Commedia |
Just One Night Of Love Affair ♥ di KokoroChan | Leggi le 2 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 13/06/2008 | Stampa questo capitolo | Stampa tutta la storia
Devi essere loggato per recensire. Registrati o fai il login.
Comitato Consiglio Fanfiction |
Fanfiction on demand |
Qui Beta-Readers! |
Concorsi di fanfiction
pubblicità
A
Bad Morning
Comunque andasse quella giornata non
poteva che
peggiorare. Era incominciata male e
poteva solo finir peggio. Forse mi ero svegliata dalla parte sbagliata
dal
letto. O forse doveva andare semplicemente così. Ecco
le cose che avrei dovuto fare quel
giorno.
1)
Chiamare un taxi
2)
Cercare le chiavi di casa
3)
Chiamare mia madre
4) ANADARE
A LAVORO.
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Pioveva. Porca cagnaccia e anche forte.
Non avevo
la macchina. Che dovevo fare? Pigliare l’autobus. No. Un momento. C’era
sempre
il taxi!
Le 7.15. Mi tirai su dal letto
barcollando… era assonnata…. Molto
assonnata. Forse per
via del diluvio universale che c’era fuori. Lampi, fulmini, saette. E
grandine,
ovvio. Proprio un bel pinzimonio. “sono
le 7.15 di mattina, state ascoltando Honey, la radio che viaggia sempre
con
voi…” ora ci mancava anche la radio, beh, effettivamente se non mi
avesse
svegliata a quest’ora ero ancora nel letto sognando di essere su di
un’isola
deserta assieme a Johnny Depp. Maledetta radio!
Mi preparai in quattro e
quattrotto e mi precipitai al telefono. “mamma, sono io Jane.”
“Jane, tesoro!” urlò mia mamma
dall’altro capo
della cornetta. Intanto che lei parlava blaterando sul mal tempo di
quella
giornata io cercai di infilarmi le scarpe eleganti reggendo il
telefono. (sì,
strano andare in giro con scarpe del genere: di pelle lucida, tacco a spillo con una giornata simile, ma il mio
lavoro ne necessitava.)
“mamma devi farmi un favorone” dissi
frettolosamente
“dimmi, cara. Hai combinato qualcosa?”
“no tranquilla, ho detto addio alla
serate
pazze..” dissi sorridendo. Sentii mia madre fare lo stesso.
“ascoltami… mi ha chiamato papà..
dovresti
richiamarlo, si tratta… del divorzio… tra meno di un mese dovrebbe
arrivarti il
resto del denaro…”
“digli che non mi interessano i suoi
soldi…” disse
bruscamente cambiando umore in meno di quindici secondi.
Mia madre e mio padre divorziarono due
anni fa.
Mio padre, Iroshi Nakashima, uomo affarista giapponese, ha preferito
fuggire da
mia madre con la giovane segretaria (amante) a Tokyo, sua terra natale,
e
mettere su famiglia. Beh, a me dispiaceva ovvio, ma meglio così, ho
sempre
odiato mio padre, non mi era mai stato vicino, e non ha mai amato mia
madre, e
io so di essere stata un errore, e non capisco perché si fossero
sposati.
Mistero della fede. Per concludere, mio padre e mia madre ora non si
parlavano
più e io facevo da galeotto tra i due,
mi sentivo tanto imbarazzata quando parlavo con Iroshi. Ora,
come forse
avrete capito, sono mezza giapponese, già, il mio nome alquanto
complicato?
Jane Ai Nakashima.
“Okey, mamma, ma secondo me dovresti
accettarli
tutti quei soldi ti farebbero soltanto bene, tu lo sai quasi meglio di
me…”
“sì, e tu sai che potrei ricadere
nell’alcol se
non dovessi sapere dove spenderli tutti quei soldi!”
mia madre era appena uscita da una
clinica di
alcolisti anonimi, dopo il divorzio subì un forte attacco di
depressione e si
attaccò alla bottiglia. Ora, con il mio aiuto, e con quello dei medici,
si
riprese, e stava decisamente molto meglio.
“d’accordo mamma, passerò verso sera e
ne
riparleremo.”
“ciao tesoro” sussurrò malinconicamente.
“ciao mamma.” chiusi il telefono e
ricomposi
velocemente un altro numero.
“ascolti, ho bisogno di un taxi. Davanti
a casa
mia. Ora.”
“chi è lei? Da dove chiama? Come
facciamo a sapere
dov’è casa sua?” mi domandò la vocina acuta aldilà
del ricevitore.
“ehm… Jane, Jane Nakashima, chiamo da
Rose and
Crown Street, Londra.”
“ma dai? Pensavo Rose and Crown Street
su Marte”
aveva voglia di scherzare? Beato lui…
“si tenga pronta signorina Naka…, Naka e
qualcosa
il taxi arriverà a momenti.”
“Grazie. E comunque è Nakashima.”
buttai giù il telefono e presi il
cappotto
sull’attaccapanni.
Presi la borsa firmata Luis Vuitton e
sentì
suonare il claxon di una macchina. “questa deve essere il mio taxi” aprì la porta e vidi la macchina parcheggiata
davanti a casa. Eppure, mancava ancora qualcosa… le chiavi di casa! Feci cenno all’autista di aspettare ancora
qualche secondo, fece una smorfia scocciata, ma infondo non era lui ad
aver
perso le chiavi di casa e… l’ombrello!
“okey, chissene frega dell’ombrello,
concentriamoci sulle chiavi!”
salì le scale in tutta fretta
precipitandomi in
camera… magari le avevo lasciate sopra il letto, ma come non detto, non
erano
lì. Mi precipitai giù per le scale giungendo in cucina. Ed eccole!
Vicino alle
caffettiera.
le presi, le infilai in borsa e corsi in
macchina.
“trovato ciò che cercava signorina?” mi
chiese
l’autista.
“sì, grazie.” Risposi tirando fuori lo
specchietto
dalla borsa.
“dove la porto?”
“a lavoro….” Dissi distratta notando la
strana
smorfia dell’autista attraverso lo specchietto retrovisore.
“cioè, al “Palace” grazie.” Aggiunsi
sistemandomi
il rossetto.
“bene, organizza matrimoni quindi…”
“sì, sì organizzo matrimoni.”
“e.. lei è sposata?” mi domandò
sorridendo. Ma che
voleva? La gente non è mai stata capace afarsi gli affaracci suoi…
“no. Non lo sono. E non sono nemmeno
fidanzata.
Okey? Devo darle altre informazioni?”
“no. Beh… ma quanti anno ha?” mi domandò
con tono
incuriosito.
“ma chi è lei un agente segreto? 0011?
Per caso?
Cosa centra sapere quanti anni ho? È un dato che influenzerà il costo
del
servizio?”
“no. Ero curioso. Mi scusi. E comunque…
siamo
arrivati.”
Grazie a Dio ci mise meno del previsto.
“bene. Grazie mille.”
stavo per scendere senza nemmeno
pagarlo. È quello
che avrei dovuto, effettivamente, fare.
“signorina… deve pagarmi. Sono 50
sterline.”
“cosa?” esclamai. “50 cosa? Sterline?
Ma… è un
furto!”
“si vede che non è mai stata su un
taxi…” disse.
chiusi la porta sbattendola con tutte le
mie forze
e mi precipitai all’interno del palazzo. Faceva proprio freddo, e come
ciliegina sulla torta ero tutta zuppa d’acqua. Dalla testa ai piedi.
Entrai nell’edificio quando, Anne, una
mia
collega, nonché una mia carissima amica, mi domandò: “sei uscita dalla
doccia e
non ti sei asciugata?”
“Anne, per favore… non peggioriamo la
situazione,
sta mattina è stato un inferno! Un vero inferno.” Dissi sbottonandomi
il
cappotto.
“povera… e per quale motivo?” chiese
afferrandomi
il cappotto e a sua volta passandolo alla segretaria.
“prima di tutto mi sono svegliata cinque
secondi
prima di chiamare il taxi così non sono riuscita nemmeno a bermi un
caffè. Poi,
ho dovuto chiamare mia madre per via di mio padre. Terzo, il taxista è
stato un
vero stronzo, e quarto, non ho trovato neppure l’ombrello.”
Anne mi guardò in modo storpio, forse
non si
aspettava che nel giro di un oretta scarsa un essere umano potesse fare
tutte
quelle cose.
“oh Gesù. Certo che è incominciata bene
la
giornata eh?” disse sorridendo. Non risposi nemmeno dal nervoso che mi
stava
affogando. Anne mi diede un bacio sulla guancia e sparì dietro
l’angolo. Io
proseguì lungo il corridoio che portava al mio ufficio. Amavo
l’arredamento di
quell’edificio. Il corridoio era tappezzato da un lunghissimo tappeto
bianco
noi lo chiamavamo il “white carpet” al contrario del “red carpet”, si
trovavo
quasi per tutto il grande edificio e in quasi tutti gli uffici. C’erano
diversi
quadri attaccati alla pareti, tutti questi, ritraevano foto scattate da
bravissimi fotografi che le scattarono ai più celebri matrimoni
organizzati
dalla nostra compagnia. Io lì dentro ero soltanto una delle tante, una
delle tante
impiegata che organizzava matrimoni. Amavo il mio lavoro e amavo i miei
colleghi. Tutti quanti.
Quando giunsi nel mio ufficio trovai un
mazzo di
fiori, enorme forse il più grande che mi sia mai arrivato, con un
biglietto.
Richiusi la porta alle mie spalle e mi sedetti dietro la scrivania.
Presi il
bouquet di fiori e lessi il biglietto.
Diceva:
“Cara Jane,
so quanto sei impegnata con il tuo
lavoro e so
benissimo che è da tantissimo tempo, questo soprattutto dovuto alla mia
partenza, che non ci vediamo. E mi dispiace. Beh, qui a Los Angeles è
tutto
fantastico. Sono circondata da tantissima bella gente, e ho trovato
finalmente
l’uomo della mia vita. Una buona notizia? Io e il mio Matty, sì il mio
uomo, ci
trasferiremo a Londra tra meno di un mese. E… vorrei, che tu sia colei
che
organizzerà il nostro MATRIMONIO. Tesoro, so che ne avrai tantissimi
altri ma
io sono pur sempre la tua migliore amica no? Ci vediamo tra una
settimana
massimo. Ciao Jane a prestissimo.
PS. Ti piace il mazzo di fiori?”
Ero scioccata e sbalordita. Rose
Mcdillhan, la mia
“migliore amica”? non potevo ancora crederci. Era lei che mi mandava
quel mazzo
di fiori pregandomi di organizzare il suo matrimonio?
non poteva essere vero. Io e lei eravamo
cresciute
insieme. Lei era sempre stata quella che attirava maggiormente i
ragazzi. Ma
lei li rifiutava, tanti bei ragazzi le sbavavano dietro, dai tempi
delle
elementari, e a lei non importava. Non le importava perché c’ero io. Io
e lei eravamo inseparabili, eravamo
cresciute
come due sorelle. Due sorelle molto diverse come aspetto ma avevamo le
stesse
ambizioni. Lei sognava di trasferirsi in Australia, un giorno, proprio
come me.
sognava di diventare una famosa organizzatrice matrimoni, proprio come
me.
sognava di mettere su una ditta tutta sua, con me, come socia. Mentre
invece,
un giorno, le venne offerta la proposta di diventare redattrice di una
famosa
rivista nuziale americana. E guarda caso, a Los Angeles. Si era
trasferita da
due anni circa, e da lì non ci fummo più sentite. Lei era piena di
lavoro, e
non aveva affatto tempo per me. nemmeno aveva il tempo di farmi gli
auguri a
Natale o a Pasqua, o per il mio compleanno. Quasi pensai che si fosse
dimenticata di me definitivamente. Mentre invece non era così, a quanto
pare si
ricordava ancora della vecchia Jane Nakashima, anche se solo per
organizzarle
il matrimonio. Beh, non potevo rispedirle il mazzo di fiori e un
biglietto con
scritto “ Ma a va farti fottere e organizzatelo da sola il matrimonio.”
Anche
perché, era molto chiaro quello che c’era scritto sul biglietto:” Ci
vediamo
tra una settimana massimo” come minimo Rose sarebbe stata al mio
cospetto il
giorno dopo. Tanto valeva
organizzarglielo il matrimonio, anche perché, ero proprio curiosa di
vederlo
questo Matty.
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Finalmente erano le
17.30. era ora di tornare a casa. Anche se
prima dovetti fare qualcos’altro.
Mia madre mi stava aspettando.
Gliel’avevo
promesso.
Parcheggiai l’auto davanti a casa di mia
madre e
scesi facendo attenzione a non pestare la pozzanghera accanto al
marciapiede.
Bussai la porta e qualche secondo dopo sbucò mia madre da dietro la
porta. Come
sempre molto elegante, quella sera indossavo un abito lungo nero
firmato Chanel
e uno scialle bianco che le copriva le spalle. Appena mi vide fece un
grande
sorriso.
“Jane, cara entra! È un freddo
tremendo.” Entrai
in casa e sentì il solito profumo di ciambelle e marmellata, amavo
quando le
preparava apposta per me.
“Grazie, mamma.” Andammo in cucina, da
dove
proveniva il buon profumo, mia accomodai a tavola e mia madre portò un
vassoio
carico di ciambelle fumanti, marmellata alle ciliegie e del tè indiano
caldo.
“allora, tesoro? Di cosa volevi
parlarmi?”
“beh mamma, lo sai. Te l’ho detto. Mi ha
chiamata
papà. Vuole che lo richiami.”
mia madre fece la solita smorfia cinica
che
sfoggiava ogni volta che si parlava di mio padre.
“non può chiamarmi lui? Non hanno i
telefoni a
Tokyo?” disse schifata soffiando sul suo tè.
“sì mamma, ma lo sai com’è! Devi
dargliela per
vinta altrimenti andremo avanti per altri vent’anni. E io sono stanca
di questa
storia.”
“lo so Jane. Anche io lo sono…”
“perché vi siete sposati?” domandai
prima che
potesse terminare la frase.
“perché? L’abbiamo fatto per te Jane. Lo
sai benissimo.
Avevo appena vent’anni quando ti ebbi. Non si capisce nulla a
quell’età. Ma se
devo dirti una cosa ora. Sei il miracolo più bello che mi sia mai
capitato.”
la guardai con immensa gratitudine ed
ammirazione.
Sapevo benissimo quanto aveva sofferto in quegl’ultimi due anni.
Soprattutto
quando dovette stare rinchiusa in una clinica con dei pazzi peggio di
lei.
“lo so mamma. E ti ringrazio. Ma...
facciamo una
cosa. Domani sera chiamerò io papà e gli dirò che sono passata da te e che firmerai le carte. Fammi questo piacere
mamma.”
“sei un angelo” venne verso di me e mi
baciò sulla
fronte. Quella donna era la migliore al monde. E anche se sapevo
benissimo che
a quei tempi non ero rinchiusa nel suo cassetto, sapevo quanto mi
amasse ora.
“scusa se tutte le volte che vieni ti
faccio
sempre i soliti discrosi…” si scusò andandosi a sedere al suo posto.
“non preoccuparti, con me puoi sfogarti”
dissi
mordendo la mia ciambella.
“come va a lavoro?” mi domandò
entusiasta e con
finalmente il sorriso sulle labbra.
“ehm.. come sempre mamma.” Dissi
fissando la tazza
da tè. Avevo intenzione di raccontarle di Rose. “sta mattina quando
sono
entrata in ufficio ho trovato un regalino per me.”
“un ammiratore?”
“no. Non proprio. Rose. mamma te la
ricordi?”
mia madre rimase più stupefatta di me
quando lessi
il biglietto.
“Rose? quella Rose? stai scherzando?”
tirai fuori il biglietto dalla tasca e
glielo feci
leggere. Rimase a bocca aperta e lo lesse due volte. Dopo averlo letto
la
seconda volta se lo rigirò tra le mani quasi controllando che non fosse
uno
scherzo.
“beh, ormai direi di stare al gioco.”
Disse passandomi
il biglietto.
“nei casini fino al collo!” esclamai
alzandomi in
piedi. “ti saluto mamma sono stanca morta, vado a riposarmi.” Le diedi
un bacio
sulla guancia e uscii di casa aprendo l’ombrello. Stranamente si era
rimesso a
piovere.
“ah tesoro!” esclamò mia madre dalla
finestra. Sapevo cos voleva ricordarmi…
“sì, chiamerò papà appena sarò arrivata
a casa non
preoccuparti.” Fece un sorriso e sparì
dalla finestra.
Facendo molta attenzione alla
pozzanghera entrai
in macchina. Misi in moto e mi diressi verso casa.
Appena arrivai a casa non feci in tempo
a
cambiarmi con abiti meno formali che avevo già alzato al cornetta.
Composi i
numero e attesi. Poco dopo mi rispose una voce tranquilla e molto
professionale, la voce di una donna.
“Moshi Moshi, Nakashima Ai
desu. Iroshi San wa irasshaimasu ka?” dissi
in giapponese.
“lei deve essere la figlia giusto?”
rispose la
giovane.
“si, sono Jane. Jane Nakashima.” Risposi
distrattamente. Colei a cui stavo parlando doveva essere sicuramente la
nuova
compagna di mio padre, nonché la sua segretaria.
“no. Mi spiace il Signor Nakashima non è
in
ufficio al momento. È impegnato con una conferenza. Chiami più tardi.”
“non può dirle che ho chiamato? Gli dica
di
richiamare sua figlia per favore.” La sentì sbuffare da dietro la
cornetta.
“il Signor Nakashima è troppo impegnato
per
richiamarla….”
“non faccia la stronza. E se la smetta
di
chiamarlo “Signor Nakashima” so perfettamente che è la sua attuale
compagnia.
Le dica di richiamarmi, non faccia tante storie.” La buttai lì
seriamente.
“Sayonara, Ai Chan.”
“ Sayonara”
Buttai già e scoppiai a piangere. Ero
arrabbiata.
Ero arrabbiata con quello stronzo di un giapponese che mi aveva
rovinato
l’esistenza. E soprattutto, quella di mia madre. Mi
buttai sul letto e mi sfogai. Una volta
calmata, guardai l’orario sulla sveglia e chiusi gli occhi.
Sentii un forte tuono e intravidi un
bagliore.
Stava ricominciando il temporale. Mi cambiai in fretta e mi misi sotto
le
coperte. Non avevo nemmeno appetito. Mia addormentai quasi subito, ero
stravolte oltre che incazzata. Un giorno, gliel’avrei fatta pagare a
quel
verme, e come se gliel’avrei fatta pagare.
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Beh, ragazzi
che dire? Spero che questa FF originale vi piaccia anche perché è la
prima
originale che scrivo. Aspetto vostre recensioni, e non temete la
continuerò al
più presto. Un bacio vostra…
Akai **
Torna su
Devi essere loggato per recensire. Registrati o fai il login.
Torna indietro / Vai alla categoria: Commedia / Vai alla pagina dell'autore: KokoroChan
|