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Assassin's Creed |
Vi Veri Veniversum Vivus Vici di Saphira87 | Leggi le 6 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 17/12/2008 | Stampa questo capitolo | Stampa tutta la storia
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Salve, gente!

Finalmente mi sono decisa a pubblicare la mia fanfic, anche se non nego che scrivere in una sezione così poco frequentata può essere sia un bene che un male.

Un bene perché si potrebbe avere la fortuna di vedere storie e commenti di gente davvero interessata e che sa scrivere bene. Un male perché tali persone potrebbero essere ben poche, anche se io non ho mai scritto per gli altri, l’ho sempre fatto solo e semplicemente per me stessa.

Ed infatti questa storia nasce dal mio desiderio di leggere qualcosa sul bellissimo gioco chiamato Assassin’s Creed.

Ho aspettato qualche nuova fanfic, mi sono gustata le due one-shot nella sezione, ma volevo continuare a leggere qualcosa sulle splendida gesta di Altaïr, e così mi sono messa addirittura a leggere storie in inglese. Ma alla fine ha prevalso la voglia di costruire qualcosa (come al solito).

Assassin’s Creed offre la possibilità di sbizzarrirsi enorme con una nuova trama, conoscere il periodo storico in cui è ambientato aiuta tanto. Purtroppo per me, ho avuto ben poco tempo per giocare al videogame su Play Station 3, ho provato a giocare per quello su PC, ma ovviamente il mio portatile non è così potente.

Quindi mi sono affidata al mio ragazzo, che più o meno mi ha spiegato la trama, e a vari siti da cui ho letto quasi tutto l’operato di Altaïr. Con questo voglio dire che probabilmente chi ha finito il gioco troverà qualche strafalcione da parte mia nella storia.

Voglio avvertire che il protagonista della fanfic non sarà l’assassino, bensì un personaggio di mia invenzione, una ragazza. Quindi, se vi aspettate la stessa solfa del gioco, è meglio che nemmeno continuate a leggere. Del videogame ho preso ben poco, sia di personaggi che di trama. Voglio inoltre aggiungere che la storia è ambientata due anni dopo gli avvenimenti che conosciamo, ovvero agli inizi del 1193: la Terza Crociata è terminata grazie all’accordo siglato da Riccardo Cuordileone e Saladino, e sembra che si viva un certo periodo di pace. Questo è lo sfondo della storia.

Adesso vi lascio alla lettura, spero che sia di vostro gradimento.

Saphy

 

Capitolo 1

 

Ricordavo ben poco di cosa mi fosse successo quella sera. Ero andata ad una festa universitaria per celebrare la laurea insieme ad altri miei colleghi, anche loro al termine degli studi, finalmente, e l’unica cosa che mi tornava alla mente erano fiumi di alchool e probabilmente qualche sigaretta che proprio sigaretta non era.

Non pensavo che potessi ancora alla mia veneranda età, ovvero solo 23 anni, ridurmi come una pezza per una festicciola ridicola e noiosa come un party universitario. Ma a quanto sembrava non avevo visto niente.

Il peggio doveva ancora cominciare.

Per prima cosa avevo la testa annebbiata dalla sbronza, poi sentivo un po’ di freddo alle gambe, ed infine mi sembrava di essere affondata in qualcosa che forse doveva essere un materasso, ma che non era per niente comodo. Per un attimo pensai di essere finita a letto con qualcuno chissà in quale motel, ma non poteva essere successo davvero.

Mi issai sulle braccia e finalmente respirai un po’ di aria pulita, o quasi. Sentivo puzza di umidità ed anche di escrementi. La cosa era alquanto allarmante.

Quando mi guardai attorno fui sul punto di svenire. Non poteva essere!!

Ero praticamente coricata dentro una specie di carro di legno contenente della paglia, la quale mi si era infilata senza pietà tra i capelli e dentro i vestiti. Anzi, dentro il vestito. Indossavo un semplice abitino nero con spalline sottili, una scollatura sul seno alquanto vertiginosa che lasciava ben poco all’immaginazione del mio abbondante decolleté, il tutto si concludeva a minigonna, davvero molto ridotta, che scivolava fino a metà coscia con pieghe sottili e morbide. Ai piedi avevo scarpe con il tacco.

Mi guardai meglio in giro. Dinnanzi a me c’era un muro, a quanto sembrava era un vicolo cieco. Cercai di alzarmi dalla paglia nel vano tentativo di non affondare nuovamente dentro il cumulo di fieno. Scivolai giù dal carro e mi diedi una sistemata, anche se mi ero resa perfettamente conto che il mio vestito in simili condizioni faceva davvero ridere, e che bastavano pochi movimenti per far vedere cosa portavo sotto la gonna.

Ma il peggio fu capire che non ero a Roma, nella mia città. O almeno, quei palazzi così piccoli e costruiti in quel modo, la strada impolverata e non asfaltata, e soprattutto la gente che vedevo camminare oltre il vicolo, in una strada più grande, tutto questo mi fece capire che non ero nella capitale italiana.

Doveva essere uno scherzo, non c’era altra spiegazione. I miei colleghi dovevano avermi portato chissà dove.

In un lampo ricordai che ero riuscita a prendere un taxi, e che ero arrivata a casa mia senza molti problemi, ciondolando sui miei piedi. Una volta nel soggiorno del mio appartamento mi ero gettata letteralmente sul divano, e da lì non mi ero più mossa.

Era allora un sogno? No, troppo reale per essere un sogno. Sentivo gli odori, i rumori, tutto mi appariva chiaro e preciso.

Dato che ero una ragazza che leggeva e studiava molto, cercai di capire dove mi trovassi. Sopra la mia testa brillava un sole cocente e caldo, il cielo era di un azzurro stupendo. Il vicolo era delimitato dalle mura di piccoli palazzi alti poco più di due piani, finestre chiuse con imposte di legno impolverate e sbeccate. A terra c’erano sacchi pieni probabilmente di fieno e grano, ne sentivo l’odore.

Da queste poche osservazioni non riuscii a capire dove fossi, nemmeno quando cominciai a fissare la gente al di là della strada. Quasi tutti erano vestiti con abiti strani, lunghi, come delle tuniche, ed i colori principali andavano dal beige al marrone scuro. La strada era alquanto affollata.

Con passo silenzioso e attento mi affacciai al bordo del vicolo e percorsi la via con lo sguardo.

La verità mi cadde addosso in maniera dolorosa e terribile. Vedevo ai bordi della strada tende dove sotto vi stavano riparati persone che sembravano vendere i più svariati oggetti, da vasi stupendi, ad animali uccisi lì sul momento, per lo più galline o altri volatili. Ero in un mercato, lo capivo bene, ma il freddo che mi prese a scorrere dietro la schiena fu causato dalla quasi netta sicurezza che fossi in qualche città araba. E questo lo capii dalle scritte sinuose e bellissime che vidi sopra ogni tenda.

Il fatto strano era che… ero in grado di leggere quelle scritte senza alcuno sforzo, come se ci fossi sempre riuscita, come se fosse la mia lingua.

Completamente persa nelle mie riflessioni, non mi resi subito conto che la gente cominciava a vedermi, e soprattutto a fissarmi in maniera strana e spaventata. Cominciai a realizzare il problema quando qualcuno mi si avvicinò troppo e abbassò una mano per toccarmi il vestito.

Mi allontanai stizzita, finendo contro la parete.

:-Dove hai preso questi abiti? Di cosa sono fatti?- mi chiese visibilmente incuriosito.

Non gli risposi. Ero spaventata. Mi vedevo addosso gli occhi di tutta quella gente, qualcuno mi indicava le gambe nude, qualcun altro guardava la scollatura.

In quel attimo non solo ebbi la conferma che mi trovassi in una città araba, ma che forse addirittura c’era qualcosa che non andava a livello temporale. Senza pensarci due volte scivolai lontana dalla parete e mi allontanai di corsa da quella zona, nonostante fossi continuamente puntata dalla gente che incrociavo.

Era normale, i miei abiti erano strani. E anche il trucco che avevo sul viso, i capelli curati in morbidi boccoli di color mogano erano troppo puliti e perfetti, nonostante qualche  filo di fieno ancora incastrato tra di essi. Per non parlare delle scarpe, probabilmente più che inusuali.

Quando raggiunsi una serie di vicoletti deserti non ci pensai due volte a prendere da una fila di tessuti stesi una specie di mantello che mi sistemai addosso alla bell’e meglio. Sapeva di uno strano odore, forse era davvero pulito, ma non potevo fare cerimonie.

Mi fermai a riprendere fiato e cominciai a fare due conti.

Di sicuro mi trovavo in una città araba, o giù di lì. Probabilmente non ero nel 2008, anche se nel XXI secolo andare in giro con abiti simili in una città musulmana non era comunque ben visto, soprattutto se ero una donna.

Ma c’era un secondo punto di tutto quel ragionamento che mi faceva letteralmente scoppiare la testa. Come ci ero finita in quel posto? Non aveva senso, non capivo cosa potesse essere successo, non riuscivo a comprendere.

C’era qualcosa che non andava in me? Forse avevo battuto la testa e mi stavo immaginando tutto? Magari stavo avendo delle allucinazioni? O forse ero sotto l’effetto di qualche droga?

Poteva essere, invece, che ero stata presa da qualcuno e sottoposta a qualcosa del tipo realtà virtuale? Non ero tanto sorpresa di quelle tecnologie, mi ero appena laureata con un tesi riguardante questo ambito, anche se non avevo trascurato studi antichi e sempre più propinati ai giovani universitari.

Mi sembrava di essere capitata comunque a fagiolo in qualche posto di cui ero abbastanza pratica, forse per il semplice fatto che riuscivo a leggere ciò che vedevo scritto sulle tende del mercato lì vicino. Ma anche se ero davvero in grado di capire cosa vedevo e cosa mi diceva la gente, restava comunque aperta la fatidica domanda: dove mi trovavo? E soprattutto, come ci ero finita?

Presi un profondo respiro, cercando di rilassarmi. Sentii uno strano rumore sopra la mia testa, ed alzandola mi accorsi appena in tempo che una donna stava aprendo la finestra per affacciarsi. Probabilmente era la proprietaria della roba stesa. Per evitare guai mi allontanai di fretta dal vicolo ben coperta dal mantello, il quale assicurava una buona protezione del mio corpo fino ai piedi, nascondendo le mie scarpe. Sollevai il cappuccio sulla mia testa e continuai a camminare con passo spedito.

Dovevo cercare di capire dove mi trovassi, cercare di comprendere cosa stesse succedendo. Ma da dove potevo iniziare?

Dopo nemmeno 5 minuti di cammino mi accorsi che mi facevano male piedi e caviglie, ed inoltre cominciavo a sentire sete e fame. Accidenti! Se tutto quello era una scherzo, era parecchio di cattivo gusto. Stavo cercando di ingannare me stessa? Era ovvio che non fosse uno scherzo, ma ben qualcosa di più serio e reale.

Senza rendermene conto ero di nuovo in mezzo alla gente, ma questa volta, per fortuna, nessuno faceva caso a me grazie al mantello. Cercai comunque di mantenermi in disparte. E mentre camminavo tra la folla mi sembrava di capire certi discorsi, alcuni davvero assurdi.

Chi parlava di stupri, di omicidi, di furti, insomma, di svariati atti vandalici che non potevano fare parte del mio mondo, almeno non di quello in cui ero nata, cresciuta e laureata. E poi percepii parole come “crociata”, “Riccardo Cuordileone”, e i nomi di alcune città arabe tra cui Damasco e Acri.

Cominciavo ad avere una vaga idea di dove mi trovassi, ma soprattutto di quando mi trovassi. Il che non aiutava la mia leggera emicrania, che andava velocemente aumentando. Stanca di quel girovagare non ci pensai due volte a fermare una donna con al seguito una bambina che avrebbe potuto avere 10 anni.

:-Mi scusi, signora. Non sono sicura di sapere dove mi trovo.- Mi augurai che, per quanto io riuscissi a capire la loro lingua, sperai che ciò che dicevo fosse altrettanto chiaro. -Mi saprebbe dire con precisione dove siamo?-

La donna mi guardò con aria stupita, ma non sembrava comunque spaventata dalla mia richiesta. Di sicuro ero io quella che sembrava terrorizzata.

:-Ti trovi a Gerusalemme, cara.- fece lei, serena.

Mi si mozzò il respiro, e per un attimo temetti che sarei crollata al suolo svenuta.

Gerusalemme? Cosa diavolo ci facevo a Gerusalemme? Come ci ero arrivata? E quando? E poi con chi? Perché non potevo essere lì da sola, lontana dalla mia famiglia e dalla mia città.

:-Tutto a posto? Ti sei persa?- continuò la donna.

Non la ascoltai. Presi a puntare lo sguardo nel vuoto e ricominciai a camminare, anche se questa volta con passo alquanto lento e piuttosto ciondolante. Mi sentivo come se da un momento all’altro dovessi vomitare. Si, sentivo la nausea. Eccola!

Mi girai di scatto verso la parete e rigettai tutto quello che avevo nello stomaco, per lo più liquidi e un po’ di bile. Nello sforzo di vomitare non mi ero resa conto che il mantello mi era scivolato da un lato, e adesso mostrava quasi tutto il mio corpo.

Presa dal dolore all’addome e dalla fatica che sentivo, non mi resi conto subito del vociare animato attorno a me. Ma quando udii delle voci autoritarie alle mie spalle mi sembrò di aver fatto un errore.

Mi girai, il volto piegato sotto una smorfia di disgusto per il saporaccio che avevo in bocca e per il fastidio che sentivo allo stomaco. Davanti a me c’erano quattro uomini, vestiti con armature ben curate, con varie tinte di marrone e nero. Ed uno di loro aveva in mano la spada sguainata.

Mi bloccai sul mio posto, e sbarrai gli occhi.

:-Cosa volete?- chiesi, spaventata.

I quattro soldati risero della mia domanda. Mi sembrò di capire che non volevano dialogare tranquillamente.

:-Chi sei per andare vestita in questo modo? Cosa sono questi abiti? Delle nuove vesti da prostituta?- domandò quello con la spada in mano. -O forse li hai rubati? E stavi scappando dal proprietario? E’ per questo che sono ridotti così a brandelli?-

Probabilmente, a causa della gonna corta, quei quattro uomini pensavano che il vestito fosse stato strappato.

:-No. Io non ho rubato niente.- dissi a mezza voce.

A parte il mantello, pensai tra me e me. Mi sentivo le ginocchia deboli, avevo paura.

:-Vieni con noi. Devi darci delle risposte.- continuò l’uomo.

Gli altri tre soldati mi furono addosso in un attimo. Per un secondo pensai che mi volessero ammanettare, o chissà cosa, ma invece si limitarono a circondarmi e a ridermi in faccia. Poi all’improvviso iniziarono a darmi lievi spinte, incitandomi a dire la verità, la verità che loro volevano, come se fosse una scusa per portarmi chissà dove.

:-No, vi prego. Aiutatemi.- urlai appena. -Io non ho fatto niente. Lasciatemi in pace.-

Non poteva essere vero, non poteva essere reale. Se era un incubo volevo svegliarmi proprio in quel momento sul divano di casa mia, dove mi ero addormentata.

:-Vi prego! Aiutatemi! Io non ho fatto nulla!- continuai.

Avvolta dalle risate di quei tipi, mi accorsi solo che il quarto soldato restava appena fuori dal cerchio dei tre compagni per tenere d’occhio la situazione circostante. Ma il tempo che lo vidi in piedi fu breve, nemmeno pochi secondi dopo lo guardai accasciarsi al suolo, mentre sotto di lui si espandeva una macchia rossa che, nonostante non ne avessi mai visto così tanto, riconobbi subito: sangue.

I tre soldati che mi bloccavano sguainarono le loro spade e si guardarono attorno, circospetti.

:-Chi è stato?- chiese uno di loro.

:-Chi ha osato fare questo?- chiese un altro.

Non riuscivo a smettere di fissare la pozza di porpora che si andava allargando sotto il corpo di quell’uomo. Ero come ipnotizzata. Ma ben presto mi resi conto che davanti ai miei occhi era stato ucciso un essere umano, un soldato. Cosa mi sarebbe successo?

Mentre fissavo il corpo immobile di quell’uomo, sentii un lamento, e con la coda dell’occhio vidi un secondo soldato cadere al suolo come una mela matura. Mi schiacciai contro la parete quando mi resi conto che c’era qualcuno dietro gli ultimi due soldati.

Dinnanzi a me si stagliava la figura possente di qualcuno completamente vestito di bianco, con qualche cinghia nera e rossa, di cuoio probabilmente, e armato di tutto punto, con una spada, un pugnale nella mano destra, coltelli da lancio e addirittura una balestra. Il cappuccio calato sulla testa mi impediva di vederne il viso. Era molto più alto di me, ed anche più alto dei soldati, di sicuro arrivava sul 1,80 cm, se non di più. Sotto la veste bianca e le varie cinghie vidi dei pantaloni scuri e delle scarpe che mi ricordarono moltissimi degli stivali.

La mia occhiata non fu lunghissima, nemmeno il tempo di osservarlo con la dovuta attenzione che il misterioso uomo strinse meglio in mano il pugnale e con incredibile agilità si abbatté sul terzo soldato. Vidi affondare la lama nel suo addome come se il corpo della vittima fosse fatto di burro.

Il quarto soldato era alla sua sinistra, nemmeno lui aveva avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo. In un impeto di rabbia si avventò sull’uomo incappucciato con fare troppo avventato. Alzando velocemente il braccio sinistro, il misterioso individuo bloccò l’attacco del soldato afferrandolo alla gola. Stranamente, però, mi sembrava che in quel gesto fosse successo qualcos’altro. Vidi scorrere del sangue sul petto del quarto uomo, e restai di nuovo paralizzata.

Il tipo vestito di bianco non aveva detto una parola, né sembrava turbato o sconvolto dalle sue azioni. Ritirò la mano ed allora solo in quel momento mi resi conto di un’altra arma, una lama nascosta sotto il polso, che probabilmente partiva a scatto grazie chissà a quale congegno.

L’ennesimo corpo si accasciò al suolo, circondato dal suo stesso sangue. L’uomo che aveva ucciso con incredibile velocità, e soprattutto facilità, quei quattro soldati, si girò verso di me, mostrandomi in parte il suo viso. Notai appena una mascella squadrata, dove vi era un lieve accenno di barba, la curva severa e sottile di un paio di labbra scure. Guardandole meglio non erano poi tanto sottili.

Ma non resistetti all’impulso di schiacciarmi ulteriormente contro la parete, spaventata.

:-Ti prego. Non farmi del male. Non ho fatto niente. Non so nemmeno come ci sono finita qui.- cominciai a dire.

L’uomo davanti a me rinfoderò il pugnale e con un movimento della mano fece ritirare la lama nascosta al suo posto. Mosse qualche passo nella mia direzione. Io mi irrigidii ulteriormente.

:-No… Ti prego…- mormorai.

Lo vidi allungare una mano e per istinto chiusi gli occhi, terrorizzata. Soltanto quando mi resi conto che mi stava ricoprendo con il mantello precedentemente caduto a terra alzai lo sguardo su di lui e lo vidi alla perfezione.

Il suo viso aveva una pelle scura, appena levigata da qualche piccola cicatrice. I suoi capelli erano neri e corti, ed i suoi occhi erano due pozzi oscuri e profondi, di un nero abissale.

Istintivamente sollevai le mani per tenere su la veste, ed allora lui allontanò le sue. Lo guardai a lungo, in silenzio. Non sapevo cosa dire, né cosa fare.

:-Devi fare attenzione.- La sua voce aveva un suono melodico e giovane, eppure sembrava molto più virile di quanto mi aspettassi. -La prossima volta potrei non essere qui nei paraggi per sentire le tue grida di aiuto. Indossa abiti normali.-

Lo vidi infilarsi la mano in una sacca stretta alla cintura di cuoio. Tra le sue dita vidi brillare delle monete. Capii subito cosa stava per fare.

:-No, ti prego. Non posso accettare.- dissi velocemente. -Mi hai salvato la vita. Non posso prendere del denaro da te.-

Non mi ascoltò nemmeno. Mi prese la mano e mi fece stringere nel palmo cinque monete d’argento, o almeno, mi sembravano di quel materiale. Mi accorsi solo in quel momento che alla sua mano sinistra mancava l’anulare, probabilmente completamente tagliato di netto quando era molto giovane, se non bambino.

:-Non sei tu che ti prendi delle monete da me. Sono io che te le sto dando.- rispose lui con tono pacato. -Se vai alla bancarella che c’è lì in fondo…- ed indicò la via alla mia destra. -… troverai abiti a basso prezzo. Nella stessa strada c’è una locanda. Se non sai dove andare riposati lì. Cucinano pure bene, quindi potrai cenare tranquillamente.-

Mi liberò le mani dalla sua presa, certo che ormai non avrei lasciato cadere le monete, ed infine si girò per andarsene. Senza rendermene conto mossi due passi avanti.

:-Non andartene.- dissi. -Ti prego, aiutami. Non so cosa mi è successo. Non so come ci sono finita qui.-

Le mie parole lo fecero fermare. Si voltò lievemente a guardarmi.

:-Non posso fare altro per te. Non seguirmi, altrimenti mi vedrò costretto ad agire nei tuoi confronti in maniera ben diversa.-

Era chiaramente una minaccia. Mi bloccai sul mio posto. Lo guardai allontanarsi velocemente verso un altro vicolo. Quando sparì dietro l’angolo, di corsa raggiunsi l’imboccatura della stradina e mi guardai attorno.

Era un vicolo cieco. Non c’erano né porte, né finestre. Un muro si stagliava sul fondo, attorno solo altri palazzi di pochi piani.

Era sparito.

Mi sentii cedere le ginocchia. Mi lasciai scivolare fino a sentire il terreno sotto le mani, una delle quali stretta a pugno attorno alle cinque monete. Respirai con affanno, stanca, preoccupata, spaventata.

Dietro di me avvertii dei passi. Mi girai di scatto, terrorizzata.

La prima persona che notai fu una bambina che si andava a nascondere dietro la veste della madre. Poi, alzando lo sguardo, riconobbi la donna a cui avevo chiesto informazioni poco prima dell’aggressione.

:-Se hai bisogno di un posto dove stare…- cominciò lei, morsicandosi il labbro. -Puoi venire da me. Non avere paura. Non voglio farti del male. Ti prego, fidati. Voglio davvero aiutarti.-

E mentre capivo il senso delle sue parole, sentii le mie guancie bruciare sotto il sole cocente di Gerusalemme, mentre erano solcate dalle fatidiche lacrime che tanto mi stavano bloccando il respiro.


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