Forbidden Love
Questa
one-shot è il seguito di Three
Pieces.
L'ho scritta su richiesta di The
Daughter of Darkness, ed è meglio che me la commenta,
altrimenti vado
sotto casa sua... XD
Il rating è arancione.
Pagiring Roy/Ed/Havoc.
Contiene riferimenti Yaoi.
Spero possa essere apprezzata come lo è stata Three
Pieces.
Buona
lettura. ^.^
FULLMETAL ALCHEMIST © 2002Hiromu Arakawa/SQUARE ENIX. All
Rights Reserved.
Il
suono della
sveglia mi fece involontariamente aprire gli occhi, e sdraiato a pancia
in giù sul materasso, allungai pigramente il braccio per
spegnerla.
Sbadigliai
sonoramente, senza avere la benché minima voglia di alzarmi
e
prepararmi per andare al Quartier Generale, dato che mi faceva ancora
un po' male la testa per la sera prima.
Richiusi
piano
gli occhi, sentendo però qualcosa di gelido avvinghiato
attorno
ai fianchi, e sorrisi, nel riconoscere al contatto con la pelle
l'auto-mail di
Edward.
Mi
puntellai sui gomiti tirandomi su a mezzo busto, schiudendo le
palpebre per osservare la sua figura dormiente accanto a me.
La
camicia che
aveva in dosso e che gli fungeva da pigiama tanto che era grande, era
aperta sul davanti, e lasciava ben intravedere la sua muscolatura e i
boxer bianchi abbassati in vita.
Spostai
di poco lo sguardo per cercare con gli occhi il profilo del
Colonnello, ma non trovandolo sdraiato, mi accigliai.
Dov'era
finito?
Gettai
un sguardo alla sveglia, registrando l'orario.
Erano
le sette e mezza del mattino.
Beh,
allora era in cucina a preparare la colazione.
Non
ci affidavamo ad Edward per svariati motivi.
Primo,
perché non lo svegliavano nemmeno le cannonate.
Ma
la ragione principale era che non sapeva affatto cucinare.
Io
poi, me la cavavo solo con i cibi precotti, quindi.
In
quelle circostanze la donna
di casa era
Mustang, e se la cavava anche piuttosto bene
ai fornelli, dovevo ammetterlo.
Era
capace di cucinare di tutto.
Vestito
di soli
boxer scivolai via dall'abbraccio di Edward facendolo mugolare nel
sonno e voltarsi dall'altra parte, e sbadigliando ancora una volta
trattenendo una risata, mi grattai svogliatamente la testa dirigendomi
in cucina, dove un buon profumino di omelette e
crêpes
aleggiava nell'aria, risvegliando in me un certo appetito.
Il
tutto si
mescolava con l'odore ancor più intenso di una sigaretta,
che
rilasciava il suo sottile fil di fumo oltre la spalla di Mustang,
girato di schiena a trafficare con la colazione.
Sorrisi.
Ogni
volta che
mi fermavo a dormire nel suo appartamento, era sempre piacevole
svegliarmi al mattino e trovare qualcuno che mi dormiva accanto e che
mi preparava da mangiare.
Era
una sensazione impareggiabile.
E
dovevo
sentirmi ancor più fortunato, ad avere al mio fianco due
persone
a cui mi ero così intensamente affezionato nel corso di quei
due
anni, e senza le quali la mia vita non avrebbe avuto alcun senso.
Mi
avvicinai
piano al tavolino su cui il Colonnello aveva poggiato le
omelette per rubarmene una, cercando di non farmi scoprire,
ma
senza voltarsi, la sua voce mi ammonì prima ancora che
potessi
allungare un braccio.
«Non
ti
azzardare, Havoc», sghignazzò, e lo vidi togliersi
la
sigaretta dalle labbra per spegnerla nel posacenere che aveva
depositato lì vicino. «Sono
contate, non fare il furbo».
Sbuffai, divertito però dal suo tono falsamente di
rimprovero e dalla sua premura.
Faceva sempre tutto con cura, quando cucinava, stando attento
meticolosamente alle dosi d'ogni ingrediente.
Lo abbracciai da dietro, sfregando il naso contro il suo collo.
«Volevo
solo assaggiare», borbottai, facendo il finto offeso.
Lui non vi badò, spalmando la cioccolata su una
crêpes
appena pronta, piegandola e riponendola nel piatto poco distante.
«Vai
a svegliare Edward, piuttosto», mi disse, facendo esattamente
la stessa cosa con le crêpes
seguenti. «Se
anche oggi arriviamo tutti e tre in ritardo, la Hawkeye se la
prenderà con me, lo sai bene».
Ancora mi sorprendeva che la cosa non la insospettisse.
Ma forse immaginava che passassimo la maggior parte delle nostre notti
a bazzicare nei bar della città, trascinandoci dietro anche
Edward.
E così facevamo la figura dei due mascalzoni che
corrompevano un puro e
innocente ragazzo con i loro modi di fare poco
convenzionali.
Un po' come Il
Gatto e la Volpe.
E il che non era vero.
Ma preferivo di gran lunga che la pensassero tutti così,
piuttosto che finire davanti alla Corte Marziale e farmi sbattere in
galera come sodomita o, alla peggio, essere fucilato.
Spesso fantasticavo su come sarebbe stata la nostra vita, se ci fossimo
trasferiti in un luogo dove nessuno ci conosceva e dove avremo potuto
convivere tra noi senza dar peso a nulla.
Monotona, senza dubbio.
Che gusto c'era, a non vivere quella relazione con un pizzico di
pericolo?
Facendo spallucce, ritornai sui miei passi, trovando Edward sdraiato di
schiena, ad occupare quasi tutto il letto matrimoniale.
Scossi la testa, scuotendolo delicatamente.
Mugugnò, aprendo le palpebre ed osservandomi con occhi
velati di sonno.
Poi si girò su un fianco, accoccolandosi nuovamente sui
cuscini,
con un piccolo sospiro e un sorriso soddisfatto quando
trovò la giusta posizione.
Tutte le mattine la stessa storia, lo sapevo io...
E a chi toccava svegliarlo?
«Edward...
in piedi, su!» esclamai, non ottenendo null'altro che uno
sbuffo da parte sua.
Ci riprovai un altro paio di volte, prima che si drizzasse finalmente a
sedere e si stropicciasse gli occhi per riprendersi parzialmente.
«'Giorno»,
borbottò sbadigliando, con la voce ancora impastata.
Poi guardò il lato destro del letto, trovandolo vuoto.
«Dov'è
Roy?» chiese, riportando la sua attenzione su di me.
Gli scoccai un piccolo bacio sulle labbra.
«In
cucina a preparare la colazione», dissi, ridendo poi per
l'aria affamata che si era dipinta sul suo volto. «Vai
a farti una bella doccia e preparati, coraggio».
Annuì e si alzò in piedi, afferrandomi un braccio
fino a
trascinarmi verso il bagno, ma non opposi resistenza, lasciandomi
guidare da lui.
A giudicare dall'espressione maliziosa che aveva sostituito quella di
prima, aveva in mente qualcosa che si prospettava interessante.
Ma prima ancora che potessimo avvicinarci alla cabina della doccia,
fummo richiamati dalla voce di Mustang, ed imprecai fra i denti,
borbottando tra me e me mentre Edward se la rideva bella grossa,
avviandosi in cucina con me al suo seguito che strascicavo i piedi.
Il cibo prima di tutto, per lui.
E lo sapevo bene, ormai.
«Potevi
aspettare un altro po', a chiamarci», sbottai,
oltrepassando la soglia e sedendomi a tavola con Edward.
«Eravamo
impegnati», mi voltai verso di lui. «Vero,
Ed?»
Ma sembrava che non la pensasse come me.
Si era già avventato sul piatto che il Colonnello gli aveva
riposto davanti, consumando metà dell'omelette
come un
lupo famelico.
Diavolo.
Quel ragazzo era tremendo.
«Ho un
tempismo perfetto»,
ridacchiò il Colonnello, posando un piatto anche davanti a
me.
Mi trattenni dal mandarlo a fanculo.
Certe volte mi faceva davvero imbestialire!
«Jean,
al mio stomaco non si comanda», mi fece presente Edward,
allungando un braccio per afferrare il bicchiere di succo d'arancia.
«E
Roy riesce a prendermi per la gola con i suoi manicaretti, non puoi
farci nulla».
«Devo
imparare a cucinare», borbottai, prendendo una forchetta.
«Così
il Fiammifero
non ci servirà più».
Ricevetti una pesante pacca sulla spalla, rischiando di finire con la
faccia nel piatto.
Voltandomi, vidi Mustang che mi osservava a braccia conserte, con un
cipiglio ironico ad incurvargli le belle e sottili sopracciglia.
«Fino
a quel momento, è il Fiammifero
che vi prepara da mangiare», cominciò, facendo
ridacchiare Edward. «Quindi
un po' di rispetto».
Risi
anch'io, tirandolo giù per baciarlo.
«Le mie scuse, Colonnello», dissi sulle sue labbra.
Mi allontanò un po', scuotendo la testa con
disappunto
per poi rivolgermi quel suo solito sorrisino sghembo che mandava in
delirio me ed Edward, sedendosi a consumare la sua colazione.
Alle nove in punto, lavati e vestiti con l'uniforme, salimmo in
macchina, pronti a partire per il Quartier Generale.
Ci trovammo in men che non si dica imbottigliati nel traffico, e con il
caldo che cominciava ad invadere l'abitacolo non ci voleva
proprio.
Mustang accese l'aria condizionata, e una ventata d'aria fresca ci
investì in pieno.
Sospirai di sollievo.
Era il mese più afoso dell'anno, e purtroppo, invece di
trovarci
su una calda spiaggia a crogiolarci al sole, eravamo costretti ad
andare a lavoro...
«Roy,
sono già le nove passate!» esclamò
Edward, con il tono di un bambino. «Il
Tenente Hawkeye ci sparerà addosso!»
Io e il Colonnello sbuffammo all'unisono, e mi voltai.
«Non
lamentarti, è colpa del traffico!» sbottai a mia
volta.
Proprio non lo sopportavo quando faceva così.
«Se
ci fossimo dati una mossa...» buttò
lì,
poggiando la schiena contro il sediolino, con le braccia incrociate.
«Ehi,
guarda che sei stato tu a perdere un sacco di tempo per uno
shampoo!» fece il Colonnello, girandosi anche lui e
additandolo.
«Siamo
sicuri che sei un ragazzo di vent'anni?»
Le
sue labbra si atteggiarono ad un sorriso spavaldo.
«Chi meglio di voi può saperlo?» ci
chiese, guardandoci entrambi, ammiccando. «Ora
torna a guardare la strada, magari riusciamo a svicolare un
po'».
Cominciai
a ridere di gusto quando notai la bocca spalancata di Mustang e non ci
accorgemmo subito che la macchina dietro di noi stava suonando il
clacson.
Tornai serio, picchiettando la spalla del Colonnello, che subito rimise
mano al volante.
«Prevedo una giornata catastrofica», borbottai,
alzando
gli occhi per osservare con finto interesse il tettuccio dell'auto.
«Spero
solo che non mi riempirai di lavoro», dissi, rivolto
all'indirizzo di Mustang.
Lui sghignazzò, sorridendo serafico.
«Ho parecchio lavoro per voi, se volete»,
mormorò.
La sua voce aveva assunto una sfumatura calda e sensuale.
Potevo benissimo immaginare che razza di lavoro ci avrebbe
affibbiato.
Feci per dire qualcosa, ma fui preceduto da Edward.
«Oggi
niente cavalcate,
vedi di firmare quei benedetti documenti», si sporse verso di
noi, poggiando entrambe le mani sui sediolini anteriori.
«Stanno
ad ammuffire sulla tua scrivania da quasi una settimana, ti
ricordo».
«Ma
mi annoio», si lagnò, imbronciandosi.
Ridacchiai dolce, e lanciando uno sguardo fuori dai finestrini per
avere via libera, scoccai un veloce bacio ad entrambi.
«Edward
ha ragione, devi lavorare di più», mi leccai le
labbra. «Ci
sarà parecchio tempo per altri lavori».
Lo vidi increspare le labbra in un sorriso.
«E ben più piacevoli, c'è da
aggiungere».
Tra risate generali e scambi di battute, riuscimmo finalmente a
raggiungere l'Head Quarter verso le dieci e venti, parcheggiando al di
fuori dell'edificio.
Salite le gradinate, arrivammo nella Hall, dove subito scorgemmo la
figura del Tenente Hawkeye vicino a quella della ragazza della
Reception, ed entrambe ci osservavano con un sopracciglio inarcato.
Ecco. Ora il Colonnello era nei guai.
«Avete
più di un'ora di ritardo, Colonnello», lo
informò subito, avvicinandosi a noi a passi felpati.
«Vi
copro io, in certi casi, ma non posso farlo in
continuazione», scosse la testa, sventolando un dito.
«Per
non parlare poi, che con le vostre uscite notturne, portate sulla
cattiva strada anche Edward».
Beh,
stavolta sull'uscita ci aveva azzeccato.
Eravamo andati a bere un cicchetto da Madame Xmas, la madre adottiva
del Colonnello, ed eravamo rincasati
solo alle due... o forse alle tre, chi se lo ricordava.
Anzi, non mi ricordavo nemmeno come c'eravamo arrivati, a casa.
Probabilmente ci aveva riportati entrambi Edward.
Eppure non eravamo ubriachi, quella volta!
«Ha ragione, Tenente, mi dispiace», il Colonnello
recitò la solita solfa. «Ma
deve ben capire che Edward ormai è un uomo, deve pur passare
serate del genere».
«Se
ubriacarsi vuol dire essere uomini...» fece lei, a braccia
conserte.
Quella sì, che era una donna!
Avevo avuto una cotta per lei, una volta.
Amavo il suo modo di agire, il suo modo di pensare.
E di tanto in tanto, come in questo momento, mi soffermavo a guardare
il suo seno, purtroppo coperto dalla rigida uniforme...
Ad interrompere i miei pensieri, fu una gomitata ben assestata da parte
di Edward.
Mugolai di dolore, tenendomi una mano sulle costole e chinandomi verso
di lui.
«Non
fare il geloso», bisbigliai, ricevendo un'occhiataccia.
«Tu
cerca di non fissarle il seno», bisbigliò di
rimando, imbronciato. «Non
mi va a genio».
«Chiedo
venia», bofonchiai.
Riportai poi la mia attenzione sulla discussione che ancora stavano
intrattenendo lei e Mustang, che annuiva di tanto in tanto, svogliato.
Ogni volta che facevamo tardi, e questo capitava come minimo sei o
sette volte al mese, lui doveva subirsi quella solita tiritera, tanto
che ormai, sembrava essersela imparata a memoria.
Io e Edward aspettammo pazientemente che la Hawkeye finisse di
strigliarlo ben bene, ridendo sommessamente di tanto in tanto quando lo
vedevamo reclinare la testa all'indietro e alzare lo sguardo al
soffitto.
«...e
ho dovuto trovare una scusa anche con il Maggiore Armstrong, e sa bene
che quando lui vuole sapere qualcosa, è davvero
tremendo», concluse infine lei, annuendo mesta e
significativa.
La capivamo fin troppo bene.
Il Maggiore Alex Luis Armstrong era ben conosciuto per il suo
continuo intromettersi
e il suo originalissimo sistema per venire a conoscenza di
questioni
riservate o meno.
Se capiva che qualcosa non quadrava, prima aggirava l'argomento,
parlando del più e del meno, poi affrontava di petto la
questione...
E lì si che erano guai!
«Mi
scusi ancora, Tenente... le sto chiedendo davvero troppo, da un
po' di tempo», le sorrise, l'occhio color pece
ammiccò nella sua direzione.
Potei scorgere quasi una nota seducente, in quel sorriso.
Lei difatti arrossì appena, chinando il capo.
«Spero
che adesso si decida a firmare quei documenti, Colonnello»,
disse, e dalla sua voce composita trapelava un lieve nervosismo.
«Li
troverà sulla sua scrivania, nel contenitore a sinistra,
dove
c'è il lavoro in entrata».
Detto questo, scattò sull'attenti e si congedò
svelta, lasciando me e il Colonnello a fissarla mentre si allontanava,
sotto lo sguardo di disappunto di Edward, che diede ad entrambi un
pugno sulla spalla.
Lamentandoci e massaggiandoci la parte lesa, lo osservammo, l'aria
truce che si era dipinta sul suo volto non prometteva nulla di buono.
«Tre
mesi in bianco con me, tutti e due», ci informò
con uno sbuffo, per poi darci le spalle e dirigersi verso gli uffici a
passo di marcia.
Io e Mustang ci squadrammo, sbattendo confusi le palpebre.
«Ma
che gli è preso?» mi chiese, tornando a
guardare la schiena di Edward che scompariva su per le scale di
sinistra.
«Si
sarà ingelosito per come abbiamo guardato
Riza», buttai lì, tirando ad indovinare.
Il Colonnello si batté una mano sulla fronte, per poi
afferrarmi per un braccio e tirarmi verso le scale, nel vano tentativo
di raggiungere Edward.
Già qualche sera prima ci aveva minacciati allo stesso modo,
e non volevamo rischiare di rimanere soli com'era accaduto due anni
prima, che a causa della nostra stoltezza, stavamo quasi per
fregarci con le nostre stesse mani.
Edward aveva davvero un cuore d'oro, se alla fine aveva deciso di
perdonarci entrambi, e di cominciare con noi quella follia...
Ma restava comunque il fatto che aveva lui il coltello dalla parte del
manico.
Poteva decidere di lasciarci quando voleva...
«Perché
siamo così coglioni, Havoc?» mi
domandò il Colonnello, mentre procedeva spedito sul
pianerottolo, per poi salire le scale che portavano al secondo piano.
«Non
chiederlo a me», replicai, e vidi di sfuggita la treccia
bionda di Edward svolazzare a mezz'aria, prima di sparire
nell'ufficio
di Mustang.
Affrettammo il passo e vi entrammo subito dopo, trovandolo spaparanzato
comodamente sul divano, le gambe divaricate e le braccia abbandonate
sullo schienale.
Lo guardammo, dispiaciuti e rammaricati.
Ma era stato un piccolo errore in buona fede, il nostro... era lui che
se la prendeva troppo.
«Scusaci», ci scusammo all'unisono, abbassando il
capo e
piegandoci a mezzo busto, con le braccia distese lungo i fianchi.
Mi giunse alle orecchie lo sbuffo di Edward.
«Sedetevi
qui, scemi», borbottò, ma dalla sua voce
traspariva un certo divertimento.
Mustang non se lo fece ripetere due volte, prendendo posto accanto a
lui, cominciando, sotto suo tacito consenso, ad accarezzargli
lentamente i capelli, parlandogli in tono così basso che
stentai quasi ad udirlo.
Mi sedetti anch'io, con le mani sulle ginocchia.
Edward si voltò verso di me, scuotendo la testa, per poi
passarmi un braccio dietro alle spalle, come se fosse lui, il
più grande lì.
Scoccò un bacio prima a me e poi a Mustang, poggiando infine
la testa sul morbido schienale e muovendosi appena.
«Ti
abbiamo fatto incazzare?» gli chiese in un soffio il
Colonnello, con un tono di voce che ricordava vagamente quello di un
bambino.
A volte, quando faceva così, stentavo a credere
che avesse trentaquattro anni.
Ma anche io, con ventinove anni suonati, non ci facevo una gran bella
figura, a comportarmi quasi allo stesso modo...
«Nay,
solo innervosire un po'», fece di rimando,
sghignazzando. «Ma
noto con piacere che la minaccia è servita per farvi venire
a chiedere scusa», sorrise. «Di
solito ci mettete molto di più».
«Sei
un ragazzo terribile», bofonchiai, intromettendomi.
Poi feci per prendere il mio pacchetto di sigarette dal taschino, ma
Edward mi ammonì con lo sguardo, e subito abbandonai il
presupposto di fumare.
Sapevo fin troppo bene che a lui dava fastidio.
«Se
fate ancora gli idioti con il Tenente Hawkeye, la mia non
sarà più una minaccia a vuoto,
sappiatelo».
«Sei
paranoico», mormorò Mustang. «Io
sono un gentiluomo».
«Oh,
certo», fece ironico. «E'
un miracolo che non ti sei portato a letto anche lei».
«Quella
era capace di spararmi!» esclamò, scandalizzato.
«E
ci tengo agli attributi, io!»
«Ma
facci il favore!» mi intromisi io, ridacchiando,
giocherellando per un po' con la treccia di Edward, che si
arrese poi al mio tocco quando cominciai a vagare con tocchi fugaci
delle dita sul suo collo, spostando di poco il colletto della divisa.
Il Colonnello non perse tempo, unendosi a lui in un bramoso perdersi e
ritrovarsi con le labbra, mentre io mi cimentavo a creargli un
succhiotto.
Mugolando, si staccò dal bacio intrapreso con Mustang, e lui
mi afferrò un orecchio, tirandolo con ben poca delicatezza.
«Ti
stavi vendicando per stamani?» mi chiese ironico, senza
mollare la presa.
Lasciandomi sfuggire imprecazioni e lamentele, riuscii ad allontanare
la mano, massaggiandomi offeso l'orecchio.
«Nay»,
sbottai, indispettito. «Cercavo
solo di portare a termine la questione che avevo cominciato».
«E
guarda caso quando ci stiamo baciando».
«Ero
occupato, che ne sapevo», mentii.
E lui se ne accorse.
«Ne
spari di cazzate, eh?»
«Finitela
tutti e due», ci richiamò Edward, incrociando le
braccia la petto. «Invece
di litigare e far finta che non ci sono, datevi da fare».
Mustang rise di gusto.
«Non
avevi detto niente
cavalcate?» chiese cercando di imitare la sua
voce a mo di sfottò.
«Infatti»,
fece, annuendo significativo. «I
nostri gingilli
non si usano, oggi».
«Ah,
ma bene...» dissi io, alzandomi dal mio posto per sedermi a
cavalcioni sulle gambe di Mustang. «...se
la metti così anche oggi, ce la vediamo io e il
Colonnello... vero?»
Ricevetti da Mustang uno sguardo carico di estrema malizia.
Mi cinse i fianchi con le braccia, attirandomi verso di sé
per stuzzicare liberatamente il lobo del mio orecchio e poi il mio
collo con i denti.
Le sue mani mi sfilarono la camicia dai pantaloni e si insinuarono al
suo interno, vagando dietro la schiena con una lentezza inaudita.
E tutto questo, guardando con la coda dell'occhio Edward, che, a quanto
sembrava, era del tutto indifferente.
Il Colonnello e io sbuffammo, fermandoci.
«Fai
perdere ogni divertimento, così»,
borbottò Mustang, imbronciato.
E questo provocò solo una grossa risata ad Edward, che diede
ad entrambi una bella pacca sulla spalla.
«Che
vi aspettavate che facessi?» ci sorrise, inclinando la testa
di lato. «Su
questo punto pensavo di essere stato chiaro... siete liberissimi di
farlo fra voi, ma con me, per un bel po' di tempo,
no».
«Sei
crudele», mi lagnai, poggiando la testa sulla spalla di
Mustang, che con un mesto sospiro mi abbracciò,
accarezzandomi i capelli.
Anche Edward si accoccolò contro di lui, chiudendo gli occhi
e distendendo le gambe sulla parte libera del divano, infilando la mano
nella divisa del Colonnello, stuzzicando di tanto in tanto i suoi
capezzoli con le dita, o vagando lascivo sul suo petto.
Presi com'eravamo a coccolarci, non ci accorgemmo subito
dell'insistente bussare alla porta, e quando quella si aprì,
scattammo tutti e tre lontani in men che non si dica, con il cuore che
batteva all'impazzata nel petto e gli occhi dilatati ad osservare
quell' inaspettato visitatore.
Riza ci osservava attenta, sbattendo le palpebre, soffermandosi
soprattutto sulla divisa sbottonata del Colonnello e sulla mia camicia,
tirata fuori dai pantaloni.
Poi il suo sguardo si spostò da Edward, che si era
appoggiato contro il bracciolo del divano, seduto sulle proprie gambe.
«Scusi
se sono entrata senza aspettare il suo consenso, Colonnello»,
disse, perfettamente calma e pacata. «Ma
ho per lei dei documenti urgenti».
Non disse nient'altro e non fece domande, si limitò solo a
posare le scartoffie sulla scrivania, lanciandoci un'ultima fuggevole
occhiata prima di dileguarsi nuovamente.
Ero sicuro che i nostri cuori, in quel momento, battessero furiosamente
all'unisono.
Non ero dello stesso parere se pensavo al viso di Riza, che ci aveva
guardati come se avesse perfettamente inteso quello che stava
succedendo, in quell'ufficio.
Forse, lo sapeva da tempo, ma faceva finta di nulla.
Il motivo però, mi sfuggiva.
Lei era un soldato e, cosa più importante, una donna.
Certe cose, probabilmente, le avvertiva a pelle, fiutandole
nell'aria...
«Cazzo»,
sentii sussurrare Edward, e voltandomi lentamente, lo vidi con gli
occhi chiusi, una mano stretta al petto. «Ho
temuto il peggio».
«Anch'io»,
sussurrò a sua volta il Colonnello, guardandomi appena.
«Ce
la siamo vista brutta stavolta, eh?»
Annuii, senza fiatare, e cominciammo tutti e tre a ridere in preda
all'isteria, il cuore non si decideva a rallentare i battiti, la paura
di essere scoperti ci attanagliò le viscere, e ci
mancò poco che scoppiassimo a piangere come degli idioti.
Nessuno avrebbe mai potuto capire i nostri sentimenti, in quel mondo e
in quell'epoca in cui tutto era sorretto da falsità e
pregiudizi.
Il nostro era e sarebbe rimasto un amore proibito.
~ END
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l'8% del tuo tempo alla causa pro-recensioni.
Farai
felice milioni di scrittori.
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