L'ho scritta su richiesta di The Daughter of Darkness, ed è meglio che me la commenta, altrimenti vado sotto casa sua... XD
Il rating è arancione.
Pagiring Roy/Ed/Havoc.
Contiene riferimenti Yaoi.
Spero possa essere apprezzata come lo è stata Three Pieces.
Buona lettura. ^.^
FULLMETAL ALCHEMIST © 2002Hiromu Arakawa/SQUARE ENIX. All Rights Reserved.

Sbadigliai sonoramente, senza avere la benché minima voglia di alzarmi e prepararmi per andare al Quartier Generale, dato che mi faceva ancora un po' male la testa per la sera prima.
Richiusi piano gli occhi, sentendo però qualcosa di gelido avvinghiato attorno ai fianchi, e sorrisi, nel riconoscere al contatto con la pelle l'auto-mail di Edward.
Mi puntellai sui gomiti tirandomi su a mezzo busto, schiudendo le palpebre per osservare la sua figura dormiente accanto a me.
La camicia che aveva in dosso e che gli fungeva da pigiama tanto che era grande, era aperta sul davanti, e lasciava ben intravedere la sua muscolatura e i boxer bianchi abbassati in vita.
Spostai di poco lo sguardo per cercare con gli occhi il profilo del Colonnello, ma non trovandolo sdraiato, mi accigliai.
Dov'era finito?
Gettai un sguardo alla sveglia, registrando l'orario.
Erano le sette e mezza del mattino.
Beh, allora era in cucina a preparare la colazione.
Non ci affidavamo ad Edward per svariati motivi.
Primo, perché non lo svegliavano nemmeno le cannonate.
Ma la ragione principale era che non sapeva affatto cucinare.
Io poi, me la cavavo solo con i cibi precotti, quindi.
In quelle circostanze la donna di casa era Mustang, e se la cavava anche piuttosto bene ai fornelli, dovevo ammetterlo.
Era capace di cucinare di tutto.
Vestito di soli boxer scivolai via dall'abbraccio di Edward facendolo mugolare nel sonno e voltarsi dall'altra parte, e sbadigliando ancora una volta trattenendo una risata, mi grattai svogliatamente la testa dirigendomi in cucina, dove un buon profumino di omelette e crêpes aleggiava nell'aria, risvegliando in me un certo appetito.
Il tutto si mescolava con l'odore ancor più intenso di una sigaretta, che rilasciava il suo sottile fil di fumo oltre la spalla di Mustang, girato di schiena a trafficare con la colazione.
Sorrisi.
Ogni volta che mi fermavo a dormire nel suo appartamento, era sempre piacevole svegliarmi al mattino e trovare qualcuno che mi dormiva accanto e che mi preparava da mangiare.
Era una sensazione impareggiabile.
E dovevo sentirmi ancor più fortunato, ad avere al mio fianco due persone a cui mi ero così intensamente affezionato nel corso di quei due anni, e senza le quali la mia vita non avrebbe avuto alcun senso.
Mi avvicinai piano al tavolino su cui il Colonnello aveva poggiato le omelette per rubarmene una, cercando di non farmi scoprire, ma senza voltarsi, la sua voce mi ammonì prima ancora che potessi allungare un braccio.
«Non ti azzardare, Havoc», sghignazzò, e lo vidi togliersi la sigaretta dalle labbra per spegnerla nel posacenere che aveva depositato lì vicino. «Sono contate, non fare il furbo».
Sbuffai, divertito però dal suo tono falsamente di rimprovero e dalla sua premura.
Faceva sempre tutto con cura, quando cucinava, stando attento meticolosamente alle dosi d'ogni ingrediente.
Lo abbracciai da dietro, sfregando il naso contro il suo collo.
«Volevo solo assaggiare», borbottai, facendo il finto offeso.
Lui non vi badò, spalmando la cioccolata su una crêpes appena pronta, piegandola e riponendola nel piatto poco distante.
«Vai a svegliare Edward, piuttosto», mi disse, facendo esattamente la stessa cosa con le crêpes seguenti. «Se anche oggi arriviamo tutti e tre in ritardo, la Hawkeye se la prenderà con me, lo sai bene».
Ancora mi sorprendeva che la cosa non la insospettisse.
Ma forse immaginava che passassimo la maggior parte delle nostre notti a bazzicare nei bar della città, trascinandoci dietro anche Edward.
E così facevamo la figura dei due mascalzoni che corrompevano un puro e innocente ragazzo con i loro modi di fare poco convenzionali.
Un po' come Il Gatto e la Volpe.
E il che non era vero.
Ma preferivo di gran lunga che la pensassero tutti così, piuttosto che finire davanti alla Corte Marziale e farmi sbattere in galera come sodomita o, alla peggio, essere fucilato.
Spesso fantasticavo su come sarebbe stata la nostra vita, se ci fossimo trasferiti in un luogo dove nessuno ci conosceva e dove avremo potuto convivere tra noi senza dar peso a nulla.
Monotona, senza dubbio.
Che gusto c'era, a non vivere quella relazione con un pizzico di pericolo?
Facendo spallucce, ritornai sui miei passi, trovando Edward sdraiato di schiena, ad occupare quasi tutto il letto matrimoniale.
Scossi la testa, scuotendolo delicatamente.
Mugugnò, aprendo le palpebre ed osservandomi con occhi velati di sonno.
Poi si girò su un fianco, accoccolandosi nuovamente sui cuscini, con un piccolo sospiro e un sorriso soddisfatto quando trovò la giusta posizione.
Tutte le mattine la stessa storia, lo sapevo io...
E a chi toccava svegliarlo?
«Edward... in piedi, su!» esclamai, non ottenendo null'altro che uno sbuffo da parte sua.
Ci riprovai un altro paio di volte, prima che si drizzasse finalmente a sedere e si stropicciasse gli occhi per riprendersi parzialmente.
«'Giorno», borbottò sbadigliando, con la voce ancora impastata.
Poi guardò il lato destro del letto, trovandolo vuoto.
«Dov'è Roy?» chiese, riportando la sua attenzione su di me.
Gli scoccai un piccolo bacio sulle labbra.
«In cucina a preparare la colazione», dissi, ridendo poi per l'aria affamata che si era dipinta sul suo volto. «Vai a farti una bella doccia e preparati, coraggio».
Annuì e si alzò in piedi, afferrandomi un braccio fino a trascinarmi verso il bagno, ma non opposi resistenza, lasciandomi guidare da lui.
A giudicare dall'espressione maliziosa che aveva sostituito quella di prima, aveva in mente qualcosa che si prospettava interessante.
Ma prima ancora che potessimo avvicinarci alla cabina della doccia, fummo richiamati dalla voce di Mustang, ed imprecai fra i denti, borbottando tra me e me mentre Edward se la rideva bella grossa, avviandosi in cucina con me al suo seguito che strascicavo i piedi.
Il cibo prima di tutto, per lui.
E lo sapevo bene, ormai.
«Potevi aspettare un altro po', a chiamarci», sbottai, oltrepassando la soglia e sedendomi a tavola con Edward. «Eravamo impegnati», mi voltai verso di lui. «Vero, Ed?»
Ma sembrava che non la pensasse come me.
Si era già avventato sul piatto che il Colonnello gli aveva riposto davanti, consumando metà dell'omelette come un lupo famelico.
Diavolo.
Quel ragazzo era tremendo.
«Ho un tempismo perfetto», ridacchiò il Colonnello, posando un piatto anche davanti a me.
Mi trattenni dal mandarlo a fanculo.
Certe volte mi faceva davvero imbestialire!
«Jean, al mio stomaco non si comanda», mi fece presente Edward, allungando un braccio per afferrare il bicchiere di succo d'arancia. «E Roy riesce a prendermi per la gola con i suoi manicaretti, non puoi farci nulla».
«Devo imparare a cucinare», borbottai, prendendo una forchetta. «Così il Fiammifero non ci servirà più».
Ricevetti una pesante pacca sulla spalla, rischiando di finire con la faccia nel piatto.
Voltandomi, vidi Mustang che mi osservava a braccia conserte, con un cipiglio ironico ad incurvargli le belle e sottili sopracciglia.
«Fino a quel momento, è il Fiammifero che vi prepara da mangiare», cominciò, facendo ridacchiare Edward. «Quindi un po' di rispetto».
Risi anch'io, tirandolo giù per baciarlo.
«Le mie scuse, Colonnello», dissi sulle sue labbra.
Mi allontanò un po', scuotendo la testa con disappunto per poi rivolgermi quel suo solito sorrisino sghembo che mandava in delirio me ed Edward, sedendosi a consumare la sua colazione.
Alle nove in punto, lavati e vestiti con l'uniforme, salimmo in macchina, pronti a partire per il Quartier Generale.
Ci trovammo in men che non si dica imbottigliati nel traffico, e con il caldo che cominciava ad invadere l'abitacolo non ci voleva proprio.
Mustang accese l'aria condizionata, e una ventata d'aria fresca ci investì in pieno.
Sospirai di sollievo.
Era il mese più afoso dell'anno, e purtroppo, invece di trovarci su una calda spiaggia a crogiolarci al sole, eravamo costretti ad andare a lavoro...
«Roy, sono già le nove passate!» esclamò Edward, con il tono di un bambino. «Il Tenente Hawkeye ci sparerà addosso!»
Io e il Colonnello sbuffammo all'unisono, e mi voltai.
«Non lamentarti, è colpa del traffico!» sbottai a mia volta.
Proprio non lo sopportavo quando faceva così.
«Se ci fossimo dati una mossa...» buttò lì, poggiando la schiena contro il sediolino, con le braccia incrociate.
«Ehi, guarda che sei stato tu a perdere un sacco di tempo per uno shampoo!» fece il Colonnello, girandosi anche lui e additandolo. «Siamo sicuri che sei un ragazzo di vent'anni?»
Le sue labbra si atteggiarono ad un sorriso spavaldo.
«Chi meglio di voi può saperlo?» ci chiese, guardandoci entrambi, ammiccando. «Ora torna a guardare la strada, magari riusciamo a svicolare un po'».
Cominciai a ridere di gusto quando notai la bocca spalancata di Mustang e non ci accorgemmo subito che la macchina dietro di noi stava suonando il clacson.
Tornai serio, picchiettando la spalla del Colonnello, che subito rimise mano al volante.
«Prevedo una giornata catastrofica», borbottai, alzando gli occhi per osservare con finto interesse il tettuccio dell'auto. «Spero solo che non mi riempirai di lavoro», dissi, rivolto all'indirizzo di Mustang.
Lui sghignazzò, sorridendo serafico.
«Ho parecchio lavoro per voi, se volete», mormorò.
La sua voce aveva assunto una sfumatura calda e sensuale.
Potevo benissimo immaginare che razza di lavoro ci avrebbe affibbiato.
Feci per dire qualcosa, ma fui preceduto da Edward.
«Oggi niente cavalcate, vedi di firmare quei benedetti documenti», si sporse verso di noi, poggiando entrambe le mani sui sediolini anteriori. «Stanno ad ammuffire sulla tua scrivania da quasi una settimana, ti ricordo».
«Ma mi annoio», si lagnò, imbronciandosi.
Ridacchiai dolce, e lanciando uno sguardo fuori dai finestrini per avere via libera, scoccai un veloce bacio ad entrambi.
«Edward ha ragione, devi lavorare di più», mi leccai le labbra. «Ci sarà parecchio tempo per altri lavori».
Lo vidi increspare le labbra in un sorriso.
«E ben più piacevoli, c'è da aggiungere».
Tra risate generali e scambi di battute, riuscimmo finalmente a raggiungere l'Head Quarter verso le dieci e venti, parcheggiando al di fuori dell'edificio.
Salite le gradinate, arrivammo nella Hall, dove subito scorgemmo la figura del Tenente Hawkeye vicino a quella della ragazza della Reception, ed entrambe ci osservavano con un sopracciglio inarcato.
Ecco. Ora il Colonnello era nei guai.
«Avete più di un'ora di ritardo, Colonnello», lo informò subito, avvicinandosi a noi a passi felpati. «Vi copro io, in certi casi, ma non posso farlo in continuazione», scosse la testa, sventolando un dito. «Per non parlare poi, che con le vostre uscite notturne, portate sulla cattiva strada anche Edward».
Beh, stavolta sull'uscita ci aveva azzeccato.
Eravamo andati a bere un cicchetto da Madame Xmas, la madre adottiva del Colonnello, ed eravamo rincasati solo alle due... o forse alle tre, chi se lo ricordava.
Anzi, non mi ricordavo nemmeno come c'eravamo arrivati, a casa.
Probabilmente ci aveva riportati entrambi Edward.
Eppure non eravamo ubriachi, quella volta!
«Ha ragione, Tenente, mi dispiace», il Colonnello recitò la solita solfa. «Ma deve ben capire che Edward ormai è un uomo, deve pur passare serate del genere».
«Se ubriacarsi vuol dire essere uomini...» fece lei, a braccia conserte.
Quella sì, che era una donna!
Avevo avuto una cotta per lei, una volta.
Amavo il suo modo di agire, il suo modo di pensare.
E di tanto in tanto, come in questo momento, mi soffermavo a guardare il suo seno, purtroppo coperto dalla rigida uniforme...
Ad interrompere i miei pensieri, fu una gomitata ben assestata da parte di Edward.
Mugolai di dolore, tenendomi una mano sulle costole e chinandomi verso di lui.
«Non fare il geloso», bisbigliai, ricevendo un'occhiataccia.
«Tu cerca di non fissarle il seno», bisbigliò di rimando, imbronciato. «Non mi va a genio».
«Chiedo venia», bofonchiai.
Riportai poi la mia attenzione sulla discussione che ancora stavano intrattenendo lei e Mustang, che annuiva di tanto in tanto, svogliato.
Ogni volta che facevamo tardi, e questo capitava come minimo sei o sette volte al mese, lui doveva subirsi quella solita tiritera, tanto che ormai, sembrava essersela imparata a memoria.
Io e Edward aspettammo pazientemente che la Hawkeye finisse di strigliarlo ben bene, ridendo sommessamente di tanto in tanto quando lo vedevamo reclinare la testa all'indietro e alzare lo sguardo al soffitto.
«...e ho dovuto trovare una scusa anche con il Maggiore Armstrong, e sa bene che quando lui vuole sapere qualcosa, è davvero tremendo», concluse infine lei, annuendo mesta e significativa.
La capivamo fin troppo bene.
Il Maggiore Alex Luis Armstrong era ben conosciuto per il suo continuo intromettersi e il suo originalissimo sistema per venire a conoscenza di questioni riservate o meno.
Se capiva che qualcosa non quadrava, prima aggirava l'argomento, parlando del più e del meno, poi affrontava di petto la questione...
E lì si che erano guai!
«Mi scusi ancora, Tenente... le sto chiedendo davvero troppo, da un po' di tempo», le sorrise, l'occhio color pece ammiccò nella sua direzione.
Potei scorgere quasi una nota seducente, in quel sorriso.
Lei difatti arrossì appena, chinando il capo.
«Spero che adesso si decida a firmare quei documenti, Colonnello», disse, e dalla sua voce composita trapelava un lieve nervosismo. «Li troverà sulla sua scrivania, nel contenitore a sinistra, dove c'è il lavoro in entrata».
Detto questo, scattò sull'attenti e si congedò svelta, lasciando me e il Colonnello a fissarla mentre si allontanava, sotto lo sguardo di disappunto di Edward, che diede ad entrambi un pugno sulla spalla.
Lamentandoci e massaggiandoci la parte lesa, lo osservammo, l'aria truce che si era dipinta sul suo volto non prometteva nulla di buono.
«Tre mesi in bianco con me, tutti e due», ci informò con uno sbuffo, per poi darci le spalle e dirigersi verso gli uffici a passo di marcia.
Io e Mustang ci squadrammo, sbattendo confusi le palpebre.
«Ma che gli è preso?» mi chiese, tornando a guardare la schiena di Edward che scompariva su per le scale di sinistra.
«Si sarà ingelosito per come abbiamo guardato Riza», buttai lì, tirando ad indovinare.
Il Colonnello si batté una mano sulla fronte, per poi afferrarmi per un braccio e tirarmi verso le scale, nel vano tentativo di raggiungere Edward.
Già qualche sera prima ci aveva minacciati allo stesso modo, e non volevamo rischiare di rimanere soli com'era accaduto due anni prima, che a causa della nostra stoltezza, stavamo quasi per fregarci con le nostre stesse mani.
Edward aveva davvero un cuore d'oro, se alla fine aveva deciso di perdonarci entrambi, e di cominciare con noi quella follia...
Ma restava comunque il fatto che aveva lui il coltello dalla parte del manico.
Poteva decidere di lasciarci quando voleva...
«Perché siamo così coglioni, Havoc?» mi domandò il Colonnello, mentre procedeva spedito sul pianerottolo, per poi salire le scale che portavano al secondo piano.
«Non chiederlo a me», replicai, e vidi di sfuggita la treccia bionda di Edward svolazzare a mezz'aria, prima di sparire nell'ufficio di Mustang.
Affrettammo il passo e vi entrammo subito dopo, trovandolo spaparanzato comodamente sul divano, le gambe divaricate e le braccia abbandonate sullo schienale.
Lo guardammo, dispiaciuti e rammaricati.
Ma era stato un piccolo errore in buona fede, il nostro... era lui che se la prendeva troppo.
«Scusaci», ci scusammo all'unisono, abbassando il capo e piegandoci a mezzo busto, con le braccia distese lungo i fianchi.
Mi giunse alle orecchie lo sbuffo di Edward.
«Sedetevi qui, scemi», borbottò, ma dalla sua voce traspariva un certo divertimento.
Mustang non se lo fece ripetere due volte, prendendo posto accanto a lui, cominciando, sotto suo tacito consenso, ad accarezzargli lentamente i capelli, parlandogli in tono così basso che stentai quasi ad udirlo.
Mi sedetti anch'io, con le mani sulle ginocchia.
Edward si voltò verso di me, scuotendo la testa, per poi passarmi un braccio dietro alle spalle, come se fosse lui, il più grande lì.
Scoccò un bacio prima a me e poi a Mustang, poggiando infine la testa sul morbido schienale e muovendosi appena.
«Ti abbiamo fatto incazzare?» gli chiese in un soffio il Colonnello, con un tono di voce che ricordava vagamente quello di un bambino.
A volte, quando faceva così, stentavo a credere che avesse trentaquattro anni.
Ma anche io, con ventinove anni suonati, non ci facevo una gran bella figura, a comportarmi quasi allo stesso modo...
«Nay, solo innervosire un po'», fece di rimando, sghignazzando. «Ma noto con piacere che la minaccia è servita per farvi venire a chiedere scusa», sorrise. «Di solito ci mettete molto di più».
«Sei un ragazzo terribile», bofonchiai, intromettendomi.
Poi feci per prendere il mio pacchetto di sigarette dal taschino, ma Edward mi ammonì con lo sguardo, e subito abbandonai il presupposto di fumare.
Sapevo fin troppo bene che a lui dava fastidio.
«Se fate ancora gli idioti con il Tenente Hawkeye, la mia non sarà più una minaccia a vuoto, sappiatelo».
«Sei paranoico», mormorò Mustang. «Io sono un gentiluomo».
«Oh, certo», fece ironico. «E' un miracolo che non ti sei portato a letto anche lei».
«Quella era capace di spararmi!» esclamò, scandalizzato. «E ci tengo agli attributi, io!»
«Ma facci il favore!» mi intromisi io, ridacchiando, giocherellando per un po' con la treccia di Edward, che si arrese poi al mio tocco quando cominciai a vagare con tocchi fugaci delle dita sul suo collo, spostando di poco il colletto della divisa.
Il Colonnello non perse tempo, unendosi a lui in un bramoso perdersi e ritrovarsi con le labbra, mentre io mi cimentavo a creargli un succhiotto.
Mugolando, si staccò dal bacio intrapreso con Mustang, e lui mi afferrò un orecchio, tirandolo con ben poca delicatezza.
«Ti stavi vendicando per stamani?» mi chiese ironico, senza mollare la presa.
Lasciandomi sfuggire imprecazioni e lamentele, riuscii ad allontanare la mano, massaggiandomi offeso l'orecchio.
«Nay», sbottai, indispettito. «Cercavo solo di portare a termine la questione che avevo cominciato».
«E guarda caso quando ci stiamo baciando».
«Ero occupato, che ne sapevo», mentii.
E lui se ne accorse.
«Ne spari di cazzate, eh?»
«Finitela tutti e due», ci richiamò Edward, incrociando le braccia la petto. «Invece di litigare e far finta che non ci sono, datevi da fare».
Mustang rise di gusto.
«Non avevi detto niente cavalcate?» chiese cercando di imitare la sua voce a mo di sfottò.
«Infatti», fece, annuendo significativo. «I nostri gingilli non si usano, oggi».
«Ah, ma bene...» dissi io, alzandomi dal mio posto per sedermi a cavalcioni sulle gambe di Mustang. «...se la metti così anche oggi, ce la vediamo io e il Colonnello... vero?»
Ricevetti da Mustang uno sguardo carico di estrema malizia.
Mi cinse i fianchi con le braccia, attirandomi verso di sé per stuzzicare liberatamente il lobo del mio orecchio e poi il mio collo con i denti.
Le sue mani mi sfilarono la camicia dai pantaloni e si insinuarono al suo interno, vagando dietro la schiena con una lentezza inaudita.
E tutto questo, guardando con la coda dell'occhio Edward, che, a quanto sembrava, era del tutto indifferente.
Il Colonnello e io sbuffammo, fermandoci.
«Fai perdere ogni divertimento, così», borbottò Mustang, imbronciato.
E questo provocò solo una grossa risata ad Edward, che diede ad entrambi una bella pacca sulla spalla.
«Che vi aspettavate che facessi?» ci sorrise, inclinando la testa di lato. «Su questo punto pensavo di essere stato chiaro... siete liberissimi di farlo fra voi, ma con me, per un bel po' di tempo, no».
«Sei crudele», mi lagnai, poggiando la testa sulla spalla di Mustang, che con un mesto sospiro mi abbracciò, accarezzandomi i capelli.
Anche Edward si accoccolò contro di lui, chiudendo gli occhi e distendendo le gambe sulla parte libera del divano, infilando la mano nella divisa del Colonnello, stuzzicando di tanto in tanto i suoi capezzoli con le dita, o vagando lascivo sul suo petto.
Presi com'eravamo a coccolarci, non ci accorgemmo subito dell'insistente bussare alla porta, e quando quella si aprì, scattammo tutti e tre lontani in men che non si dica, con il cuore che batteva all'impazzata nel petto e gli occhi dilatati ad osservare quell' inaspettato visitatore.
Riza ci osservava attenta, sbattendo le palpebre, soffermandosi soprattutto sulla divisa sbottonata del Colonnello e sulla mia camicia, tirata fuori dai pantaloni.
Poi il suo sguardo si spostò da Edward, che si era appoggiato contro il bracciolo del divano, seduto sulle proprie gambe.
«Scusi se sono entrata senza aspettare il suo consenso, Colonnello», disse, perfettamente calma e pacata. «Ma ho per lei dei documenti urgenti».
Non disse nient'altro e non fece domande, si limitò solo a posare le scartoffie sulla scrivania, lanciandoci un'ultima fuggevole occhiata prima di dileguarsi nuovamente.
Ero sicuro che i nostri cuori, in quel momento, battessero furiosamente all'unisono.
Non ero dello stesso parere se pensavo al viso di Riza, che ci aveva guardati come se avesse perfettamente inteso quello che stava succedendo, in quell'ufficio.
Forse, lo sapeva da tempo, ma faceva finta di nulla.
Il motivo però, mi sfuggiva.
Lei era un soldato e, cosa più importante, una donna.
Certe cose, probabilmente, le avvertiva a pelle, fiutandole nell'aria...
«Cazzo», sentii sussurrare Edward, e voltandomi lentamente, lo vidi con gli occhi chiusi, una mano stretta al petto. «Ho temuto il peggio».
«Anch'io», sussurrò a sua volta il Colonnello, guardandomi appena. «Ce la siamo vista brutta stavolta, eh?»
Annuii, senza fiatare, e cominciammo tutti e tre a ridere in preda all'isteria, il cuore non si decideva a rallentare i battiti, la paura di essere scoperti ci attanagliò le viscere, e ci mancò poco che scoppiassimo a piangere come degli idioti.
Nessuno avrebbe mai potuto capire i nostri sentimenti, in quel mondo e in quell'epoca in cui tutto era sorretto da falsità e pregiudizi.
Il nostro era e sarebbe rimasto un amore proibito.
~ END ~

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