Film > The Avengers
Segui la storia  |       
Autore: Hermione Weasley    09/06/2016    1 recensioni
2025. Sono passati quasi dieci dalla conclusione della guerra civile che ha visto la sconfitta dello schieramento di Steve Rogers. Natasha, alle dipendenze del nuovo SHIELD, cede ad una vecchia, familiare tentazione e rintraccia Clint, obbligato alla clandestinità dalla fine del conflitto. Ma forse i rapporti sono irrimediabilmente compromessi...
-
Lo stomaco si strinse e, per quella che doveva essere almeno la ventesima volta da quando era partita da Washington, pensò che era stato tutto un madornale errore di valutazione da parte sua. Che credeva di fare esattamente? Presentarsi dopo quasi dieci anni e chiedere un favore come se niente fosse successo?
-
[Clint x Natasha] [non segue il canon MCU] [non contiene spoilers per Civil War] [4 di 4] [Completa]
Genere: Angst, Introspettivo, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Clint Barton/Occhio di Falco, Natasha Romanoff/Vedova Nera
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

(Estate)

 

*

 

 

«Hai finito con quella?»

Clint distolse a fatica lo sguardo dalle catastrofiche immagini diffuse dal notiziario per prestare attenzione a Jerry, il barman che gli stava indicando il boccale vuoto.

«Sì», rispose dopo un attimo di smarrimento, «a posto».

I rumori del pub, che per qualche motivo il suo cervello aveva bloccato fino a quel momento, tornarono a farsi sentire uno alla volta: la musica country in sottofondo, le risate delle ragazze al tavolo vicino all'entrata, le grida di chi si era malauguratamente messo a discutere di politica e quelle di chi ancora reclamava a gran voce il canale dello sport.

«Ve l'ho già detto che non funziona!» urlò di rimando Jerry, gesticolando bruscamente in direzione di chi avrebbe voluto guardare qualcosa di un po' meno macabro mentre sorseggiava la sua razione d'alcool quotidiana. «Figli di puttana», lo sentì smozzicare a mezza voce.

Lasciò che si riprendesse il boccale vuoto e restò ad osservarlo mentre lo riempiva una seconda volta.

«Ehi, Jerry,» lo richiamò non appena gli ebbe piazzato davanti la sua birra, «che è successo?» domandò indicando distrattamente la TV.

«Ah, vallo a capire», borbottò quando intuì a cosa si riferisse, «un'esplosione da qualche parte in Giappone, un paio di giorni fa. Dicono che non c'entra il nucleare, ma non mi fido. Non fanno altro che mentirci questi politici del cazzo». Tra le (non molte) cose in cui eccelleva, Jerry era anche un maniaco del complotto: l'uomo non è mai stato sulla luna, l'11 settembre era tutto pianificato, l'Area 51 contiene la cura al cancro, ma gli interessi internazionali ne impediscono la diffusione. Cose così.

Clint lo trovava divertente; ogni tanto, nelle serate più difficili, quelle in cui non pensare diventava un'urgenza assoluta, lo imboccava con un argomento spinoso qualsiasi e restava ad ascoltarlo delirare per ore. I suoi momenti preferiti erano quelli in cui si infervorava per nessun motivo apparente, e sua moglie – dalla cucina sul retro – doveva intervenire per farlo stare zitto.

«Quanti morti?» domandò, puntando di nuovo l'attenzione sullo schermo.

«Nessuno. Un intero compound imploso e vogliono farci credere che nessuno ci ha rimesso la pelle», sbuffò una risata che gli raschiò la gola e lo costrinse a tossire un paio di volte. «Perché t'interessa, comunque?» chiese, appoggiandosi al bancone con entrambe le mani. «Credevo fossi uno fuori dal mondo, Frank.»

«Sono fuori dal mondo,» confermò, «per questo ti faccio tante domande». Accennò ad un sorriso stanco prima di bere un lungo sorso di birra. Ogni tanto doveva ricordarsi di fare attenzione con quello che si lasciava sfuggire; la sua parte razionale sapeva bene che arrivare ad un passo dall'ubriacatura una sera sì e l'altra pure lo metteva nella scomoda condizione di dire cose che non avrebbe dovuto. Sarebbe bastato un accenno troppo sfacciato per insospettire Jerry o chi per lui.

«Pensavo fosse perché ti piaccio, Frank», lo sfotté il barman, visibilmente divertito.

«Certo che mi piaci. Usciamo o non usciamo insieme tutte le sere?»

«Tu esci. Io sono qui a sgobbare», precisò. «E non farti sentire dalla mia signora, è piuttosto gelosa.»

«Perché non stai zitto e fai qualcosa di utile, Jer?» Lo squillante monito della diretta interessata li sorprese entrambi.

«Quella donna ci sente meglio di un pipistrello», biascicò il barman, voltandosi verso la moglie – ferma sulla soglia della cucina – per rassicurarla con un cenno. «Un pipistrello che mi sta col fiato sul collo. Eppure non dovrebbe lamentarsi,» eccolo che ricominciava, «sono un uomo ancora piacente. Ho un po' di pancetta, ma sai cosa dicono, no? Un uomo senza pancia è come un cielo senza stelle. Quindi dovrebbe ringraziare che l'unica persona con cui parlo tutte le sere sia una specie di grizzly umano».

«Il grizzly umano sarei io?» domandò Clint, asciugandosi istintivamente la barba dalla schiuma della birra.

«Certo che saresti tu. È pieno di belle pollastre qua in giro...» Perse il filo del discorso perché qualcuno doveva essere appena entrato nel pub.

«Pollastre, Jerry? Chi è che dice ancora pollastre

«Porca zozza.»

«No, porca zozza non suona meglio di pollastre», ci tenne ad informarlo prima di tornare a sbirciare il televisore che adesso trasmetteva immagini da un talk show qualunque.

«Porca zozza», esalò di nuovo il barman.

«Come preferisci, amico, ma poi non dirmi che non ti avevo avvisato», lo mise in guardia, scoccandogli un'occhiata divertita... che subito si fece perplessa perché Jerry pareva molto preso da qualcosa. Qualcosa che – ad intuire dalla sua espressione – doveva esserglisi seduta proprio di fianco, sullo sgabello libero.

Forse a ripensarci avrebbe invertito l'ordine delle cose, ma giurò che fosse stata la sensazione che gli aveva preso lo stomaco a dirgli che in fondo già sapeva chi avrebbe visto, se si fosse deciso a voltarsi; che era la faccia di Jerry, insomma, a fargli capire tutto ciò che c'era da capire.

«Una birra», la voce di Natasha.

«B-Boccale o bottiglia?» balbettò il barman ancora in trance.

«Bottiglia.»

«Arriva subito.»

«JERRY!» l'urlo inviperito della moglie dalla cucina, ma Clint – stavolta – non poteva proprio biasimarla.

Perché Natasha avrebbe fatto girare la testa (o le palle, dipende dai punti di vista) a chiunque; specialmente conciata com'era: jeans stretti, maglietta aderente e tutto il resto. Soprattutto tutto il resto.

Il cuore aveva perso un battito e poi un altro ancora mentre si decideva a prendere atto del fatto che sì, quella che stava osservando seduta di fianco a lui in un pittoresco pub in prossimità del lago Tahoe era davvero Natasha Romanoff. In carne ed ossa.

Si voltò verso di lui soltanto quando Jerry le ebbe consegnato la sua birra e si fu allontanato per andare a sorbirsi le lamentele della moglie, sul retro; si voltò verso di lui e quasi gli venne da vomitare.

«Ti sei fatta bionda», fu l'unica cosa che si obbligò a dire pur di non sentirsi come un completo coglione.

Non si era aspettato di vederla. Il cellulare usa e getta che gli aveva consegnato per tenersi in contatto non aveva più squillato dal giorno in cui si erano incontrati al Riverside Park, a New York. Erano passati tre mesi, la primavera si era trasformata in estate, e il malessere che Clint aveva provato quando si era risvegliato da solo nell'ex appartamento di Maria Hill non aveva fatto che crescere e gonfiarsi, minacciando di trasformarsi in una forza potente e distruttiva con cui non aveva proprio alcuna voglia di fare i conti.

Per questo le aveva concesso una settimana: una settimana per vedere se si sarebbe rifatta viva. Ma allo scadere dei sette giorni non aveva voluto sentir storie; si era impedito di inventare per lei inutili giustificazioni, aveva raccolte le poche cose che aveva con sé ed era tornato da dov'era venuto, sperando che il lago l'avrebbe aiutato a recuperare il precario equilibrio miracolosamente conquistato in quegli ultimi dieci anni della sua vita.

Amava Natasha. Amava Natasha più di ogni altra cosa al mondo, ma era stanco di doverla inseguire.

«Mi hanno detto che il castano non è il mio colore», rispose dopo un attimo d'incertezza.

Nonostante tutta la rabbia che aveva provato nei suoi confronti, tutto quello che avrebbe voluto fare in quel momento era allungare una mano e sfiorarle i capelli legati in una coda bassa, passarle un dito sul viso, sul naso, sulle labbra... baciarla lì, davanti a tutti.

«Ti hanno detto bene», esalò, un tantino in difficoltà.

Gli sembrò diversa. Più rilassata, forse. O magari era solo un'illusione dovuta agli abiti che indossava e all'atmosfera del pub; magari era riuscito ad ubriacarsi con un boccale di birra e mezzo e adesso vaneggiava.

Cercò di concentrarsi sul fatto che l'unico motivo per cui era lì era che, in fondo, tutti e due sapevano che il legame che li univa avrebbe sempre resistito. Forse non era abbastanza forte da tenerli insieme nello stesso posto e nello stesso tempo, ma lo era per costringerli a tornare – se solo di tanto in tanto, non aveva importanza.

La immaginò di ritorno da una missione in un punto qualsiasi del globo: il senso di colpa per averlo mollato a New York aveva finalmente avuto la meglio e si era decisa a rimediare, facendogli visita sulle sponde del lago Tahoe. Per quanto, però, non ne aveva idea e, ad essere sincero, neanche voleva pensarci.

«Carino questo posto», commentò lei, distogliendo solo per un attimo gli occhi dai suoi. C'era un'impalpabile traccia di sarcasmo nella sua voce. «Quello là è il tuo psicologo?» chiese, alludendo a Jerry e ad una delle loro ultime conversazioni.

«Proprio lui», confermò mentre si sforzava di scrollarsi di dosso il disagio e l'agitazione – completamente immotivati, si ricordò, perché la situazione era piuttosto chiara e l'aveva già ampiamente illustrata a se stesso. «Come ci sei arrivata fin qui?»

«A piedi. Ero andata alla casa, ma non ti ho trovato.»

La osservò mentre si portava la bottiglia di birra alle labbra e fu costretto a guardare altrove perché l'immagine riportava a galla davvero troppe serate simili a quella. Alcune rilassate, altre nervose. Durante la sua breve permanenza a New York era andato a dare un'occhiata a Bed-Stuy, il quartiere di Brooklyn in cui aveva abitato per quasi tutta la sua vita, e aveva scoperto che il pub che lui e Natasha erano stati soliti frequentare neanche esisteva più. Al suo posto, una lavanderia a gettoni.

«Clint», fu Natasha a richiamarlo debolmente all'attenzione.

Si ritrovò a sussultare come un perfetto idiota quando gli poggiò una mano sul braccio, obbligandolo a voltarsi verso di lei.

Avrebbe voluto urlarle contro una serie infinita di insulti, maledizioni, anatemi, avrebbe voluto farle sapere per filo e per segno quanto era stufo del suo apparire e sparire del tutto indisturbata dalla sua vita; eppure fu soltanto la voglia di baciarla ad intensificarsi fino allo stremo.

Perché sì, era riuscito a fare a meno di lei per dieci anni, ma adesso che ricordava esattamente come ci si sentisse, ad averla accanto, ignorare quel ridicolo buco che si sentiva in petto era diventato quasi impossibile. Le aveva permesso di sbirciare oltre il muro che si era gelosamente costruito intorno, e adesso il muro rischiava di crollare.

«Ti va di uscire di qui?» andò dritta al punto.

Clint si assicurò di scolarsi il boccale di birra prima di rispondere, ma alla fine annuì comunque. A sdrammatizzare la bolla d'angoscia che sentiva crescergli addosso, mentre si allontanavano verso l'uscita, incrociò lo sguardo di Jerry che, dal fondo del locale, aveva alzato tutti e due i pollici in segno d'incoraggiamento.

 

*

 

«Avresti dovuto dirmi che eri ferita», ribadì per l'ennesima volta mentre rientrava in bagno con un kit di pronto soccorso dall'aria seriamente provata.

Natasha, seduta sul bordo della vasca con indosso solo una delle sue camicie a quadri – dettaglio che si curò di ignorare o sarebbe stato costretto a riportarla in camera da letto alla velocità della luce – alzò gli occhi al soffitto.

«Sto bene.»

«Lo so che stai bene. Ma se l'avessi detto sarei stato un po' più delicato», ribatté, appoggiando il kit nel lavandino.

«Non volevo che fossi più delicato», rispose soltanto, giusto per metterlo in difficoltà.

«Se volevi che ti tirassi i capelli o ti sculacciassi non dovevi far altro che dirlo», tentò di sdrammatizzare mentre rovistava alla ricerca di qualsiasi cosa che andasse bene per le ustioni. Manovrarla incurante delle ferite che aveva addosso non era esattamente la sua definizione preferita di sesso selvaggio. Neanche capiva come aveva potuto non accorgersi della fasciatura che le copriva quasi del tutto l'area in prossimità della scapola destra finché Natasha non gli si era distesa di fianco, a pancia in giù – nuda, affannata e col volto congestionato.

«Sto bene», ribadì ancora una volta.

«Dai, fammi vedere», tagliò corto, facendole cenno di voltarsi e di sfilarsi la camicia almeno fino a metà schiena.

«Non fa male», insisté, senza però sottrarsi alle sue istruzioni.

«È inutile che ci provi,» l'informò per direttissima. «Ha ripreso a sanguinare.»

«Ti dico che sto bene.»

Clint la ignorò completamente, adoperandosi per rimuovere la fasciatura, constatare il danno e decidere sul da farsi. Mentre il suo cervello si preoccupava di riattivare comportamenti e accorgimenti che era sicuro di essersi lasciato definitivamente alle spalle, si ritrovò a registrare che l'ustione confermava la sua iniziale ipotesi: Natasha, di ritorno da una missione, doveva aver deciso di fare una capatina al lago Tahoe per strapazzargli lo stomaco e incasinargli l'esistenza prima di ripartire alla volta di Washington o New York, qualsiasi fosse la capitale di corrotta burocrazia di sua scelta.

La frustrazione rese più bruschi i suoi movimenti, ma Natasha non si lamentò mai – non che si fosse realmente aspettato di sentirla protestare. Soltanto quando – dopo aver fermato la fuoriuscita del sangue – passò a spalmarle l'unguento, la sentì trattenere il respiro, magari chiudere gli occhi mentre si concentrava per ignorare il dolore. Sapeva che era quello che stava facendo anche se non poteva vederla in faccia.

Provò un consueto moto d'angoscia nel constatare che indossava ancora la collana che le aveva regalato, ufficialmente per scherzo, tanti anni prima. Probabilmente l'aveva avuta anche la prima volta che si erano rivisti, ma i vestiti pesanti gli avevano impedito di farci caso. Si sentì in colpa e allora si sforzò istintivamente di essere il più delicato possibile.

Gli ci vollero un paio di minuti per completare il lavoro con alcune bende adesive che aveva scovato chissà dove.

«Fatto», annunciò, trattenendosi a stento dal posarle un bacio sulla nuca.

Si ritrasse in tutta fretta, prima di poterci ripensare, e si tenne occupato col rimettere a posto il kit di pronto soccorso (come se l'ordine fosse mai stato una sua reale preoccupazione).

«Posso tagliarti i capelli?»

«Scusa?» si bloccò con alcune siringhe ancora incartate a mezz'aria.

«Posso tagliarti i capelli?» ripeté, agganciandosi solo un paio dei bottoni della camicia – decisamente troppo larga per lei – che aveva frettolosamente indossato prima che Clint la trascinasse in bagno per fare la conta dei danni.

«Sono quasi le due del mattino», le fece notare, come fosse un valido motivo per occuparsi d'altro.

«Devi svegliarti presto?»

La guardò mentre intrecciava le braccia al petto e lo sfidava con un'occhiata esplicita a trovare un'altra patetica scusa alla quale nessuno dei due avrebbe minimamente dato credito.

«E va bene», acconsentì con riluttanza.

«Siediti», ordinò indicandogli la tazza del water.

«Niente di più romantico», bofonchiò, ma le diede retta, perché disobbedire non era un'opzione.

Abbassò il coperchio e si mise seduto, sbirciandola mentre si spostava nel suo bagno con la stessa familiarità che avrebbe dimostrato nel suo vecchio appartamento di Bed-Stuy. Cercò di ignorare la spietata stretta allo stomaco che tornò puntualmente a farsi sentire, tentando piuttosto di capire se avesse bisogno d'aiuto per trovare un paio di forbici adatte allo scopo.

Ovviamente – scoprì un minuto più tardi – no. Lasciò che gli inumidisse i capelli con le mani bagnate, pentendosi d'aver acconsentito perché il livello d'intimità gli risultò improvvisamente troppo elevato per i suoi gusti.

«Sta' fermo», stabilì, passandogli tra i capelli un vecchio pettine ripescato da un qualche sconosciuto, oscuro recesso del bagno.

«E quello dove l'hai trovato?»

«Dietro il lavandino.»

«Come facevi a sapere che c'era un pettine dietro il lavandino?»

«Non lo sapevo. Ho solo dato un'occhiata», precisò, dando il primo taglio.

«Non credo sia mio.»

«Se non è tuo di chi dovrebbe essere?»

«Ti sembro il tipo che possiede un pettine?» Magari apparteneva al precedente proprietario della casa.

«No, ma mi sembri il tipo che si compra un pettine pensando di usarlo e poi lo perde dietro il lavandino dopo neanche un giorno.»

Avrebbe voluto ribattere, ma dovette riconoscere che non c'era proprio niente da aggiungere.

Natasha lavorava con gesti decisi, rapidi ma calibrati, muovendoglisi attorno senza incertezza. Non era la prima volta che gli tagliava i capelli; era già successo tanti anni prima, prima ancora che gli Avengers entrassero a far parte delle loro vite. Dopo una missione in Bolivia si era riportato a casa un'influenza virale che l'aveva tenuto fermo a letto per due intere settimane. Quando ne fu finalmente uscito, Natasha gli aveva piazzato uno specchio davanti al viso e aveva fatto terrorismo psicologico affinché le permettesse di rimediare alla selva oscura che aveva preso possesso della sua faccia.

In fondo non era stato molto diverso da com'era adesso, solo che stavolta la febbre boliviana non c'entrava proprio niente.

Le appoggiò le mani sulle cosce, insinuandole al di sotto della camicia per farle risalire lentamente fino ai fianchi; nel disegno era un completo disastro, ma avrebbe saputo tracciare quelle curve con assoluta fedeltà anche ad occhi chiusi.

«Così mi deconcentri», azzardò una protesta, senza interrompere quello che stava facendo.

«Più eccitante, no?»

«Non sei molto furbo. Sono i tuoi capelli che ne pagheranno le conseguenze», gli fece notare.

«Non ho alcuna velleità estetica», la informò, procedendo inesorabilmente su su, fino ai seni.

«Non farlo mai più.»

«Toccarti le tette?»

«Dire velleità

«Scusa», ma si consolò perché poteva continuare a torturarla, bastava non usasse paroloni di cui poteva sapere o non sapere il significato.

«Smettila, Barton.»

«Almeno hai un incentivo a darti una mossa», sollevò leggermente il capo per rivolgerle un sorriso del tutto innocente. Le strizzò un capezzolo tra indice e pollice per sottolineare il concetto.

«Ho quasi finito...»

«Grandioso.»

«… ma voglio accorciarti anche la barba.»

«Lo stai facendo apposta», l'accusò, trascinandosela a sedere addosso... non una mossa intelligente, perché adesso la tortura comprendeva anche lui.

Natasha gli si strinse contro, ribadendo efficacemente la questione; si chinò per baciarlo sulle labbra, ma solo per un istante.

«Dovrei tagliarti la lingua, piuttosto.»

«Tu adori la mia lingua.»

«Già, devo solo andarmela a cercare in mezzo a questo cespuglio», protestò, dando uno strattone alla barba.

«Rende tutto più interessante, non trovi?»

«Un po'. Ma va tenuta sotto controllo.»

«Va bene, ma fa' in fretta.» Catturò di nuovo la sua bocca, ma stavolta si preoccupò di non lasciarla andare tanto presto.

 

*

 

Si svegliò perché una folata di vento aveva aperto la finestra, lasciando che il sole di luglio facesse il suo glorioso ingresso nella camera da letto.

La luce lo colpì dritto in faccia, imponendogli d'aprire prima un occhio e poi l'altro, e infine la bocca per masticare un'imprecazione o due. Si girò a pancia all'ingiù, soffocando un sospiro nel cuscino.

Ci mise qualche secondo a realizzare che l'odore che sentiva era quello di Natasha; un altro perché gli eventi della sera e della notte precedente gli si riversassero addosso come un fiume in piena.

Si mise seduto sul letto sfatto, improvvisamente sveglio e vigile.

Il vago principio d'euforia che aveva provato nel ricordare cos'era successo, venne subito sostituito da uno sgradevole senso di déjà vu. Perché era solo e di Natasha non ce n'era neppure una traccia.

Saltò giù dal letto col cuore in tumulto e le viscere aggrovigliate, arraffando un paio di pantaloni e una t-shirt direttamente dal pavimento.

Si impose di stare calmo, ma prima che potesse rendersene conto si era già messo a cercarla; nel bagno, dove trovò soltanto il pavimento punteggiato dai suoi capelli, nel corridoio, nel soggiorno, nella cucina, in salotto.

Natasha non c'era. Se n'era andata. Se n'era andata di nuovo. Ci era cascato per l'ennesima volta come un fottuto principiante.

Uscì sul portico, il respiro disarticolato, la rabbia e la delusione che gli facevano tremare le mani. Si sentiva sul punto di esplodere, esplodere una volta per tutte; come se per tutti quegli anni non avesse fatto altro che giocare a fare l'equilibrista sul filo di un maledetto rasoio, e adesso tutta l'ansia, l'angoscia e la frustrazione che aveva incamerato fossero pronte a dar luogo alla deflagrazione del secolo.

Tentò di trattenersi, di cancellare il nodo che gli aveva chiuso la gola in una morsa gelida; tentò di trattenersi perché non era sicuro che avrebbe trovato sollievo alcuno. Certo, avrebbe potuto lasciar andare ogni cosa, ma poi che gli sarebbe rimasto?

Era un uomo solo che viveva in una stamberga sulle rive di un lago. Non aveva nessuno, non poteva cercare nessuno. Il governo degli Stati Uniti l'avrebbe condannato per tradimento se solo fosse riuscito a mettergli le mani addosso.

Era un fantasma. Un fantasma che non aveva smesso di infestare quel mondo del cazzo perché c'era ancora una questione irrisolta ad ancorarlo lì, al suo posto.

Avrebbe dovuto andarsene. Doveva prendere le sue cose e sparire, rendersi irrintracciabile, farle capire com'è che ci si sentiva a sentirsi abbandonati ogni santa volta, senza neppure una stupida parola d'addio ad addolcire la separazione.

Si sentì come se un blocco di cemento gli stesse schiacciando il petto, come se elettricità statica gli si stesse accumulando sulla pelle, pronta al rilascio.

Sferrò un pugno violento alla porta d'ingresso, facendola sbattere con forza intorno ai cardini che la tenevano miracolosamente ferma in posizione. Se ne concesse un altro, più deciso, beandosi del dolore che gli si propagò dalle nocche al polso e al resto del braccio fino a raggiungergli il cervello.

La pressione si alleggerì, ma durò solo un istante. Il blocco tornò ad opprimerlo, come e più di prima, minacciando di togliergli il respiro.

Come aveva potuto mettersi in condizione di provare l'orrore del vuoto ogni volta che Natasha non era con lui? Come aveva resistito, per anni, su quel lago del cazzo, animato dalla patetica speranza di essere prima o poi raggiunto? Quanto stupidi si doveva essere, esattamente, per imboccarsi la solita, merdosa illusione per così tanto tempo e crederci? Aggrapparcisi come un naufrago al suo relitto mentre la tempesta lo trascina in mare aperto...

Avrebbe dovuto lasciarsi andare. Avrebbe dovuto mollare la zattera improvvisa e lasciarsi sprofondare. Qualsiasi cosa, persino l'abbraccio gelido del mare, sarebbe stato meglio di tutta quell'angoscia. Doveva esserlo.

Si fermò con la fronte appoggiata alla porta cigolante, i respiri che cercavano di rincorrersi per riempirgli d'aria i polmoni. Il martellare insistente del proprio cuore ad assordarlo.

Fu un rapido spostamento atmosferico ad imporsi alle sue percezioni sconquassate; si ritrovò a voltarsi verso il prato invaso dalle erbacce che circondava la casa senza neanche sapere perché.

Il sole di luglio era accecante, inondava lo spiazzo nonostante la copertura offerta dagli alti alberi che facevano da sentinelle all'abitazione; il sole era accecante, ma la vide comunque che risaliva dal sentiero che conduceva al lago, i capelli biondissimi sotto la luce estiva.

L'ansia rinserrò la stretta sul suo stomaco, ma non gli impedì di scendere i pochi gradini del portico e di andarle incontro; quasi barcollante sui piedi scalzi, all'inizio, poi con più decisione.

Natasha doveva essersi accorta del suo turbamento, perché affrettò il passo; non gli importava perché l'avesse fatto, o che razza di espressione avesse in quel momento: l'unico obiettivo era raggiungerla.

Accelerò ancora, finché quasi gli mancò l'aria nei polmoni perché aveva smesso di respirare. Insisté, finendo quasi per mettersi a correre, come fa la gente in quegli stupidi film romantici che Natasha lo costringeva a guardare, una volta – si divertiva a prenderli in giro e lo obbligava a fare altrettanto.

La strinse tra le braccia e la sollevò da terra non appena l'ebbe a tiro. La sentì gemere, sorpresa, perché – nel tirarla su – aveva fatto forza sulla ferita alla spalla, ma non gli interessava, non in quel momento.

La strinse il più possibile, cercando sollievo nella sua presenza, viva e concreta; concentrandosi su quella che era una verità evidente: non se n'era andata senza salutarlo. Non si era dileguata nella notte, condannandolo all'ennesimo risveglio in solitaria.

«Clint», la sentì mormorare. Sorpresa e preoccupazione non le avevano impedito di ricambiare la sua stretta con la medesima intensità.

«C-Credevo te ne fossi andata», sussurrò, il volto nascosto nella camicia – la sua – che ancora indossava.

«No... ehi. Volevo vedere il lago.»

Tentò di guardarlo in faccia, ma Clint si sottrasse alle sue attenzioni, trattenendosela arpionata addosso contro ogni buon senso perché si sentiva pericolosamente vicino al punto di rottura e il primo istinto era quello di nascondersi.

«Clint,» ripeté ancora una volta, sfiorandogli il viso con entrambe le mani, «rimango».

«L-Lo so», mormorò, in sincera difficoltà. Paradossalmente, il sollievo provato nel rivederla invece che farlo sentire meglio non aveva fatto altro che peggiorare le cose.

«No, Clint. Rimango.» La sua voce era bassa, quasi ridotta ad un misero sussurro.

Ma fu abbastanza per convincerlo a rialzare il capo e a cercare i suoi occhi all'avida ricerca di una conferma o del minimo accenno di tentennamento sul suo volto.

Lo sguardo di Natasha era fermo nel suo; un timido sorriso ad incresparle le labbra, ma non sembrava avesse il coraggio di concedersi nient'altro.

«R-Rimani», bisbigliò, senza neanche avere la forza di inorridire al suono incerto che gli uscì di bocca in una preghiera smozzicata.

«Rimango.»

«P-Per quanto?» chiese, perché nonostante il tumulto che gli era esploso in petto – e che faceva sempre più fatica ad arginare – voleva essere sicuro. Sicuro davvero.

«Finché vorrai», sussurrò, a fatica ma senza esitazione alcuna.

Ebbe a malapena la prontezza di registrare quelle due stupide parole che gli occhi gli si riempirono di lacrime, e la deflagrazione che aveva rimandato per tutti quegli anni avvenne senza che potesse far niente per evitarlo.

Pianse come un bambino mentre Natasha lo stringeva.

Pianse perché stavolta sapeva che non l'avrebbe lasciato andare.

 

*

 

Il pontile cigolò un poco sotto i suoi passi mentre si avvicinava alla figura seduta all'estremità più lontana dalla terra ferma. Le lanciò una coperta leggera addosso, di malagrazia, lasciando che fosse lei a drappeggiarsela addosso.

L'aria era fresca, di sera, sul lago Tahoe. Non abbastanza da scoraggiare le zanzare, ma sufficiente a riempire la pelle d'impalpabili brividi.

Le si sedette di fianco, offrendole una bottiglia di birra appena stappata.

«A che pensi?» le chiese.

«Non sto pensando», lo contraddisse, accennando ad un sorriso.

«Questa sì che è una novità.»

«La tua pessima influenza sta già facendo effetto.»

«Prego.»

Natasha allungò un braccio per colpirlo alla spalla. Non protestò, però. Quando gli aveva raccontato di come avesse programmato e inscenato la sua morte durante l'ultima operazione internazionale condotta in Giappone con il nuovo SHIELD, il moto di riconoscenza era stato tanto forte da convincerlo a concederle qualsiasi cosa avesse voluto.

Almeno fino al giorno successivo, s'intende – non era poi così generoso.

Si sporse verso di lei per baciarla sulle labbra, passarle una mano tra i capelli sciolti e attirarla maggiormente a sé. La liberò dopo un lungo istante, permettendole di tornare a godersi la vista sul lago.

«Credi che torneranno a cercarti?» le chiese.

«No. Ci metteranno un po' ad assicurarsi che le mie spoglie siano effettivamente andate distrutte nell'esplosione, ma poi archivieranno il caso.»

Avrebbe voluto chiederle quando aveva deciso di piantare in asso il nuovo SHIELD, quanto ci aveva messo a metter su un piano tanto elaborato per accertarsi che non ci fossero conseguenze di sorta. Ma non lo fece perché, in fin dei conti, non aveva alcuna importanza.

«Mi dispiace», la sentì aggiungere, quasi in un soffio.

«Lo so.»

«Non so perché ho aspettato così tanto», ammise, voltandosi verso di lui – seria, imbarazzata e sinceramente desolata tutto insieme.

«Perché sapevi che ti avrei preso a calci», sottolineò, più che determinato a non lasciare che il suo buon umore fosse anche solo minimamente intaccato.

«Non mi hai preso calci», gli fece notare.

«Perché sono magnanimo.»

«La prima cosa che facciamo, domani, è dar fuoco al vocabolario.»

«Non sarai così crudele.»

Le bloccò la mano prima che potesse colpirlo di nuovo; gliela trattenne per qualche secondo prima di addolcire la presa e portarsela alle labbra per baciarle il polso.

«Lo so perché hai aspettato così tanto», precisò dopo un lungo silenzio in cui non avevano fatto altro che guardarsi. Cambiati, ma non in ciò che contava davvero. Le lasciò andare la mano e Natasha ne approfittò per sederglisi più vicina, fianco a fianco. «Era il tuo modo per punirti,» disse senza che lei lo smentisse, «come quella volta che ti eri convinta di dover vivere in quell'orrido appartamentino del Bronx».

«Smettila. Non era così tremendo.»

«No, certo,» sbuffò una risata, «aveva solo il cesso in mezzo alla cucina e il letto nascosto nel muro. Per non parlare del guardone dirimpetto e del soffitto marcio».

«Un tantino melodrammatico, Barton.»

«Sono fatto così», si giustificò mentre Natasha appoggiava il capo alla sua spalla e si concedeva un altro sorso di birra. Non avesse avuto più di cinquant'anni suonati avrebbe detto di avere le farfalle nello stomaco, un intero vivaio di farfalle a solleticargli le viscere. Ma era troppo vecchio per certe stronzate. «Potevo venirti a cercare anch'io,» si risolse a dire, più serio, «ma non l'ho fatto».

Perché era vero, l'aveva aspettata e probabilmente l'avrebbe aspettata ancora per il resto dei suoi giorni, ma non aveva mai fatto niente di concreto per rivederla. Il terrore di essere stato consapevolmente abbandonato – non per forze di causa maggiore, ma perché Natasha aveva trovato qualcosa di meglio: una vita che funzionava alla perfezione anche senza di lui – non si era mai realmente sopito.

Avrebbe potuto tornare a New York o Washington col rischio di essere respinto, di avere la conferma di essere stato accantonato così come si fa con un vecchio oggetto che non funziona più e che non vale la pena riparare. Non sarebbe stata la prima volta, nella sua vita.

«Lo so perché», gli ritorse contro Natasha, la consapevolezza ad accenderle gli occhi. Natasha sapeva sempre tutto.

«Non ha più importanza», esalò, ignorando il groppo in gola che era tornato a farsi sentire – avrebbe preferito affogare nel lago piuttosto che rimettersi a piangere.

«No», convenne.

La sentì rilassarsi contro di lui, mentre seguivano il progressivo spegnersi delle poche luci che punteggiavano le rive del lago.

«Cos'è che si fa in questo punto per non annoiarsi?» domandò di punto in bianco Natasha.

«Così tanto sesso da farsi uscire gli occhi dalle orbite.»

«Sempre così romantico, Barton.»

«È per questo che mi ami.»

«No,» lo smentì seccamente, «non è per questo che ti amo».

«Hai mille e più ragioni per amarmi. È una scelta saggia. L'unica sensata, a dire il vero.»

«Sta' zitto, prima che decida di buttarti nel lago.»

«Ma-»

«Zitto!»

«Va bene, va bene», obbedì... per la notevole durata di un minuto. «Natasha? Anch'io ti amo.»

«Lo so.»

Certo, che lo sapeva.

 

It's been so long between the words we spoke
Will you be there up on the shore, I hope
You wonder why it is that I came home
I figured out where I belong

(Florence + the Machine – Long & Lost)


The End



 

Note: breve ma intenso spero :P mi sono affezionata più del previsto a questa storia *sigh* spero di non aver esagerato con tristesse e malinconie varie. L'happy ending era un must, il drammone non mi viene e condannarli all'infelicità (soprattutto vista la situazione dell'MCU) pare quasi blasfemo ù_ù insomma, tutti felici a recuperare il tempo perduto!
Ringrazio la beta Eli, ovviamente, e tutti voi che avete letto e commentato :3 mi fa tanto tanto piacere. Quindi grazie!
Non so quando pubblicherò altro, ma non sparirò dalla circolazione (che culo eh, lo so XD).
Insomma, alla prossima!

  
Leggi le 1 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Film > The Avengers / Vai alla pagina dell'autore: Hermione Weasley