Salve,
gente!
Finalmente mi sono decisa a pubblicare la mia fanfic, anche
se non nego che scrivere in una sezione così poco frequentata può essere sia un
bene che un male.
Un bene
perché si potrebbe avere la fortuna di vedere storie e commenti di gente davvero
interessata e che sa scrivere bene. Un male perché tali persone potrebbero
essere ben poche, anche se io non ho mai scritto per gli altri, l’ho sempre
fatto solo e semplicemente per me stessa.
Ed
infatti questa storia nasce dal mio desiderio di leggere qualcosa sul bellissimo
gioco chiamato Assassin’s Creed.
Ho
aspettato qualche nuova fanfic, mi sono gustata le due one-shot nella sezione,
ma volevo continuare a leggere qualcosa sulle splendida gesta di Altaïr, e così
mi sono messa addirittura a leggere storie in inglese. Ma alla fine ha prevalso
la voglia di costruire qualcosa (come al solito).
Assassin’s Creed offre la possibilità di sbizzarrirsi enorme
con una nuova trama, conoscere il periodo storico in cui è ambientato aiuta
tanto. Purtroppo per me, ho avuto ben poco tempo per giocare al videogame su
Play Station 3, ho provato a giocare per quello su PC, ma ovviamente il mio
portatile non è così potente.
Quindi
mi sono affidata al mio ragazzo, che più o meno mi ha spiegato la trama, e a
vari siti da cui ho letto quasi tutto l’operato di Altaïr. Con questo voglio
dire che probabilmente chi ha finito il gioco troverà qualche strafalcione da
parte mia nella storia.
Voglio
avvertire che il protagonista della fanfic non sarà l’assassino, bensì un
personaggio di mia invenzione, una ragazza. Quindi, se vi aspettate la stessa
solfa del gioco, è meglio che nemmeno continuate a leggere. Del videogame ho
preso ben poco, sia di personaggi che di trama. Voglio inoltre aggiungere che la
storia è ambientata due anni dopo gli avvenimenti che conosciamo, ovvero agli
inizi del 1193: la Terza Crociata è terminata grazie all’accordo
siglato da Riccardo Cuordileone e Saladino, e sembra che si viva un certo
periodo di pace. Questo è lo sfondo della storia.
Adesso
vi lascio alla lettura, spero che sia di vostro
gradimento.
Saphy
Capitolo 1
Ricordavo ben poco
di cosa mi fosse successo quella sera. Ero andata ad una festa universitaria per
celebrare la laurea insieme ad altri miei colleghi, anche loro al termine degli
studi, finalmente, e l’unica cosa che
mi tornava alla mente erano fiumi di alchool e probabilmente qualche sigaretta
che proprio sigaretta non era.
Non pensavo che
potessi ancora alla mia veneranda età, ovvero solo 23 anni, ridurmi come una
pezza per una festicciola ridicola e noiosa come un party universitario. Ma a
quanto sembrava non avevo visto niente.
Il peggio doveva
ancora cominciare.
Per prima cosa avevo
la testa annebbiata dalla sbronza, poi sentivo un po’ di freddo alle gambe, ed
infine mi sembrava di essere affondata in qualcosa che forse doveva essere un
materasso, ma che non era per niente comodo. Per un attimo pensai di essere
finita a letto con qualcuno chissà in quale motel, ma non poteva essere successo
davvero.
Mi issai sulle
braccia e finalmente respirai un po’ di aria pulita, o quasi. Sentivo puzza di
umidità ed anche di escrementi. La cosa era alquanto allarmante.
Quando mi guardai
attorno fui sul punto di svenire. Non poteva essere!!
Ero praticamente
coricata dentro una specie di carro di legno contenente della paglia, la quale
mi si era infilata senza pietà tra i capelli e dentro i vestiti. Anzi, dentro il
vestito. Indossavo un semplice abitino nero con spalline sottili, una scollatura
sul seno alquanto vertiginosa che lasciava ben poco all’immaginazione del mio
abbondante decolleté, il tutto si concludeva a minigonna, davvero molto ridotta,
che scivolava fino a metà coscia con pieghe sottili e morbide. Ai piedi avevo
scarpe con il tacco.
Mi guardai meglio in
giro. Dinnanzi a me c’era un muro, a quanto sembrava era un vicolo cieco. Cercai
di alzarmi dalla paglia nel vano tentativo di non affondare nuovamente dentro il
cumulo di fieno. Scivolai giù dal carro e mi diedi una sistemata, anche se mi
ero resa perfettamente conto che il mio vestito in simili condizioni faceva
davvero ridere, e che bastavano pochi movimenti per far vedere cosa portavo
sotto la gonna.
Ma il peggio fu
capire che non ero a Roma, nella mia città. O almeno, quei palazzi così piccoli
e costruiti in quel modo, la strada impolverata e non asfaltata, e soprattutto
la gente che vedevo camminare oltre il vicolo, in una strada più grande, tutto
questo mi fece capire che non ero nella capitale italiana.
Doveva essere uno
scherzo, non c’era altra spiegazione. I miei colleghi dovevano avermi portato
chissà dove.
In un lampo ricordai
che ero riuscita a prendere un taxi, e che ero arrivata a casa mia senza molti
problemi, ciondolando sui miei piedi. Una volta nel soggiorno del mio
appartamento mi ero gettata letteralmente sul divano, e da lì non mi ero più
mossa.
Era allora un sogno?
No, troppo reale per essere un sogno. Sentivo gli odori, i rumori, tutto mi
appariva chiaro e preciso.
Dato che ero una
ragazza che leggeva e studiava molto, cercai di capire dove mi trovassi. Sopra
la mia testa brillava un sole cocente e caldo, il cielo era di un azzurro
stupendo. Il vicolo era delimitato dalle mura di piccoli palazzi alti poco più
di due piani, finestre chiuse con imposte di legno impolverate e sbeccate. A
terra c’erano sacchi pieni probabilmente di fieno e grano, ne sentivo
l’odore.
Da queste poche
osservazioni non riuscii a capire dove fossi, nemmeno quando cominciai a fissare
la gente al di là della strada. Quasi tutti erano vestiti con abiti strani,
lunghi, come delle tuniche, ed i colori principali andavano dal beige al marrone
scuro. La strada era alquanto affollata.
Con passo silenzioso
e attento mi affacciai al bordo del vicolo e percorsi la via con lo
sguardo.
La verità mi cadde
addosso in maniera dolorosa e terribile. Vedevo ai bordi della strada tende dove
sotto vi stavano riparati persone che sembravano vendere i più svariati oggetti,
da vasi stupendi, ad animali uccisi lì sul momento, per lo più galline o altri
volatili. Ero in un mercato, lo capivo bene, ma il freddo che mi prese a
scorrere dietro la schiena fu causato dalla quasi netta sicurezza che fossi in
qualche città araba. E questo lo capii dalle scritte sinuose e bellissime che
vidi sopra ogni tenda.
Il fatto strano era
che… ero in grado di leggere quelle scritte senza alcuno sforzo, come se ci
fossi sempre riuscita, come se fosse la mia lingua.
Completamente persa
nelle mie riflessioni, non mi resi subito conto che la gente cominciava a
vedermi, e soprattutto a fissarmi in maniera strana e spaventata. Cominciai a
realizzare il problema quando qualcuno mi si avvicinò troppo e abbassò una mano
per toccarmi il vestito.
Mi allontanai
stizzita, finendo contro la parete.
:-Dove hai preso
questi abiti? Di cosa sono fatti?- mi chiese visibilmente
incuriosito.
Non gli risposi. Ero
spaventata. Mi vedevo addosso gli occhi di tutta quella gente, qualcuno mi
indicava le gambe nude, qualcun altro guardava la scollatura.
In quel attimo non
solo ebbi la conferma che mi trovassi in una città araba, ma che forse
addirittura c’era qualcosa che non andava a livello temporale. Senza pensarci
due volte scivolai lontana dalla parete e mi allontanai di corsa da quella zona,
nonostante fossi continuamente puntata dalla gente che incrociavo.
Era normale, i miei
abiti erano strani. E anche il trucco che avevo sul viso, i capelli curati in
morbidi boccoli di color mogano erano troppo puliti e perfetti, nonostante
qualche filo di fieno ancora
incastrato tra di essi. Per non parlare delle scarpe, probabilmente più che
inusuali.
Quando raggiunsi una
serie di vicoletti deserti non ci pensai due volte a prendere da una fila di
tessuti stesi una specie di mantello che mi sistemai addosso alla bell’e meglio.
Sapeva di uno strano odore, forse era davvero pulito, ma non potevo fare
cerimonie.
Mi fermai a
riprendere fiato e cominciai a fare due conti.
Di sicuro mi trovavo
in una città araba, o giù di lì. Probabilmente non ero nel 2008, anche se nel
XXI secolo andare in giro con abiti simili in una città musulmana non era
comunque ben visto, soprattutto se ero una donna.
Ma c’era un secondo
punto di tutto quel ragionamento che mi faceva letteralmente scoppiare la testa.
Come ci ero finita in quel posto? Non aveva senso, non capivo cosa potesse
essere successo, non riuscivo a comprendere.
C’era qualcosa che
non andava in me? Forse avevo battuto la testa e mi stavo immaginando tutto?
Magari stavo avendo delle allucinazioni? O forse ero sotto l’effetto di qualche
droga?
Poteva essere,
invece, che ero stata presa da qualcuno e sottoposta a qualcosa del tipo realtà
virtuale? Non ero tanto sorpresa di quelle tecnologie, mi ero appena laureata
con un tesi riguardante questo ambito, anche se non avevo trascurato studi
antichi e sempre più propinati ai giovani universitari.
Mi sembrava di
essere capitata comunque a fagiolo in qualche posto di cui ero abbastanza
pratica, forse per il semplice fatto che riuscivo a leggere ciò che vedevo
scritto sulle tende del mercato lì vicino. Ma anche se ero davvero in grado di
capire cosa vedevo e cosa mi diceva la gente, restava comunque aperta la
fatidica domanda: dove mi trovavo? E soprattutto, come ci ero finita?
Presi un profondo
respiro, cercando di rilassarmi. Sentii uno strano rumore sopra la mia testa, ed
alzandola mi accorsi appena in tempo che una donna stava aprendo la finestra per
affacciarsi. Probabilmente era la proprietaria della roba stesa. Per evitare
guai mi allontanai di fretta dal vicolo ben coperta dal mantello, il quale
assicurava una buona protezione del mio corpo fino ai piedi, nascondendo le mie
scarpe. Sollevai il cappuccio sulla mia testa e continuai a camminare con passo
spedito.
Dovevo cercare di
capire dove mi trovassi, cercare di comprendere cosa stesse succedendo. Ma da
dove potevo iniziare?
Dopo nemmeno 5
minuti di cammino mi accorsi che mi facevano male piedi e caviglie, ed inoltre
cominciavo a sentire sete e fame. Accidenti! Se tutto quello era una scherzo,
era parecchio di cattivo gusto. Stavo cercando di ingannare me stessa? Era ovvio
che non fosse uno scherzo, ma ben qualcosa di più serio e reale.
Senza rendermene
conto ero di nuovo in mezzo alla gente, ma questa volta, per fortuna, nessuno
faceva caso a me grazie al mantello. Cercai comunque di mantenermi in disparte.
E mentre camminavo tra la folla mi sembrava di capire certi discorsi, alcuni
davvero assurdi.
Chi parlava di
stupri, di omicidi, di furti, insomma, di svariati atti vandalici che non
potevano fare parte del mio mondo, almeno non di quello in cui ero nata,
cresciuta e laureata. E poi percepii parole come “crociata”, “Riccardo
Cuordileone”, e i nomi di alcune città arabe tra cui Damasco e Acri.
Cominciavo ad avere
una vaga idea di dove mi trovassi, ma soprattutto di quando mi trovassi. Il che non aiutava
la mia leggera emicrania, che andava velocemente aumentando. Stanca di quel
girovagare non ci pensai due volte a fermare una donna con al seguito una
bambina che avrebbe potuto avere 10 anni.
:-Mi scusi, signora.
Non sono sicura di sapere dove mi trovo.- Mi augurai che, per quanto io
riuscissi a capire la loro lingua, sperai che ciò che dicevo fosse altrettanto
chiaro. -Mi saprebbe dire con precisione dove siamo?-
La donna mi guardò
con aria stupita, ma non sembrava comunque spaventata dalla mia richiesta. Di
sicuro ero io quella che sembrava terrorizzata.
:-Ti trovi a
Gerusalemme, cara.- fece lei, serena.
Mi si mozzò il
respiro, e per un attimo temetti che sarei crollata al suolo svenuta.
Gerusalemme? Cosa
diavolo ci facevo a Gerusalemme? Come ci ero arrivata? E quando? E poi con chi?
Perché non potevo essere lì da sola, lontana dalla mia famiglia e dalla mia
città.
:-Tutto a posto? Ti
sei persa?- continuò la donna.
Non la ascoltai.
Presi a puntare lo sguardo nel vuoto e ricominciai a camminare, anche se questa
volta con passo alquanto lento e piuttosto ciondolante. Mi sentivo come se da un
momento all’altro dovessi vomitare. Si, sentivo la nausea. Eccola!
Mi girai di scatto
verso la parete e rigettai tutto quello che avevo nello stomaco, per lo più
liquidi e un po’ di bile. Nello sforzo di vomitare non mi ero resa conto che il
mantello mi era scivolato da un lato, e adesso mostrava quasi tutto il mio
corpo.
Presa dal dolore
all’addome e dalla fatica che sentivo, non mi resi conto subito del vociare
animato attorno a me. Ma quando udii delle voci autoritarie alle mie spalle mi
sembrò di aver fatto un errore.
Mi girai, il volto
piegato sotto una smorfia di disgusto per il saporaccio che avevo in bocca e per
il fastidio che sentivo allo stomaco. Davanti a me c’erano quattro uomini,
vestiti con armature ben curate, con varie tinte di marrone e nero. Ed uno di
loro aveva in mano la spada sguainata.
Mi bloccai sul mio
posto, e sbarrai gli occhi.
:-Cosa volete?-
chiesi, spaventata.
I quattro soldati
risero della mia domanda. Mi sembrò di capire che non volevano dialogare
tranquillamente.
:-Chi sei per andare
vestita in questo modo? Cosa sono questi abiti? Delle nuove vesti da
prostituta?- domandò quello con la spada in mano. -O forse li hai rubati? E
stavi scappando dal proprietario? E’ per questo che sono ridotti così a
brandelli?-
Probabilmente, a
causa della gonna corta, quei quattro uomini pensavano che il vestito fosse
stato strappato.
:-No. Io non ho
rubato niente.- dissi a mezza voce.
A parte il mantello,
pensai tra me e me. Mi sentivo le ginocchia deboli, avevo paura.
:-Vieni con noi.
Devi darci delle risposte.- continuò l’uomo.
Gli altri tre
soldati mi furono addosso in un attimo. Per un secondo pensai che mi volessero
ammanettare, o chissà cosa, ma invece si limitarono a circondarmi e a ridermi in
faccia. Poi all’improvviso iniziarono a darmi lievi spinte, incitandomi a dire
la verità, la verità che loro volevano, come se fosse una scusa per portarmi
chissà dove.
:-No, vi prego.
Aiutatemi.- urlai appena. -Io non ho fatto niente. Lasciatemi in
pace.-
Non poteva essere
vero, non poteva essere reale. Se era un incubo volevo svegliarmi proprio in
quel momento sul divano di casa mia, dove mi ero addormentata.
:-Vi prego!
Aiutatemi! Io non ho fatto nulla!- continuai.
Avvolta dalle risate
di quei tipi, mi accorsi solo che il quarto soldato restava appena fuori dal
cerchio dei tre compagni per tenere d’occhio la situazione circostante. Ma il
tempo che lo vidi in piedi fu breve, nemmeno pochi secondi dopo lo guardai
accasciarsi al suolo, mentre sotto di lui si espandeva una macchia rossa che,
nonostante non ne avessi mai visto così tanto, riconobbi subito:
sangue.
I tre soldati che mi
bloccavano sguainarono le loro spade e si guardarono attorno,
circospetti.
:-Chi è stato?-
chiese uno di loro.
:-Chi ha osato fare
questo?- chiese un altro.
Non riuscivo a
smettere di fissare la pozza di porpora che si andava allargando sotto il corpo
di quell’uomo. Ero come ipnotizzata. Ma ben presto mi resi conto che davanti ai
miei occhi era stato ucciso un essere umano, un soldato. Cosa mi sarebbe
successo?
Mentre fissavo il
corpo immobile di quell’uomo, sentii un lamento, e con la coda dell’occhio vidi
un secondo soldato cadere al suolo come una mela matura. Mi schiacciai contro la
parete quando mi resi conto che c’era qualcuno dietro gli ultimi due
soldati.
Dinnanzi a me si stagliava la figura possente di qualcuno
completamente vestito di bianco, con qualche cinghia nera e rossa, di cuoio
probabilmente, e armato di tutto punto, con una spada, un pugnale nella mano
destra, coltelli da lancio e addirittura una balestra. Il cappuccio calato sulla
testa mi impediva di vederne il viso. Era molto più alto di me, ed anche più
alto dei soldati, di sicuro arrivava sul
1,80 cm, se non di più. Sotto la veste bianca e le varie
cinghie vidi dei pantaloni scuri e delle scarpe che mi ricordarono moltissimi
degli stivali.
La mia occhiata non
fu lunghissima, nemmeno il tempo di osservarlo con la dovuta attenzione che il
misterioso uomo strinse meglio in mano il pugnale e con incredibile agilità si
abbatté sul terzo soldato. Vidi affondare la lama nel suo addome come se il
corpo della vittima fosse fatto di burro.
Il quarto soldato
era alla sua sinistra, nemmeno lui aveva avuto il tempo di capire cosa stesse
succedendo. In un impeto di rabbia si avventò sull’uomo incappucciato con fare
troppo avventato. Alzando velocemente il braccio sinistro, il misterioso
individuo bloccò l’attacco del soldato afferrandolo alla gola. Stranamente,
però, mi sembrava che in quel gesto fosse successo qualcos’altro. Vidi scorrere
del sangue sul petto del quarto uomo, e restai di nuovo paralizzata.
Il tipo vestito di
bianco non aveva detto una parola, né sembrava turbato o sconvolto dalle sue
azioni. Ritirò la mano ed allora solo in quel momento mi resi conto di un’altra
arma, una lama nascosta sotto il polso, che probabilmente partiva a scatto
grazie chissà a quale congegno.
L’ennesimo corpo si
accasciò al suolo, circondato dal suo stesso sangue. L’uomo che aveva ucciso con
incredibile velocità, e soprattutto facilità, quei quattro soldati, si girò
verso di me, mostrandomi in parte il suo viso. Notai appena una mascella
squadrata, dove vi era un lieve accenno di barba, la curva severa e sottile di
un paio di labbra scure. Guardandole meglio non erano poi tanto
sottili.
Ma non resistetti
all’impulso di schiacciarmi ulteriormente contro la parete,
spaventata.
:-Ti prego. Non
farmi del male. Non ho fatto niente. Non so nemmeno come ci sono finita qui.-
cominciai a dire.
L’uomo davanti a me
rinfoderò il pugnale e con un movimento della mano fece ritirare la lama
nascosta al suo posto. Mosse qualche passo nella mia direzione. Io mi irrigidii
ulteriormente.
:-No… Ti prego…-
mormorai.
Lo vidi allungare
una mano e per istinto chiusi gli occhi, terrorizzata. Soltanto quando mi resi
conto che mi stava ricoprendo con il mantello precedentemente caduto a terra
alzai lo sguardo su di lui e lo vidi alla perfezione.
Il suo viso aveva
una pelle scura, appena levigata da qualche piccola cicatrice. I suoi capelli
erano neri e corti, ed i suoi occhi erano due pozzi oscuri e profondi, di un
nero abissale.
Istintivamente
sollevai le mani per tenere su la veste, ed allora lui allontanò le sue. Lo
guardai a lungo, in silenzio. Non sapevo cosa dire, né cosa fare.
:-Devi fare
attenzione.- La sua voce aveva un suono melodico e giovane, eppure sembrava
molto più virile di quanto mi aspettassi. -La prossima volta potrei non essere
qui nei paraggi per sentire le tue grida di aiuto. Indossa abiti
normali.-
Lo vidi infilarsi la
mano in una sacca stretta alla cintura di cuoio. Tra le sue dita vidi brillare
delle monete. Capii subito cosa stava per fare.
:-No, ti prego. Non
posso accettare.- dissi velocemente. -Mi hai salvato la vita. Non posso prendere
del denaro da te.-
Non mi ascoltò
nemmeno. Mi prese la mano e mi fece stringere nel palmo cinque monete d’argento,
o almeno, mi sembravano di quel materiale. Mi accorsi solo in quel momento che
alla sua mano sinistra mancava l’anulare, probabilmente completamente tagliato
di netto quando era molto giovane, se non bambino.
:-Non sei tu che ti
prendi delle monete da me. Sono io che te le sto dando.- rispose lui con tono
pacato. -Se vai alla bancarella che c’è lì in fondo…- ed indicò la via alla mia
destra. -… troverai abiti a basso prezzo. Nella stessa strada c’è una locanda.
Se non sai dove andare riposati lì. Cucinano pure bene, quindi potrai cenare
tranquillamente.-
Mi liberò le mani
dalla sua presa, certo che ormai non avrei lasciato cadere le monete, ed infine
si girò per andarsene. Senza rendermene conto mossi due passi avanti.
:-Non andartene.-
dissi. -Ti prego, aiutami. Non so cosa mi è successo. Non so come ci sono finita
qui.-
Le mie parole lo
fecero fermare. Si voltò lievemente a guardarmi.
:-Non posso fare
altro per te. Non seguirmi, altrimenti mi vedrò costretto ad agire nei tuoi
confronti in maniera ben diversa.-
Era chiaramente una
minaccia. Mi bloccai sul mio posto. Lo guardai allontanarsi velocemente verso un
altro vicolo. Quando sparì dietro l’angolo, di corsa raggiunsi l’imboccatura
della stradina e mi guardai attorno.
Era un vicolo cieco.
Non c’erano né porte, né finestre. Un muro si stagliava sul fondo, attorno solo
altri palazzi di pochi piani.
Era
sparito.
Mi sentii cedere le
ginocchia. Mi lasciai scivolare fino a sentire il terreno sotto le mani, una
delle quali stretta a pugno attorno alle cinque monete. Respirai con affanno,
stanca, preoccupata, spaventata.
Dietro di me
avvertii dei passi. Mi girai di scatto, terrorizzata.
La prima persona che
notai fu una bambina che si andava a nascondere dietro la veste della madre.
Poi, alzando lo sguardo, riconobbi la donna a cui avevo chiesto informazioni
poco prima dell’aggressione.
:-Se hai bisogno di
un posto dove stare…- cominciò lei, morsicandosi il labbro. -Puoi venire da me.
Non avere paura. Non voglio farti del male. Ti prego, fidati. Voglio davvero
aiutarti.-
E mentre capivo il
senso delle sue parole, sentii le mie guancie bruciare sotto il sole cocente di
Gerusalemme, mentre erano solcate dalle fatidiche lacrime che tanto mi stavano
bloccando il respiro.