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Autore: Yoko Hogawa    28/12/2014    8 recensioni
Ricordava l’ultima volta che aveva provato una sensazione del genere, l’ultima volta che aveva avvertito l’adrenalina scorrergli nel sangue come se fosse un organismo estraneo, l’ira trasformarsi in una melassa densa che gli riempiva i polmoni dandogli la sensazione di trovarsi sott’acqua. Ricordava il ragazzo che aveva pestato, quella volta; le sue lentiggini e le occhiate strafottenti che gli aveva lanciato, le sue parole quando lo aveva chiamato “perdente” e “poveraccio”e “figlio di un alcolizzato”. Ricordava anche di essere rimasto l’unico in piedi in mezzo a sei ragazzi piegati a terra doloranti e di come il naso di quel ragazzo non fosse mai più ritornato dritto come prima.
[Scritta per il TCATH Secret Santa 2014 su prompt di Ermete.]
Genere: Azione, Introspettivo, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: John Watson, Sherlock Holmes
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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Praticamente ho dovuto soffiare via la polvere dalla cartella “Sherlock” che c’è sul mio PC per scrivere questa one-shot, altrimenti sarebbe rimasta chiusa per un altro bel po’ di tempo.
Dovrei ringraziare il Secret Santa, probabilmente XD
 
Scritta per il TCATH Secret Santa 2014 per e su prompt di Ermete:

Trita e ritrita, ok, ma ne ho bisogno:Jealous&Possessive!John e Rincoglionito!Sherlock nel senso che durante un caso in cui Sherlock e John finiscono con l'essere circondati da più avversari (fate vobis, IDC) Sherlock viene ferito (non troppo gravemente) perché John fisicamente non riesce a star dietro a tutti e nel momento in cui riesce a liberarsi esce fuori la bestia che è in lui e inizia scalciare e tirare pugni (diventa "territoriale", ecco XD), anche più del necessario volendo, solo perché hanno osato fare del male a Sherlock. Quando Greg e gli altri arrivano e lo fermano John si fionda su Sherlock, apprensivo e preoccupato, ma a Sherlock non può fregargliene di meno delle ferite perché tutto ciò che riesce a vedere, finalmente, è la conferma che John è pazzo di lui e che per lui farebbe di tutto. Quando tornano a casa e John medica Sherlock, si confessano in qualche modo che volete a voi (ispiratevi pure alla fanart di sweetlittlekitty). Gradito un po' di sesso, o almeno tante coccole e tanto limone u.u”
 
Eli, ho fatto del mio meglio ♥ ti mando ancora tutto il mio amore e un grandissimo Buon Natale.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
What Lies Between
 
 
I preparativi per la Vigilia di Natale stavano venendo meravigliosamente.
Mrs. Hudson aveva cucinato un tacchino ripieno che solo a vederlo qualsiasi spirito animalistico sui volatili da risparmiare sotto le feste spariva, sostituito dall’acquolina in bocca. Le verdure erano pronte, la ratatouille solo da scaldare, il purea di pastinaca (visto mille volte a Masterchef) già pronto e la Banoffie Pie quasi terminata (grazie Gordon Ramsay). I piatti e le posate erano già pronti, i flute lucidati, lo spumante riposava in frigo insieme ad una piastra Petri (John non aveva voluto sapere niente e l’aveva semplicemente lasciata lì) e Sherlock era in punizione sul divano, dove commentava il solito film di Natale che tutti avevano già visto mille volte tranne, a quanto sembrava, lui. Dal canto suo, John poteva tranquillamente dire che se avesse visto un’altra volta “Miracolo sulla 34° Strada” sarebbe andato di persona alla BBC a protestare. C’è un limite alle volte in cui si può sopportare di vedere nello stesso giorno il film sopracitato e “Una Poltrona per Due”, e che diamine.
Riempiendo la sac à poche con la panna montana lanciò un’occhiata all’orologio; gli invitati sarebbero arrivati in un paio d’ore e lui doveva ancora fare il bagno e mettersi uno dei suoi maglioni natalizi (quello bianco e rosso con i pupazzi di neve, giusto per fare un dispetto a Sherlock che lo odiava). Tutto sommato aveva finito prima del previsto e avrebbe potuto prendersi tutto il tempo per sistemarsi.
Stava per cominciare le decorazioni sulla torta  quando il cellulare di Sherlock squillò.
Era Lestrade. Lo sapeva che era Lestrade. Non che Sherlock avesse una suoneria particolare per il Detective Inspector, no, ma solo lui era in grado di chiamare Sherlock nei momenti più inopportuni. Tipo quando John stava finendo i preparativi per il party della Vigilia di Natale e ma i criminali in ferie non ci vanno mai?
Dalla cucina, John sentì Sherlock accettare la chiamata in un batter d’occhio e rispondere alle domande ancora più velocemente. Non riusciva a vederlo ma poteva quasi immaginarsi il suo sogghigno soddisfatto. Chiuse la chiamata con un veloce “arrivo” e si affacciò alla porta della cucina.
No, non era un sogghigno. Era un vero e proprio – e inquietante – sorriso.
« Un caso! » esclamò. « Un rapimento. È Natale! ».
« Sì, letteralmente, » borbottò John, ma alla fine lasciò perdere la sac à poche e lo seguì comunque. Perché se già rapire un bambino era un atto vile e vergognoso, rapirlo la Vigilia di Natale era una vera e propria barbarie.
 
 
Recuperò i sensi e per prima cosa dovette fare mente locale.
Il party della Vigilia. Sherlock aveva ricevuto un caso da Lestrade. Avevano rapito il figlio del console léttone e avevano chiesto in cambio il rilascio di un prigioniero. Sherlock li aveva rintracciati facilmente e lo aveva trascinato nei Docklands, dove erano venuti a contatto diretto con quelli che dovevano essere “un paio di rapitori” ma che in realtà erano il triplo. Stava cercando di correre verso Sherlock quando aveva perso conoscenza e...
Ed era arrivato lì. Ovunque fosse il “lì”.
Era seduto su di una sedia di ferro e aveva le mani bloccate dietro lo schienale con una fascetta elastica (Dio, odiava le fascette elastiche). Nell’aria c’era odore di acqua stagnante e ruggine e poteva sentire un lieve sciabordio di onde in lontananza. Non era imbavagliato ma sentiva un dolore pungente e tremendo alla spalla lesa, piegata fin troppo per i gusti della sua ferita di guerra, e un pulsare sordo alla nuca, dove probabilmente lo avevano colpito con... qualcosa. Non sentiva il peso rassicurante della L9A1 nella cintola dei pantaloni e il pensiero che gliel’avessero presa lo irritava profondamente. Conosceva quell’arma come le sue mani.
Finalmente, dopo aver fatto il punto della situazione, aprì gli occhi. La prima cosa che vide furono quelli azzurri e concentrati di Sherlock.
« Alla buon’ora, » sussurrò il Consulting Detective, « sono dieci minuti che tento di svegliarti. »
Dovette sforzarsi di non roteare gli occhi. « Scusa se sono stato colpito alle spalle e messo KO, la prossima volta vedrò di puntare la sveglia del telefono nel caso si ripresenti l’occasione, » ribatté con pesante ironia, attento però a mantenere il tono basso.
Sherlock gli riservò una di quelle occhiate alla non-sei-spiritoso-John. John controbatté con una alla grazie-di-niente-Sherlock-Holmes.
« Dove siamo? » domandò alla fine il medico, guardandosi intorno. La poca luce gli diceva che era ancora notte (almeno quello) e solo allora notò che l’aria sapeva di acqua stagnante e ruggine.
« Un vecchio magazzino per il commercio del pesce, presumo, » gli rispose Sherlock, « non sapevo che ce ne fossero rimasti nei Docklands. Dovremmo essere da qualche parte nella Isle of Dogs. »
« Chissà perché non mi conforta, » rispose il medico cercando inutilmente di liberarsi le mani. La fascetta sembrava leggermente larga ma la sua spalla doleva terribilmente quando provava ad incurvare la schiena.
« Se ci hanno lasciati senza bavaglio significa che non ci sentirà nessuno se urliamo, vero? » domandò ironicamente.
« Le tue capacità di deduzione migliorano di giorno in giorno, » ribatté Sherlock.
« Sai come si dice: chi va con lo zoppo... »
« ...rimane indietro. Ora, John, mi serve che descrivi cosa c’è dietro di me, » disse Sherlock, osservandolo negli occhi. Solo allora si accorse del leggerissimo rivolo di sangue che gli si era seccato sulla tempia, prima nascosto dall’angolazione del suo viso.
« Stai bene? » non poté fare a meno di chiedere, preoccupato.
« Cos-- sì, sì, sto bene. John, concentrati per favore, cosa c’è dietro di me? » chiese di nuovo.
John si sporse di lato con la testa per cercare di vedere qualcosa oltre la sagoma di Sherlock e nella poca luce che illuminava il magazzino, ma quello che vide gli fece mugugnare una bestemmia. Quattro uomini stavano camminando in loro direzione, gli sguardi decisi, e uno aveva alla cintola la sua pistola.
« Guai, » si limitò a rispondere a Sherlock, che sembrò capire al volo e serrò la bocca, facendosi silenzioso. John seguì l’esempio
« Bene, bene. Vedo che vi siete svegliati, » disse uno di loro, ridacchiando. Nonostante fosse dicembre tutti e quattro indossavano giubbotti di pelle aperti su leggere camicie di cotone, jeans sporchi e scarponi con i quali avrebbero tranquillamente potuto scalare l’Everest e ritorno. A prima vista non erano armati (a parte quello che faceva sfoggio della sua pistola apposta per infastidirlo) ma alcuni di loro avevano talmente tanti muscoli sotto la camicia che i bottoni faticavano a tenere chiusa la stoffa. Un po’ come Sherlock, con la differenza che il suo coinquilino lo faceva apposta a compare camicie di una taglia più piccole, i loro intrattenitori sicuramente no.
« Sapete, non amiamo molto gli intrusi nella nostra zona. Soprattutto gli investigatori privati. Soprattutto se sappiamo chi li ha ingaggiati, » disse il “capo” parlando con un accento strano che John non seppe riconoscere (ma considerando lo strascico “baltico” di alcune parole, probabilmente era proprio léttone). Osservò Sherlock per qualche istante per capire come comportarsi e lo vide arricciare il naso infastidito. Poteva quasi sentirlo pensare “Consulting Detective!” correggendo l’uomo e dovette trattenersi dal sogghignare divertito.
Contrariamente a quanto pensava fosse saggio fare – stare in silenzio – John decise di aprire bocca. « Beh, dato che lo sapete già potete anche risparmiarci la fatica e dirci dove tenete il bambino, » disse.
La bocca del capo si distorse in un sogghigno terrificante fatto di denti ingialliti e rughe d’espressione. « E, sentiamo, come pensate di liberarvi per raggiungerlo e portarlo in salvo? » domandò strafottente.
Sinceramente, John non ci aveva nemmeno pensato. Sperava veramente che Sherlock avesse escogitato un piano geniale mentre lui era svenuto e che sapesse esattamente cosa fare da quel momento in poi. Era lui la mente del duo, dopotutto.
« Il bambino è nello stanzino di manovra, quello da cui probabilmente siete entrati, » disse il Consulting Detective senza una briciola di dubbio. « Non posso vederlo bene perché sono di spalle alla porta ma tutti gli edifici di questo tipo avevano i comandi di manovra dei macchinari e gli interruttori generali delle luci sul lato più lontano dall’acqua. Ed era lì che venivano posti anche gli archivi e le stanze adibite ai capocantiere. Non è così difficile intuire dove teniate in ostaggio il bambino, » spiegò con il suo tono strafottente. « Così come non è difficile constatare che nonostante ci abbiate perquisito e sottratto tutti i nostri effetti personali, probabilmente non lo avete fatto adeguatamente, » mise loro la pulce nell’orecchio.
John non capiva se stava bluffando o meno ma non perdeva d’occhio nessuno di loro. Non avrebbe potuto fare niente comunque con le mani legate a quel modo e la spalla che ogni tanto gli mandava fitte di dolore lungo tutto il braccio.
Il capo sembrò incupirsi e diede un veloce ordine in léttone ad uno dei suoi scagnozzi, che cominciò a perquisire Sherlock. La vista di quell’uomo che metteva le mani addosso al suo amico gli mandava scariche di repulsione lungo la spina dorsale e non si perse un solo movimento, respirando piano come per concentrarsi. Dopo qualche istante di ricerca, lo scagnozzo tirò fuori da una delle tasche dei pantaloni un telefono cellulare – IPhone, cover rosa; John conosceva quel particolare apparecchio ma non era a conoscenza del fatto che Sherlock lo portasse con sé – e, a giudicare dallo schermo illuminato, era acceso con una chiamata attualmente in corso. John non riuscì a vedere il nome sul display ma avrebbe potuto giurare che era quello di Lestrade.
Lestrade che aveva ascoltato tutta la conversazione e che probabilmente aveva rintracciato la chiamata e triangolato la loro posizione. Ecco per voi Sherlock Holmes.
Probabilmente anche il capo era arrivato a quella conclusione perché strappò di mano il cellulare allo scagnozzo e lo sbatté per terra violentemente, pestandolo finché non lo ebbe completamente infranto. Sia Sherlock che John sapevano che quello era un segnale più che sufficiente per Lestrade per entrare in azione e la consapevolezza che Scotland Yard era sulle loro tracce dava loro una speranza in più di farla franca. John si aspettava quasi che i malviventi scappassero abbandonando lì sia loro che il piccolo...
...ma non è quello che fecero. L’ira si era impossessata del capobanda e riservò uno sguardo a Sherlock che fece rizzare i peli della nuca di John.
« Pezzo di merda... » sibilò in un inglese dall’accento sporco e, senza nemmeno che John vedesse la mano sollevarsi, colpì Sherlock al volto con un pugno.
« Sherlock! » gridò John non appena vide la testa dell’amico scattare di fianco come una frusta a causa della potenza del pugno e il suo labbro spaccarsi. Il Consulting Detective sputò in terra un misto di sangue e saliva ma guardò il suo aggressore con occhi pieni di sfida e strafottenza.
John avrebbe potuto benissimo ringhiare. Nel suo cervello pensava “no, stupido, non sfidarlo!” ma sapeva che Sherlock era un caso a parte rispetto al resto dell’umanità e che lo avrebbe fatto comunque, anche solo per far contento il suo smisurato orgoglio. Riusciva a vedere dalla rigidità del suo corpo che non avrebbe avuto modo di liberarsi e il fatto che sarebbe stato una preda così facile per altre percosse gli faceva montare la rabbia in petto. Si accorse solo marginalmente di essere a sua volta in tensione, il busto spostato in avanti come se dovesse scattare da un momento all’altro e i polsi che forzavano dolorosamente le fascette di plastica con cui erano legati, ma la concentrazione che aveva su Sherlock era superiore e metteva in secondo piano tutto il resto.
Preso dall’ira e stuzzicato dallo sguardo di Sherlock, il capo gli diede un altro pugno e questa volta lacerò la pelle dello zigomo. Un rivolo di sangue scese sulla guancia di Sherlock come una lacrima scarlatta e questa volta John non trattenne le parole.
« Se lo tocchi ancora una volta giuro su Dio che ti ammazzo con le mie mani. »
La minaccia fece ridacchiare i tre malviventi e attirò l’attenzione del capo, che gli lanciò un’occhiata da sopra la spalla. « Silenzio cagnolino, finisco con lo spilungone e sono subito da te, » lo derise, minacciandolo al contempo. John non fece nemmeno in tempo a ribattere che quello aveva già tirato un gancio nello stomaco di Sherlock, che si piegò in avanti per il dolore e boccheggiò in cerca d’aria.
Stranamente, in quel momento John smise di sentire i rumori attorno a lui, se non il proprio cuore che batteva furioso e gli rimbombava nelle orecchie. I suoi muscoli erano tesi come corde di violino e sapeva che la pressione che avvertiva sui polsi era in realtà dolore ma non lo avvertiva come tale, come se il suo corpo avesse autonomamente deciso di lasciare da parte quell’informazione per elaborarla successivamente.
Ricordava l’ultima volta che aveva provato una sensazione del genere, l’ultima volta che aveva avvertito l’adrenalina scorrergli nel sangue come se fosse un organismo estraneo, l’ira trasformarsi in una melassa densa che gli riempiva i polmoni dandogli la sensazione di trovarsi sott’acqua. Ricordava il ragazzo che aveva pestato, quella volta; le sue lentiggini e le occhiate strafottenti che gli aveva lanciato, le sue parole quando lo aveva chiamato “perdente” e “poveraccio”e “figlio di un alcolizzato”. Ricordava anche di essere rimasto l’unico in piedi in mezzo a sei ragazzi piegati a terra doloranti e di come il naso di quel ragazzo non fosse mai più ritornato dritto come prima. All’epoca l’adolescenza era una scusa sufficiente per azioni di quel tipo, ma sua madre lo aveva guardato con occhi diversi quando lo era andato a prendere alla stazione di polizia e le avevano spiegato che aveva malmenato sei coetanei da solo guadagnandoci solo le nocche scorticate e un occhio nero. C’erano state lacrime e promesse di non farlo mai più e dopo quell’esperienza John aveva deciso che l’etichetta di cattivo ragazzo non faceva per lui e aveva cominciato a pensare seriamente al suo futuro.
Ma niente gli aveva mai più restituito la sensazione che aveva provato in mezzo a quel quadrato di cemento riempito solo dal suono del vento e dai gemiti dei suoi avversari sconfitti. Niente gli aveva mai più dato quella sensazione di prepotente vittoria, di potere, di perdita irrazionale di controllo. Una sensazione che sapeva di dover temere e che aveva sepolto nei suoi ricordi, catalogandola come errore di gioventù.
Una sensazione che ora sentiva rimontargli in corpo con la forza di un plotone di cavalleria al galoppo.
Difendilo, sembrava sussurrargli una voce ruggente nella sua testa, difendi ciò che è tuo, sta toccando ciò che è tuo, sta facendo del male a ciò che è tuo. Spaccagli le ossa a mani nude finché non lo sentirai pregarti di smettere in nome di Dio. E quando lo farà prendilo a calci per ricordargli che non esiste nessun Dio a cui chiedere misericordia.
Ferocia, ecco cos’era. Il puro desiderio di fare del male. L’istinto primordiale del predatore che con la sopravvivenza non c’entra niente, che non deve uccidere per non essere ucciso ma che sente il bisogno di attaccare per difendere qualcosa di caro, qualcosa di suo.
Non era un buon momento per rendersi conto che amava Sherlock e che, in realtà, lo aveva sempre saputo, solo negato. Non era un buon momento per pensare che aveva tutto il diritto di proteggerlo senza pensare alle conseguenze delle sue azioni, non quando aveva nel sangue quel veleno che molti anni prima lo aveva portato ad essere per pochi minuti ciò di cui si era pentito per anni. C’era qualcosa dentro di sé che lo spingeva a cercare il sangue e lui non aveva la forza – o la minima intenzione – di ignorare quel richiamo.
Aveva fatto del male a Sherlock e lui lo avrebbe aperto in due a mani nude. Tutto qui.
Con una forza che non sapeva nemmeno possedere John forzò la costrizione della fascetta, riuscendo a liberare una mano e quindi a sciogliere la stretta che lo teneva ancorato al sedile della seggiola. La plastica ruvida gli aveva probabilmente scorticato la pelle della mano ma John non se ne accorse nemmeno, puntando gli occhi sulla persona nella stanza che era più pericolosa e che quindi andava neutralizzata per prima: l’uomo che aveva la sua pistola.
Gli insegnamenti militari fecero il resto. Scattò a testa bassa contro l’energumeno, buttandosi su di lui con tutto il suo peso e facendolo cadere a terra. La pistola scivolò molti metri più in là e John la lasciò perdere, dedito a saziare con le mani la sua fame di violenza. Assestò due pugni secchi allo stomaco dell’uomo, che si piegò a terra in cerca di aria, ed ignorando completamente il dolore alla spalla ferita si alzò di scatto e gli assestò un calcio in faccia, mettendolo al tappeto e facendogli sicuramente saltare qualche dente. Non ebbe nemmeno un attimo di respiro perché subito si trovò gli altri due criminali addosso, uno che cercava di trattenerlo per le braccia e l’altro che mirava a mettergli fuori uso un ginocchio ma John non si fece prendere dal panico, troppo concentrato sulla lotta per vacillare nelle sue decisioni; rifilò tre veloci e profonde gomitate all’uomo dietro di lui incassando il pugno dell’uomo davanti senza fare una piega, nonostante lo avesse colpito direttamente in faccia e il sapore del proprio sangue gli fosse esploso in bocca. Ma sostenne il colpo come se fosse una carezza e rispose con ferocia, menando pugni con entrambe le mani finché la faccia dell’uomo non divenne rossa e gonfia come una zampogna e John non vide, con una certa soddisfazione, il sangue uscirgli dal naso e dal labbro spaccato. L’uomo dietro di sé cercò di afferrarlo di nuovo ma John questa volta non glielo permise e si spostò prontamente di lato, facendogli lo sgambetto. Una volta a terra Watson lasciò che le sue gambe facessero il resto del lavoro e cominciò a tirargli calci nel costato come se piovesse, finché l’uomo non smise di difendersi perché svenuto.
John sentiva di essere a corto di fiato ma non si diede il tempo di riprenderlo, ignorando il fiatone. L’unico dei tre scagnozzi rimasto ancora in piedi cominciò a tirare pugni alla cieca, che lo colpirono sul petto e sulle spalle, ma John rispose egualmente, e la fine della battaglia fu decretata da un mirato calcio ai testicoli, che fece inginocchiare l’uomo abbastanza in basso perché John potesse stampargli la suola della scarpa sulla faccia e mandarlo definitivamente a dormire.
Ma non era finita. Iracondo, furioso e completamente fuori di sé, il dottore portò tutta la sua attenzione al capo della banda, che aveva osservato la scena con un crescente livello di paura negli occhi. John si accorse solo marginalmente dello sguardo stupito di Sherlock perché preferì incatenare gli occhi a quelli del capo, che portò nervosamente le mani alla cintola e ne estrasse una pistola che né John né Sherlock avevano notato. Ma le sue mani tremavano e John non aveva nessuna paura. In due falcate lo raggiunse e afferrò prepotentemente il polso dell’uomo, facendogli alzare la mano che impugnava l’arma. Quello premette il grilletto e sparò un colpo che rimbombò come un tuono dentro lo spazio vuoto del magazzino, ovattando qualsiasi rumore e facendogli fischiare le orecchie. Ma lo disarmò con facilità, John, e ringhiando cominciò sgraziatamente a picchiarlo, una mano a tenergli il colletto della camicia e l’altra a far piovere pugni fino a cambiargli i connotati, finché anche lui perse i sensi e John lo lasciò impattare con il suolo come se fosse un sacco pieno di spazzatura.
Per la seconda volta nella sua vita si ritrovò ultimo in piedi su di un pavimento di cemento, le nocche scorticate e un misto di sangue suo e non che gli gocciolava dalle dita. Solo allora permise al dolore di piegarlo e ai suoni di essere sentiti e accolse con sollievo la voce di Lestrade che chiamava i loro nomi, così come i passi dei poliziotti che finalmente facevano irruzione nell’edificio.
« Sei in ritardo Lestrade... » si ritrovò a sussurrare prendendo profondi e calmanti respiri pieni d’aria viziata. E quando un poliziotto gli chiese di seguirlo all’esterno non oppose alcuna resistenza. Sherlock stava bene, dopotutto, e questo era l’importante.
 
 
Il bambino fu ritrovato esattamente dove Sherlock aveva detto e il caso del Rapimento di Natale si risolse con una stretta di mano da parte dei genitori e il rifiuto categorico di Sherlock di essere portato in ospedale. John non abbandonò il suo fianco per tutto il tempo ma non disse più una parola, nemmeno quando Lestrade gli chiese gentilmente di spiegargli cosa fosse successo, in modo tale che potesse evitare di farne menzione nel suo rapporto ufficiale. Fu Sherlock a raccontargli ciò che aveva visto, perché se John avesse dovuto ripeterlo non ne sarebbe stato in grado. Lestrade parve incredulo durante la prima parte del racconto, ma riconobbe in Sherlock serietà e persino una vena di incredulità e la sua espressione mutò in sorpresa quando il Consulting Detective terminò il racconto, forse condita con un filo di preoccupazione. A John non importava poi più di tanto. L’unica cosa che voleva fare era tornare a Baker Street e dedicare il suo tempo a Sherlock, così da non pensare a quell’inebriante sensazione di potere che sentiva ancora scorrergli nelle vene insieme al sangue. Il pensiero lo disgustava ma questa volta non avrebbe speso un minuto pentendosi per le sue azioni. Lo aveva fatto per Sherlock, e quello era un buon motivo per affacciarsi sull’abisso e lasciare che esso lo guardasse a sua volta*.
Fu una pattuglia a riaccompagnarli perché nessun taxi avrebbe mai accettato una corsa da due uomini pesti palesemente appena usciti da una rissa (circa). Sherlock rimase in silenzio per tutto il viaggio con lo sguardo puntato fuori dal finestrino e John non forzò alcun tipo di conversazione, a suo agio semplicemente nella vicinanza dell’altro. Chiuse gli occhi con un sospiro e strinse i denti al dolore sordo che proveniva dai muscoli delle sue braccia e della schiena, ignorando quello pulsante del bernoccolo che aveva sulla nuca. In realtà non c’era nulla che non facesse male e sapeva fin troppo bene che il giorno dopo sarebbe stato ancora peggio.
Una volta rientrati al 221B John insistette perché Sherlock gli lasciasse vedere le sue ferite. Il Detective inizialmente cercò di evitare il controllo medico ma John ebbe la meglio e lo fece sedere sul divano, recuperando il kit di primo soccorso e sedendosi sul tavolino da tè di fronte a lui. In giro per l’appartamento e la cucina c’erano ancora i segni del party organizzato e mai festeggiato e John si accorse con un certo rammarico che era mezzanotte passata, dunque che era già Natale.
Ma alla fine sorrise. Abitava con Sherlock Holmes, era così che le cose dovevano andare.
« Cosa c’è di divertente? » domandò il Consulting Detective davanti a lui, inclinando il viso sotto indicazione di John per mostrargli meglio i tagli su labbro e zigomo, che stavano già facendo diventare livida la sua pelle chiara. I suoi movimenti non erano fluidi come al solito, segno che gli facevano male le costole anche se non lo voleva dare a vedere, ma John le aveva controllate prima di tornare a casa ed era sicuro che non ci fosse nulla di rotto.
John scosse piano il capo ma il sorriso non sparì dalle sue labbra. « Buon Natale...? » disse tentativamente, indicando con un cenno del capo l’orologio sulla mensola del camino. L’angolo delle labbra di Sherlock si sollevò in uno dei suoi sorrisi appuntiti.
John si scoprì a pensare, non per la prima volta, che avrebbe volentieri baciato via quel ghigno da quelle labbra sottili. Solo, questa volta si permise di farsi coccolare da quel pensiero.
Era nei guai.
« Mi dispiace per la festa, » disse Sherlock.
John ridacchiò, intento a passare un batuffolo di ovatta imbevuto di disinfettante sui tagli di Sherlock. Non servivano punti ma avrebbe dovuto applicare dei cerotti per sutura almeno sullo zigomo.
« No, non è vero. Preferiresti mille volte una notte come questa piuttosto che un noioso party in casa, » disse John e Sherlock sbuffò ma le sue labbra mantennero un lieve sorriso divertito.
John terminò velocemente di medicarlo e fece per alzarsi dal tavolino ma Sherlock gli afferrò un braccio e gli impedì di andarsene. « Sherlock? ».
« Guardati le mani, John, » disse il moro e solo allora John abbassò lo sguardo sulle sue mani effettivamente vedendo le loro condizioni.
I polsini della camicia erano macchiati di sangue a causa di escoriazioni profonde e livide causate dalla fascetta di plastica. Quando era riuscito a sfilare fuori la mano dall’offensivo legaccio di plastica una discreta porzione del suo dorso aveva pagato il pegno e la pelle si era graffiata dal polso fino alle nocche. Il sangue era già rappreso sulla sua pelle ma non era una visione piacevole per chi non era abituato.
« Ah... » commentò semplicemente il medico, lasciando che Sherlock gli prendesse la mano e cominciasse a ripulire il sangue e disinfettare le ferite. Usò la stessa cura con cui maneggiava i suoi delicati strumenti chimici e John si ritrovò a deglutire osservando i movimenti delle sue dita affusolate.
Era in grossi guai.
« Non sapevo che avessi tutta quella forza dentro di te, » cominciò Sherlock, concentrato su ciò che stava facendo.
John lo osservò e sospirò profondamente. « Non mi piace quando divento così, » confessò.
Sherlock alzò un sopracciglio in un’espressione perplessa, la sua domanda sottointesa in quegli occhi azzurri.
« Mi sembra di essere un animale incapace di controllo. Mi era successo solo una volta prima di oggi e avevo promesso di non farlo mai più ma... » lasciò cadere.
« Ma? » incalzò Sherlock.
Ma ti hanno messo le mani addosso, avrebbe voluto dire John, ma decise di non essere così coraggioso nonostante l’atmosfera del Natale rendesse quel piccolo salotto intimo e decisamente troppo tentatore. Non avevano nemmeno acceso la luce, lasciando che i vari fili di lucine colorate sparsi per la stanza e posati sull’albero di Natale illuminassero l’ambiente di una calda luce gentile.
« Ma eravamo in pericolo, dovevo fare qualcosa, » rispose John con una mezza verità.
Solo allora Sherlock alzò del tutto gli occhi dalle sue mani, incontrando il suo sguardo. C’era qualcosa di particolare in quegli occhi azzurri, una scintilla che John riconobbe ma a cui non riuscì a dare un nome, e le parole gli morirono in gola quando tentò di giustificarsi ulteriormente, cercando di nascondere dentro di sé il vero motivo per cui aveva voluto uccidere ogni singola persona dentro quel magazzino. Ma Sherlock leggeva le persone come libri aperti e John non era mai stato in grado di nascondere alcun che.
« Non eravamo in pericolo, » ribatté Sherlock, imbevendo un altro pezzo di cotone idrofilo con del disinfettante prima di dedicarsi al labbro di John, ripulendo il taglio dal sangue. « Non avevano intenzione di ucciderci, non subito per lo meno, e Lestrade aveva tutto il tempo di arrivare e di fare irruzione, nonché di salvare il bambino senza essere visto. Erano stupidi, probabilmente seguivano gli ordini di qualcun altro, e nessuno era rimasto a guardia del ragazzino dato che erano tutti lì con noi. Eravamo le esce perfette e ci sarebbero bastati cinque minuti in più, » disse. John fece per dire qualcosa ma Sherlock lo interruppe con un’occhiata. « E tu lo sapevi, » aggiunse.
Sì, certo che lo sapeva. Ad un certo punto lo aveva intuito dalla tranquillità di Sherlock, che c’era qualcosa sotto. Non era questo il punto.
« Qual è il vero motivo? » incalzò Sherlock, e John decise che ne aveva abbastanza. Se Holmes voleva la verità, lui gli avrebbe dato la verità.
« Ti avevano messo le mani addosso, » disse. Sherlock si fermò e lo guardò negli occhi. « Ti avevano messo le mani addosso e io non ci ho visto più. »
La reazione di Sherlock non era quella che John si era aspettato, semplicemente perché era francamente impossibile capire quale reazione aspettarsi da quell’uomo. Era completamente imprevedibile e tutte le volte che John pensava di aver capito qualcosa di lui Sherlock ribaltava le carte in tavola e lo costringeva a cominciare da capo. Probabilmente John era l’unica persona al mondo a cui Sherlock aveva concesso di lasciarsi conoscere ma nonostante questo a volte si sentiva nel vicolo cieco di un labirinto, convinto di aver trovato il filo di Arianna senza in realtà stringere nulla in mano.
Avrebbe mentito se avesse detto che quella era una delle (tante) cose che amava di Sherlock Holmes.
Il Consulting Detective chiuse gli occhi e scosse il capo, ma lo fece con un sorriso. « Ti ci è voluto fin troppo, » commentò, per poi aggiungere: « forse dovrei offendermi per tutto il tempo che ho trascorso aspettandoti. »
John aggrottò le sopracciglia, fingendo di non capire. « Di cosa stai parlando? » domandò a bassa voce, senza il minimo sforzo di mascherare la sua consapevolezza.
« Lo sai, » rispose infatti Sherlock, che sapeva tutto ancora prima che John ripiegasse la mente intorno a quel concetto. Come al solito.
John non ammise né negò. Si limitò a scostare lo sguardo dagli occhi di Sherlock, agganciandoli alla finestra e allo scorcio di paesaggio urbano che si vedeva al di là del vetro.
« John, » incalzò Sherlock.
« Sai, posso citare almeno sei motivi per cui non potrebbe funzionare, » disse allora il medico, tornando a posare gli occhi su quelli azzurri dell’altro.
« Io ventotto, » ribatté il minore degli Holmes.
« Sono un uomo orgoglioso anche se non lo sembro. Non prendo bene l’essere messo da parte per qualcosa che non ritengo abbastanza importante, e sono... beh, un po’ danneggiato. »
« Beh, John, io non sono di certo una persona facile, » e a queste parole John roteò esplicitamente gli occhi. « Sono scostante e lunatico, e non posso farti alcun tipo di promessa che sono sicuro non infrangerei. Nessuno sano di mente penserebbe di cominciare qualcosa con me nel senso romantico del termine. »
« Io non sono sano di mente, » ribatté John dopo qualche istante di silenzio.
Le labbra di Sherlock si stirarono in un sorriso che il Consulting Detective faticò a mantenere. « No, non lo sei? » domandò giocosamente.
John scosse il capo con un sorriso compiaciuto sul volto. « Ho un disturbo post-traumatico da stress e ho una preoccupante dipendenza dal pericolo, ricordi? Lo ha detto anche l’Esercito, » disse.
Sherlock sembrò sorridere ancora di più ma pian piano esso si spense. Lasciò perdere del tutto il batuffolo di cotone e accarezzò con un polpastrello il labbro inferiore di Watson, incantato dalla sua forma e dal taglio che lo spaccava. « Ti farò soffrire, » disse.
« Sono forte abbastanza da sopravvivere all’Afghanistan, tu non mi fai paura, » ribatté il medico.
« Ci saranno giorni in cui cercherò il litigio a tutti i costi solo perché non ho niente da fare. »
« Non è ciò che succede già? »
« Ti offenderò, ti farò andare via. »
« E io tornerò indietro quando mi sarà passata. »
« Perché io? » domandò allora il detective.
John aprì la bocca per parlare ma la prima volta non uscì niente. Riprovò con la seconda e fu più fortunato.
« Chi altri? » domandò. Stavano sussurrando e solo in quel momento John si accorse che Sherlock si era avvicinato fino ad essere a pochi centimetri da lui.
« Tanti altri, » tentò Sherlock. John scosse il capo.
« Nessuno, » garantì con voce sicura. « Tu. »
Non seppe con esattezza chi dei due coprì lo spazio che li separava, ma le loro labbra si incontrarono di comune accordo a metà strada, assaggiandosi per la prima volta. Era difficile baciarsi decentemente con le labbra spaccate, contuse e doloranti, ma entrambi decisero di non badare troppo alle loro ferite in favore di quel qualcosa che stava nascendo in quel contatto e che avevano – consapevolmente o meno – covato per molto tempo in quei pochi centimetri di spazio fra loro. Quando John passò la lingua sul labbro inferiore di Sherlock, assaggiando il sapore del sangue e quello amaro del disinfettante, il detective glielo lasciò fare e anzi, gli diede libero accesso alla sua bocca.
Il bacio si fece più profondo. Sherlock baciava tentativamente, come se volesse esplorare e capire come John preferiva essere baciato, e quindi si faceva guidare dal dottore, che dal canto suo lo baciava come se avesse finalmente avuto la possibilità che da tanto agognava. Quante volte aveva bandito dalla propria mente il pensiero di come dovessero essere morbide quelle labbra, o agile quella lingua? Quante volte si era ripetuto che era solo curiosità, che nei pensieri ognuno è libero di immaginarsi ciò che vuole e questo non voleva dire che fosse gay, o attratto da Sherlock in un qualche modo che non fosse semplicemente amichevole? Era stato uno stupido e se ne rendeva conto solo ora, quando solo un bacio di Sherlock, a Sherlock, inondava di fuoco le sue vene.
Fu John ad interrompere il bacio, portando delicatamente la mano sulle labbra di Sherlock quando l’uomo fece per riavvicinarsi e riprendere da dove avevano interrotto. « Per quanto mi farebbe piacere andare oltre a tutto questo, » disse in un filo di voce, « per quanto io lo desideri, non voglio correre. Questa nostra... ciò che c’è fra noi è importante, voglio trattarlo con il rispetto che merita, » disse.
Sherlock sogghignò, un angolo delle labbra sollevato scherzosamente. « Uomo all’antica, » commentò.
John rispose con un sorriso simile al suo. « È un male? ».
« John, se fosse un male non saresti qui. Io non sarei qui, » rispose Sherlock, e John annuì sapendo che era vero. Sherlock non aveva problemi nel liberarsi delle persone che non gli piacevano (ovvero la maggior parte del globo...?) e anzi, il dottore era convinto che se Sherlock non avesse visto qualcosa in lui, quel giorno al Bart’s, probabilmente John sarebbe rimasto là come un pesce lesso e non avrebbe ricevuto alcun invito da parte di quell’uomo alto ed affascinante che gli aveva snocciolato in faccia gli ultimi anni della sua vita come se li avesse vissuti al suo fianco per tutto il tempo.
John si allungò per rubare un altro bacio e proseguì il movimento, facendo stendere Sherlock sul divano e posizionandosi al suo fianco. Il detective intrecciò le gambe con le sue in modo da fare stare entrambi più comodi e appoggiò la testa sulla spalla del medico quando John lo circondò con le braccia.
Il tempo di riprendere un po’ del fiato che l’adrenalina di quella notte gli aveva tolto e Sherlock prese subito parola, la voce mezza ovattata dal petto di John.
« Mycroft mi aveva avvertito di non farmi coinvolgere da te, quando ti ho conosciuto » disse con nonchalance.
Il cuore di John perse un battito, ma la sua bocca si mosse comunque. « Perché? » chiese.
Sherlock rimase in silenzio per alcuni istanti, pensieroso. « Credo che abbia dei problemi con uno dei suoi pesci rossi, » disse semplicemente e anche se John non aveva capito una parola di quella che doveva essere per forza una similitudine, non indagò oltre. Per quello che gli riguardava Mycroft poteva tranquillamente tenersi le proprie opinioni per sé, grazie tante.
« Io e te siamo innamorati da così tanto tempo che anche tuo fratello deve essersi messo il cuore in pace, » disse John, chiudendo gli occhi con tutta l’intenzione di riposarsi, magari anche di dormire. Al mattino la sua schiena si sarebbe lamentata e non poco, per non parlare della spalla, ma stava troppo bene così com’era per anche solo considerare di chiedere a Sherlock di spostarsi su uno dei loro letti (dove comunque avrebbe dormito perché ora era davvero, davvero esausto).
Sherlock  non disse niente per molto tempo, così tanto che John cominciò pian piano ad assopirsi con il maso immerso nei riccioli mori dell’altro e il capo morbidamente appoggiato al cuscino del divano. Però poi prese parola e John non poté fare altro che ascoltarlo. Dopotutto, era uno dei motivi per cui lui esisteva, ascoltare Sherlock Holmes.
« Da quanto, esattamente, io e te siamo innamorati? » chiese.
John aprì un occhio, indeciso se considerare quella una domanda trabocchetto o una semplice curiosità. Con Sherlock era difficile operare distinzioni di quel tipo dato che era complicato capire cosa pensasse. Tuttavia il dottore cercò dentro di sé una risposta.
« Non lo so, » disse con onestà, « so solo che ad un certo punto tu sei diventato indispensabile. E che io lo abbia realizzato solo stasera non cambia il fatto che, probabilmente, ti amavo già da molto tempo. Solo... »
« Solo non eri gay, » scherzò Sherlock e John ridacchiò divertito.
« Solo non avevo il coraggio di ammetterlo a me stesso, » confessò poi.
Dopo di ché, Holmes non disse più nulla. Si limitò ad appoggiare meglio la testa nell’incavo del collo di John e a chiudere gli occhi.
John sapeva che Sherlock era un tipo più che particolare. Sapeva che sarebbe stato difficile, in certi giorni, e in altri addirittura impossibile. Sapeva che con lui era un continuo rischiare, una perenne roulette russa in cui ti giocavi tutto senza possibilità di fuga; ma John si sentiva pronto a correre quel rischio, a stare seduto su quel tavolino davanti a Sherlock e puntarsi una pistola alla tempia sperando che nel tamburo non ci fosse il proiettile che l’avrebbe ucciso.
Probabilmente Sherlock non gli avrebbe mai detto “ti amo”, o dimostrato il suo affetto più di una volta ogni tanto. Si sarebbe dimenticato di anniversari e compleanni e date importanti e di tutto ciò che riguardava la normalità di una vita di coppia, da quel preciso momento in poi, dall’istante in cui John aveva deciso di smettere di comportarsi da amico e di dare a Sherlock tutto se stesso senza pretendere nulla in cambio. E non voleva mentire, no, non voleva: John sapeva che sarebbero arrivati quei giorni in cui si sarebbe sentito ferito dal comportamento spensierato e menefreghista di Sherlock, sarebbero arrivate le notti insonni a chiedersi perché, fra tutte le persone del mondo, era dovuto essere proprio lui. Si sarebbe arrabbiato, e si sarebbe offeso, e avrebbe chiesto scusa inutilmente molte più volte di quelle che in realtà si aspettava. A volte se ne sarebbe andato per stare un po’ da solo, chiedendosi se Sherlock era in pena per lui o se era uscito a cercarlo, e moltissime volte quella risposta sarebbe stata negativa, ma a John non importava. Era una di quelle persone che credeva alla frase “al cuor non si comanda”, in fondo, e sapeva benissimo che ormai aveva le mani troppo dentro al barattolo di biscotti per tirarsi indietro ed inventare una scusa.
Dopotutto, lui non stava cercando di cambiare Sherlock. Avrebbe semplicemente preso con gratitudine tutto ciò che Sherlock sarebbe stato disposto a dargli e si sarebbe accontentato. Perché sapeva che ognuna di quelle dimostrazioni d’affetto, ogni minuto di quella considerazione, ogni parola dolce e ogni sorriso che Sherlock gli avrebbe riservato da quel momento in poi erano solo per lui, di sua esclusiva proprietà.
E John avrebbe volentieri fatto il culo a strisce a chiunque avesse anche solo considerato di mettere le mani addosso a Sherlock in sua presenza. E questa volta sì, poteva ammetterlo senza vergogna.
Guardare nell’abisso per Sherlock Holmes, decise ad un passo dal sonno, ne valeva la pena.
 
 
 
 
 
 
«Sherlock, per favore, potresti stare fermo? »
« John. Io mi annoio. »
Madre di Dio, perché proprio lui?
 
 
 
 
 
Fine.
 
 
 
* citazione dal caro Friedrich Nietzche
   
 
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