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Saint seiya |
Enigma di Gem | Leggi le 7 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 12/12/2008 | Stampa questo capitolo | Stampa tutta la storia
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Enigma

≈ L’incidente

 

«Io... ti odio!»

Senza potermelo aspettare, aveva urlato quella frase ed era scappato via, sotto la pioggia battente, privo di cappotto e di ombrello. L’avevo visto allontanarsi dalla finestra, mentre mi crucciavo per il suo comportamento, aggrottando le sopracciglia e pensando ad un rimedio.

Ero rimasto a guardare l’acquazzone per almeno dieci minuti, inebetito dallo scrosciare dell’acqua e specialmente dalla sua esclamazione.

Dopotutto l’avevo avvertito. Se fosse uscito un’altra volta senza un valido motivo, lasciando i compiti in bella mostra sulla scrivania, avrei chiamato i suoi genitori. Due, tre volte avevo chiuso un occhio. Ma quel giorno, vedendolo sgattaiolare di casa con la sacca di basket e un sorriso sfacciato, di chi sa che il proprio comportamento danneggia gli altri, mi ero preso una rabbia tale da chiamare sua madre e riferirgli per filo e per segno cosa aveva fatto alle sue spalle il figlio. Ovvero, mio cugino. Hyoga.

Era tornato due ore dopo, gettando la sacca ai miei piedi e narrandomi le sue imprese gloriose nella partita. Ma non sorridevo, né ero disposto ad ascoltarlo. E quando gli indicai il telefono, arricciando le labbra in una smorfia, aveva capito tutto ed era uscito, urlandomi contro.

 

Quando finalmente mi allontanai dal vetro, chiamai ancora mia zia per informarla della “fuga” di Hyoga. Si prese qualche secondo prima di rispondere.

«Hai detto... che è andato via di nuovo?» Avvertivo una certa dose d’ansia mista a furore nelle sue parole.

«Sì, zia. Io non ho potuto...» M’interruppe.

«Camus!» tuonò «Tu hai fatto bene così. Ci penserò io, a punirlo come si deve. A basket, dico! E’ andato a giocare a basket. Gli avevo categoricamente proibito di uscire questo mese! Doveva recuperare quei votacci a scuola... Camus, fammi un piacere.»

«Dimmi, zia.»

«Potresti andare a cercarlo? Altrimenti mi viene un infarto. Qui in ufficio ho già i miei pensieri, e con questo tempo ho troppa paura di lasciarlo fuori.»

Annuii, anche se non poteva vedermi, e assentii. M’infilai il giaccone e uscii di casa. La casa era quella dei miei zii, ovviamente. In quella circostanza io ero il cane da guardia.

Raggiunsi la macchina con una corsa evitando di inzupparmi i lunghi capelli rossi. Ingranai la marcia e m’immisi in strada.

Hyoga aveva da sempre avuto una forte caparbietà, compensata da un grande altruismo. Nei miei confronti, quest’ultimo non s’era proprio manifestato. Premetti sull’acceleratore imboccando la strada per la palestra di basket, soffocando un verso di disapprovazione. Va bene, neppure io ero così comprensivo in certe situazioni, ma a vent’anni è un altro conto.

Un semaforo rosso mi bloccò a cento metri dalla mia meta. Mi venne voglia di passare ugualmente, quando il mio cellulare, infilato in una qualche tasca del giubbotto, iniziò a squillare. Lo trovai e guardai il mittente della chiamata. Ah, ecco. L’eroe.

Risposi prontamente: «Bene, Hyoga. A che gioco stiamo giocando? Dimmi dove sei, ti vengo a prendere.»

Dall’altra parte udii un singhiozzo. Sobbalzai.

«Hyoga?! Che sta succedendo?!» urlai in preda al panico.

«Signore... il ragazzino con questo telefono...» mormorò una voce sconosciuta «Signore, l’hanno investito!»

Mi si mozzò il fiato in gola. Sgranai gli occhi e avvertii un batticuore tremendo. Investito. Sperai di aver sentito male. Cercai di collegare i pensieri, ma il mio corpo reagì diversamente. Il telefono mi cadde dalla mano, rimisi in moto e sfrecciai come un pazzo in retromarcia.

Oh no, non poteva essere stato investito. Quello era solo un incubo. Volevo svegliarmi. Dovevo assolutamente svegliarmi.

Mi riportò alla realtà la voce dal cellulare. Lo afferrai da sotto il sedile e gridai, in un turbinio di sentimenti: «Dove si trova?! Dove?!»

«Rue Parrot [1]... Rue Parrot...»

Gettai di nuovo il cellulare ai miei piedi, concentrandomi solo sul volante. La pioggia pareva non darmi tregua e cadeva sul cruscotto con violenza.

Dio, ti prego. Non puoi portartelo via ora. E’ troppo giovane. Pensavo confusamente, mentre prendevo un senso vietato. Dio, aspetta ancora.

Il luogo non era molto lontano, ma sfrecciavo follemente, e pericolosamente, fra le vie. Il primo segnale dell’incidente fu una sirena spiegata di un’auto della polizia. Certo che si dirigesse verso Rue Parrot, la seguii in preda al panico.

E mi sentii in colpa.

Era colpa mia se Hyoga era scappato. Era colpa mia. Solo ed esclusivamente mia.

L’ansia e la nausea s’impadronirono di me, e sentii un conato improvviso. Sudai freddo, socchiudendo gli occhi. Se zia Natassia perdesse il suo unico figlio – meditai – La colpa sarebbe mia. Forse mi suiciderò.

Quell’ultimo pensiero terribile mi costrinse a trasalire. Lo eliminai, ragionando sulla sua assurdità. Recuperare la lucidità fu ancora più difficile quando la volante ed io giungemmo sul posto. La sorpassai imprudentemente e mi fermai notando una piccola folla.

Dio, ti prego.

Scesi lentamente, quasi trattenendo il respiro, pigiando il tasto della chiusura dell’auto con nervosismo, nella speranza che quelle persone fossero lì per un altro motivo, non per l’incidente. Non per l’incidente. Parevo invasato. Mi feci largo, bagnandomi dalla testa ai piedi, infischiandomene delle gomitate che rifilavo ai curiosi che non si scostavano.

Sentii un’altra sirena, e vidi un’ambulanza giungere in senso opposto. Adesso non avevo più nessuno di fronte a me.

Solo la strada.

Il sangue.

Hyoga.

Gridai e le ginocchia cedettero. Quello per terra era mio cugino, riverso in una pozza di sangue, le gambe piegate innaturalmente, un’espressione terrificante in volto. Non riuscivo a piangere, vittima della mia dannata freddezza. Eppure mi sentivo privo di forze per reagire, colpito e affondato da qualcosa a cui non si può fuggire. La morte.

«Largo!» urlarono due uomini scesi dall’ambulanza «Allontanatevi!»

Due poliziotti, quindi, fecero indietreggiare la gente, tentando di fare ugualmente con me. Alzai il viso, fra le ciocche di capelli appiccicatesi.

«Hyoga... è vivo?» sussurrai «Mi risponda! E’ vivo?» Aggiunsi, aumentando l’enfasi nella voce. Il nodo in gola si sciolse ed esplosi in un singhiozzo. «Mi dica qualcosa...»

Guardavo Hyoga e gli uomini dell’ambulanza soccorrerlo precipitosamente, con tutte le precauzioni del caso. Uno dei poliziotti mi tirò per il braccio e mi costrinse ad alzarmi.

«E’ un parente?!» gridò, trascinandomi vicino al corpo di Hyoga «Conosce questo ragazzo?!»

La mia risposta, interrotta da violenti singhiozzi, fu un semplice: «Hyoga!»

Le lacrime, maledette, non uscivano, costringendomi a piangere senza di esse. Fui sbattuto sull’ambulanza, privo di forza per reagire, non riuscivo neanche a guardare i frenetici movimenti attorno al corpo di mio cugino. Ebbi un intenso capogiro, poi svenni.

 

Un campo innevato si estendeva di fronte a me. Oh, com’erano belle le vacanze trascorse dal nonno, vero Hyoga? Qui a Parigi nevica troppo poco per me. Invece, giù nel dipartimento della Savoia [2], era tutto più bello...

 

«Camus! Camus! Guarda! Pupazzo di neve!»

«Attento Hyoga, così cadrà! Devi metterci più neve!»

Camus si era avvicinato, sistemando la base dell’omino.

«Adesso rimarrà fermo, vero Camus?»

«Sì, credo proprio di sì.»

«Ma perché non parla?»

«Si vede che hai solo 6 anni...»

Hyoga si era indispettito.

«Allora dimmelo tu.»

«Non ha vita, non può parlare.»

«Non ha vita? Poverino.»

 

Aprii gli occhi agitato. Il bianco della neve si dissolse in un soffitto anonimo, dove solo un neon spezzava la monotonia. Non capii subito cosa mi fosse successo. Avvertivo un insolito formicolio al braccio sinistro, ma non me ne curai.

M’interessava sapere dove mi trovavo.

Ma quando feci mente locale, mi assalì una forte nausea e ricordai tutto.

Sangue. Hyoga. Le gambe rotte. Ancora sangue. La pioggia che mi scivolava sulle guance, al posto delle lacrime. Le sirene dell’ambulanza. I singhiozzi. Le domande della polizia. Sangue.

«Hyoga!» gridai, sollevandomi sugli avambracci. Un dolore fastidioso m’invase dal braccio. Avevo un ago infilato ad una vena, e una flebo accanto al letto.

«Hyoga!» ripetei, respirando affannosamente.

Girai la testa alla ricerca di qualcuno che potesse rispondere alle mie domande. Ma la modesta stanza dove ero stato collocato era vuota, e solo una campanella fungeva da contatto con l’esterno.

M’attaccai a questa in preda all’angoscia, ricominciando a pensare confusamente. Sentivo i trilli risuonare nel corridoio, le gocce pesanti di pioggia sui vetri della finestra, i passi di qualcuno che si avvicinava. M’issai ancora, facendo attenzione all’ago, afferrando la stecca della flebo e strascicandomi alla porta.

Dovevo raggiungere Hyoga.

Un’infermiera scorbutica mi si parò davanti, ostacolandomi il cammino.

«Dove sta andando?» gracchiò, corrugando le profonde rughe.

«Mi lasci passare.» Tentai di oltrepassarla, ma la signora si aggrappò alla flebo e scosse la testa.

Singhiozzai per la rabbia. «La prego! Mio cugino è stato ricoverato... investito... io...»

«Camus!»

L’inconfondibile voce di mia madre mi chiamò.

Mi voltai meccanicamente verso di lei, ma era già corsa vicino a me, pronta ad abbracciarmi. Non impiegai molto tempo ad allontanare l’infermiera e stringerla fra le braccia.

«Ca...Camus...» pianse, tirando su con il naso «Tuo... tuo cugin...cugino...»

La strinsi ancora più forte e deglutii in attesa di notizie. Mi mancava il respiro.

«Sta... in coma... coma...»

Sospirai talmente intensamente che mi accasciai privo di forze.

Non era morto. Hyoga era ancora vivo. Hyoga era ancora sulla Terra.

Svenni di nuovo, o almeno credo, perché quando mi ripresi ero di nuovo sul letto, con una mano fra quelle dolci di mia madre. Non aprii subito gli occhi, le palpebre pesavano.

«Nymphe... come sta?» La voce di mio padre rimbombò nella stanza.

«Hector...» Mia madre aveva parzialmente riacquisito la calma. «Prima gli hanno fatto un’iniezione di tranquillanti perché aveva tutti i valori sbalzati... povero Camus... dover vedere Hyoga... in quelle condizioni...»

Le sue mani lasciarono la mia, e si portarono probabilmente al volto, per asciugare le lacrime.

«Poi è svenuto... di nuovo... ho paura...»

Aprii gli occhi sentendo quella frase.

«Mamma.»

«Uh, Camus!» squittì lei, carezzandomi la fronte. «Sei sveglio...»

Mi sollevai delicatamente, lottando contro il senso di nausea che non accennava ad andarsene. Sbattei più volte le palpebre, socchiudendo gli occhi alla luce che mi dava fastidio. Avevo bisogno di vedere Hyoga. Subito.

«Amore... calmati. Sei... tutto sudato.» balbettò mia madre.

«Tieni, infilati questa.» Mio padre, serio come sempre, mi passò una tunica da ospedale, verde e maledettamente angustiante. Qualcuno aveva già provveduto a spogliarmi e vestirmi con una larga camicia da notte, che permetteva alla flebo di arrivare al braccio.

Respirai profondamente, mentre mia madre mi aiutava – con un certo imbarazzo – a mettermi la tunica. Ma mi sentivo totalmente estraneo al mio malessere.

Pensavo solo a Hyoga.

«Dov’è?»

«Rianimazione.» Rispose mio padre, dandomi un buffetto sulla guancia. «Ma ora dormi.»

Avevo un mal di testa insistente, la nausea e una costante preoccupazione per mio cugino. Ritornando supino sul letto, m’addormentai allo stremo delle forze, sebbene volessi vedere Hyoga. Sognai ancora la neve.

Mi svegliai a notte inoltrata, con mia madre addormentata su una sedia e una valigia ai suoi piedi. Probabilmente il mio soggiorno in ospedale non sarebbe stato breve.

Mi alzai silenziosamente e m’affacciai alla porta. Il corridoio era deserto, non c’erano né mio padre né l’arcigna infermiera. Lasciai il reparto di... – dove mi trovavo? – per raggiungere, dopo mille ascensori e corsie, quello di rianimazione. Trasportavo la flebo con attenzione, perché il bruciore al braccio si faceva sempre più insistente.

Hyoga.

Cosa aveva provato.

Aveva avuto paura?

Chi era stato.

Era stato fermato?

Mentre la mia mente vagava fra recondite considerazioni, arrivai alla porta che sanciva la fine del corridoio pubblico della rianimazione. Oltre, mio cugino. Avvicinai, tremando, la mano alla maniglia.

Sempre che la porta non fosse chiusa dall’interno...

Eppure si aprì, senza che facessi niente.

Ne uscì un infermiere biondo, che per poco non mi travolse con un carrello. Mi ressi al suo braccio sussultando. Debole com’ero, rischiavo di cadere per il minimo urto.

«Uh, tutto bene? Che ci fa qui, a quest’ora?» Il buffo accento dell’infermiere mi spiazzò.

Alzai lo sguardo. Incrociai gli occhi azzurri come il cielo, e profondi come il mare, del ragazzo, e inebetito mi lasciai sfuggire un “oh” di sorpresa.

«Da quale reparto viene?»

Il ragazzo continuò a fissarmi attentamente, come se volesse analizzarmi nei minimi dettagli. Esigeva una spiegazione?

«Cerco Hyoga Kido. [3]» sbottai, reprimendo le mie emozioni. «E’... stato investito.»

Il viso di quello si rabbuiò: «Ah. Il ragazzo. Ma...»

«Mh?»

«Ma sei tu, Camus?»

Sobbalzai. Come faceva a conoscermi? Nelle mie reminescenze non trovavo il suo volto. O almeno, in quella situazione non ci riuscivo. A momenti non sarei stato capace di riconoscermi allo specchio.

«Perché?»

«Sono io, Milo!»

Il ragazzo si aprì in un sorriso abbagliante. Ne rimasi offeso: non era il momento di gioire, specie con Hyoga in quello stato. E il nome Milo non mi diceva nulla. Non era francese, quindi doveva essere uno straniero, e io di stranieri con quel nome non ne conoscevo.

«La prego. Mi faccia passare!» implorai, spostando il carrello. «Devo vederlo...»

«Milo Stamatos!» esclamò lui, sostenendomi per il braccio. Il sorriso non accennava ad andarsene. «Quello del syrtoballos [4]

A meno che...

«Abbiamo ballato insieme il syrtoballos

Sgranai gli occhi e sussultai. Oh, adesso sì che ricordavo fin troppo bene chi fosse.

L’anno prima, in gita scolastica, la mia classe aveva visitato alcune isole greche, fra cui anche quella omonima di Milo. Qui avevamo assistito ad alcune danze tipicamente greche, Hasapiko, Sousta, e un sacco di altre di cui non ricordavo il nome. Arrivati al Syrtoballos – molto simile al Sirtaki, ma a coppie – i miei compagni, notando che un nostro coetaneo partecipava alla danza (Milo, ovviamente), mi avevano spinto vicino a lui per costringermi a “ballare”. Così l’avevo conosciuto in questo modo abbastanza vergognoso. Parlava un discreto francese, e ci eravamo presentati. Mi ero anche scusato per aver letteralmente disonorato, con i miei movimenti improvvisati, una danza greca. Aveva riso.

Trovarmelo a Parigi, nell’ospedale di... in quale ospedale mi trovavo?, non era certo nelle mie previsioni. E non ero così entusiasta, sapendo che Hyoga, in coma, si trovava nel reparto alle sue spalle.

«Sì.» risposi, inarcando le mie sottili sopracciglia, che si biforcavano agli estremi. «Fammi passare.» Mi sottrassi alla sua presa, poi aggiunsi, per ingraziarmelo: «Per favore, Milo.»

«Camus! E’ incredibile... ieri ti ho proprio pensato!» mi rivelò. «Sono venuto qui a Parigi, ma non sapevo come rintracciarti...»

«Milo!» lo interruppi bruscamente, allontanando il carrello. «Devo vedere Hyoga. Ti prego.»

Possibile che se ne infischiasse delle mie richieste?! Perché tutta quella familiarità?

«Ma Camus... può accedere solo il personale... ti accompagno al tuo reparto. Che ti è successo?» chiese indicando i tubicini attaccati al mio braccio. «Conosci il ragazzo?»

Strinsi i pugni, per quanto il sinistro fosse praticamente atrofizzato.

«E’ mio cugino.» sibilai.

Cambiò espressione in meno di un secondo.

Spalancò gli occhi, si morse il labbro e congiunse le mani nervosamente. Si vedeva lontano un miglio che cercava un giusto commento per la situazione. Approfittai della sua esitazione per scivolare fra lui e la porta, ma mi bloccò prima che potessi entrare del tutto.

«Mi dispiace.» La sua voce era sinceramente dispiaciuta. «Però... non posso farti entrare. E’... proibito. Inoltre anche tu sei così...» Alluse al mio completo da malato ospedaliero. «Domani, forse, quando tornerà il primario...»

«No, adesso!» strillai, afferrando il polso di una mano che stringeva il mio braccio. «Lasciami andare!»

All’improvviso mi tornò la voglia di piangere. Singhiozzai una prima volta mentre mi tirava fuori dalla corsia, e una seconda quando mi fece sedere su una panca. Affondai le unghia nella sua pelle, conscio che potessero ferirlo, perché le curavo ossessivamente, mantenendole né troppo corte, né troppo lunghe. Ma giustamente affilate.

Si sedette accanto a me, mentre portavo una mano a coprirmi il volto.

Non volevo che qualcuno mi vedesse, così da vicino, mentre “piangevo”. Per me, l’orgoglio era importantissimo. E inoltre ero un uomo. Un uomo non piagnucola mai, diceva mio padre.

Forse era a causa di ciò che le lacrime non sfioravano mai le mie guance... 

«... ha una lesione al fegato e un ematoma cerebrale.»

Mi voltai di scatto.

Aveva esitato a lungo prima di parlare, rendendo quelle parole cariche di drammaticità.

«E... una compressione toracica. Le gambe rotte.»

Ad ogni parola, sbarravo gli occhi intimorito.

«E’ in coma.»

Rimasi in silenzio, accasciandomi fino a toccare con la testa le ginocchia.

Il dolore al braccio si attenuò, forse perché in confronto a quello di Hyoga era insulso. Mi sentivo un verme...

Milo si mise davanti a me, poggiò una mano sulla mia spalla e sospirò.

«Sta’ tranquillo. Tuo cugino non è in pericolo di morte. Il bastardo che l’ha investito – giuro su Dio – presto lo sarà. Dovessi ucciderlo con le mie stesse mani...»

Alzai il capo, sorpreso dalla sua irruenza. «Chi è stato?»

«I poliziotti... poco fa sono andati via, hanno parlato con sua madre... tua zia, suppongo. Hanno detto che è fuggito.»

«Non l’hanno preso?». Avvampai, strinsi i denti.

«No. Ma dicono che aveva una Jaguar grigia. Lo troveranno presto, ne sono sicuro.»

Tornai a respirare regolarmente. Non me ne ero reso conto, ma nel frattempo Milo mi aveva issato e condotto fino all’ascensore, abbandonando nell’atrio il carrello che prima trasportava. Mi chiese da quale reparto arrivavo, ma non lo sapevo, e sorridendo comprensivo mi accompagnò in pronto soccorso – l’unico che poteva gestire un caso stupido come il mio, dove riconobbi l’infermiera dai capelli bianchi.

In silenzio, tornai in camera.

Ero depresso. Incredulo. Scioccato.

«Buonanotte.» mormorò Milo, ignorando la perfida signora, che dava segni di nervosismo. «Se vuoi, domani mattina passo a trovarti.»

Mi sedetti sul letto, osservando mia madre dormire profondamente, con i segni del pianto attorno agli occhi arrossati. Annuii debolmente, e infine formulai una risposta sensata.

«Grazie. Prenditi cura di Hyoga.»

Milo sorrise.

«Certamente. A domani.»

Spense la fioca luce e socchiuse la porta. Non appena m’infilai sotto le coperte, caddi vittima dell’inquietudine. Non piangevo – o meglio, singhiozzavo – così follemente da quando avevo cinque anni.

 

 

 

 

 

 

 

Gem racconta...

 

Ok, i personaggi sono decisamente OOC. A parte questo, come vi sembra?

E’ la mia prima fan fiction. Commentate. E siate clementi. V///V

Questo capitolo è una sorta di introduzione... il cuore della storia arriva dopo. Non ho intenzione di farla troppo mielosa, anzi, vorrei riuscire a rimanere dannatamente, esageratamente, giustamente distaccata come il caro Camus – anche se fino ad adesso ha già piagnucolato ventiseimila volte. ;_; <- Camus.

Spero che continuiate a leggerla lo stesso.^^

 

 

[1] Rue Parrot si trova presso il centro di Parigi, nelle vicinanze di ben tre ospedali. Hyoga è stato fortunato... o raccomandato...

[2] La Savoia è un dipartimento francese ai confini con l’Italia, che racchiude parte delle Alpi e delle Prealpi francesi. Nevica spesso... ovviamente. Mi occorreva un posto stile Siberia per Camus e Hyoga. La Provenza e il suo Sole non mi sembravano adatti... XP

[3] Hyoga Kido. Suona male, vero? Ma un padre mi serviva in questa ff... mi dispiace per Natassia, ma già una volta si è accontentata del vecchio Mitsu. V.V

[4] Il sirtaki è stato creato per il film Zorba il greco, e racchiude due versioni dell’Hasapiko. Il syrtoballos, invece, ha origini più antiche, ma per il resto presenta più o meno le stesse caratteristiche (anche se si inizia a danzare in coppia, per poi unirsi agli altri. Carini M&C che ballano davanti a tutti XD).


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