La radio non smetteva di trasmettere un segnale difettoso.
Un ronzio indistinto, qualche singhiozzo di parole.
La stanza era buia, di un buio artificiale.
Guardò il proprio vestito sul letto, i riflessi scintillanti della seta rossa, la sua opulenza.
Pensò alla sera prima. Alla sensazione di quella stoffa così pregiata e volitiva sulla pelle. Ricordò le increspature che si formavano sulla linea delle cosce, il modo in cui i propri fianchi ne venivano accarezzati, plagiati dalle lusinghe di quella morbidezza vellutata.
Si toccò le labbra.
Smettila di pensarci, smettila.
Dalla finestra socchiusa sembrava non entrare neanche un alito d’aria.
Neanche un barlume di luce.
Tutto sembrava calmo, stagnante.
Si accorse d’un tratto di quanto questo potesse essere fastidioso. Un dispetto nei confronti della contrazione di nervi che sentiva dentro di sé.
Sbatté le lunghe ciglia pesanti di mascara.
Non riusciva a toglierselo dalla testa.
Dio, ti prego, smettila, torna in te, smettila.
Sentiva le mani di lui, lì, esattamente dove avevano lasciato il proprio tocco.
Lo sentiva.
Bruciare sulla pelle come fosse una scottatura. Ne avvertiva il peggioramento.
Chiuse gli occhi.
Era lì, ancora, dietro le palpebre.
L’immagine del suo corpo nudo.
Non farlo, non pensarci.
Sentì l’aria girare intorno alla propria testa.
La vertigine.
Ancora nelle orecchie il profondo brivido che avevano causato i gemiti di lui.
Il petto si alzava e si solleva.
Ti odio per questo.
Igor Karkaroff riaprì gli occhi.
Afferrò il vestito e lo gettò in fondo all’armadio.
***
"Stop. Stop. STOP!"
Il regista si alza, furioso, e la sua sediolina di tela cade all’indietro. Non se ne cura minimamente. Guarda quel pagliaccio impedito di Igor Karkaroff. Solo Merlino sa perché l’ha scelta tra le migliaia di attrici che si erano presentate ai provini. Le fa segno che dopo le deve parlare, ed in quel gesto cerca anche di ficcarci un "Razza di spaventapasseri col pizzetto a coda di porco, hai almeno letto il copione? Non stiamo girando una qualche specie di porno-poetico tratto da una fan fiction scadente. E dai un calcio in faccia alla tua truccatrice, da parte mia, mentre dorme"
Furibondo. E’un’intera giornata che lavorano a quella fottuta scena. Ed è furibondo.
Ma come potrebbe non esserlo, attorniato com’è da tutti gli sguardi costernati e scimmieschi di stagisti, sceneggiatori, truccatori? Sono uno più stupido dell’altro.
Il regista si porta le mani alle tempie, imponendo lievi movimenti circolari con le dita e chiedendosi perché diamine nessuno stagista è corso verso di lui, offrendosi di massaggiarlo personalmente. Questi stagisti. Buoni a nulla.
Zero senso del dovere.
Niente spirito di iniziativa.
Nessun bisogno impellente di umiliarsi.
A volte invidia Voldemort, a volte è invidioso di tutti i suoi Paggetti Sexy pronti a prostrarsi ai suoi piedi. Sarebbero capaci di leccargli l’interno delle narici, sarebbero. Certo, se avesse le narici.
E lui? Come ha potuto ridursi così? Sì, lui, proprio lui, il rinomato, decantato, pluripremiato…
-Albus Silente?-
Il regista si volta, irritato e sorpreso. Sorpreso di sentire qualcuno completare il suo flusso di pensieri. Irritato perché…boh. E’ sempre irritato ultimamente.
-Ehm…buongiorno!- E’ un ragazzo molto brutto.
-E questo chi è? Chi lo ha fatto entrare?!- sbraita il regista allo sciame di gente inutile che li circonda.
Il ragazzo, però, continua a guardarlo. Dritto negli occhi. Occhi verdi.
Anche Albus lo fissa.
-Mh…beh, profes…preside…non so, come ti fai chiamare, adesso?- il giovane brutto sogghigna, beffardo. Sembra un po’ stupido. “Non fingere di non riconoscermi. Sai benissimo chi sono” e corona il tutto con un largo ghigno a 35 denti gialli che gli squarcia il volto.
Harry Potter. Albus strabuzza gli occhi.
“P-Potter…” balbetta Silente, un rivolo luccicante di bava a colargli lungo il mento “Io…tu…quando…come…”.
“Avevamo deciso che sarei stato qui alle 7…in punto” dice Harry, Harry Potter, e picchetta col corto dito ad artiglio il polso su cui non porta l’orologio.
Ha l’aria di chi la sa lunga, molto lunga.
“Oh, sì, ehm, bene” Silente tenta di riacquistare il controllo di sé, asciugandosi la saliva gocciolante con il braccio su cui non porta la manica.
Si guardano per qualche istante. I penetranti occhi di Silente faticano a penetrare nell’impenetrabilità degli occhi di Harry, impenetrabili.
“Perché sono di vetro” dice Harry, quasi sussurrando.
“Come?”
“Soffiato”.
Silente è sconcertato.
Sente una goccia di sudore freddo scivolargli tra le scapole, lungo la sua vecchia spina dorsale doppia, lasciando una lunga scia umida, come una lumaca eccitata. La sente insinuarsi tra le chiappe. Le stringe.
Harry continua a sorridere. Le sue due pupille a capocchia di spillo sono puntate sul Preside di Hogwarts.
Lui sa, pensa Silente, lui riesce a vedere tutto, a vedere LA GOCCIA, con quei suoi occhi da gambero cotto.
Deglutisce, stringe ancora di più le chiappe. Le stringe al limite del possibile, sono così strette, l’una contro l’altra, che un osservatore attento –come Potter! dice una voce terrificata dentro Silente- potrebbe pensare che vogliano scambiarsi i posti.
“La destra a sinistra” mormora Potter, quasi fra sé e sé “La sinistra a destra”.
Silente trema.
Vede il giovane studente fare un passo verso di lui.
Può giurare di vedere un ghigno sulle sue labbra mutilate.
Maledice il giorno in cui è nato.
Sa che tutto sta per finire.
“Albieeeee!” una voce zuccherosa interrompe il momento di terrore “Albie, io vado a fare la french manicure dei pieeeeedi!”.
Karkaroff compare alle spalle di Silente, avvolta in un accappatoio di spugna candida.
Harry fa un passo indietro.
“Igor…” biascica Silente, bianco come un cencio, mai così grato nei confronti della giovane attricetta.
“Scusa per prima, Silly, non so cosa avevo in testa!” e scoppia in una risatina squillante, portandosi davanti alla bocca, come per vezzo, la mano dalla perfetta french pedicure.
“Mh, beh, non preoccuparti, Iggy” dice Silente, un po’ più colorito in volto, appoggiandole la vecchia mano rattrappita sul popò “Ripassa meglio il copione per domani, va bene? In fondo le tue sono solo tre battute”.
“Sì, lo sooooo!” squittisce Iggy, mettendo su un broncio da bambina e sbattendo le ciglia “Ma è così diffiiiicile!”.
Silente la trova assurdamente irritante. Non capisco proprio cosa mi passava per la testa, quando me la sono portata a letto, pensa.
“Oh!” continua Iggy, strabuzzando i suoi occhioni scuri verso Harry “Ma tu sei Poootty!”.
Harry si guarda intorno, alzando le sopracciglia.
“Io?” chiede, indicandosi con gli indici cortissimi.
“Certo, tu, eh eh!” strilla la giovane sgallettata, ravvivandosi i capelli con una mano “I buffottolotti della tua età non dovrebbero stare sul set!” pronuncia la parola con malcelata soddisfazione “Questo non è mica un film per bambini!”.
Silente vede le pupille di Harry assottigliarsi sempre più.
“Beh, basta, basta!” interviene, spingendo via Iggy per il popò, su cui adesso appoggia entrambe le vecchie mani rattrappite “Adesso va nel tuo camerino, vai”.
“Oh, sì, sìììì!” nitrisce l’aspirante stellina, allontanandosi sui tacchi instabili e lanciando un bacio ad Harry.
Silente torna a guardare lo studente. La sua cicatrice a forma fallica in piena fronte sembra lampeggiare.
“Ma lampeggia” azzarda Silente, senza rendersene conto, per pentirsene subito dopo.
“Sì, lampeggia” dice Harry, il male gli divora il lineamenti già per metà divorati da soli “Ma non sono i miei lampeggiamenti il problema” si guarda intorno, torvo “Stavolta ti è andata bene. Ma la prossima volta, attento. Potrei venire a cercarti mentre sei da solo” le sue sopracciglia si corrugano fino a divenire un tutt’uno “Albie” .
Silente sente tutta la sua derisione nel modo in cui pronuncia l’ultima parola.
Non riesce a rispondere. E’ paralizzato dalla paura.
Una seconda lumaca si striscia lungo la schiena. Una lumaca vera.
Harry Potter tira su con la narice destra una candela che gli penzolava già da qualche minuto. La candela scompare, solo per ricomparire dalla narice sinistra.
“A presto” sibila, e se ne va.
Quella candela era biancastra.
Silente si accascia per terra, le vecchie gambe rattrappite formano vecchi angoli retti rattrappiti sotto il peso del busto vecchio e rattrappito.
Si sente terribilmente stanco. Si sente vecchio. E rattrappito.
“Non cacarti sotto, Silente” dice una voce profonda e sinistra.
“Mi sono già cacato” sentenzia il Preside, amaramente. Amaramente.
“Quando il muco è bianco” continua la voce “Significa che qualcosa nell’organismo sta andando a male”.
Silente solleva gli occhi.
Severus Piton, con addosso una tuta di ciniglia, è in piedi di fronte a lui.
“Lo hai notato anche tu?” Silente fa uno sforzo immane per sollevarsi da terra, ma non ci riesce. Spera solo che le ammorbanti conseguenze del suo sforzo non giungano all’apparecchiatura nasale di Piton.
Severus arriccia il naso, e dal naso cola dell’olio.
“Come potevo non notarlo?” chiede Piton. E poi gli porge una mano sudata. Silente tenta di afferrarla, ma scivola via. “Cosa voleva, comunque?” si asciuga la mano sulla tuta di ciniglia e gliela offre di nuovo.
“Lui…” comincia Silente “beh, non sono cose che ti riguardano. Credo”
Lo osserva, attraverso i suoi scintillanti occhiali a mezzaluna. Non ha intenzione di accettare il suo aiuto, né di umiliarsi ulteriormente. Ed ecco che, incapace di alzarsi, comincia a strisciare fuori dal set. Sente lo sguardo di Piton addosso, e un attimo dopo…
“E ora dove vai?”
“A riprendermi la dignità!” lo informa Silente, intrufolandosi tra le gambe di uno stagista con la gonna al ginocchio.
“E dove credi di trovarla?”
Silente si volta. “In Puglia” e sguizza via, lasciando Piton senza parole, a bocca aperta…e asciutta.
Così, circondato da stagisti che gli si avventano addosso per toccargli la gobba, a Piton non resta altro da fare che inchinarsi e baciare la terra sotto i suoi lunghi piedi.
***
Voldemort scruta meticolosamente la sua immagine riflessa nello specchio. Socchiude gli occhi, digrigna i denti, sorride indulgente, dispiega le ali.
Dopo quasi un’intera giornata di scrupolosa osservazione, Voldemort giunge alla conclusione che…sì, si piace.
“E’ una bella giornata, sssssire” sibila Nagini, avvinghiandosi alla gamba nuda di Voldemort.
“Puoi dirlo forte”
“E’ UNA BELLA GIORNATA, SSSIRE!!!”
“Vieni qui, stupida”.
E i due si scambiano un bacio, contorto, umido, selvaggio. Un aggrovigliarsi di sottili lingue biforcute.
Le loro labbra si separano con lo stesso rumore di un tappo che si stappa.
“Ha fatto di meglio, sssssire” sentenzia Nagini, e si allontana sibilando, sinuosa, seguita dallo sguardo di Voldemort.
“Di meglio, eh?” chiede, più a se stesso che a qualcun altro, toccandosi le labbra ancora umide. Poi si volta verso lo specchio, non senza difficoltà: ha un tic nervoso che gli fa piegare il collo in avanti, e poi indietro. Come una gallina, o un piccione. Torna a guardare il proprio riflesso. Dispiega le ali. Le richiude. Ringhia un po’. Tira fuori la lingua e assapora l’aria, facendola vibrare. Prende un cucchiaino, ci alita sopra e va per attaccarselo al naso. Appena in tempo, il suo riflesso gli ricorda che lui non il naso non ce l’ha. Infine avvicina il suo volto al vetro, e bacia sé stesso.
***
Albus Percival Wulfric Brian Silente riemerge dal groviglio di inguini e gambe ben tornite in cui aveva ficcato il naso, prendendo un respiro affannoso come dopo una prolungata apnea.
Un respiro pari solo a quello preso da Edmond Dantès, una volta riemerso dalle acque del castello d’If, soprattutto l’Edmond Dantès interpretato da Gerard Depardieu nella versione televisiva del Conte di Montecristo, spesso in onda su Rete4.
Tanto non la guarda nessuno.
“Gerard Depardieu pesa 130 kg” dice Piton, ricadendo su una poltrona “E ha subito l’impianto di cinque bay-pass”.
Indossa solo una t-shirt degli AC/DC, due taglie più piccola.
“Gerard Depardieu ha avuto decine di incidenti motociclistici documentati” sbuffa, passandosi le mani sulle cosce nude.
Silente fa segno a tutti gli stagisti di andarsene.
“Come sai tutto questo?” dice, alzandosi stancamente, vestito solo della lunga barba argentea “Come puoi sapere tutte queste cose su Gerard Depardieu?”.
Piton gli lancia uno sguardo contrariato, dritto negli occhi.
“Ho le mie fonti. Dovresti saperlo, Brian”.
Silente è troppo spossato dall’orgia per contro ribattere. Si limita a disporre ordinatamente la barba sulle proprie pudenda. Si domanda in effetti come riesca, Piton, a spuntare sempre al momento giusto.
“Sei l’unico di cui mi sia mai fidato, Severus” mormora.
Piton indossa pigramente i pantaloni della tuta di ciniglia.
“Quel Potter” inizia “So che non vuoi parlarne. Ma lascia che ti dica una cosa. E’ una violazione del segreto professionale, quindi mi aspetto da te la massima discrezione”.
Silente pende dalle labbra di Piton, e nel farlo i propri arti penzolano elasticamente, dal momento che egli è fatto della stessa materia con cui vengono fabbricate le manine appiccicose e gommose in omaggio con alcune sottomarche di patatine fritte.
Fa di sì con la testa, ebete.
“Ebbene…” Piton sembra un po’ incerto “Ho letto la sua cartella clinica. Non è un mio paziente, so che non era compito mio ma l’ho fatto. Non volevo fare nessun torto a Giulio Scarpati, credimi. E’ un collega che stimo, e che merita il mio rispetto, sebbene sia affetto da una grave malattia che lo costringe a vivere in un corpo da infante, milo infante, per l’eternità”.
Silente continua a pendere, demente.
“Tuttavia la situazione è delicata e difficile per tutti noi, e certe cose passano in secondo piano” fa un profondo respiro, inspirando com’è sua natura anidride carbonica ed espirando ossigeno “Ebbene…”.
Silente penzola, allucinato.
“Harry Potter…”.
Sbrodola, invasato.
“…ha…”
Defeca, abbrutito.
“..contratto la…”.
Una porta viene sbattuta con foga.
“Gnaaaprofessore E’ SUCCESSA UNA VORAGINE!”.
“Gazza!” gridano all’unisono Silente e Piton.
Gazza è lì, davanti a loro, stravolto, posseduto. Sull’uscio, si dimena, si contorce, gemendo, incapace di esprimere altrimenti il proprio tormento.
“Andiamo!” urla Piton, strattonando il vecchio Preside e svegliandolo così dallo stato di catalessi e incontinenza escretoria.
“E’ la terza voragine, questa settimana!” ansima Silente, correndo trascinato da Piton “Re Voldemort non ne sarà per nulla contento”.
Rabbrividisce.
Piton digrigna i denti, lanciando il corpo fiacco di Silente nella tromba delle scale.
***
Il buio aveva appena finito di radersi, quando la Luna bussò alla sua porta.
“Posso entrare?” chiese, con voce flebile.
“No” rispose categorico il buio, e sbattè la porta contro il suo naso di luna, tutto poroso e pieno di crateri.
“Adoro questa fiaba” sospira Re Voldemort, sistemandosi la corona Miluna sul capo traslucido e cospargendosi di borotalco. Presto sarà pronto per andare a letto.
“Non è una fiaba, è una favola” precisa la sua badante. I protagonisti delle fiabe sono persone, pensa tra sé.
Re Voldemort si volta di scatto. Un’ultima nuvoletta di borotalco sbuffa nell’aria e scompare. “Sciatta badante. Osi contraddirmi?” Il volto, altrimenti stupendo, è stravolto dalla rabbia.
“Ecco…io…”
Il Re la scruta, gli occhi ridotti a fessure. Le si avvicina. Sfiora la sua pelle.
“Hai una pelle troppo liscia per ess…”
CRAAAAAACK.
“Cosa è stato? Cosa diavolo è stato?!” il collo del Re comincia a scattare come quello di un pollo, la lingua sibila tra le labbra, all’erta, e le narici sono dilatate, tastano l’aria, ne fiutano ogni singolo spostamento.
***
Piton e Gazza stanno correndo giù per una ripida collina, diretti al Castello di Re Voldemort. Silente ha preferito – o ha dovuto per necessità – rotolarvi giù a rotta di collo. Letteralmente a rotta di collo.
“Mhhh, gnaaaa, uuuuhhhhhh” è il lamento incontrollato di Gazza.
“Per l’amor del cielo, Gazza, smettila di frignare!”
Ma Gazza non smette, non ce la fa. Continua a palparsi, contorcendosi, dibattendosi in quella che sembra una lotta contro il suo stesso corpo. Un corpo grezzo, forgiato dalle grezze mani di Patrick Swayze e Demi Moore molto, molto tempo fa. Gazza, bel figlio dell’amore.
Finalmente, dopo quelli che a Piton sembrano interminabili minuti composti da 60 interminabili secondi (ed effettivamente lo sono), i tre raggiungono il ponte levatoio del Castello del Re.
PEPPEPEEEEE-PEPEPEPEPPEEEEEEEE.
George e Fred “Ma non era morto?” Weasley accolgono il trio con una strombettata.
“Parola d’ordine!” declama quello vivo.
“Parola d’ordine? Quale parola d’ordine?” borbotta Severus, a mezza voce.
Né Gazza né Silente sembrano dargli retta. A dire la verità gli occhi di Silente stanno secernendo qualcosa di verde e melmoso, e non è la prima volta che lo fanno.
“Allora?!?” i denti sono serrati, i piedi da folletto vanno a pestare quelli già malmessi del preside, sperando vanamente in un suo aiuto.
“Tutto quello che posso fare” mormora Silente, delle bolle di saliva gli esplodono ai lati della bocca “è cercare di andfjfflgg….” Il mormorio si fa sempre più lieve e indistinto, fino a diventare un suono pastoso e impercettibile, se non ai cani e ai pipistrelli.
“Parola d’ordine!” declama quello morto, leggermente spazientito, accennando alle lancette del suo Big Beng da polso.
I fulvi gemelli, che un tempo bevvero a sazietà dalle poppe prive di tono della Lupa Capitolina, sembrano irremovibili.
Piton pensa che i due siano troppo muscolosi anche per loro tre insieme.
Silente indugia un momento al pensiero dei loro muscoli.
Gazza non indugia su niente per il semplice fatto che non pensa.
Piton ha un’eruzione cutanea.
Silente si infila le mani nella barba, la liscia, ancora, sì, ancora un po’. Mhh.
Gazza inizia a tremare miserevolmente, sotto il tiepido piumaggio da cui è coperto.
“Se non conoscete la parola d’ordine” sentenzia Fred (o George) “non potete insozzare coi vostri piedi la purezza virginale del Palazzo di Sua Maestà Voldemort il Bello”.
“Nessuno può” aggiunge George (o Fred).
Silente agita le braccia come un burattino disarticolato.
“Ma, non capite, è successa una…”.
“Non si discute!”.
“Potrebbe andarci di mezzo l’incolumità del Re!”.
“Sire Voldemort non ha un’incolumità”.
“Gnaperfavoooore!”
“Parola d’ordine!”.
“SO IO LA PAROLA D’ORDINE!”.
Tutti si voltano di scatto verso una figura incappucciata sbucata come dal nulla.
“T-tu…” balbetta Silente, impallidendo.
***
Sire Voldemort corre per i freddi corridoi del Palazzo, un braccio piegato sugli occhi, la lunga veste a balze che si solleva rivelando le sue molte sottovesti di pizzo e i mutandoni ricoperti di aloni e croste. Corre gettando i piedi non in avanti, ma ai lati del corpo.
Per un attimo, ha come un allucinazione ad occhi aperti: rivede come in un lampo uno scorcio della propria infanzia, quando, ancora bambina, soleva correre per il Castello, con tutta l’innocenza spensierata dell’infanzia, pungolando da dietro, con un tridente, donne, vecchi e bambini nudi, zoppi e legati tra loro.
L’ombra di un sorriso compare sulle sue labbra coperte da uno strato luccicante di umori, prima di lasciare posto alla smorfia della fatica per la corsa.
Entra come una furia nella stanza segreta in cima alla Torre più alta, spalancando le grandi porte con le braccia, gemendo.
Per un momento i suoi occhi rimangono sbarrati di fronte alla scena che gli si para davanti.
“NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!”.
L’urlo riecheggia nel castello, uccidendo ogni forma di vita nel raggio di molti metri.
***
“Cos’è stato?!”.
Piton muove la testa in inconsulti movimenti rotatori.
Tutti si rialzano da terra, tenendosi ancora le mani premute sulle orecchie, e guardano verso la Torre Est del Castello, da dove proveniva quel suono assordante.
“Mio dio, era terribile!”.
I due figli di Mamma Roma si rimettono in piedi.
“Parola d’ordine” gracchiano, per l’ennesima volta.
Silente, ancora stordito, assume una posizione di attacco.
“TU!” urla, puntando il dito contro lo sconosciuto, che per tutto il tempo era rimasto impassibile, insensibile all’urlo mortifero.
Piton, Fred e George osservano con timore e curiosità la strana figura, avvolta in un mantello.
Gazza si scava il naso, in disparte.
La tensione è papabile.
“La parola d’ordine è BIAGIO ANTONACCI” dice Biagio Antonacci, scostandosi il cappuccio dal volto, prima di sparire in una densa nebbiolina color scureggia.
***
Il giorno che lui aveva progettato per anni ed anni era finalmente arrivato. Sirius Black avrebbe calato la sua lunga treccia sfibrata dall’unica finestra della stanza in cima alla Torre Est, la torre più alta, e un bellissimo principe, in sella al suo destriero mantato di bianco, l’avrebbe salvato dalle grinfie di Re Voldemort.
Il sogno di sempre stava per diventare realtà.
Nessuno l’avrebbe fermato.
***
“Oddio, e adesso dove va?” domanda Silente, più a sè stesso che agli altri. Osservando Biagio Antonacci svanire nella densa nebbiolina color scureggia, il Preside è come spinto dal desiderio di seguirlo, raggiungerlo, offrirgli la sua inestimabile devozione, e fa per muovere un passo in avanti quando Gazza lo prende per il polso, accalorato, e lo costringe a voltarsi.
“Gnnaaaaaprofessore non abbiamo tempo da perdere!”
Ancora una volta, pensa Silente, Gazza è la voce della ragione.
I due gemelli Weasley stanno finalmente calando il ponte con un sistema di funi, contrappesi e liane. Piton fa strada, i pantaloni della tuta ciniglia gli stringono sul fondoschiena. Silente monta in groppa a Gazza, e lo segue.
Raggiunto il portone d’entrata e attraversata la Sala d’Ingresso, i tre si rendono conto di trovarsi ad Hogwarts.
Un secondo grido, se possibile più lancinante del primo, attraversa le mura del Castello e riecheggia nella Sala d’Ingresso.
***
“COME HAI OSATO!”.
Il Re schiuma acido dalla bocca, strappandosi le vesti in un impeto di furia.
“COME HAI POTUTO!”.
Solo adesso Sirius Black, intento a calare la sua lunga treccia dalla finestra, sembra rendersi conto della presenza di Re Voldemort nella stanza. “Come…chi…NO!” strilla, paralizzato dal terrore.
Nei lineamenti spiritati di Sua Maestà Voldemort il Bello non c’è più neanche un’ombra di umanità.
Non c’è umanità nemmeno nel suo corpo glabro coperto unicamente da una sparuta lanugine.
Si avventa sul suo prigioniero.
“Tu…brutto sguattero, disgraziato!”.
“Io non sono uno sguattero, io sono una principessa!”.
“Taci, taci, taci!” Voldemort colpisce Sirius con una testata in piena clavicola.
“No! Io sono una principessa!” guaisce il prigioniero, accasciandosi al suolo.
“Questa finestra verrà sprangata” sentenzia Voldemort, tremante di rabbia. Si scrolla di dosso la polvere dell’azzuffata e osserva con sdegno l’ultimo erede dei Black. “Vivrai nel buio, come meriti, e ti nutrirai delle feci del tuo Re, fino al giorno in cui il tuo Re avrà la creanza di fare la cacca. Prega solo che non ti colga ancora una volta sul punto di farti salvare da Gandalf e dal suo Ombromanto”.
Sirius lo osserva attraverso le lacrime. Singhiozza disperato come un cavallo orfano.
Voldemort gli rivolge un’ultima occhiata di disprezzo, si sistema la corona sul capo e se ne va, lasciando Sirius Black immerso in una pozza di lacrime, angoscia e capelli.
Questo è quello che Re Voldemort ha da offrire a chi tenta di sottrargli scettro e corona.
“Le principesse non dovrebbero essere toccate neanche con un fiore” mormora Sirius Black, rivolto alle porte che Voldemort ha chiuso dietro di sè.
***
“Un occhio umano non potrebbe mai vedere ciò che un occhio di vetro vede, Don” sta dicendo Harry Potter a qualcuno seduto nell’ombra. In grembo tiene un gatto persiano, e lo accarezza meccanicamente. Come un meccanico.
“Ed io ho gli occhi di vetro”
“Lo so che ce li hai, Harry, è anche per questo che ho bisogno del tuo prezioso aiuto”.
“Sì. E’ molto prezioso da parte tua” ribatte il gatto, con la voce di Raffaele Tonon.
L’unica fonte di luce è la cicatrice lampeggiante di Harry, la cui sagoma fallica è proiettata su una parete spoglia.
“Ed ora, Harry…” la poltrona cigola, il suo occupante si alza, lascia andare il gatto e si volta a guardare Harry. “Ti sarei molto grato se mi riferissi quello che i tuoi occhi di vetro hanno visto”.
Ma Harry Potter riesce solo ad ansimare “…Non lo raggiungeremo mai”.
E stramazza al suolo.
***
“Datevi una mossa, lì dietro!” sbraita Piton salendo una scala di marmo due gradini alla volta. Gazza, sfinito, lo segue piegato in due, il fiato corto, la lingua penzoloni.
Albus è avviluppato al collo di Gazza, e lo pungola con lo sperone del suo stivale.
“Non lo raggiungeremo mai” ansima infine Silente, e stramazza al suolo.
Gazza si ferma.
“Gnaaaaaprofessore Silente è caduto!”.
Piton si avvicina, le sopracciglia aggrottate, e si china sul corpo del vecchio preside.
“Albus! Svegliati!” prova a chiamarlo.
Silente non reagisce, un rivolo di bava cola giù. Sempre più giù.
Anche Gazza si acquatta accanto al Preside, la mano fa segno di due.
“Gnali vede questi due dita?” chiede.
“Gazza, non intrometterti!”.
Piton si rialza, spolverando i pantaloni della tuta di ciniglia.
“La diagnosi è… schichera per il cuore”.
Silente è catatonico. Gazza pure.
“Certo, non è il primo…” dice Piton, osservando il vecchio Preside, preoccupato.
“Non vorrei sbagliarmi, ma potrebbe...Beh, potrebbe averla contratta da Harry Potter”.
Gazza si guarda intorno, disorientato.
Gnaquesta si che è una voragine, pensa tra sé, e tace.
“Dobbiamo subito parlare con il Re, Gazza”
***
Il Re è stravolto.
Si è appena ritirato nei suoi appartamenti, e sta ancora pensando a Sirius Black, alla sua fuga. C’è mancato poco, pensa il Re. C’è mancato pochissimo.
Sta prendendo mentalmente nota di bandire il principe Gandalf dal Regno quando qualcuno irrompe nelle sue stanze. Sulla soglia c’è Gazza, che ha spalancato la porta, seguito da Severus Piton.
Come diavolo è vestito?
“Vostra Maestà” geme Piton.
Cerca di non diventare verde d’invidia, puoi avere tutte le magliette che vuoi, molto più belle e molto più aderenti della sua.
“Vostra Maestà, spero che ci perdonerete l’incursione nei vostri appartamenti. Non avevamo scelta!”.
Piton fa un profondo inchino di riverenza al Re, e il Re nota con disappunto che i pantaloni della sua tuta di ciniglia lasciano intravedere molto della sua schiena e del suo fondoschiena.
E’ così tonico.
“Sono successe molte cose. Noi…voi dovete sapere”.
Sodo.
“Si tratta di Harry Potter?” chiede infine il Re, tastandosi il viso.
“Sì, sì. Ancora lui, di nuovo!”.
Il Re misura la stanza a grandi passi. Harry Potter…
“Gnaaaaaasuamaestà!” guaisce Gazza “Guardi Silente, guardi come l’ha ridotto!”. L’uomo estrae da un groviglio di stracci il corpo di Silente, apparentemente privo di vita, e lo adagia su una poltrona.
Voldemort sgrana gli occhi. “E’ morto?!” .
“No, non è morto” gli risponde Piton “Ma sta molto male”.
Gli occhi vitrei di Silente osservano il Re, lo mettono in soggezione.
“Potter…ancora lui…”.
Silente scivola lentamente sulla poltrona, gli occhiali di traverso.
“Tutte queste voragini…”.
Il braccio di Silente che Gazza aveva posizionato sul bracciolo cade, penzolando di lato.
“Per favore, Gazza, rimettilo dov’era prima, mi sembra un pupazzo!” sbotta il Re, e poi si volta verso Piton, cercando di non badare troppo al vedo non vedo della sua maglietta.
“Questo Potter…tu ovviamente non sai per chi lavora”.
Severus sembra allarmato, e stizzito, e intirizzito allo stesso tempo. Lo è, a giudicare dalla pelle d’oca attorno al suo ombelico. Fa segno di no con la testa.
Gazza comincia ad affettare la tensione. Adagia le morbide fette su un grosso pezzo di pane.
Voldemort tira un profondo sospiro e si siede sul suo trono di Britney Spears.
“La mafia. Don Matteo e la sua ghenga sono dietro tutto questo”.
Gazza mastica con gusto il suo panino, e una fetta di tensione gli esce dal naso.
Gnanote:
- Dato che siamo oneste e ci chiamiamo Erneste, ci PREME citare la fonte dell’emblematica frase neanche un barlume di luce. Grazie alla graziosa Piratucciola (e vedi che ti stiamo facendo pubblicità, ah).
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Amaramente. Amaramente: la ripetizione degli avvAErbi non è un caso, non è che li abbiamo messi a casaccio. Lo conoscete Johnny Rotten? L’avete visto The Filth and the Fury? No? E allora niente (Johnny, vedi che ti stiamo facendo pubblicità, a te e ai Sex Pistols pure).
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Il bagio tra Re Voldemort e la voluttuosa Nagini è CHIARAMENTE un omaggio ai the masters: clicchece (popposoft, guarda che stiamo facendo pubblicità pure a te).
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Gna, Voragine, oddio, cosa sono tutte queste parolone nuove? Mamma…mamma mia…non disperate, ben presto capirete, e vedrete con le vostre stesse uocchie.
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Schichera per il cuore: qui, belli, c’è da aprire una breve ma fondamentale parentesi che riguarda il papà di una di noi (Gionni, o Stefania). Vivendo in una periferia del mondo nel ridente Sud che d’estate si trasforma in una jungla, in una palude pluviale, nel Vietnam del 69, nell’Inferno, la vita quotidiana si riduce ad una feroce lotta per la sopravvivenza contro un nemico ben più temibile di qualsiasi belva, diavolo o Vietcong: le ZANZARE. Ma mica zanzare normali: grosse, grasse, luride, intelligenti, miserabili, e CATTIVE. Il padre di Gionni è l’unico in grado di contrastarle, il Ken Shiro dei papà. Armato di una micidiale arma, la letale RACCHETTA dei CINESI, ne diviene implacabile nemesi. Ma…c’è un MA. Solo chi è stato forgiato da mille ronzanti battaglie può maneggiare la mostruosa arma senza subirne le catastrofiche conseguenze. Un giorno, mille cadaveri di zanzare or sono, il fratello di Gionni, giovane, avventato e ardente d’emulare le gesta dell’eroico padre, afferrò di soppiatto la Terribile Racchetta, brandendola con ingenua foga nell’aria, e credendo di poter abbattere gli invisibili Nemici, accadde l’inevitabile: “AHIA!” fu l’agghiacciante urlo del Giovine nel ferirsi alla mano (mano che si sarebbe essiccata e sarebbe caduta poche settimane dopo, tant’è che il povero viene tutt’ora chiamato Il Monco) con una potente scarica elettrica. Udendo il grido del proprio erede, il Padre si levò furioso in tutta la sua gigantesca statura (1,72 cm) e vedendo l’orribile scena, accorse verso il figlio, lo prese tra le braccia, esanime, e tuonò, disperato, come se la Terra si fosse spaccata in due “Ma vedi che questa è una SCHICHERA per il cuooooreeee!!!!”.
Morale della favola: il padre di Gionni si sta facendo una gran bella pubblicità.
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