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Autore: PurpleStarDream    12/05/2014    4 recensioni
Tony non avrebbe voluto che il suo compagno partisse per l'ennesima missione oltreoceano e lasciasse solo lui e il loro bambino. Ma Tony sapeva quanto il senso del dovere di Steve fosse importante, per questo gli aveva comunque dato la sua approvazione. Avrebbe sopportato la solitudine e la paura di non vederlo più tornare finché non fosse riuscito a stringerlo di nuovo tra le braccia.
Aveva tirato un sospiro di sollievo dopo aver saputo che Steve era stato congedato con onore alla fine dei sei mesi previsti.
Non avrebbe mai potuto sospettare che quel congedo fosse solo il modo che l'esercito aveva scelto per liberarsi definitivamente di Steve, a detta di tutti, non più idoneo al servizio sul campo. Tony non aveva capito la gravità della situazione fino alla prima notte trascorsa di nuovo insieme a lui.
Genere: Dark, Sentimentale, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: Steve Rogers/Captain America, Tony Stark/Iron Man
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Capitolo 2

 

 

Quando Pepper varcò la soglia del loro attico, Tony stava giusto finendo di vestire Peter. La salutò con un cenno, mentre metteva davanti agli occhi del bambino due magliette perché lui ne scegliesse una, con Steve che lo stava a guardare.

-Voglio quella con i treni- decise Peter, puntando quella azzurra con la stampa di una locomotiva stile cartone animato.

-Sei elegantissimo Peter- disse la donna, e il piccolo le fece un sorrisone.

-Ciao Pepper- salutò Tony. Lei si aggiustò la borsetta su una spalla e gesticolò con la mano. –Ciao ragazzi. Buongiorno Steve.-

Lui rispose con un cenno sbrigativo, sembrava imbarazzato, forse perché conosceva il motivo per cui Pepper si trovava lì.

-Ok, tutto fatto- fece Tony, alzandosi in piedi. –Cerca di comportarti bene dalla zia Pepper- raccomandò al bambino.

Peter raccolse la sua sacca dei giochi, che aveva preparato quella mattina, e sorrise ai suoi due papà. Tony diede un’occhiata a Steve, che per tutta la mattinata non aveva osato avvicinarsi al loro bambino: il ricordo della sera prima era ancora troppo fresco perché si lasciasse andare a manifestazioni d’affetto più intense di un’occhiata premurosa.

-Divertiti Peter- disse il biondo. –Ci vediamo tra una settimana.-

Per Peter sarebbe stata una specie di vacanza, pensava Tony. Pepper era la sua madrina, la sua zia preferita, convincere Peter che avrebbe passato una settimana in compagnia sua e dei suoi figli mentre loro sbrigavano alcune faccende da grandi non era stato difficile.

Più problematico sarebbe stato persuadere Pepper che andava tutto bene.

La donna fece una carezza sulla testa a Peter, e poi si avvicinò a Tony, parlandogli sottovoce.

-Tony, non è che mi pesi tenere Peter per un po’, ma… Cos’è che non mi stai dicendo?-

Adocchiò Steve, che li guardò colpevole per qualche secondo prima di tornare a fissarsi le mani, e Tony pensò che Pepper avesse già sospettato che il problema fosse legato al ritorno a casa di suo marito.

-Steve ha bisogno di un po’ di tempo per riabituarsi a New York. E’ stato lontano da casa per sei mesi, gli serve tranquillità. Sai che lui adora Peter, ma penso che sia meglio lasciargli un po’ di spazio, almeno finché non si sarà rimesso in sesto.-

-Questi sono discorsi da conferenza stampa, Tony- lo avvertì Pepper. –Non mi hai detto niente.-

L’uomo sbuffò. Avrebbe dovuto immaginare che con Pepper ci sarebbe voluta qualche scusa più credibile. –Senti… Non è niente di grave, ma Steve è un po’… confuso, ecco. Ha solo bisogno di tempo, lo sai come sono scombussolati i soldati quando tornano dopo le missioni più lunghe. Ho solo pensato che, se fossimo rimasti soli io e lui, saremmo riusciti a gestire meglio la cosa.-

La donna strinse gli occhi. –Me lo diresti se fosse successo qualcosa di grave, vero?-

-Certo- mentì lui.

-Zia Pepper, mi prendi in braccio?- domandò Peter, tirandole la gonna.

Tony fu grato che suo figlio avesse ereditato il suo tempismo, interrompendoli proprio quando la conversazione stava diventando spinosa.

-Peter, Pepper non è forte come papà, lei non riesce a sollevarti.-

-Sciocchezze- ribatté la rossa, dando una gomitata a Tony e prendendo Peter tra le braccia insieme alla sua sacca dei giochi.

-Visto Peter? Sono o non sono forte?-

-Sì!- ridacchiò contento, accoccolandosi addosso a lei.

-Ti do una mano a portare giù la sua roba, così non ti carichi troppo- si offrì Tony.

–Non ti preoccupare. Ai bambini piace stare in braccio, e trasportare ogni giorno plichi di documenti per te mi tiene più allenata che se andassi in palestra.-

-A proposito di documenti…- iniziò Tony. –Mandami tutto a casa, per un po’ lavorerò da qui. E cancella tutti gli appuntamenti e le riunioni della prossima settimana.-

Lei gli si avvicinò sospettosa, accarezzando Peter per farlo stare buono. –Che sta succedendo, Tony?-

-Pepper, fidati. Mi serve solo una settimana: devo occuparmi della mia famiglia.-

-Deve essere grave, se per fare questo ne allontani la metà- notò lei con diffidenza.

-Pepper…- l’avvertì il miliardario.

-Va bene, ho capito, non ti chiedo più niente.- Camminò verso la porta ignorando il suo aiuto e caricandosi sulla spalla libera la borsa di Peter. –Spero solo che tu sappia quello che fai.-

Era già fuori dalla porta quando li salutò. –Ciao Tony, ciao Steve. Pete, saluta i tuoi genitori.-

Il bambino si voltò sorridendo, e sventolò la manina. –Ciao papà! Ciao papà!-

Tony ebbe un tuffo al cuore guardando Steve che non poteva far altro che salutarlo mentre andava via. –Ciao, piccolo, comportati bene.-

Quando la porta si chiuse e i passi lungo il corridoio divennero un’eco lontana, Steve si lasciò cadere contro lo schienale del divano, guardando per terra.

-Hai fatto bene- mormorò, rivolto a Tony. –A mandarlo via, voglio dire. Non è al sicuro finché sta con me.-

-Non dire così- fece Tony, sedendosi accanto a lui, un po’ imbarazzato per il fatto che l’altro avesse indovinato così facilmente le sue intenzioni. La verità era che Tony si era spaventato a morte la sera precedente, quando aveva scoperto che tutta la sua famiglia era sparita senza che lui si rendesse conto di niente. Non avrebbe voluto mai ammetterlo, ma aveva paura che le azioni di Steve finissero per nuocere a Peter, sebbene involontariamente. Allontanarlo per un po’ era il solo modo che aveva per tentare di risolvere quel gran casino sentendosi il più tranquillo possibile.

-Lui si divertirà da Pepper, e noi avremmo un po’ di spazio per concentrarci su questa situazione.-

Il soldato gli fece un sorriso amaro. –Stai perdendo colpi, adesso non sei più capace neanche di mentire.-

Tony giocherellò con i lembi della sua giacca, sperando che il rossore delle sue guance non lo tradisse. In fondo cercava solo di dimostrarsi forte, non poteva permettersi di vacillare.

-Ieri notte ho chiamato Sam. Ha detto che ti ha visitato un medico militare e che ti hanno prescritto una cura per... certi disturbi del comportamento.-

Il biondo scrollò le spalle. –Quando sei un soldato e quella gente ti esamina dice sempre che soffri di PTSD. Mi hanno riempito di prescrizioni, questo è vero, ma non ho bisogno della metà di quella roba, fidati.-

Tony non ne era così convinto. Osservava il viso di Steve mutare espressione rapido come un cielo tempestoso, mentre l’altro cercava di capire se fosse riuscito o meno a convincere il compagno.

-Posso vedere queste prescrizioni?- domandò il miliardario.

Steve fece una smorfia, ma, memore dei fatti della scorsa notte, si alzò e andò a recuperare la sua sacca militare, facendola cadere pesantemente di fronte a Tony. Gli parve un gesto quasi seccato.

-Guarda, lo so che non è piacevole per nessuno ammettere di essere stati riempiti di psicofarmaci, ma io sto solo cercando di aiutarti.-

Steve gli rispose senza guardarlo, rovistando con foga tra la sua roba, la schiena rigida di tensione trattenuta. –Non ti preoccupare. Lo capisco che dopo quello che ho fatto tu abbia voglia di vederci chiaro. E’ solo che mi sembra quasi che tu… che tu adesso non ti fidi di me.-

Lanciò con stizza un paio di barattoli arancioni sul divano. Dopo quel suo gesto si passò una mano tra i capelli, tirandosi indietro la frangia e facendo un profondo sospiro. Tony notò come i suoi occhi si fossero adombrati di nuovo, esattamente come la sera prima: sembrava ancora che si fosse svegliato dopo un momento di trance.

-Scusami Tony- disse Steve, il tono contrito e i denti che tormentavano il suo labbro inferiore. –Dopo l’episodio di ieri hai tutto il diritto di sapere. Non volevo dire che tu non mi credi, mi sono lasciato un po’ andare…-

Al momento, Tony preferì interpretare quel piccolo scatto come una semplice manifestazione di ansia per tutto quello che era capitato. Si limitò a guardare le prescrizioni: Xanax e Aloperidolo, roba forte. Le etichette avevano il nome di Steve, e dicevano che avrebbe dovuto prenderne almeno tre al giorno, due al mattino e una alla sera.

Ieri sera non aveva preso niente, rifletté.

-Come mai ieri sera non le hai prese?- domandò Tony.

Steve fece finta di non capire. –In che senso?-

-Dovresti prenderle mattina e sera. Perché ieri non l’hai fatto?-

L’altro si succhiò l’interno delle guance, infastidito. –Quello di ieri è stato solo un episodio, non mi sento sempre così male. Le medicine le prendo se capisco di non riuscire a controllare le mie emozioni.-

-Non credi che dovresti seguire i consigli del medico che te le ha prescritte? Tanto per vedere come va, se ti sono utili?- insistette il miliardario.

Steve si alzò in piedi, le mani strette a pugno lungo i fianchi. –Oh, così dovrei stordirmi a forza di psicofarmaci. E magari pensi anche che debba seguire il consiglio di quel medico e farmi ricoverare in qualche struttura per veterani. Così mi direbbero che sono seriamente pazzo, e non potrei più vedere mio figlio, ma forse è proprio quello che tu vuoi, giusto?-

Tony ebbe un tremito. Si sentiva a disagio a guardare Steve da quella posizione: seduto sul divano si sentiva talmente piccolo che vedeva l’altro incombere su di lui come una colonna altissima. Si alzò in piedi per fronteggiarlo.

-Non dire sciocchezze. Ti sto solo chiedendo se non pensi che possano aiutarti. Lo sai che ti amo, vero? Non ti augurerei mai una cosa simile, voglio solo che tu stia bene.-

A quelle parole l’espressione dell’altro si rilassò. –Mi dispiace, questi discorsi mi agitano parecchio. Non sono pazzo, voglio solo che sia chiaro questo- ammise Steve, con aria dispiaciuta. –Tu lo sai che non ce l’ho con te.-

Tony gli strinse le spalle, sorridendo. –Certo che lo so. Sei solo parecchio agitato, è comprensibile.-

-Non mi serve quella roba- si impuntò Steve, occhieggiando i barattolini di plastica arancione. –Sono solo un po’ confuso, gli ultimi sei mesi li ho passati a guardarmi le spalle in un paese devastato dalla guerra. Dammi tempo e passerà.-

Il suo compagno non sapeva come rispondergli. L’atteggiamento che Steve aveva avuto con lui quando avevano affrontato l’argomento non gli era piaciuto affatto, anzi, doveva ammettere che gli aveva scatenato più di un brivido. Ma Steve adesso lo guardava con due occhi azzurri che sapevano essere molto persuasi quando, mortificati, incontravano i suoi per chiedere perdono.

Optò per un compromesso.

-Perché non andiamo a farci un giro da qualche parte? Io e te soli, come ai vecchi tempi. Poi stasera vediamo se ti senti ancora così confuso e se è il caso di prendere queste famose medicine.-

Steve gli sorrise un sorriso stanco. –Ok.-

 

 

Quella sera non le aveva prese. Né lo Xanax né l’Aloperidolo. Tony si rese conto solo prima di addormentarsi che non le aveva toccate neanche la mattina.

Non vi aveva dato molto peso, specialmente dopo aver visto che Steve non aveva dato segni di malessere per tutta la giornata.

Avevano trascorso un pomeriggio piacevole passeggiando per New York, con Steve che gli stringeva la mano e, guardando le vetrine, non mancava di ricordargli che a Peter sarebbe piaciuto questo o quello. Anche quando non c’era, suo figlio era sempre nei suoi pensieri. Tony pensò che il ricordo della sua famiglia dovesse averlo sostenuto parecchio mentre era in Iraq.

Erano tornati a casa carichi della stanchezza produttiva di una coppia che aveva trascorso una bella giornata.

Anche se Steve non si sentiva ancora in vena di fare l’amore erano andati a letto insieme, abbracciati come due sposini freschi di matrimonio. Sembrava andare tutto bene.

Tony si era quasi sentito uno stupido per aver allontanato Peter; gli eventi della giornata avevano fatto sembrare la notte precedente nulla più che un brutto sogno. Se ne era quasi dimenticato.

Finché un dolore improvviso lo svegliò di soprassalto.

Sulle prime non si rese conto da dove provenisse. Si sentiva la faccia gonfia e gli occhi spinti in fuori da una pressione insopportabile. Quando provò a respirare si rese conto che l’aria entrava a fatica nei polmoni perché qualcuno o qualcosa le impediva di farlo.

Aprì gli occhi nel buio della notte, illuminato da puntini luccicanti che segnavano dolorosamente la sua vista. In mezzo a tutto questo c’era il volto di suo marito, che lo fissava con due occhi color ghiaccio brillanti nel buio di una luce sinistra.

Tentò di alzarsi ma scoprì che Steve gli stava proprio sopra, a cavalcioni sul suo petto per impedirgli di muoversi. Allungò una mano verso il collo per scoprire cosa gli impedisse di respirare, e si accorse che le mani dell’altro lo stavano stringendo.

Preso dal panico, Tony affondò le unghie nella carne, graffiandolo. –St…- provò a dire con un filo di voce. La confusione e il panico presero il sopravvento: non aveva mai avuto tanta paura come in quel momento.

Una mano si staccò dalla sua gola in un attimo, colpendolo con un pugno allo zigomo talmente violento che gli fece voltare la testa ancora stretta in quella morsa. Tony fu accecato da un’esplosione di dolore bianco.

Quando, pochi secondi dopo, si riebbe, la presa sul suo collo si era rafforzata, e Steve era piegato su di lui come una gabbia umana che gli impediva di muoversi.

Il moro cominciò a contorcersi con tutte le sue forze, gli occhi spalancati e il lato sinistro del viso che pulsava di dolore.

Cercò di parlare, ma la poca aria che riusciva ancora a far entrare non era sufficiente. Le sue mani scattavano in ogni direzione, colpendo e graffiando dovunque, ma a Steve sembravano non fare effetto. Il panico crebbe fino a trasformarsi in un terrore folle: sentiva un formicolio inquietante nelle mani, la vista cominciava ad annebbiarsi, e la pressione sul suo collo si stava facendo pericolosamente pesante, sempre più pesante.

Raccogliendo le forze che gli restavano, Tony piegò una gamba con una smorfia di dolore alla sensazione dei muscoli che tiravano e dei tendini che bruciavano per lo sforzo di contrastare il peso di Steve, e gli diede una ginocchiata tra le gambe più forte che poté.

Sembrò essere stata sufficiente perché la sua presa si allentasse, e Tony sgusciò via aspirando boccate profonde di ossigeno, massaggiandosi la gola ancora chiusa.

Voltò la testa. Steve stava in ginocchio accanto a lui, carponi sul materasso, in un intrico di lenzuola sfatte e umide di traspirazione, la maglietta incollata alla sua pelle e il respiro accelerato.

Per un istante si guardarono entrambi, con gli occhi increduli e sbarrati.

-Tony?- ansimò Steve, spalancando gli occhi come se non riuscisse a credere a ciò che vedeva. –Cristo, Tony…-

Il biondo si prese la testa tra le mani, stringendo finché le nocche non diventarono bianche. Il moro allungò una mano tremante verso di lui, e lo stomaco gli si ritorse quando scoprì di avere paura di toccarlo. Lasciò ricadere il braccio senza che questo avesse raggiunto Steve.

-Non è successo niente.- Le parole gli raschiavano la gola infiammata, e neppure con tutta la sua forza di volontà Tony riuscì a dar loro una nota di sincerità. –Sto bene, vedi? Non è successo niente.-

-Sì invece!- esplose Steve, e Tony fece un salto indietro. Si rese conto dopo che avrebbe dovuto controllarsi; vedendo la sua reazione Steve assunse un’aria ancora più disperata. Si levò la maglietta inzuppata di sudore, e Tony notò una cicatrice circolare sul petto, in corrispondenza del polmone destro. Lo scoppio d’ira di Steve gli impedì di allungare una mano per raggiungerla.

-Ho cercato di… Oddio, ho cercato di…-

Non riusciva a dirlo, non riusciva neppure a pronunciare quella parola. Se Tony non fosse riuscito a liberarsi lo avrebbe ammazzato di sicuro.

-Steve,- iniziò Tony, avvicinandosi e cercando di vincere la paura. –Non eri in te, probabilmente hai avuto un incubo. Lo so che non mi avresti mai fatto del male, altrimenti.-

-Questo non cambia niente!- protestò il biondo con voce rotta. –Ho ucciso un mio compagno, niente mi avrebbe impedito di uccidere anche te. Se tu non mi avessi fermato io…-

Il viso di Tony era sconvolto dall’incredulità. Quella confessione aveva risvegliato in lui una grande fame di risposte che non era sicuro di voler saziare. Non voleva sapere perché Steve avesse ucciso un suo commilitone, ma sentiva che il senso di colpa lo schiacciava. Condividerlo forse gli avrebbe fatto bene, lo avrebbe distratto da ciò che era appena successo.

Steve dovette essersene accorto, perché disse: -Io non volevo, non mi ero reso conto, esattamente come adesso. Ma l’ho fatto lo stesso. Mi avevano appena sparato, ero da solo. Cercavamo di difenderci come meglio potevamo, ma eravamo sotto il fuoco nemico ed io… Io non riuscivo a muovermi, continuavo a sanguinare e non riuscivo a respirare bene; ero convinto che sarei morto.-

Tony ascoltava immobile, il respiro pesante contro la gola offesa.

-Quando quel soldato è sbucato di fronte a me era venuto a cercarmi. Voleva solo riportarmi indietro, al nostro campo, ed io… Io gli ho sparato. Ero convinto che fossero i nostri nemici che mi venivano a cercare per finire il lavoro, non gli ho neppure dato il tempo di identificarsi.-

-Steve, non è stata colpa di nessuno. In circostanze come quelle può succ…-

Tony tentò ancora di sfiorargli un braccio, ma Steve si ritrasse come scottato.

-Non toccarmi! Non devi starmi vicino, non sai come potrei reagire. Potrei farti del male, non è sicuro per te stare qui.-

Si alzò dal letto stringendosi le braccia attorno al corpo con fare protettivo.

-Hai fatto bene a mandare via Peter- mormorò, ripetendo le parole di quella mattina. –Avrei potuto ferire anche lui se fosse stato ancora qui.-

Tony si alzò di colpo e gli si parò davanti.

-Smettila di parlare così.-

L’altro scosse la testa. –E tu smettila di mentirmi. Lo sappiamo tutti e due che sono pericoloso, ne abbiamo avuto la prova.-

Girò intorno a Tony senza guardarlo, diretto verso il salotto.

-Io vado a dormire sul divano- annunciò. –Perdonami per quello che ti ho fatto. Da domani prenderò quelle maledette medicine, te lo giuro.-

Tony avrebbe voluto trattenerlo, dirgli di restare, che non gli importava. La verità era che non riusciva a farlo. Il pensiero di addormentarsi accanto a lui dopo quello che era successo bastava a fargli scorrere un brivido gelato lungo la schiena, una sensazione che non aveva mai provato prima.

 

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-Posso sapere perché siete tutti qui?- domandò Tony, distribuendo caffè ai suoi tre ospiti, arrivati a casa sua senza preavviso e senza invito.

Quando Natasha, Clint e Bruce avevano bussato alla sua porta, Steve si era rintanato in camera da letto senza neppure salutarli, dicendo che aveva ancora sonno, e che avrebbe dormito. Questo dopo aver ingoiato un paio delle sue pillole che gli erano così odiose appena poche ore prima.

-Che hai fatto al collo?- domandò Clint, indicando i lividi violacei che lo circondavano come una collana troppo stretta.

-E all’occhio- aggiunse Bruce, con un cenno verso il lato gonfio della sua faccia.

-Non sono fatti vostri- ribatté Tony. Avrebbe voluto aver il tempo di inventarsi una vera scusa, ma l’arrivo dei suoi amici lo aveva sorpreso in un momento in cui era ancora parecchio scosso da ciò che Steve gli aveva fatto, e non aveva neppure potuto cercare di nascondere i lividi dell’aggressione subita.

-Pepper ci ha chiesto di venire a darti un’occhiata- lo informò Natasha, studiando con sguardo indagatore l’appartamento, come se si aspettasse di trovare segni recenti di lotta. –Era preoccupata.-

-Beh, dille che va tutto bene, e di limitarsi a prendersi cura di Peter.-

-E’ stato Steve a ridurti così?- indagò Bruce, mescolando distrattamente il suo caffè.

-Nessuno mi ha ridotto così!- sbuffò Tony adirato. –Cosa credete che sia, una moglie maltrattata?-

-Se non è stato lui, allora perché hai mandato via Peter?- insistette Natasha.

-Non dirmi che alza le mani anche su di lui?- aggiunse Clint.

Tony gettò le braccia al cielo, sospirando esasperato. –Ma che cazzo di film mentale vi siete fatti?! Steve non mi picchia, e non ha mai toccato Peter neppure con un dito. Dico, ma siete diventati pazzi?-

Lo sguardo di Natasha si era indurito. –Dov’è adesso Steve?-

-Sta dormendo- sbottò Tony.

-Sono le undici e mezza del mattino- fece notare Bruce.

Il miliardario si accigliò. -Era molto stanco.-

-Tony, può capitare che i soldati ritornino da una missione con qualche rotella fuori posto- fece Clint, guardandolo fisso. –Se Steve è violento con te dovresti dircelo, proteggerlo non migliorerà certo la situazione.-

-Ok, adesso basta! Fuori di qui tutti quanti.-

Tony fece uno sforzo per non smuoverli di peso tutti e tre. Il tono che aveva usato non ammetteva repliche, e convinse tutti ad alzarsi e dirigersi verso la porta, non prima però che Natasha facesse un’ultima considerazione. –Tony, dovresti pensare a tuo figlio. Certe situazioni non possono che peggiorare.-

-Sentite, voi vi siete fatti un’idea sbagliata. Vi assicuro che semmai Steve decidesse di riempirmi di botte quotidianamente sarete i primi che chiamerò, ma il caso non è questo. E adesso arrivederci.-

Li sbatté fuori con poche cerimonie, e tornò in cucina per versarsi una tazza extra di caffè bollente: aveva bisogno di calmare i nervi.

-Pensano che io abusi di te.-

Per poco il caffè non gli andò di traverso. Si voltò, e Steve era davanti a lui, non lo aveva sentito arrivare.

-Quelli non capiscono un cazzo. Vedono un paio di lividi e pensano subito a chissà cosa.-

Il soldato sfiorò il viso di Tony con le dita, disperato di fronte alla scintilla di tensione che si accese negli occhi dell’altro.

-Non volevo farti questo- giurò Steve. –Prometto che d’ora in poi prenderò tutte le medicine che mi hanno prescritto, sempre. Non permetterò più che tu subisca le conseguenze del mio comportamento.-

Tony gli prese la mano, un gesto che servì a rassicurare tanto lui quanto Steve.

-Va tutto bene, ne verremo fuori.-

Gli occhi acquamarina del biondo erano carichi di una dolorosa consapevolezza.

-Non va tutto bene.-

 

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E in effetti, le cose non andavano affatto bene.

Steve persisteva nella sua decisione di non tornare a condividere lo stesso letto, ma prendeva le medicine ogni giorno, con costanza quasi maniacale, chiedendo spesso a Tony se per caso se ne fosse dimenticato.

Il problema era che quella roba era forte, e la presa di coscienza delle sue azioni aveva dato a Steve il colpo di grazia. Non faceva quasi più nulla, le medicine lo stordivano troppo perché provasse ancora interesse per qualcosa, e il timore di ferire involontariamente il suo compagno lo portava ad isolarsi sempre di più.

Non avevano mai richiamato Sam, poiché Tony aveva scelto di provare e riprovare a parlare con Steve, cercando di convincerlo ad aprirsi, a parlare con lui. Ma l’altro non ne voleva sapere, insistendo sul fatto che ricordando avrebbe solo corso il rischio di avere attacchi peggiori di quelli precedenti.

Una settimana era passata, lasciandoli in quella sottospecie di limbo, senza che nessuno dei due facesse passi avanti.

Le cose smisero persino di restare in fase di stasi quando Tony scoprì che Steve dormiva con una bottiglia di brandy accanto al divano.

Era stato questo, più che altro, a convincerlo che Peter avrebbe potuto passare un altro po’ di tempo con Pepper. Non lo voleva lì quando si sarebbe confrontato con Steve su quell’argomento.

-Non mi dirai che adesso ti sei messo anche a bere.- Era un tono frustrato, quello di Tony, e anche leggermente irritato, perché lui si stava facendo in quattro per cercare di aiutare suo marito, e Steve invece non trovava niente di meglio da fare che crogiolarsi nell’autocommiserazione. –Non puoi mischiare l’alcool con quel tipo di medicine. Che cazzo ti salta in mente?-

Dal divano, Steve alzò verso di lui un viso sconvolto. Era da qualche giorno che non si faceva una doccia, e la barba cresceva ispida e incolta circondando un viso con due occhi stanchi e infossati sotto il peso di una sequela di notti insonni.

-Quando eri tu a bere non c’erano problemi- sputò, con un tono più incattivito di quanto avesse voluto.

Tony strinse i denti. Quello era stato un colpo basso: aveva avuto delle difficoltà con l’alcool in passato, ma l’avevano superato, e Steve non glielo aveva mai rinfacciato. Non fino a quel momento.

-Io non prendevo psicofarmaci.-

-Non capisci niente- bofonchiò Steve, prendendo a riprova di ciò un sorso direttamente dalla bottiglia. –Funzionano meglio se bevo, così sono troppo intontito per poterti fare del male.-

-Oh Dio, Steve, non ricominciare! E’ stato un incidente, non avevi idea di quello che facevi.-

Due occhi azzurri iniettati di sangue si fissarono su di lui. -Questo non cambia quello che è successo. Hai rischiato di morire per colpa mia.-

-Steve, devi reagire- proruppe Tony. –Non mangi, non esci di casa, non mi vieni più neanche vicino. Pensavo che saremmo riusciti a superare questa cosa, ma non arriveremo da nessuna parte se tu non mi parli.-

-Tu non puoi capire.-

-E allora spiegami, porca puttana! Non ne posso più, non puoi continuare così. Guardati, sei completamente a pezzi. Come credi che reagirebbe Peter, se ti vedesse così?!-

-E’ per questo che non me lo fai più vedere?- Steve si era alzato, barcollando su gambe rese molli dal mix di alcool e medicine. Si mosse verso di lui, e Tony fece un passo indietro. –E’ passata una settimana, e lui ancora non è tornato a casa. Non vuoi che stia vicino a me, vero?-

Indietreggiando aveva raggiunto il bordo del tavolo, si sentiva senza via d’uscita; Tony deglutì prima di parlare. –Gli farebbe troppo male vederti così. E’ troppo piccolo per capire cosa sta succedendo. Se solo tu ti lasciassi aiutare da me, invece di tenermi lontano…-

-Dì la verità, pensi che io sia pazzo, ecco perché non lo hai fatto tornare qui: hai paura di quello che potrei fare- inveì Steve, facendosi sempre più vicino.

-Non dire cazzate. Io penso solo che tu abbia bisogno di rimetterti in sesto, non di annegare nei tuoi sensi di colpa. Come credi che potrei spiegare a Peter che suo padre invece di lottare e stare meglio per lui preferisce passare le sue giornate come un relitto umano ubriaco sul divano?- Il suo tono di voce si stava alzando man mano che continuava, e sentiva che la situazione stava rapidamente sfuggendo al suo controllo.

Gli occhi di Steve si spalancarono, il suo corpo si fece rigido come un pezzo di legno. All’improvviso batté un pugno sul tavolo e gridò:

-Non puoi impedirmi di vedere mio figlio!-

-Sei talmente fatto e ubriaco che non riesci neppure a farti una doccia. Non sei in grado di prenderti cura di Peter!- urlò Tony di rimando.

Lo schiaffo arrivò all’improvviso, Tony non se ne accorse finché la mano di Steve non si scontrò con la sua guancia già livida, risvegliando un’ondata di dolore su tutta la faccia.

Il moro si lasciò sfuggire un lamento, incapace di trattenersi. Steve continuò a fissarlo con gli occhi accesi d’ira, almeno finché non si rese conto della sua mano sospesa a mezz’aria dopo che aveva colpito Tony. La guardò come se non gli appartenesse, mentre boccheggiava angosciato.

Tony non poteva credere a quello che era successo, ma ogni traccia di rabbia, di paura o di turbamento sparì non appena incontrò gli occhi di Steve: si erano fatti vitrei, spalancati all’inverosimile, sembrava completamente sotto shock. Una lacrima scivolò giù da uno di essi senza che niente la fermasse.

-Io non… non volevo. Ti giuro che non volevo.-

Gli prese le spalle con entrambe le mani e avvicinò il viso del miliardario al suo. –Credimi, non era mia intenzione, io…-

Tony non riusciva a dire nulla, troppo scioccato da quello spettacolo. Avrebbe voluto dire che non era niente, che lo capiva. Ma le parole sembravano avvizzite nella sua gola come foglie morte. Vedendo che non reagiva, il soldato lo chiuse in un abbraccio disperato.

-Tony, scusami. Scusami!-

Tony aveva lasciato che Steve lo stringesse e che piangesse nell’incavo del suo collo, sussultando singhiozzando mentre crollava. Non lo aveva mai visto in quello stato, non era da Steve. Niente di tutto ciò era da Steve. Quella situazione era talmente surreale che Tony si aspettava di svegliarsi da un momento all’altro, con suo marito sorridente accanto e il loro bambino tra le braccia, sapendo che aveva avuto solo un brutto incubo.

Steve si staccò da lui con il viso rigato da tracce di lacrime.

-Hai ragione… su di me. Peter non sarebbe al sicuro con me qui, e neppure tu lo sei.-

Senza un’altra parola si raggomitolò sul divano dopo aver preso un lungo sorso di brandy, dandogli la schiena e chiudendosi in sé stesso.

Tony provò ad andare da lui, sfiorandogli un braccio con le dita. Steve si ritrasse bruscamente. –Lasciami… Lasciami solo- lo avvertì, con la voce spezzata, nascondendo la testa tra le braccia. Tony non ebbe il coraggio di disobbedire; tornò in camera da letto, lasciando la porta socchiusa per poter tenere d’occhio Steve: si addormentò con il suono strozzato di lui che soffocava i suoi gemiti nel divano.

 

 

Non riusciva a dormire.

Da una settimana a questa parte gli era diventato difficile, da una parte perché si sentiva in dovere di controllare che Steve non facesse niente di stupido, dall’altra perché la preoccupazione di non sapere come comportarsi lo stava mandando fuori di testa.

E adesso c’era anche il problema che Steve non si fidava più neppure di sé stesso.

Tony aveva scelto, quella sera, di lasciargli il suo spazio; magari, riflettendoci in solitudine, Steve avrebbe capito che così non potevano più andare avanti. La voglia di stargli vicino e fargli sapere che non era solo gli metteva addosso un’agitazione mai provata prima, forse perché non era abituato ad essere così responsabile, ma c’erano momenti in cui ringraziava il cielo che Steve fosse in una stanza diversa dalla sua.

Non avrebbe mai ammesso di avere paura di lui, ma non riusciva a non trasalire ogni volta che Steve, ormai sempre più raramente, provava a toccarlo.

Eppure era sempre suo marito, gli aveva promesso che lo avrebbe aiutato, in un modo o nell’altro, anche se al momento non sapeva come.

Era quell’ apprensione mista alla paura a impedirgli di addormentarsi, a renderlo vigile a attento anche quando le sue palpebre si facevano talmente pesanti che rendevano il sonno una presenza fisica difficile da contrastare.

Forse per quel motivo si accorse che quella sera il clima era più rigido del solito.

Tony tirò indietro le coperte per capire da dove provenisse il freddo. Non era proprio una sensazione diffusa, si trattava piuttosto di un filo d’aria fresca che filtrava attraverso la porta aperta.

Si alzò per controllare, e scoprì che lo stesso spiffero circolava anche nel salotto. Indagò dove il freddo si faceva più forte, e vide che la porta-finestra del balcone era spalancata.

Un brivido più intenso del solito gli corse lungo la spina dorsale, e si fiondò sul terrazzo. Lì vi trovò Steve, che gli dava la schiena, piegato in due sopra il parapetto. Steve aveva sempre insistito perché, a quell’altezza, per precauzione aggiungessero dei vetri robusti sopra la balaustra, ma Tony aveva sempre ribattuto che le sbarre di sicurezza bastavano e avanzavano: arrivavano almeno alle spalle di Steve, e Peter non sarebbe mai riuscito a scavalcarle.

Adesso però, mentre il biondo stringeva le sbarre che fungevano da parapetto, per quanto alte fossero gli sembrarono un ostacolo ridicolo di fronte alla mole del suo compagno, che guardava verso il basso in modo un po’ troppo insistente.

-Steve?- chiamò Tony, guardingo, non osando alzare la voce per paura che l’altro avesse in mente proprio ciò che lui temeva.

Il biondo alzò la testa, ma non si voltò.

-Sai, ho pensato…- iniziò Steve, la voce stanca e sconfitta. –Ho pensato a tutto quello che ti ho fatto passare, e mi sono detto: non è giusto che faccia subire a Peter le stesse cose. Starete entrambi meglio senza di me.-

Tony fece un passo avanti, cauto. –Perché non vieni dentro e ne parliamo?-

Steve si voltò, e anche da quella distanza il miliardario poté vedere gli occhi infiammati e secchi di uno che aveva appena finito di piangere.

-Ti ho picchiato. E stavolta ero perfettamente lucido, ti ho colpito perché volevo farti stare zitto, l’ho fatto volontariamente.-

-Hai solo perso il controllo, e in più avevi bevuto, non ti definirei del tutto lucido- lo difese il moro.

Il soldato piegò la schiena contro la ringhiera, stringendo le sbarre e dando un’occhiata giù. -Ero sveglio, e sapevo quello che facevo. Prima di partire, anche se c’erano momenti in cui perdevo la calma mi dicevo sempre che sarei morto prima di alzare le mani su di te.-

Gli occhi di Tony si fecero duri, una ruga di preoccupazione comparve in mezzo alla sua fronte mentre aggrottava le sopracciglia. Era preoccupato: non gli piaceva quella conversazione e ancor meno gli piaceva il fatto che Steve non si fosse ancora spostato da quel maledetto balcone.

-Credevo avessimo già appurato che non ti incolpo di niente. Lo so che non volevi farmi del male.-

-Ma l’ho fatto- ribatté Steve, schiacciato dai sensi di colpa. –E se fosse capitato con Peter? Guarda come ho ridotto te, cosa pensi che sarebbe successo se fosse toccato a lui?-

Il cuore di Tony, battendo all’impazzata, faceva pulsare i lividi sul suo viso e gli provocava fitte dolorose. –Non lasceremo che vada così male. Ma tu devi permettermi di aiutarti. Possiamo sistemare le cose.-

Il biondo scosse la testa sconsolato. –Sono un pericolo per voi, non negarlo. Non voglio toccarti per paura di farti male, e per quanto desideri rivedere Peter non mi sento più sicuro a stargli vicino, perché ho il terrore che potrei ferirlo. Quando l’ho portato via di casa era così spaventato, ma io ero talmente certo che fossimo minacciati da qualcosa che l’ho convinto a calmarsi, quando invece avrei potuto metterlo in pericolo. Ero pronto a lasciarlo solo da qualche parte, a New York, di notte, perché non mi rendevo conto di quello che facevo.-

Fissò gli occhi azzurri in quelli dell’altro, scuri e spaventati.

-Ho ucciso più persone in questi sei mesi di quante avessi mai fatto prima. Non ho saputo tenere al sicuro i miei uomini, ho fatto del male a delle persone che si fidavano di me.-

Tony sbuffava ansiti irrequieti. Non sapeva più cosa inventarsi per convincerlo. –Era il tuo lavoro, non potevi ritirarti. E per quanto riguarda gli altri, io so che non avresti mai fatto del male volontariamente alle persone a cui volevi bene, sono stati dei maledetti incidenti. Ascolta: so che in guerra si vivono esperienze terribili, e tu potrai dirmi che non capisco perché non sono un soldato. Ma ti posso dire quello che so, e cioè che tu sei sempre l’uomo di cui mi sono innamorato, hai idea di quanto sia importante per me?-

-Non sono più quell’uomo!- urlò Steve, strizzando gli occhi. –Lui non ti avrebbe mai fatto quello che ti ho fatto io.-

Preso dal panico, Tony coprì con due passi metà della distanza che lo separava dal suo compagno, e tese la mano verso di lui. –Se non ti allontani subito da quel cazzo di balcone ti ci porto via io a calci in culo!-

Steve spalancò gli occhi, colto alla sprovvista da quella reazione.

-Credi di essere l’unico a stare male? Come pensi che mi senta, io, a vederti così senza che tu mi permetta di fare niente per aiutarti? Come pensi che si senta Peter, a stare ancora lontano da casa quando sono sei mesi che non vede suo padre? Io ti giuro, Steve, se quello che pensi di fare è saltare da quel cazzo di balcone, allora sarà meglio che tu lo faccia con la consapevolezza che non potrai mai ferirmi più di così. Se vuoi uccidere anche me, allora buttati e non pensiamoci più!-

La mano tesa di Tony tremava, tutto il suo corpo era scosso da fremiti di rabbia e angoscia, mentre fissava Steve con lo sguardo più deciso che avesse mai mostrato.

Sul viso dell’altro si aprì un’espressione carica di rimorso.

-Io non so cosa fare. Non riesco neppure a trovare la volontà di stare meglio. Questa è l’unica soluzione a cui riesco a pensare perché tu e Peter siate al sicuro.-

-E’ per questo che tu sei un soldato e io sono un genio. Senza offesa, Steve, ma ci sono momenti in cui non vedi al di là del tuo naso. Questa che hai in mente non è affatto l’unica soluzione. Sono ricco da fare schifo, se hai bisogno di uno psichiatra te ne posso procurare mille; se hai bisogno di passare del tempo in una clinica ti troverò la migliore che c’è; se hai bisogno che ti stia vicino mollerò tutto e sarò lì per te. Ma non dirmi che la tua morte mi farà stare meglio, non lo dire mai più. Pensi di essere stato spezzato, ma non è così. E se anche fosse… ti sei dimenticato che sono un ingegnere? Io aggiusto le cose!-

Tese di nuovo la mano verso di lui, spingendosi talmente in là che sentì le articolazioni scricchiolare. Fece un passo cauto in avanti.

-Ti prego, Steve- supplicò.

L’altro sospirò profondamente, la frangia bionda che ondeggiava nell’aria fredda della notte, mentre il vento gli raggelava il viso.

-Sai a cosa pensavo, in Iraq, la sera, prima di addormentarmi nella mia tenda?- chiese Steve con gli occhi chiusi, come se si stesse abbandonando a un vecchio ricordo.

Tony restò un momento sconcertato.

-No. A cosa?-

-A “You had me from hello”- sorrise inaspettatamente Steve. –Mi calmava sempre.-

Tony si lasciò sfuggire un sorriso leggero. –Quella canzone sdolcinata di Kenny Chesney che stavano suonando nel locale dove ci siamo conosciuti?-

Il biondino fece sì con la testa, sul volto l’ombra di un sorriso nato da un bel ricordo.

-Non mi sono mai piaciute canzoni così mielose- ridacchiò Tony.

-A me sì. E’ la nostra canzone- fece il soldato. –Ogni volta che la ricordavo ripensavo a te, e a Peter. Non è passato giorno che la mia mente non andasse a voi, e quella canzone melensa mi ha tenuto relativamente sano per tutto quel tempo che ho passato laggiù: mi ricordava che eravate qui ad aspettarmi.-

-Vieni qui, Steve- pregò Tony ancora una volta.

Con un sospiro, l’altro lasciò andare la ringhiera, e strinse la sua mano. Tony dovette resistere all’impulso di tirarlo a sé.

-Sam voleva che facessi parte di un programma di recupero per reduci di guerra. Gli ho sempre detto di no- mormorò Steve.

Tony gli strinse la mano, capendo dove voleva arrivare.

-Potresti dire a Peter che… che suo padre deve stare lontano ancora per un po’? Finché non starà meglio?-

Tony lo guidò dentro casa, e gli lasciò un bacio umido sulla guancia pungente di barba incolta.

-Glielo dirai tu. Peter ha bisogno di entrambi i suoi genitori, ed io l’ho tenuto separato da suo padre troppo a lungo.-

 

 

Fine.

 

Un personaggio con PTSD è sempre gradito alla mia vista, fatemi sapere se ho dato la giusta impressione descrivendo Steve.

Non pensavo di renderlo particolarmente violento, ecco perché mi sono limitata, sostanzialmente, a un pugno e uno schiaffo (ok, ci sarebbe l’aggressione nel sonno, ma soprassediamo). Le cose mi sono sfuggite un po’ di mano, ma volevo una storia dove i protagonisti avessero un assaggio di cosa volesse dire perdere il controllo, e spero di esserci riuscita con Steve come con Tony. E’ venuta più dark di quanto intendessi, ma tutto sommato ho scritto quello che volevo scrivere.

Alla prossima :)

 

  
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