*ツバキ*
Tsubaki

Lui non conosceva ancora in significato della parola "primavera".
In fondo, cose come il tempo e le
stagioni non sono mai state più di frivole parole, per un
demone: cose per le quali non vale certo la pena di preoccuparsi.
Nulla di importante, insomma..
Suo padre gli aveva spiegato che la
primavera era ciò che succedeva l'inverno: il momento in cui il
bianco si dissolve, e la terra si tinge di verde, e il cielo diventa
azzurro e limpido come una pozza d'acqua, e il sole ("No, non 'some':
So.le.!") rende tutto più caldo e luminoso. Per suo padre, la
primavera era solo una stagione, un attimo soltanto che viene e se ne
và, per poi ritornare ancora, in quello che per un essere umano
può essere molto tempo, ma che per lui, come per tutti quelli
della sua specie, è solamente il momento di un sospiro.
Sesshomaru era troppo piccolo per pensarla come il genitore.
Per lui la "primavera" era il giorno in cui vide il mondo per la prima volta.
Sua madre non voleva farlo uscire dal
palazzo: era un cucciolo di poche settimane, non sapeva come
difendersi, e non sapeva trasformarsi in un cane per poter fuggire
lontano, se fosse stato necessario.
In effetti, Sesshomaru non sapeva
nemmeno camminare bene: era difficile, con quella sua coda di bianco e
soffice pelo, già molto più lunga di lui, sulla quale
poteva sedersi o dormicchiare ogni volta che lo desiderava, ma che gli
impacciava i movimenti quando cercava di trascinarsela appresso, e lo
faceva barcollare d'un lato quando tentava di portarsela sulla spalla.
Suo padre era riuscito a convincere
la compagna, dicendole che gli sarebbe stato accanto in ogni momento,
che mai avrebbe permesso a qualcuno di fare del male a suo figlio.
E Sesshomaru, con gli occhi sgranati
di un cucciolo che cerca di guardare tutto il mondo con una sola
occhiata, stringeva emozionato i pantaloni del genitore, assaporando
con lo sguardo i colori morbidi del cielo, delle nuvole, delle
montagne, degli alberi e della terra. E mentre passeggiavano, suo padre
parlava, e gli spiegava tante cose: diceva che tra poco tempo i ciliegi
saranno fioriti, e si coloreranno di rosa e bianco, e poi daranno
frutti rossi e buoni, e che ci saranno le piogge e l'aria si
farà più umida, e che poi arriverà anche l'estate,
e la terra diventerà tutta gialla, ma il cielo sarà
ancora più limpido e vicino, e quando lo vedrà gli
sembrerà di poterlo toccare solamente sollevando la mano;
parlava delle stagioni, e diceva che l'autunno è la migliore di
tutte. Non c'è la neve, il cui bianco splendente è
fastidioso per gli occhi, e il vento dell'inverno ("..Te lo ricordi
l'inverno, Sesshomaru?") urla così tanto quando annuncia una
bufera da assordargli le orecchie; non c'è l'odore dolciastro
della primavera, né l'afa insensata dell'estate.
In autunno l'aria è più
fresca e piacevole, le foglie tinte di oro e rubino si staccano dagli
alberi per danzare col vento, e tutto si fa più silenzioso,
tutto perde quei colori sgargianti che per lui sono solo un pugno in un
occhio, gli odori sono umidi e piacevoli, e la luna della sera ha un
colore particolare, ed è più bella e gentile di quanto
non sia nelle altre stagioni.
Ma Sesshomaru non riusciva nemmeno a
pensare all'esistenza di qualcosa di più bello della primavera:
non aveva ancora un udito così sviluppato da fargli odiare il
canto degli uccelli nascosti tra i rami degli alberi o il ronzio degli
insetti che gli passavano vicino, né un olfatto tanto fine da
disprezzare il forte profumo del bosco e della terra. E gli piaceva il
verde che stava calpestando e l'azzurro che gli faceva da soffitto e il
sole appeso nel cielo, le cui carezze erano così gentili,
così belle e calde da fargli venir voglia di sdraiarsi sull'erba
e addormentarsi. Ma sua padre camminava senza avere intenzione di
fermarsi, e lui, non osando contraddirlo, lo seguiva e ascoltava le sue
parole. E a volte distoglieva gli occhi da quel mondo colorato per
alzare il naso all'insù e guardare il genitore, la lunga coda di
cavallo che stringeva i capelli argentati e i lineamenti fini e marcati
del volto, desiderando nel suo piccolo cuore di essere come lui, di
saper sfrecciare nel cielo come un fulmine, di ululare alla luna
trasformandosi in un enorme cane bianco, di essere forte e invincibile
come quel demone che già tanto ammirava come non mai.
E mentre camminava e guardava e
ascoltava, la sua attenzione fu catturata da qualcosa alla sua
sinistra, le cui ali di seta racchiudevano il blu e il bianco del
cielo, il marrone e il verde degli alberi, e l'oro degli occhi di suo
padre. Sesshomaru si fermò, barcollando appena in avanti nel
mentre il genitore, senza accorgersi di lui, continuava a camminare.
Allora mollò i suoi pantaloni, e guardò ancora quel
piccolo essere sostenuto da un sottile filo d'erba, e gli si fece
più vicino con la meraviglia disegnata sul volto infantile. Si
acquattò sul terreno e avvicinò lentamente il naso a
quella piccola creatura, per sentirne l'odore: sapeva di piccolo e di
fragile, di terra e di vento.
E non staccò gli occhi curiosi
da quelle ali variopinte nemmeno quando sentì dei passi farsi
più vicini a lui, e l'ombra imponente del padre che lo riparava
dal sole.
-Ti piace, Sesshomaru?- gli
domandò il demone cane dall'alto, senza ottenere risposta se non
un'esclamazione di sorpresa appena percettibile, anche per il suo udito
fin troppo sviluppato.
-Questa è una farfalla!-.
Non appena sentì pronunciato
il proprio nome, l'animale sbatté forte le ali e si alzò
in alto, passando vicino al naso del cucciolo, quasi volesse salutarlo,
per poi voltarsi verso il cielo e prepararsi a raggiungerlo.
Il piccolo demone ne capì le
intenzioni, e saltò in avanti, veloce come un gatto, alzando la
mano per prendere quel piccolo insetto e osservare ancora i suoi
magnifici colori, ma tutto ciò che ottenne, nel mentre scattava
in piedi, fu riuscire appena a sfiorarla con la mano.
E la farfalla si spezzò in
piccoli frantumi che leggeri scivolarono verso il suolo, ai piedi di un
Sesshomaru che, a quella vista, era rimasto immobile, confuso.
E mentre osservava senza capire
ciò che rimaneva di quel minuscolo animale, la risata del padre
si levò nell'aria, facendo volare via due uccellini da un
cespuglio poco lontano.
Il demone si avvicinò al
figlio e gli prese la mano che aveva appena ucciso una piccola vita,
portandogliela davanti al viso.
-Sesshomaru..!- lo chiamò con
voce calda, paterna, mentre lui guardava la sua mano, e la confrontava
con quella del genitore, più grande, più dura, segnata da
cicatrici di infinite battaglie, macchiata dal sangue ormai invisibile
di mille vite spezzate, come le ali di quella farfalla.
-..Li vedi questi? Sono artigli!
Gli artigli sono fatti per fare del
male, per uccidere a volte, e non per accarezzare! Tu, un giorno, ti
dovrai difendere da chi cercherà di ucciderti, dovrai attaccare
i tuoi nemici, e per questo ti serviranno gli artigli! Hai capito?-.
Sesshomaru guardò gli occhi
ambrati del padre, e poi la sua mano, le sue unghie di madreperla,
piccole ma già affilate come la lama di un coltello.
Sembrava stesse per porre una domanda
al genitore, ma, di nuovo, qualcosa attirò il suo sguardo, e il
suo piccolo cuore di cucciolo di demone rimbalzò nel petto come
una molla.
-..rfalla!!- esclamò
raggiante, indicando qualcosa nascosto tra l'erba, mentre l'altra mano
stringeva con forza la manica del kimono del padre per attirare la sua
attenzione.
Questi seguì il suo dito, e,
di nuovo, si mise a ridere, di una risata tipica di chi osserva
l'ingenuità altrui, e ne è divertito.
-No, Sesshomaru! Non è una
farfalla!-. Il demone si alzò in piedi, poggiando distrattamente
la mano sull'elsa di una delle spade che reggeva sul fianco.
-Questo è un fiore! Se non sbaglio, si chiama Tsubaki (*)-.
Il cucciolo ripeté quel nome
con pensiero, più e più volte per imprimerlo nella
memoria e non dimenticarlo più.
E si avvicinò di pochi passi a
quel piccolo essere colorato dell'oro e del rosso del tramonto, e
notò che non era appeso ad un filo d'erba, come la farfalla di
poco prima, ma che aveva un corpo lungo e verde aggrappato alla terra,
e dondolava quiete ad ogni piccolo movimento del vento.
E stupefatto tese una mano verso quel
"fiore", per sentire la consistenza di quei petali cremisi che parevano
fatti della seta più pregiata, ma la ritrasse subito,
stringendola al petto in un piccolo pugno, senza osare neppure
sfiorarlo per paura che anch'esso si frantumasse in morbide schegge
rosse e gialle.
E guardò ancora la sua mano, i
suoi piccoli artigli che già avevano imparato come sradicare una
vita, e quasi gli sembrò di capire cosa volesse dire suo padre.
-Pa.. ..de..!-.
Il demone cane posò gli occhi
su quelli del figlio, splendenti di un oro al quale nemmeno il sole
riusciva a competere, impallidendo al solo confronto.
-..cosa è "uccidere"?-
***
-RIN!!! Ti ho detto di no!!-
Il soffio gentile dello zefiro si levò su tutta la collina, e
subito le piante dondolarono vivacemente in un'unica direzione,
inchinandosi al suo passaggio, e gli alberi cominciarono a scuotere le
foglie per salutare il vento primaverile e ringraziarlo delle sue
tiepide carezze.
Quella voce vuota e senza parole raggiunse subito le orecchie del
demone seduto contro il duro tronco di una vecchia quercia, che
pigramente alzò entrambe le palpebre, mostrando al mondo due
iridi d'ambra e miele simili a taglienti schegge di ghiaccio dorato.
Questi storse impercettibilmente il naso, non sopportando quel
nauseabondo odore dolciastro di erba e fiori, né il chiasso
infernale provocato dagli uccelli e dal ronzio incessante degli insetti
che gli svolazzavano attorno.
Sesshomaru odiava la primavera.
-Ma, Jaken, è per Sesshomaru_sama!-
-Sciocca! Credi che Sesshomaru_sama voglia ritrovarsi addosso una coperta vecchia e puzzolente come questa?!-
Un demone rospo, avvolto in un kimono dalla stoffa simile a quella di
un sacco e minuto quanto un bambino umano, sbatté con forza la
punta del suo bastone a due teste contro il terreno, mentre al verde
della sua carnagione si mischiava una leggera tonalità rossastra
lungo le guance, segno che era agitato e nervoso.
-Ma sta dormendo! Io volevo coprirlo..!-
-Che dici, dormendo??! SESSHOMARU_SAMA NON HA CERTO BISOGNI COSI' STUPIDI COME DORMIR...!!!!-.
Un forte colpo sulla testa lo fece cadere a terra, e la voce roca del demone tacque all'istante.
Jaken si massaggiò il punto appena colpito, emettendo un
piccolo sbuffo di dolore quando sfiorò il grosso bernoccolo che
già gli era spuntato sul capo, e solo allora si voltò su
se stesso per incrociare lo sguardo di chi lo aveva appena preso a
calci.
-S-Sesshomaru_sama!!-.
Il demone si inchinò fino a nascondere il volto tra i fili d'erba del prato, agitato.
-Mi dispiace averla disturbata, ma la colpa è di Rin, mi creda signore!!-.
Gli occhi del demone cane scivolarono sulla piccola figura che lo
guardava da poco lontano, e due iridi scure come la notte gli sorrisero
di rimando, con la dolcezza tipica di una bambina umana quale era lei.
Rin superò Jaken senza guardarlo, stringendo al petto uno
straccio pesante che, a suo parere, doveva trattarsi di una coperta, e
il volto le si illuminò d'allegria e contentezza.
-Sesshomaru_sama, ben svegliato!!- gli disse, alzando il naso all'insù per riuscire ad incrociare lo sguardo del demone dai capelli bianchi come la luna.
Questi non le rispose, limitandosi a darle le spalle per allontanarsi
nuovamente da quel curioso gruppo di sottoposti col quale da un
po’ di tempo si era ritrovato a viaggiare, ordinando a Jaken di
levarsi di torno e cercare del cibo e della legna.
Il suo piccolo servo scattò in piedi ed annuì
nervosamente, stringendo con forza il suo bastone e allontanandosi
all'istante per eseguire gli ordini del padrone.
Il demone tornò a sedersi sotto un albero, appoggiandosi
comodamente sulla lunga coda che reggeva sulla sua spalla priva di
braccio, lieto di non sentir più volare una mosca, e
rimpiangendo il silenzio di quando ancora viaggiava in solitudine.
Si godette il tocco gentile e quiete del sole pomeridiano, l'unica cosa
di quella stagione che non gli arrecasse fastidio, assaporando ogni
raggio scivolare lungo i suoi zigomi e su tutta la pelle nivea del
volto.
Ma anche quel breve momento di tranquillità fu presto
interrotto, non appena le sue orecchie a punta avvertirono un leggero
rumore di passi, lo scricchiolare di due foglie sotto piedi piccoli e
spogli di scarpe.
Ignorò qualsiasi presenza nelle sue vicinanze anche mentre quei
passi si facevano più corti, anche quando un odore di umano e di
dolce gli pizzicò il naso con insistenza, anche quando
percepì su di sé quello sguardo curioso e ridente che da
un po’ di tempo aveva ormai imparato a conoscere.
Quando sentì il proprio nome pronunciato da una voce acuta e
infantile, solo allora decise di aprire gli occhi, ma di guardare il
prato, la valle, il villaggio, il fiume, il bosco e la montagna, di non
fissare nulla che non si trovasse davanti a se, deciso a non dare a
quella bambina la soddisfazione di ricevere un suo sguardo o qualsiasi
attenzione da parte sua.
Perchè ancora non riusciva a credere a se stesso, alla sua
assurda decisione di prendere un cucciolo, un umano, sotto la sua
protezione, di permettergli di rivolgergli la parola senza poi
afferrare la sua gola e farlo tacere per sempre.
Ma che senso avrebbe avuto uccidere quella bambina, dopo averla sottratta alla morte con la spada di suo padre..?
Non che l'avesse fatto per simpatia verso quella ragazzina sporca e
malnutrita: voleva solamente sperimentare il vero potere di Tenseiga,
voleva mostrarsi all'altezza del dono che il genitore gli aveva fatto,
per quanto poco gradito si fosse dimostrato.
E quando Rin aveva cominciato a seguirlo nel suo viaggio alla ricerca
di Naraku, lui non l'aveva uccisa, come sicuramente avrebbe fatto con
qualunque altro umano avesse osato stargli tra i piedi. Ma aveva
cercato di allontanarla in qualche modo, con parole fredde, con gesti
scostanti, con li stessi sguardi taglienti con i quali riusciva a
mettere in riga i demoni più feroci senza dover muovere un dito.
Ma lei non ne se andava, e non voleva allontanarsi troppo da lui
nemmeno per cercare da mangiare o andare a fare il bagno, e gli
sorrideva continuamente come se lui fosse la persona più buona e
calorosa della terra;
E ogni volta il suo sorriso era lo stesso di quando l'aveva incontrata
nella foresta, quando ancora non parlava e ancora gli altri umani la
schernivano e la picchiavano.
E il demone cane, non sapendo che altro diamine doveva fare per
riuscire a liberarsi di quella petulante ragazzina, aveva deciso di
continuare con la sua voce dura e le occhiate raggelanti, sperando che,
prima o poi, avessero l'effetto desiderato.
-Sesshomaru_sama!- lo chiamò ancora Rin, assordandogli l'orecchio destro, seppur lui non lo dette affatto a vedere.
-Guardi, ha visto che strano?-
Con un sospiro compiuto col pensiero, il demone decise di voltarsi
verso di lei, incontrando il suo volto infantile e grazioso, la sua
figura avvolta dal kimono arancione che gli aveva fatto procurare da
Jaken per sostituirlo a quello lacerato che aveva in precedenza.
Abbassò appena lo sguardo, quel tanto che bastava per vedere
ciò che la bimba gli stava porgendo con entrambe le mani,
scoprendo qualcosa di rossiccio e privo di odore.
Irritato da quella perdita di tempo, fissò con freddezza gli
occhi limpidi di Rin, come per chiederle cosa mai ci trovasse di strano
in un comune fiore.
-E' strano, vero? Lo sente, che non ha profumo?! Che cos'è?-
La bimba portò il fiore vicino al naso, annusando con forza un
odore che non c'era, per poi porgerlo nuovamente al demone cane, in
modo che lui stesso potesse constatare che quella era la verità.
Sesshomaru socchiuse le palpebre, mentre la mente viaggiava verso
qualcosa conservato nel fondo della sua memoria, qualcosa di troppo
distante per essere ricordato con chiarezza.
-Si chiama Tsubaki!- disse appena, senza pensare.
La bimba rizzò le orecchie, e lo sguardo scattò verso il
suo viso, e un altro enorme sorriso si disegnò sulle sue piccole
labbra di pesca.
-Le piace questo fiore, Sesshomaru_sama?!-
Lo sguardo del demone si irrigidì d'un tratto, e la bocca
sottile si strinse con forza per impedirsi di pronunciare qualsiasi
altra parola non desiderata.
Sentì un ringhio furioso vibrare dentro la gola, desideroso di uscire,
di spalancare le labbra e mostrare le sue zanne, ma trattenne qualsiasi
reazione che avrebbe potuto mostrare la sua rabbia.
Voltò la testa e posò lo sguardo verso il paesaggio
davanti a lui, odiando se stesso per quel momento di debolezza, odiando
quella bambina che stava al suo fianco per quella sua unica
capacità di farlo sentire debole anche di fronte ad una creatura
piccola e fragile come lei.
-Sciocchezze!- sibilò, glaciale come il più rigido e crudele degli inverni.
Ma Rin non arretrò, non si spaventò, non smise di
sorridere a quel demone che con un semplice gesto della mano avrebbe
potuto sgozzarle la gola da un momento all'altro.
Stava ancora da troppo poco tempo con Sesshomaru perchè lui
fosse già riuscito a rendersene conto, ma quella bambina era
come il sole che lui tanto apprezzava nella primavera:
Non c'era ghiaccio che non riuscisse a sciogliere, non c'era freddo che potesse turbarla in alcun modo.
-Sesshomaru_sama, torno subito!!-
Il demone cane percepì qualcosa di soffice sfiorare il palmo
aperto della sua unica mano, e, con stupore, fece giusto in tempo a
voltarsi verso la bambina prima di vederla dargli le spalle e correre
verso il suo drago a due teste Ah-Un, intento a dormire poco lontano.
Gli occhi di ghiaccio scesero verso la sua mano, e si spalancarono
senza che lui se ne rendesse conto, quando videro quel piccolo tsubaki
rossastro impigliato docilmente tra le sue dita, il gambo e i petali
poggiati sulla punta dei suoi lunghi artigli, il cui bianco brillante
come quello di perla nascondeva il rosso lucente del sangue degli
innumerevoli demone ed esseri umani ai quali aveva strappato la vita,
frantumata come le ali di una farfalla ridotte in mille pezzi.
Guardò quella mano, ora così simile a come lo erano
quelle di suo padre, i suoi artigli sporchi di sangue e di morte che
toccavano un fiore piccolo e fragile senza nemmeno scalfirlo.
E pensò a Rin mentre guardava tutto questo, a quella bambina
gracile come il fiore che stava stringendo nella mano, a quando le
salvò la vita credendo che i suoi artigli fossero fatti
solamente per uccidere, come gli disse suo padre, tanto tempo prima.. .
Ma subito, il demone si rimproverò dei suoi pensieri, di tutte
quelle stupidaggini che gli stavano venendo in mente, e ringhiò
impercettibilmente mentre poggiava con cautela lo tsubaki tra l'erba e
si alzava in piedi, rivolgendo al paesaggio un'espressione ghiacciata
che neppure le calde carezze del vento lungo le guance riuscirono a
sciogliere.
E mentre Jaken tornava da loro, zoppicando per il troppo peso della
legna sulle braccia, anche Rin fece improvvisamente ritorno da una meta
a loro sconosciuta, e si fermò di fianco al demone cane senza
fiato, le guance rosse come ciliegie.
-Sesshomaru_sama!!- lo chiamò con entusiasmo, la voce rotta da qualche profondo respiro.
-Guardi cosa le ho portato! Le piacciono?-
Scorse appena il verde del demone rospo che stava di fronte a lui
diventare più pallido, prima di guardare anch'esso la bambina
che li aveva appena raggiunti.
Tra le sue mani e le maniche del kimono sporche di terra, la vide
reggere dei fiori, di ogni colore, grandezza, forma e profumo: il
demone avrebbe voluto sradicare quelle piante con un veloce movimento
della sua frusta, solamente per non sentirne il nauseante odore che
già gli era penetrato fastidiosamente nelle narici.
-Rin!!!- la voce stupefatta e arrabbiata di Jaken parlò per lui.
-Che cosa sono quelli stupidi vegetali?! Buttali subito via!!!-
-Non sono stupidi!!- lo contraddisse la bambina, allargando le guance paffute con fare indignato.
Il demone capì che la quiete era di nuovo finita, e decise di
allontanarsi da quei rumorosi sottoposti che tanto gli dolevano alle
orecchie con i loro inutili litigi.
-Sesshomaru_sama!!-
Rin, alle sue spalle, lo fermò prima che lui potesse muovere un
solo passo in avanti, ignorando un Jaken ancora urlante di rabbia e un
Ah-Un che, disturbato dal suo sonno, brontolava alzando entrambe le due
teste verso di loro.
-Se le piacciono i fiori, allora glieli prenderò sempre io, va bene?-
Il demone cane sentì un brivido di disgusto a quel solo
pensiero, ma non mostrò alcun segno di turbamento di fronte a
quelle parole.
-Sciocchezze!- sbottò freddo, senza voltarsi, ma certo che quella piccola umana gli stesse sorridendo come suo solito.
Sesshomaru spiccò un salto, e subito si immerse nel cielo color
pervinca e ascoltò il vento fischiargli docilmente nelle
orecchie, come faceva suo padre quando ancora era in vita ed era il
più grande demone che lui avesse mai conosciuto, assaporando
quella sensazione mentre sorvolava il bosco e puntava verso le montagne.
E mentre guardava una mezza luna far già la sua comparsa nel
cielo dell’est, cominciò a sperare davvero che, per questa
volta, l'autunno giungesse il più in fretta possibile…
*Fine =)
(*) Tsubaki = Camelia
*....uh... ehm.. salve, come va? ^___^ (-_______-... /ndtutti)
Come potete constatare, sono tornata con questa piccola shote =P! Che
dire, a tal proposito..? Beh.. innanzitutto, l'idea è nata da
due domande precise:
1)Voi non vii siete mai chiesti perchè Rin raccoglie sempre
fiori? è_é <-- *sguardo serio* (o__O ma
certo che no!! -__- /ndtutti)
2)Come mai poteva essere sechan da cucciolo..?
..che dite,
tropo OOC? XD eheh, ma io non credo che sessho sia sempre stato
così.. ho cercato di immaginare la sua infanzia e il suo
rapporto col genitore (a proposito, non essendoci "Inu no Taisho"
tra i personaggi, ho dovuto mettere "nuovo personaggio" ^^").. spero di
esserci riuscita almeno un pò >.< !
Infine, c'è lo stubaki.. un nome che ho scoperto quasi per caso, a dire il vero =P..!
Ho scelto la
camelia non solo perchè è di origini nipponiche, ma anche
per quella sua caratteristica di non avere odore (o di profumare
tantissimo, dipende u_u..), mi sembrava ci stesse bene con la storia
^^"...
Poi, facendo
delle ricerche su questo fiore, ho notato che racchiude una storia che
mi è piaciuta molto ^//^, secondo la quale Venere, per vendicare
un torto subito dal figlio cupido, volle punirlo frustandolo con dei
gambi di rosa; e allora Flora mandò il vento zefiro in terre
lontane per raccogliere la camelia, simile alla rosa, ma senza spine,
sperando di aiutare il giovane cupido: ma Venere, accortasi
dell'inganno, punì la stessa pianta sottraendo il suo profumo
paradisiaco, e la confinò in un'isola sperduta.
Più o meno è così XD.. scusate per questa piccola parentisi u_u"...
Passando a cose serie, ringrazio tantissimo che avrà la pazienza di leggere questa shote >//< !!
E vorrei aggiungere che la dedico a una persona:
*Alla mia adorata sensei Rohchan,
non solo per ringraziarla d'aver dedicato a me un capitolo della sua
meravigliosa ff #^_^# ... ma perchè è una carissima
persona che si preoccupa sempre per me, e, semplicemente, la vorrei
ringraziare in tutti i modi possibili..! Spero solo le piaccia XD!
Infine..
(>.< BASTA!!! / ndtutti) ..no, scusate, è un
annuncio che devo fare a chi segue le mie ff (chi non è tra
quelli può anche smettere di leggere XD).
Ecco.. il mio computer è impazzito, DUE volte.. e mi ha cancellato tutti i capitoli che stavo scrivendo..
DUE volte!!!! °___°
T____T
quindi per i miei aggiornamenti ci sto mettendo più del previsto..!
Chiedo perdono >.< !!
Beh, non c'è altro (ALLA BUON'ORA!!!!! è____é / ndtutti!)
Spero la shote sia uscita almeno decente =P.. e ringrazio ancora chi ha avuto la pazienza di leggerla!!
Un bacio, dalla pazza pallina di riso ^.^!!!!