proprio, ma dopo aver incontrato quegli occhi colmi di calore non potevo immaginarla fra le braccia di qualche viscido animale.
Cos’avrei fatto di lei? Non lo sapevo proprio, forse avrei potuto mandarla dalla mia famiglia, come dama di compagnia per mia sorella Alice o, forse, avrei potuto tenerla con me, avrebbe potuto aiutare Clara nella gestione della casa. Ci avrei pensato poi.
Il campanello della cena mi distolse dai miei ragionamenti.
Mi avviai al piano superiore, bussai alla sua porta, ma non ricevetti risposta. Bussai di nuovo, ma nulla.
Decisi di entrare.
La stanza avvolta dalla penombra della sera mi rivelò un piccolo fagotto rannicchiato sul letto.
Mi avvicinai.
I suoi occhi sbarrati, le sue guance rigate dalle lacrime e uno sguardo pieno di terrore mi pietrificarono.
Mi accomodai sul bordo del letto, ostentando una falsa naturalezza -è pronta la cena, hai fame?- le chiesi dolcemente
Annuì.
-allora andiamo- le sorrisi porgendole la mano
La prese, con non poca esitazione rabbrividendo. In quel momento avevo dimenticato ciò che ero, in quel momento non riuscivo a pensare a nulla che non fosse lei.
Quando la strinsi nella mia sentii un calore incredibile. Era morbida al tatto, liscia, proprio come una pesca.
Lentamente scese dal letto e mi seguì in silenzio.
Si muoveva in modo aggraziato, nessun rumore proveniva dai suoi piedi che si appoggiavano sul pavimento. Solo un leggero fruscio della stoffa dell’abito che indossava.
Seduti al lungo tavolo della sala da pranzo, opposti l’uno all’altra, la vedevo spaesata.
Ad ogni piccolo movimento di Clara corrispondeva un sussulto del suo corpicino.
Finito l’antipasto mi accomodai vicino a lei.
-posso sapere il tuo nome?- le chiesi lentamente, per non spaventarla
-Isabella-
La sua voce, una soave melodia.
-quanti anni hai Isabella?- tentai di nuovo
-diciassette-
Una ragazzina.
-e posso sapere da dove vieni?-
-Irlanda-
-ci sono stato una volta, è molto bella-
Annuì.
La cena si concluse in silenzio.
-Clara puoi servirci il caffè in biblioteca?- chiesi
-si signor Cullen-
-vieni Isabella, andiamo in biblioteca- dissi porgendole di nuovo la mano
Mi seguì docilmente con lo sguardo basso.
Arrivati nella stanza la vidi spalancare gli occhi.
-ti piace leggere?-
-si- un flebile sussurro
-beh qui ci sono più di mille libri che potrai leggere-
-potrò?- disse guardandomi perplessa
-si, se vuoi-
Clara arrivò col caffè.
Dopo averlo bevuto Isabella mi guardò indecisa se parlare o tacere.
-dimmi- la sollecitai
abbassò lo sguardo al pavimento -perché-
capii a cosa si riferiva “perché mi hai comprata” -non lo so-
-i..io conosco i lavori domestici..m...ma…q..quello i..io non lo so fare, i..io non ho mai…-esausta non riuscì a continuare
-io non voglio quello, non ti ho comprata per quel motivo. Odio ciò che certe persone fanno e quando ho visto quegli uomini offrire dei soldi per averti, che potevi benissimo essere loro nipote, ho provato ribrezzo per il motivo per cui ti volevano-
Mi guardava allibita.
-Isabella, i lavori domestici andranno più che bene, non voglio altro-
I suoi occhi pieni di gratitudine lasciarono scivolare infinite lacrime sulle sue gote.
Mi avvicinai e sfiorandole il viso coi pollici le asciugai quei rivoli bagnati -basta lacrime, qui nessuno ti farà mai del male. Ma tu vuoi restare qui?-
-mi avete comprata-
-ma sei libera di decidere se restare o meno-
-avete speso mille sterline per me, almeno consentitemi di sdebitarmi lavorando per voi-
-non devi sdebitarti ma se vorrai restare mi farà piacere-
Annuì.
-se vuoi puoi scegliere un libro da leggere a letto-
-posso?-
-potrai ogni volta che lo vorrai, senza chiedere il permesso a nessuno-
Sorrise, per la prima volta.
-cosa vorresti leggere?-
-un libro sui viaggi-
Andai verso la libreria –questo potrebbe piacerti- e le porsi il volume
-Deuisament dou monde?- sospirò lei lasciandomi piacevolmente sorpreso
-lo conosci?-
-si, Il Milione di Marco Polo, alla scoperta del Chatai, la Cina- rispose lisciando la copertina
-allora se l’hai gia letto posso…-
-no no va bene questo, lo rileggerei volentieri-
-va bene- era istruita, conosceva il nome originale di quel libro e la sua pronuncia era impeccabile, ma com’era finita in quell’inferno?