Zatch Bell! |
Momò di Onigiri | Leggi le 2 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 19/04/2009 | Stampa questo capitolo
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…+*+Momò+*+…

Se non fosse capitato a me, se non mi ci fossi trovato dentro
fino al collo, non avrei mai creduto possibile l’esistenza di
libri magici, di demonietti che si facevano chiamare mamodo, di una
lotta per la conquista del trono del Makai combattuta a colpi di
incantesimi dalla potenza distruttiva.
Come potevo?
Nella realtà in cui ero imprigionato non mi era possibile
concedermi il lusso di credere a cose così assurde, quando la
vita, quella vera, e non quella delle favole o dei cartoni animati, mi
colpiva come un pugno allo stomaco ogni volta che aprivo gli occhi e mi
ritrovavo ancora lì, in un letto troppo duro e in un
orfanotrofio che odorava di polvere e di incenso.
A confermarmelo erano sempre le spesse grate nere alle finestre
-che solo guardarle mi facevano sentire ancor più in gabbia di
quanto già non fossi- , erano le pinguine che non avevano mai
tempo da dedicarmi se mi era caduto un dente, se non riuscivo a dormire
o se volevo condividere i miei sogni e i miei pensieri con
qualcuno, erano le coppie di adulti che ogni giorno mi passavano
davanti, che magari mi guardavano e mi accarezzavano le guance, che mi
valutavano come un prodotto sullo scaffale di un supermercato, ma che
poi sceglievano quel bambino col vestito più pulito, i capelli
più ordinati o il viso più carino.
Da piccolo sognavo di imparare a volare -come Peter Pan,
sì-, di scuotere le sbarre della mia prigione con
così tanta forza da riuscire a spaccarle per fuggire dove
nessuno potesse raggiungermi, per trovare la mia isola che non
c‘è e non tornare indietro mai più.
Ma più il tempo passava, più osservavo i miei anni
scorrermi davanti agli occhi e scivolare via come sabbia tra le dita,
più diventavo consapevole che quel mio unico desiderio di
libertà non si sarebbe realizzato.
E allora avevo imparato ad ingoiare le lacrime, a stringere i denti
e ad affrontare la realtà che aveva rapito i miei sogni,
diventando impulsivo, scostante, a volte così freddo da far
paura persino a me stesso.
In effetti, non avevo un buon carattere, a dispetto di quello che la
vecchia suor AnnMarie sperava di ottenere da noi piccoli orfani
facendoci fare cose come recitare il rosario giorno e notte o
imponendoci di digiunare durante la quaresima; l’aver passato
tutta una vita in un orfanotrofio ammuffito, l’essere stato
sbattuto per strada al mio diciottesimo compleanno, il non aver mai
conosciuto quei geni dei miei genitori che avevano avuto la brillante
idea di abbandonarmi davanti a una chiesa non appena uscito fuori
dall’incubatrice, non mi avevano reso il ragazzo dolce e
religioso che tutte quelle suore avevano sperato per i loro bambini, me
compreso.
Ricordo la sensazione di aver varcato quel cancello nero carbone, la
porta per la libertà che non mi era mai stato concesso di
attraversare se non sotto la sorveglianza di qualcuno -e anche in quei
momenti era quasi essere come un cane tirato al guinzaglio-, con uno
zainetto in spalla e gocce piccole come punte di spilli che mi
inzuppavano il giubbotto e mi incollavano i capelli alla fronte, e
mentre guardavo verso il cielo color fumo aprendo la bocca e
lasciandole scivolare sopra la lingua, avevo pensato che, Dio, la
pioggia non aveva mai avuto un sapore tanto buono.
Avevo riso, riso fino alle lacrime, per quanto l’aspettativa di
dovermela davvero cavare da solo, da quel momento in poi, mi aveva un
po’ terrorizzato; ma avrei pagato qualsiasi prezzo, perché
nessuna cifra poteva essere paragonabile a come mi ero sentito in quel
momento, a vagare per Carnaby Street con piccoli granelli di
pioggia che mi gelavano la pelle e il vento che rotolava
sull’asfalto prendendomi di spalle e spingendomi in avanti come
se stessi per spiccare il volo, e il bambino che era in me gioiva e
rideva dandomi brividi di pura felicità.
Prima di quel giorno, non mi ero mai sentito così vivo.
***
E così, fuori da quel buco, dalla prigione in cui avevo sempre
vissuto, mi ero ritrovato con qualche spicciolo in tasca, un pacchetto
di Burton Silver che avevo sgraffignato dall’armadietto del
custode (sfortuna volle che mi ero dimenticato dell‘accendino), e
persino con un cognome, Brason.
Richie Brason: decisi subito che non suonava male.
Coi pochi soldi che avevo mi ero potuto permettere di pagare subito un
mese e mezzo di affitto di un piccolo monolocale di periferia, e poi di
comprarmi una cravatta scontata di un neutro color violetto ed una
giacca “elegante” -per quel che i miei fondi
finanziari potevano permettermi di acquistare- per
presentarmi ad un colloquio di lavoro.
La direttrice dell’orfanotrofio (una donna così grassa che
se qualcuno l’avesse vista passeggiare per il London zoo
l’avrebbe scambiata per un ippopotamo con gli occhiali a fagiolo
fuggito da una gabbia) mi aveva raccomandato ad un qualche parente che
dirigeva una troupe di meccanici nella sua officina, in modo da farmi
prendere come aiutante.
Il parente, che io dovevo chiamare Mr. Stoner (ma che per molti
miei colleghi, quando lui non poteva sentirli, si chiamava Cyrano), era
un uomo robusto, con foltissimi baffi a spazzolino e con un naso tanto
lungo che a volte, voltandomi verso di lui quando mi chiamava per nome,
mi veniva voglia di prenderlo e tirarlo verso di me, come per vedere se
così facendo si sarebbe allungato ancora di più.
Era uno simpatico, di quelli che ti fracassa le orecchie di insulti se
sbagli qualcosa sul lavoro, ma che è sempre pronto a offrirti
una birra e a sparare qualche buona battuta per risollevarti il morale
dopo una giornata particolarmente storta, come quando Grace, la figlia
(e, per quel che mi riguardava, la sedicenne più antipatica
sulla faccia della terra), mi passava accanto e mi lanciava occhiatacce
di disprezzo, facendomi saltare i nervi nel domandarmi cosa mai le
avessi fatto per essere guardato come fossi peggio di un sorcio di
fogna.
Il capo sapeva che il mio nome era Richie (Richie Brason!), ma mi aveva soprannominato Neo, come quello di Matrix.
Diceva che in qualche modo glielo ricordavo, per quanto io, guardandomi
allo specchio ogni mattina per farmi la barba e sciacquarmi la faccia,
non ci avevo mai scorto il riflesso di un qualcosa di vagamente
somigliante a Keanu Reeves: vedevo solo un ragazzetto smilzo, con i
capelli simili a fili di carota, lentiggini sul naso e durissime iridi
color cemento, uno che -per quel che ne sapevo io- poteva
assomigliare a tutto, tranne che a un attore hollywoodiano.
Ma in fin dei conti, tralasciando un capo strano, una mocciosa
insopportabile e soprannomi che, a mio parere, non mi si addicevano per
niente, quel lavoro era una favola per me: dopo i primi giorni, passati
davanti ad un’Austin mezzo sfasciata da un incidente stradale,
avevo capito che nulla era più affascinante del meccanismo di
una macchina, dell‘odore dell‘olio bruciacchiato e del
ruggito possente di un motore -incredibile come solo quello
sapesse regalarmi piacevolissimi brividi d’eccitazione lungo le
braccia- .
Non potevo permettermene una tutta mia, ma aggiustare quelle altrui,
sedersi sul sedile e girare la chiave per vedere se funzionava,
lucidarne la carrozzeria da qualsiasi macchiolina prima di restituirla
al legittimo proprietario, era qualcosa di stranamente,
incondizionatamente appagante per me.
E i risparmi che tenevo rinchiusi dentro un vecchio barattolo di
marmellata d’arancia poggiato su un angolo del pavimento non mi
servivano più per quel mio vecchio sogno adolescenziale di
comprarmi una chitarra elettrica e diventare una rock star
-un po’ come John Lennon-, ma ora erano lì,
accuditi e controllati ogni giorno come fossero figli miei, per avere
un giorno una mia macchina da aggiustare e lucidare, e non da poter
usare quel tanto che bastava per fare un mezzo giro
dell’officina: sognavo di uscire da un garage che non possedevo e
di immergermi nel traffico, di premere sull’acceleratore ad ogni
scatto del verde del semaforo e di suonare il clacson a tutti gli
automobilisti che mi tagliavano la strada o che mi fregavano il
parcheggio, e poi di uscire da Londra e di sfrecciare
sull‘asfalto, di immergermi nel mondo verso una meta sconosciuta
lasciandomi tutto e tutti alle spalle.
Già immaginavo, le volte in cui potevo concedermi un po’
di tempo per fantasticare su questo progetto, di stordirmi le orecchie
con una radio a tutto volume e di tamburellare le dita sul volante nel
seguire il ritmo di una qualche canzone (dei Likin Park,
preferibilmente), di abbassare il finestrino e sentire le dita fredde
del vento giocare con i miei capelli, di provare, ancora una volta,
l’ebbrezza di volare, di vivere libero e senza catene che
potessero trattenermi da nessuna parte e in alcun modo.
E così un anno era passato, tra lavoro e motori, con pochi amici
e ogni tanto anche qualche ragazza (per quanto i legami affettivi non
fossero affatto il mio forte), con sogni di libertà che mi
scorrevano davanti agli occhi come le immagini di un film in cui io ero
l’unico e vero protagonista.
Da bambino, all’orfanotrofio, la notte mi stendevo sul mio letto
e pregavo di poter scappare da quella vita e da quella prigione; ora,
invece, non c’erano gabbie che mi tenessero rinchiuso o sbarre
alle finestre che potessero fermarmi, e la prospettiva che quel sogno
potesse seriamente realizzarsi mi faceva guardare il soffitto e il buio
della camera in un modo diverso, con la felice consapevolezza che ora i
miei non potevano più essere solamente illusioni o il mero
fantasma di ciò che il mio cuore desiderava.
Vedevo me e la mia libertà, e nulla che potesse legarmi e impedirmi di volare.
Era quando questa consapevolezza era ormai diventata una realtà
certa per me, facendomi galleggiare in un brodo di giuggiole ogni volta
che andavo a dormire e pensavo a queste cose, che Momò era
entrata a capofitto nella mia vita, lasciandoci un marchio che non ero
più stato in grado di cancellare.
In realtà non conoscevo il suo vero nome:
“Momò” mi era venuto così, perché era
l’unica cosa che lei sapesse dire, perché dopo qualche
giorno i soliti appellativi come “pulce”,
“peste” o “mostriciattolo” avevano cominciato a
stancarmi, e perché non avevo mai avuto una gran fantasia per
certe cose.
Non sapevo chi fosse, cosa volesse da me, ne potevo farmelo spiegare da
lei, dato che tra tutti quei continui
“Momòmomòmomò!” non ci avevo mai
trovato una parola di senso compiuto.
La risposta a molte delle mie domande era arrivata solo qualche giorno
dopo, quando, dietro il parcheggio di un supermercato (ormai ci andavo
spessissimo, perché quella maledetta cosina alta quanto uno
sputo sembrava avere lo stomaco di un elefante tanto mangiava), un
vecchietto con una orribile camicia hawaiana bianca e arancione era
sbucato fuori da una delle lunghe file di macchine che ci circondava, e
ci aveva fermato: era un ottantenne magro come un fuscello, dagli occhi
enormi e la pelle nodosa e color vomito, che tra vari sputi di saliva
aveva dichiarato di voler combattere contro di noi (ed io, in quel
momento, non ero riuscito a trattenere un pensiero sul chiamare
un‘ambulanza per quel “povero pazzo“ forse già
ubriaco alle dieci e quindici di mattina), ma che poi aveva deciso,
prima di attaccarci, di fare il chiacchierone e di spiegarmi cosa
volesse da me, e come avesse fatto Momò a distruggermi la camera
dove dormivo quando, finalmente, ero riuscito a trovare una frase
comprensibile nel libro assurdo che mi aveva costretto a leggere il
giorno stesso in cui si era presentata a casa mia.
Il vecchio, così, mi aveva raccontato del Makai, della battaglia
che ogni mille anni i mamodo combattono sulla terra per la conquista
del trono, con affianco partner umani in grado di leggere dai loro
libri magici degli incantesimi da usare contro i nemici.
E poi il nonnetto senza due denti di fila ci aveva mandato addosso il
suo, di mamodo: una specie di verme giallo, grosso come uno yorkshire,
e con delle chele bianche che gli uscivano da quella che doveva essere
la bocca.
Io avevo sempre odiato fino alla nausea le cose viscide e mollicce
-come i bruchi, o come quelle caramelle colorate a forma di lunghi
vermicelli-, e infatti, dopo che il compagno umano aveva pronunciato un
qualche strano abracadabra, e dopo che quella specie di lombrico si era
tramutato subito in un mostro grande come un autobus, ricoperto da una
specie di umida peluria scura e con qualche zanna bavosa in più,
lo stupore e la paura iniziale erano stati subito sostituiti da un
senso di nausea che mi aveva pericolosamente arricciato lo stomaco e le
budella.
In compenso, quel giorno avevo anche imparato che se il libro
dell’avversario veniva bruciato, allora il mamodo nemico doveva
tornare nel suo mondo, e poi che col tempo nel proprio libro potevano
apparire altri incantesimi che ero in grado di leggere e di far usare a
Momò per renderla sempre più forte.
Per uno come me, che aveva forzatamente deciso di vivere la sua
realtà senza perdere tempo a credere a cose come i folletti o la
magia, l’arrivo a casa di un mamodo come il mio mi aveva
completamente lasciato con un palmo di naso.
Ma era anche vero che spesso, tralasciando le battaglie alle quali mio
malgrado ero costretto a partecipare -senza avere nemmeno una
ragione plausibile per continuare ogni volta a rischiare di rompermi
l’osso del collo-, oppure l’ora dei pasti
-quando il mio frigorifero veniva completamente svuotato nel giro di
pochissimi minuti-, finivo pure col dimenticare che Momò
era in realtà un demone venuto da un altro mondo.
In effetti, pur avendola vista fare cose incredibili, era difficile non
scambiarla per una bambina qualunque (di non più di due anni,
tra l‘altro), con quei suoi lunghi capelli color miele e le
guance tonde e rosa come caramelle.
L’unica cosa che sembrava sottolineare una qualche stranezza, nel
suo aspetto, era l’abito rosso e oro che indossava -e che
non voleva togliersi mai, se non per fare il bagno-, un vestito
simile a quello di un giullare di corte del medioevo, con un grosso e
peloso bottone rosa pallido sotto il colletto e corte maniche a sbuffo,
legato all’altezza della pancia da una spessa cintura color
sangue; i pantaloni a palloncino le arrivavano al ginocchio, e ai piedi
calzava delle strane pantofole scarlatte che non le coprivano nemmeno
le caviglie.
Aveva anche dei guanti, sempre rossi, ed un cappello a due punte con un
sonaglio dorato per ciascuna (sonagli che facevano un fastidiosissimo
dlin dlin ogni volta che quella bambina/mamodo scuoteva di un poco la
testolina bionda che si ritrovava).
Il colore infuocato di quel buffo vestito faceva davvero a pugni con
quello dei suoi occhi, limpidi e azzurri come un mare nel quale avevo
quasi paura di affogare ogni volta che li osservavo per troppo tempo.
Ritenevo fosse un’enorme fortuna il fatto che Momò
somigliasse tanto ad un normale essere umano, particolare che mi
permetteva di portarla in giro con me senza che nessuno potesse
scoprire la sua vera natura demoniaca.
In realtà non mi sarei fatto problemi a lasciarla a casa da sola
per andare a lavoro o uscire con qualche amico, se non fosse stato per
quella piccola peste che ogni santissima mattina, senza darmi neanche
il tempo di abbassare la maniglia della porta, mi si aggrappava alle
gambe urlando piangente parole incomprensibili per convincermi a
portarla con lei (E pensare che, quando l‘ho conosciuta, sembrava
ci volesse la forza di un esercito per buttarla fuori di casa).
Inizialmente, non avendo la benché minima intenzione di portare
quella piccola mina vagante con me (anche se sapevo che non poteva fare
incantesimi senza il suo libro, il solo pensiero dell‘officina in
cui lavoravo che faceva la stessa fine della mia camera da letto mi
terrorizzava), avevo preferito darmi per malato e non uscire affatto,
pur di non darla vinta a Momò e di non cedere a quei supplicanti
occhioni da cucciolo bastonato; ma, un po’ perché
rinchiudere in casa quel mostriciattolo significava vedermi svanire da
sotto il naso tutte le provviste della credenza e del frigorifero, un
po’ perché dovevo assistere con un peso al cuore al mio
barattolo di marmellata che diventava sempre più
miseramente vuoto, ben presto ero finito con l’arrendermi.
Quando mi ero presentato a lavoro, con un libro magico dalla spessa
copertina rosa scuro sottobraccio, e una bambina vestita con una specie
di costume di carnevale con una mano che stringeva la mia e
l’altra che reggeva la cordicella di un palloncino a forma di
Spongebob (si era messa a piangere e a strillare in mezzo alla strada
pur di farselo comprare, la piccola peste), mi avevano guardato come se
mi fossero appena spuntati dei tentacoli al posto delle braccia.
E quando Mr. Stoner mi aveva chiesto -ridacchiando sotto quei suoi
baffetti grigi- che diavolo stesse succedendo, io, desideroso
come non mai che la terra si aprisse sotto i miei piedi e mi
accogliesse nelle sue viscere senza farmi riemergere mai più,
avevo borbottato (dato che solo all’ultimo minuto mi ero
ricordato che la scusa della “cuginetta“ non andava bene:
lì tutti sapevano che ero orfano e senza uno straccio di parente
al mondo) la prima cosa che mi era venuta in mente, firmando
così la mia condanna:
<< …Babysitter! >>
Tutti erano scoppiati a ridere.
Da quel primo giorno in officina con lei, Momò si era subito
fatta apprezzare da tutti: persino Grace, dimenticandosi completamente
di me e della sua abitudine di lanciarmi sguardi omicida da lontano,
non aveva esitato a prenderla tra le braccia e divorarla di baci e di
coccole (e lei, da brava ruffiana quale era, l‘aveva lasciata
fare, sorridendo tutta contenta).
Momò amava stare in mezzo alle persone, rideva estasiata quando
l’attenzione generale era tutta per lei, e attirava la gente a se
come fossero mosche che ronzano attorno a un vasetto di miele.
Io invece, che al contrario non amavo avere i riflettori puntati
addosso, non avevo comunque potuto fare a meno di sentirmi infastidito
nel notare che l’intero pianeta sembrava essersi appena scordato
della mia esistenza.
In compenso, alzando ogni tanto lo sguardo dal motore al quale stavo
lavorando per dare un’occhiata a cosa stesse facendo quel
mostriciattolo, avevo notato per la prima volta che Grace, senza
quell’aria perennemente incazzata sulla faccia, quando
sorrideva sapeva anche essere abbastanza carina.
Nel frattempo, pur cominciando a pensare che quei momenti di convivenza
col mio mamodo non avrebbero mai conosciuto una fine, il tempo passava,
e l‘inverno divenne presto primavera.
Momò era sempre con me, come se i miei modi forse troppo bruschi
da usare con un bambino non la toccassero minimamente, e mi sorrideva
come se io, l’orfano freddo e sognatore, fossi la persona
più calorosa e buona che ci fosse sulla faccia della terra.
Ed io, pian piano, avevo imparato ad adattarmi alla sua presenza, e mi
ero abituato a sentire la sua mano minuscola stringere la mia quando
dovevamo attraversare la strada, a svegliarmi la notte quando
Momò si infilava nel mio letto e si stringeva al mio pigiama
facendomi intendere che aveva fatto un brutto sogno, a leggere
incantesimi strambi da un libro magico e guardare gli occhi di quella
bambina ardere di brucianti fiamme azzurre quando si ritrovava davanti
ad un altro mamodo da sconfiggere.
Persino quando prendeva un pesce crudo dal freezer e lo sgranocchiava
senza lasciarne nemmeno la lisca -cosa che all’inizio
mi faceva strabuzzare gli occhi e stringere lo stomaco dalla
nausea- non ci facevo più nemmeno caso, come se
stesse mangiando un semplice lecca lecca.
Nella mia vita avevo conosciuto il buio, avevo conosciuto la pioggia e
il vento di quando mi ero sentito vivo e libero per la prima volta
nella mia esistenza;
Persino con Grace, il giorno in cui avevamo litigato davanti a casa
sua, quando mi aveva vomitato addosso gli insulti più subdoli di
questo mondo, quando mi aveva afferrato per la camicia e mi aveva
baciato, quando avevo affondato le dita nei suoi corti capelli color
caffé e mi ero perso nel suo profumo di cocco e vaniglia, avevo
conosciuto anche il paradiso.
Momò, invece, per me era come il sole.
Ogni cosa di lei sembrava emanare luce: i capelli biondi, la risata,
persino quei suoi modi un po’ goffi e infantili davano una
sensazione di calore tale da far sentire me un bambino che dorme
tranquillo accolto dalle braccia della mamma.
Ma probabilmente, quando mi ero reso conto di quanto davvero quella
piccola mamodo fosse importante per me, di quanto la mia vita troppo
fredda e buia avesse bisogno di quel mio piccolo sole personale, era
già troppo tardi.
***
Quello che avevo in mano non era che un foglietto strappato da un
quaderno a righe, dalla carta rosa pallido e l’odore
d’inchiostro di una penna profumata che mi pizzicava
fastidiosamente il naso facendomi venir voglia di starnutire, ma
l’autista, guardando dallo specchietto retrovisore (picchiettando
il dito sul cambio al ritmo di una canzone di Parco Folgore che mi dava
all‘emicrania) il modo con cui lo stavo fissando da quando
eravamo entrati in quel taxi, doveva aver pensato che avessi tra le
mani il biglietto vincente della lotteria.
La scritta azzurra indicava un posto poco fuori da Londra in cui non
ero mai stato, ma che poi, una volta giunti a destinazione, si era
rivelato essere il retro di un palazzo, o forse una specie di albergo,
in via di costruzione.
Il cantiere, a quell’ora di sera, era deserto: il colore piatto
delle impalcature spariva dietro l’ombra del crepuscolo, mentre
dalla terra saliva un forte odore di sabbia e calce al più
piccolo soffio di vento, rendendo l‘aria tremendamente granulosa.
Una gru abbandonata dagli operai stava lì, immersa nel cielo dai
cupi colori bluastri, e vegliava in quel luogo desolato come un fiero e
antico guardiano della notte. Da bambino mi avevano sempre affascinato,
pur incutendomi al contempo un forse senso di disagio: erano ponti dai
quali poter toccare le stelle e bruciarsi col sole, erano enormi e
silenziosi mostri di ferro che stavano troppo in alto per degnarmi
della loro attenzione, facendomi sentire piccolo e insignificante.
La luce giallo-arancio di una fila di lampioni tagliava la penombra che
era calata sulla strada, facendomi scorgere da lontano il motivo per
cui ero arrivato fin lì, con il libro spalancato nella mano
destra e Momò che camminava al mio fianco con sguardo attento,
ancor più silenziosa di quel raggelante luogo fantasma.
Lei si era cambiata, sostituendo la corta minigonna dai motivi scozzesi
di qualche ora prima con dei jeans che le arrivavano alle caviglie, e
la camicia color zucchero ad una maglietta a maniche lunghe che le
lasciava scoperta la pancia piatta. Persino i colori del trucco erano
cambiati, più caldi e appariscenti, e quasi la facevano sembrare
una gatta pronta a fare le fusa.
Lui ghignava, con le braccia intrecciate davanti al petto, mentre i
denti bianchissimi risplendevano nella semioscurità tanto da
sembrare minuscole stelle. Le sue pupille sottili, che parevano quasi
lame di sangue, erano fisse su Momò, contorte in uno sguardo
indecifrabile: sembrava soddisfatto, impaziente, a tratti anche
nervoso, ma non ero riuscito a capirlo con chiarezza.
Qualche ora prima, nell’ora più calda del pomeriggio,
tutti dentro l’officina si erano voltati per osservare la strana
coppia che si stava dirigendo verso di noi, ignorando completamente un
Mr. Stoner che aveva cercato di avvicinarsi e di chiedere cosa
desiderassero, ricevendo, per risposta, un‘occhiataccia appena
accennata che l’aveva convinto a tacere e a rimanere al suo posto.
La ragazza era alta (forse anche più di me), con la pelle
abbronzata e i lunghissimi boccoli rossi che le arrivavano fino alle
anche, brillando di riflessi color ruggine sotto la luce giallastra
delle lampade. Le labbra gonfie erano contorte in una smorfia, tra il
divertito e l’infastidito, e gli occhi verde bottiglia erano
fissi davanti a lei, senza ricambiare nessuno dei numerosi sguardi che
i miei colleghi le stavano lanciando alle gambe e alla scollatura della
camicetta bianca.
In effetti, era decisamente uno schianto, di quelle che si vedono solo
alla televisione o che ti sorridono provocanti oltre un cartello
pubblicitario di biancheria intima, e nel vedere quella minigonna
ondeggiare in maniera tanto provocante lungo i fianchi mi sarei anche
lasciato andare ad un qualche pensierino degno di un film a luci rosse,
se non mi fossi ricordato quasi subito e con una piccola punta di
delusione che avevo già la ragazza -e che Grace, tra
l‘altro, era un tipo piuttosto geloso e vendicativo, soprattutto
nei miei confronti-.
Lui era alto sì e no un metro e un mignolo, e sembrava essere
uscito dritto dritto da Il signore degli anelli: un incrocio tra Frodo,
Gandalf e Gollum.
I capelli erano lunghi, bianchi come una cascata di neve e di seta,
legati ordinatamente in una coda bassa che sfiorava delicatamente il
pavimento. La pelle era chiarissima, e nonostante scorgessi qualche
ruga sotto gli occhi e lungo le guance, pareva così liscia da
sembrare fatta di porcellana.
L’abito che indossava era di un pallido celeste, legato
all’altezza della vita da una cordicella bianca, e strisciava al
suolo coprendogli i piedi e sporcandosi di polvere. Le mani erano
incrociate davanti al petto, nascoste sotto grosse maniche a forma di
campana che sfumavano ai bordi di un colore più scuro rispetto
al resto dell’abito.
Quando si era fatto abbastanza vicino, avevo potuto vedere i suoi
occhi, uno nero e l’altro bianco, entrambi con una sottile
pupilla color fuoco sottile come quella di un felino. Era uno sguardo
gelido, talmente affilato che sembrava volermi tagliare in due ogni
volta che mi fissava.
Avevo anche notato che cucito nel vestito, proprio sotto il colletto,
stava uno specchio tondo e piccolo quanto un pugno, con una cornice
tanto fine da sembrare più un filo color piombo, senza
decorazioni particolari.
Quando si erano fermati davanti a me, ancora piegato sulla ruota che
stavo raccogliendo da terra, era stato il primo ad augurarmi il
buongiorno, con una vocetta sottile che sembrava provenire da metri e
metri sottoterra, stridula come il suono del gessetto spezzato sulla
superficie della lavagna: il sorriso che mi aveva concesso subito dopo,
mostrando una lunga fila di canini candidi e appuntiti come piccoli
coltelli, mi aveva quasi fatto gelare il sangue dentro le vene.
La donna, invece, si era chinata davanti a me, piazzandomi davanti agli
occhi la scollatura fin troppo generosa dei suoi seni, travolgendomi
con un odore speziato tanto forte e buono da farmi girare la testa.
Mi ero accorto solo in quel momento del libro che aveva sottobraccio, e
nell’osservarne la spessa copertina grigio perla mi ero reso
subito conto di quanto fosse troppo simile a quello della mia mamodo
per essere una coincidenza.
Avrei voluto cercare Momò con lo sguardo, come per assicurarmi
che lei fosse ancora dove l’avevo lasciata, ma lo sguardo
seducente della ragazza e il suo fiato caldo che mi avvolgeva il viso
come la più soffice delle carezze mi impedivano di staccarle gli
occhi di dosso, inspiegabilmente affascinato e terrorizzato da quella
bellissima sconosciuta.
La consapevolezza che quella ragazza avrebbe potuto attaccarci da un
momento all’altro, il chiacchierio eccitato che si era alzato dai
miei colleghi mentre fingevano di tornare a lavoro e lo sguardo omicida
che la mia fidanzata mi stava lanciando da lontano erano le uniche cose
che stavano riuscendo a mantenermi lucido in quel momento.
Lei mi aveva parlato con una voce di miele e velluto, presentandosi
come Angelique, prima di spalmarsi sul mio petto come marmellata e
continuare la nostra breve conversazione parlandomi all’orecchio.
Volevo (lo giuro!) posarle la mano sulla spalla e allontanarla da me,
per quanto la sensazione che mi stava dando quel seno premuto contro il
mio petto aveva appena dato una scusa ai miei neuroni per andarsene in
vacanza alle Hawaii e per cominciare già a preparare le valige e
prenotare l’albergo, ma una veloce quanto affilata minaccia da
parte di quella ragazza di attaccare i miei colleghi mi aveva subito
convinto a non reagire, e il ritorno alla realtà dalla nuvoletta
rosa nella quale mi stavo beatamente cullando era stato brusco come
l’impatto di un aereo precipitato.
Mi aveva infilato un biglietto nella tasca dei pantaloni, per poi
accarezzarmi la bocca con l’unghia rossissima dell’indice,
dicendomi di non far tardi, con parole che da dolci e carezzevoli si
erano tramutate in dure e velenose in meno di un istante.
E poi si era alzata con nonchalance stirandosi la minigonna con le
mani, mi aveva salutato ad alta voce facendomi l’occhiolino e si
era girata per raggiungere l’uscita, scuotendo la testa e facendo
ondeggiare i lunghi boccoli rossastri con gli stessi modi provocanti di
quando si era presentata nell‘officina.
Solo allora mi ero accorto che il mamodo, nel frattempo, stava fissando
la mia Momò -seduta sul cofano di una Volvo grigia con un
pacchetto di caramelle gommose stretto nel pugno-, con
un’occhiata indecifrabile che lei non aveva tardato a ricambiare,
facendo apparire un’espressione incredibilmente seria in quel suo
visetto infantile e sempre sorridente.
Poi aveva guardato me, salutandomi con quella voce serpentina che mi
aveva fatto accapponare la pelle delle braccia, per poi voltarsi e
raggiungere la sua partner umana portandosi al suo fianco.
Non capivo bene il perché non avessero approfittato di quel
momento, con me disarmato e Momò completamente alla loro
mercé, piuttosto che lanciarci quella specie di sfida ad
appuntamento. Nei nostri precedenti scontri, non erano stati pochi i
mamodo che avevano puntato al nostro libro senza farsi troppi scrupoli,
approfittando di ogni momento di distrazione da parte nostra, a volte
fregandosene altamente se attorno a noi c’erano persone che
potevano anche farsi male a causa dei loro incantesimi.
Forse quei due avevano una grande fiducia nelle loro capacità, oppure amavano gli scontri testa a testa e con armi pari.
O forse, semplicemente, non volevano coinvolgere chi non c’entravano niente con tutta questa storia.
Nel momento della sfida, mentre portavo il libro davanti a me e
ne osservavo le pagine cominciare a brillare di luce rossastra, un
sospiro sconsolato mi era sfuggito dalle labbra al ricordo del
finimondo che era scoppiato dentro l’officina non appena quei due
erano scomparsi dalla mia vista.
Grace non mi aveva neanche parlato, ma non dubitavo che mi avrebbe
fatto fare la stessa fine del povero portachiavi di Diddle che teneva
tra le mani mentre Angelique si attaccava a me come neanche un cerotto
avrebbe potuto fare (secondo sospiro).
Avevo lanciato un’occhiata attenta alla mia piccola mamodo, come
per cercare un piccolo incitamento da parte sua -non lo davo mai
a vedere, ma me la facevo addosso ogni volta che ci ritrovavamo
davanti a un avversario- ; e lei, come sempre, mi aveva mostrato un
enorme sorriso, prima che la sua solita espressione di bambina dolce e
ingenua scivolasse via dal suo viso come olio sull’acqua,
lasciando il posto a due occhi ardenti di fiamme azzurre che
riflettevano la sua vera natura demoniaca.
Erano quelli i momenti in cui capivo che Momò non era lì
per caso, che non stava affrontando una battaglia alla quale non
desiderava partecipare: lei voleva combattere, voleva vincere, e
-glielo leggevo negli occhi- era disposta a fare qualunque cosa
per raggiungere il suo obbiettivo.
Più di una volta avevo provato a chiederle il motivo di tanta
determinazione da parte sua, il perché fosse tanto importante
per lei diventare regina del Makai, ma ogni volta la sua risposta
consisteva in qualche “Momòmomò!!”
incomprensibile e in un sorriso da finta tonta che mi aveva fatto
saltare i nervi in più di un‘occasione.
Eppure, tutte le volte, mi convincevo che fosse importante, che aveva
un sogno, o uno scopo preciso, che non poteva essere solo il capriccio
di una bambina lancia-incantesimi dal vestito strano e la fame
insaziabile.
Per questo l’aiutavo, perché era in quelle occasioni che
nello sguardo bruciante di Momò scorgevo riflesso il mio stesso
desiderio di vedere realizzati i miei sogni, per questo quando
Angelique ci aveva chiesto di arrenderci io avevo stretto il libro
più forte nella mano e abbassato lo sguardo verso le uniche
frasi leggibili in quelle pagine brillanti di bianco e di rosa.
Nonostante i nostri attacchi fossero forti, eravamo molto deboli in difesa.
Per questo avevo deciso di non perdere tempo e di fare la prima mossa.
Ma la nostra avversaria, che doveva avere riflessi prontissimi, non
appena intuite le mie intenzioni aveva aperto il suo libro con un
rapido gesto del polso e si era subito preparata alla lotta, riuscendo
anche a precedermi nel pronunciare l‘incantesimo.
<< Claws Miraa! >>
<< Aka Hi Ball! >>
Il mamodo nemico, con un leggero movimento delle braccia verso
l‘alto, aveva scostato le maniche a campana dell’abito
azzurro, rivelando le sue mani per la prima volta: le dita erano
sottili, lunghe almeno quanto le braccia e affilate come sciabole, di
un colore che da lontano non ero riuscito a identificare.
Qualcosa che avrebbe fatto un’invidia nera a Johnny Deep nel film di Edward Mani di Forbice.
Le braccia erano scivolate verso il basso, veloci come un colpo di
frusta, gli artigli erano staccati dal resto delle mani e avevano
puntato verso di noi, tagliando l’aria come affilatissimi missili.
Momò aveva steso le sue piccole braccia in avanti e portato i
pugni chiusi davanti al viso, stringendo i denti mentre i suoi guanti
rossi avevano cominciato a brillare e ad infiammarsi.
Un istante dopo quel gesto, una vampata di fuoco si era parata davanti
a noi, formando una grossa sfera di fiamme rosse come il sangue,
scivolando via dai guanti della piccola mamodo per poi sfrecciare in
avanti bruciacchiando e annerendo l’asfalto col suo passaggio.
Gli artigli avevano oltrepassato la nostra palla di fuoco e puntato
verso di noi, conficcandosi nel cemento con la stessa facilità
con cui si infilza una candelina sulla torta di compleanno, ma senza
prenderci (anche se uno era quasi arrivato a sfiorarmi la scarpa,
facendomi fare per lo spavento un balzo all’indietro degno di un
canguro).
Ne avevo guardato la fila disordinata che si era formata davanti a me,
vedendoci a tratti i miei capelli arancioni, la spruzzata di lentiggini
sul mio naso o i miei occhi sgranati dallo stupore, ed era come fissare
il proprio riflesso su uno specchio dal vetro incrinato.
Ecco cos’erano: lunghissime, affilatissime lame di specchi.
Momò, invece, come se non si fosse neanche accorta di aver quasi
rischiato di rimetterci un orecchio, aveva mantenuto lo sguardo fisso
davanti a se, aspettando concentratissima che il suo attacco
raggiungesse la metà della distanza che ci separava dai nostri
avversari.
Quando, ritenuto fosse il momento giusto, aveva spalancato le mani
d’un tratto, i guanti avevano smesso di brillare, e la sua sfera
infuocata era esplosa con un botto fortissimo sparando una pioggia di
lingue di fuoco tutte attorno a se.
Ero riuscito a notare, in mezzo a quel trambusto, che Angeliche e il
suo mamodo erano riusciti ad allontanarsi prima che qualche fiammella
li raggiungesse, riuscendo anche a salvare il loro libro.
Per noi, quello di controllare il fuoco era un enorme vantaggio durante
una battaglia, perché ci permetteva, anche nel caso che
l’attacco non andasse a segno, di sperare nel colpo di fortuna e
che il libro dell’avversario venisse toccato almeno da una
scintilla che gli avrebbe fatto subito prendere fuoco, per poi, presto
o tardi, bruciarlo definitavene.
Per questo io e Momò usavamo sempre la stessa tattica, senza
colpire i nostri nemici direttamente (di vedere umani o demonietti
finire carbonizzati sotto i miei occhi non ci tenevo minimamente), ma
puntando solo al loro libro e cercare di bruciarlo alla prima buona
occasione.
Però, nel vedere che neanche loro ci avevano realmente
attaccato, mi era venuto da pensare che nemmeno quella ragazza
desiderasse farci del male sul serio.
Ma proprio mentre formulavo questi pensieri l’avevo vista alzare
lo sguardo su di me, facendomi capire benissimo che aveva afferrato la
gravità del pericolo che stavano correndo con attacchi di fuoco
come i nostri, e che ora, pur di difendersi, avrebbe combattuto sul
serio.
Aveva assottigliato i suoi verdissimi occhi da gatta in un cipiglio
minaccioso, facendo un passo verso di noi e preparandosi al secondo
round.
<< Miraa no Kiru Turn ! >>
Esattamente come erano arrivati, gli artigli di specchio si erano
staccarti dall’asfalto, per poi sfrecciare sopra la strada e
raggiungere il loro proprietario (un brivido mi era serpeggiato lungo
la schiena nel vedere quel mamodo mostrarmi un altro sorriso degno del
Joker di Batman, come se non si fosse nemmeno accorto che non aveva
più le mani attaccate ai polsi).
Erano spariti sotto le sue maniche azzurre, per poi mescolarsi,
muoversi fluidi come fossero d’acqua, allungarsi vertiginosamente
come la linea di mercurio di un termometro poggiato sul termosifone.
Gli artigli di poco prima si erano trasformati in lame lunghe quanto le
pale di un elicottero, due enormi spade di specchio che non mi
promettevano nulla di buono.
E il mamodo, contro ogni mia aspettativa, aveva unito i piedi
poggiandosi sulle punte e aveva cominciato a volteggiare su se stesso
(per un attimo avevo seriamente creduto che si sarebbe messo a
ballare), sempre più velocemente, diventando una massa
indistinta di colori fino a sembrava una trottola in equilibrio sul
pavimento.
Ci era venuto addosso senza un minimo di preavviso, tagliando i pali
della luce come fossero stuzzicadenti, lasciandoci nella penombra
ancora più scura che ci impediva di capire da dove sarebbe
arrivato.
Avevo chiuso il libro e l‘avevo stretto al petto, afferrando
Momò per la pancia nel tentativo disperato di trovare un riparo
in mezzo a tutto quel buio, ma non ero riuscito a muovermi di un passo
che l’attacco era arrivato, tagliandoci la strada e
facendomi cadere all’indietro avvolto da un’irrespirabile
nuvola di polvere e terra.
Ero rotolato via, con Momò aggrappata alla mia maglietta, i
pantaloni stracciati all’altezza delle ginocchia che rivelavano
un bruciante taglio sulla gamba sinistra, e nel sentire una goccia
bollente scivolarmi sul mento e cadere fino al polso sporcandolo di
rosso, avevo capito che anche la mia fronte doveva avere qualcosa che
non andava (ma il dolore era nulla, in confronto alla terribile
sensazione d‘aver visto passarmi davanti agli occhi tutta la mia
vita in meno di un nanosecondo). Momò, ovviamente, sembrava non
essersi fatta neanche un graffio -e ovviamente aveva preso tutto
il tempo per controllare che il libro fosse tutto intero prima di
accorgersi delle mie piccole ferite-.
Il pezzo d’asfalto davanti a noi sembrava una fetta di burro
attraversata da un coltello, e cominciava a puzzare terribilmente di
polvere e fogna -quel mamodo psicopatico doveva aver rotto
qualche tubatura con il suo ultimo attacco-.
Il rumore di corrente elettrica tagliava il silenzio con un
fastidiosissimo ronzio, facendomi voltare lo sguardo verso quel
lampioni fulminati e quelli che, direttamente, erano stati tagliati a
metà, rivelando grovigli di cavi che ogni tanto sprizzavano
qualche lucetta gialla o azzurra poco rassicurante.
<< Miraa no Kiru Turn ! >>
La voce lontana e chiara di Angelique mi aveva fatto gelare i muscoli
sotto la pelle, convincendomi ad alzarmi in piedi (nonostante un primo
tentativo finito con un imbarazzante capitombolo) e a frugare nella
penombra con lo sguardo alla ricerca del nostro nemico, il libro
nuovamente spalancato sulla mano destra e il ginocchio ferito che
cercava di richiamare la mia attenzione sul sangue che mi stava colando
lungo la gamba incollandola alla stoffa dei pantaloni.
L’avevo visto in lontananza, vicino a un cassonetto dei rifiuti
illuminato da uno dei pochi lampioni che si erano miracolosamente
salvati, ricominciare a girare su se stesso (e a guardarlo in quel
momento, avevo scoperto che la sua posizione mi ricordava un gioco di
Momò, le Ballerine volanti o danzanti o qualcos‘altro del
genere) puntando verso di noi per la seconda volta.
Ma stavolta ero stato veloce -effetto della fifa,
probabilmente- e non appena avevo percepito la mia mamodo
affiancarsi ame, avevo subito lanciato il nostro secondo incantesimo.
<< Aka Wave Hi! >>
I guanti di Momò avevano ripreso a brillare di luce rossastra,
mentre lei tendeva le braccia in avanti, puntando verso il basso, ed
un’onda di fuoco scivolava via dalle sue piccole mani e rotolava
sopra l’asfalto coprendolo come fosse un immenso e bruciante
tappeto cremisi.
Le fiamme, simili alle lingue biforcute dei serpenti, erano corse verso
il nostro mamodo avversario, afferrandogli i lembi dell’abito,
avvolgendogli le gambe e la vita, fino a diventare una vampata ardente
che lo aveva circondato fino a colpirlo in pieno.
Attaccarlo dal basso sembrava essersi rivelata una mossa azzeccata: il
mamodo, che nel frattempo stava continuando a girare su se stesso sotto
il comando dell’incantesimo, aveva deviato traiettoria finendo
col mancarci e rischiando quasi di schiantarsi contro una vecchia
cassetta per la posta, tracciando dietro di se una spessa scia di fumo
scuro che per un attimo mi aveva fatto temere di aver finito col
carbonizzarlo sul serio.
I suoi movimenti si erano fatti sempre più lenti, la sua figura
sempre più nitida, fino a quando non era caduto malamente a
terra con un tonfo sordo e con ancora quelle lunghissime lame attaccate
alle braccia.
A dispetto di quanto avessi creduto, sembrava essere ancora tutto
intero, salvo il vestito malamente bruciacchiato e i capelli bianchi
sfuggiti dalla sua semplice acconciatura per ricadere disordinati e
sporchi di fumo sulle spalle e lungo la schiena. Il viso non aveva
nemmeno un graffio, ma era sudato, più pallido del solito, e gli
occhi serrati e le labbra dischiuse nell’inspirare profonde
boccate d’ossigeno mi avevano fatto intuire che non doveva stare
affatto bene.
Angelique, alle sue spalle, lo chiamava da lontano con tono
preoccupato, non ricevendo però alcuna risposta oltre ad un
qualche verso strozzato.
Io, nel frattempo, ero finito col sedermi a terra, stringendo i denti
quando le mie ferite avevano cominciato ad urlare per quel fortissimo
dolore all’altezza della gamba e della fronte.
Sentivo lo sguardo ansioso di Momò puntato su di me e le sue
piccolissime mani poggiate sulla mia spalla, dicendomi qualcosa nella
sua buffa lingua personale mentre guardava una goccia di sangue colarmi
sulla guancia fino a raggiungere la bocca, bruciandomi le labbra col
suo caldo sapore ferroso.
Ma in quel momento non stavo neanche facendo molto caso a lei, mentre
alla sofferenza fisica, provocata da quei brutti tagli nella carne e
dalla lieve ma insistente perdita di sangue, si stava affiancando un
sentimento di rabbia che mi aveva fatto alzare lo sguardo e fissare con
furia l’artefice di quella mia sofferenza, impietosendomi sempre
meno per il suo stato di mezzo-arrostito e per l’espressione
dolorante dipinta sul volto mentre la sua partner umana correva verso
di lui per raggiungerlo.
Il dolore, la sensazione ancora appiccicata alla pelle di vedersi
tagliati a metà da quelle lame affilate come rasoi, e
-successivamente- la vista di un brutto graffio sulla guancia
destra di Momò, mi stavano facendo odiare quel mamodo come mai
era successo durante i nostri precedenti combattimenti.
Volevo configgerlo, volevo vederlo sparire davanti ai miei occhi mentre
tornava nel Makai, volevo ripagarlo con la sua stessa moneta.
Ignorando volutamente l’occhiata stupita e preoccupata della mia
piccola demonietta bionda mi ero alzato in piedi, imprecando sottovoce
e aprendo nuovamente il nostro libro sopra il polso, ingoiando
l’aria umida e polverosa della sera fino a farla scendere in gola
come un amarissimo sciroppo, e approfittando subito della lontananza di
Angelique dal mio obbiettivo per lanciare il nostro terzo (ed ultimo)
incantesimo.
<< Shin-ArrowHi! >>
Le mani di Momò avevano preso fuoco, brillando come piccoli
carboni ardenti, e le fiamme che aveva creato si erano rincorse e
attorcigliate fino a formare la punta di una freccia e lanciarsi a
tutta velocità contro il nostro avversario ancora malamente
seduto a terra.
La ragazza però si era fermata ancor prima che lanciassi
l’incantesimo, come intuendo le mie intenzioni nel momento esatto
in cui avevo aperto il libro e puntato lo sguardo sul suo mamodo. E
quando aveva visto il nostro attacco sfrecciare contro di lui, con
riflessi prontissimi aveva gettato gli occhi su una pagina del libro
brillante di luce grigiastra, preparandosi immediatamente al
contrattacco.
<< Miraa E Hikkoshi! >>
Avevo visto il mamodo lasciarsi colpire in pieno, le fiamme spezzarsi
ed esplodere in mille schegge di fuoco attorno a lui, mentre una nube
scura si alzava verso l’alto coprendomi la visuale di ciò
che c’era davanti a me.
Il suono simile ad una piccola esplosione mi aveva perforato le
orecchie e raggrinzito tutta la pelle, mentre cercavo di concentrare la
mia attenzione sul punto dove c’era il nostro avversario
ignorando la vampata di caldo che si era alzata nell’aria fino a
bruciarmi gli occhi e farmi quasi lacrimare.
Momò, invece, continuava a fissare me, ma pur avvertendo
il suo sguardo scivolarmi addosso come una secchiata d’acqua
ghiacciata avevo evitato di ricambiare, come per paura di leggere
qualcosa, nei suoi enormi occhi azzurri, che non volevo vedere, di
scorgere preoccupazione, stupore, o magari rimprovero per ciò
che avevo appena fatto nel dare un definitivo colpo di grazia ad un
mamodo tanto indebolito quando prima d’ora ci eravamo sempre e
solo concentrati sul libro dei nostri avversari per evitare che
qualcuno si facesse male più del necessario con i nostri
incantesimi.
Il senso di colpa era da qualche parte dentro di me, era come sentire
un verme strusciare dentro il mio stomaco e farmi provare fastidiose
sensazioni di disgusto e di disagio, ma era ancora abbastanza piccolo
per permettermi di ignorarlo e far finta che nulla fosse successo.
Ma più il fumo si dissolveva, più i contorno e i colori
di ciò che avevamo davanti si faceva nitido e chiaro, più
notavo che c’era qualcosa che non quadrava.
Quella luce, per prima cosa: era come guardare il lontano bagliore di
un faro, ma invece di sparire nel buio nello stesso istante di un
battito di ciglia era lì, immobile, congelato e splendete di
caldi bagliori dorati.
Un ghigno gelato, come una bianchissima falce di luna, si era disegnato
nel viso del mamodo, contorto in un’espressione divertita e
trionfante che faceva brillare ancora di più le feline pupille
vermiglie.
Lo specchietto cucito sotto il colletto del suo abito continuava a
splendere, mentre le ultime fiammelle rimaste dal nostro attacco ne
venivano risucchiate all’interno come granelli di sabbia lasciati
alla mercé di un aspirapolvere.
Nel viso, sulle braccia, non c’era più traccia di alcuna
ferita o bruciatura, persino gli strappi lungo il suo vestito si erano
ricuciti da soli come se niente fosse stato, mentre io, più
osservavo questi particolari e più il suo sorriso si allargava
mentre recuperava energie dal nostro incantesimo appena lanciato,
più sentivo un moto di sorpresa e di paura strozzarmi il respiro
dentro la gola in una morsa fredda come il ghiaccio.
<< Miraa HalfMoon! >>
Sentire la voce ferma e un po’ roca di Angelique era stato come
risvegliarsi bruscamente da un sogno, facendomi sbattere più
volte le palpebre e cercare di riprendermi da quel momentaneo stato di
trance nel quale mi ero lasciato andare senza tanti complimenti.
Avevo visto le lunghissime lame del demone staccarsi dal resto delle
braccia, sciogliendosi in schegge di specchio che di nuovo si erano
intrecciate e mescolate fino a formare davanti al nostro avversario una
grossa, affilata mezzaluna: a lui era bastato un leggero ma deciso
movimento delle maniche perché noi ce la ritrovassimo addosso,
muovendosi come una girandola lasciata in balia del potente soffio del
vento.
Prima di poterlo evitare, o anche solo prevedere, un dolore al braccio
mi aveva incendiato la carne trapassandomi il cervello come un fulmine,
e il mio sguardo si perdeva in un nulla di un bianco accecante (o forse
era nero, oppure entrambi..?!).
Le mie ginocchia si erano piegate come fossero improvvisamente
diventate di gelatina, e l’asfalto mi aveva accolto tra le sue
braccia ruvide e durissime facendomi sbattere la testa con forza e
affogare in un mare di stelline rosse, mentre le orecchie fischiavano
fastidiosamente fino a quando i rumori attorno a me non avevano
cominciato a farsi più nitidi, come riuscire ad ascoltare una
voce familiare in mezzo a una sala colma di persone.
Avevo sentito Momò, quel suo tono squillante come
un’orchestra di campanellini che più volte mi aveva fatto
venire l’emicrania nell’ascoltarla troppo a lungo, e poi la
mia voce, un ringhio di dolore che non riuscivo a sputare fuori come
avrei voluto, ma che a tratti sembrava un pezzo di piombo conficcato
dentro la gola, mentre altre volte lo sentivo librarsi nell’aria
come un immenso frullio d’ali e dissolversi nel buio della notte
nel frattempo che nel mio corpo pulsava di mille echi di dolore ad ogni
piccola fitta che mi provocava quella nuova ferita.
Avevo girato la testa d’un lato e cercato di alzarmi da terra,
senza riuscire ancora ad aprire gli occhi, ma il massimo che ero
riuscito ad ottenere era stato ritrovarmi seduto facendo pressione con
il gomito sano sul terreno.
Nel momento in cui avevo avvertito il sangue bagnarmi il polso e la
mano, avevo pensato d’aver appena immerso il braccio in un lago
di lava bollente.
E continuavo a sentire Momò accanto a me, mentre mi scuoteva la
maglietta con forza e la sua voce infantile si spezzava in minuscoli
singhiozzi disperati.
Quando ero riuscito ad aprire gli occhi, colpito dalla luce di un
lampione che quasi me li fece richiudere all’istante, ero
riuscito a scorgere il suo libro (il colore rosa scuro della copertina
era la cosa che più spiccava nel grigio cemento della strada)
caduto poco lontano da me, aperto in una pagina dove non c’era
scritto nulla che riuscissi a leggere tra quelle lettere
incomprensibili.
Pensare, in quel momento di pura agonia mentre il sangue sgorgava dalle
mie ferite facendomi girare la testa e respirare a fatica, che
quell’attacco appena ricevuto era stato lanciato per colpire il
nostro libro magico invece che con l’intenzione di affettare me
in due o quattro parti, mi aveva fatto alzare il volto in avanti,
ignorando Momò e le sue parole senza senso che dovevano essere
una richiesta su come mi sentivo in quel momento.
Angelique e il suo mamodo si stavano dirigendo velocemente verso di
noi, forse per completare l’opera nel frattempo che io ero
momentaneamente fuori gioco; così avevo cercato di tirarmi su,
di tendere il braccio ferito verso il libro nel tentativo di
recuperarlo, senza neanche accorgermi che tutto il corpo stava tremano
come se fossi finito dentro una ghiacciaia, che piccole gocce di sudore
mi stavano imperlando la fronte, che ogni cosa alla mia vista si stava
offuscando e appannando e sdoppiando sempre più velocemente.
Quando mi ero reso conto di tutto questo, quando la consapevolezza del
sangue che stava uscendo dalle mie ferite facendomi perdere il senso
della realtà mi aveva colpito come uno schiaffo in pieno viso,
ero anche riuscito a dimenticare cosa stavo facendo, la battaglia, il
libro, persino l’odore di briciole di cemento e di ghiaia che
fino a un attimo prima sembrava fare a pugni col mio naso era diventato
meno della carezza di una piuma.
E quando avevo avvertito il mio corpo scivolare ancora a terra, non
avevo nemmeno tentato di fermarlo, mentre il tempo e lo spazio
perdevano ogni significato e la mia mente vagava verso il nulla, mentre
tutto attorno a me diventava nero come se stessi affogando in un mare
d’inchiostro, ma allo stesso tempo era un miscuglio di colori
sgargianti ai quali non ero neanche in grado di dare un nome.
E avevo visto qualcosa, immagini spezzate e tremanti e senza contorni, era come guardare un film dalla pellicola graffiata.
Avevo scorto un uomo di legno con il corpo ferito e una corona di spine
sopra il capo, i capelli lunghi e marroni che ricadevano pesantemente
sulle spalle e sul petto magrissimo, le mani e i piedi dalle dita
scheletriche inchiodate ai lati di una croce scura mangiucchiata da
qualche tarlo.
E davanti a quel crocefisso, con una coppa dorata in mano e ridicoli
occhiali a fondo di bottiglia sul naso, stava Padre Simon, con un
sorriso incoraggiante su quel volto solcato da profondissime rughe
mentre mi porgeva l’ostia della prima comunione.
E io l’avevo subito accolta dentro la bocca, sentendo cominciare
a sciogliersi sulla lingua un sapore di pane e farina e stringendo con
forza una grossa candela bianca tra le mani bruciacchiate da gocce di
cera bollente, mi ero allontanato per far posto al bambino che veniva
dopo di me, avevo raggiunto un vaso di fiori poggiato vicino alla
cassetta delle offerte e ci avevo sputato dentro l’ostia mezzo
masticata, prima di tornare al mio posto come se nulla fosse stato.
Forse -pensavo- era per questo che ero finito
all’inferno, che ora sentivo il fuoco sciogliermi la carne e
carbonizzarmi le ossa fino a farle diventare briciole di cenere, o il
ghiaccio stringermi lo stomaco e salirmi fino alla gola graffiandola e
congelandola, mentre il caldo e il freddo si rincorrevano, si
sfioravano, si mischiavano in un vortice che mi stava risucchiando
verso un buio sempre più profondo, denso come sciroppo.
E improvviso come il tappo che schiocca dalla bottiglia di champagne,
mi colpì il ricordo del terzo anno di liceo, della professoressa
Black che invece dei soliti vecchi sonetti Shakespeariani ci
aveva affibbiato da studiare la Divina Commedia di un autore italiano.
Ed io, mi ero chiesto, dove sarei finito? Tra gli avari a spingere
massi enormi? Tra gli iracondi o gli accidiosi del quinto
cerchio? Avrei visto i miei genitori tra i traditori per
l’avermi abbandonato davanti a una chiesa senza un briciolo di
spiegazione?
Affogavo, nel mio stato di semicoscienza, in quelle domande senza
risposta, maledicendomi per non l’aver saputo godermi meglio la
vita ora che avevo saputo che il mio destino per l’inferno era
già stato segnato: avrei potuto picchiare più forte quei
compagni di orfanotrofio che mi avevano preso in giro fino alle medie,
o godermi qualche birra in più quando mi incontravo con gli
amici in qualche locale invece di pensare a chi doveva guidare dopo,
o -Dannazione!!- avrei potuto mandare al diavolo le
preoccupazioni e tutto quanto e fare l’amore con Grace ogni volta
che avevo avuto l’occasione di stare da solo con lei.
Il profumo, il sapore paradisiaco della mia ragazza era subito
riaffiorato tra quella miriade di ricordi, e mi sarei lasciato cullare
dal tiepido fantasma di quelle piacevoli sensazioni se non fosse stato
per il fischio continuo che sentivo soffiarmi dentro le orecchie,
simile al ronzio di una zanzara fastidiosa.
Sentivo il buio tremolare attorno a me, spezzarsi in frammenti di luce
e di suoni indistinguibili che subito svanivano come erano arrivati,
sentivo la stessa sensazione di quando la mattina mi rigiravo sotto le
coperte aggrappandomi alle braccia di Morfeo mentre il lontano
ticchettio e lo squillo metallico della sveglia mi perforavano i
timpani nel fastidioso incitamento ad alzarmi e abbandonare le
confortanti lenzuola del mio letto.
Ma ora era una voce familiare a farsi largo nella mia testa e a
catturare la mia attenzione, pronunciando parole alle quali sul momento
non riuscivo neanche a dare un significato.
Solo una, “Ospedale”, che avevo subito ricollegato al suono
di una sirena e ai duri letti avvolti nella carta che avevano
nell’infermeria dell’orfanotrofio.
Avevo sentito un continuo bip bip bip che ero riuscito ad associare
alla tastiera di un cellulare, avevo cominciato a percepire con
chiarezza sempre maggiore l’aria fresca della notte sfiorare con
soffi gentili la pelle sudata del volto, facendomi provare un leggero
dolore alla testa misto a quel costante capogiro del quale non riuscivo
proprio a liberarmene.
Avevo provato ad aprire gli occhi, per quanto le palpebre fossero
incredibilmente troppo pesanti da poter muovere, e avevo sentito il
dolore al braccio trafiggermi tutto il corpo come se avessi appena
preso una violenta scossa elettrica.
Tutte le sensazioni provate in quel lasso di tempo (Ore? Minuti? O solo
il bisbiglio di un istante..?) stavano iniziando a svanire, come un
sogno che comincia ad essere già dimenticato, mentre ora stavo
tornando dolcemente e dolorosamente alla realtà, dove le mie
ferite sembravano pezzi di carboni ardenti conficcati sotto la pelle e
il mio corpo tremava scosso da spasmi scostanti e il respiro era solo
una spina di pesce conficcata dentro la gola.
La lotta, gli incantesimi, l’officina, tutto cominciava ad avere
un senso, a trovare la giusta sequenza di tasselli per farmi capire con
chiarezza cosa fosse successo.
E quando il suono di un singhiozzo mi aveva trafitto le orecchie come
un coltello, il volto di una bambina dai capelli biondissimi e gli
occhi azzurro mare si focalizzò con assoluta chiarezza dentro di
me, facendomi cercare di spalancare gli le palpebre
all’istante -ma tutto ciò che avevo ottenuto era
stato socchiuderle in due fessure che a fatica riuscivo a tenere
aperte-.
E Momò era davvero lì, col suo vestito rosso fuoco e il
buffo cappello da giullare con i piccoli sonagli dorati indossato
malamente sopra la testa, ma mi dava le spalle, e con mia somma
delusione non ero riuscito a vederla in volto come invece avrei voluto.
Angelique era inginocchiata davanti a lei, con un telefonino viola
stretto nella mano e gli occhi verdi fissi sul display, ma la sua
figura era malamente sfocata dalla luce di un lampione che splendeva
sopra la sua testa rendendo quasi indistinguibili i contorni della sua
figura.
L’avevo vista infilare frettolosamente il cellulare nella tasca
dei pantaloni e tirare fuori, al loro posto, un pacchetto rosso di
Dunhill (si trattava bene, la ragazza..) dal quale a sua volta
aveva estratto un accendino con uno sgraziato disegno della Pucca che
dava un bacio sulla guancia di un ninja.
Aveva avvicinato una mano verso la mia mamodo, come nell’atto di
accarezzarle una guancia, e un moto di rabbia mi aveva fatto tremare
ancora più forte.
‘Stronza‘, avevo pensato con furia tale da farmi
dimenticare il dolore provocato dalle mie ferite; ‘Non toccarla,
non toccare Momò!’
Ma nessuno mi stava prestando attenzione, mentre il demone della
ragazza fissava la scena da lontano con occhi scintillanti di trionfo,
mentre Angelique diceva qualcosa a voce troppo bassa per farmi capire
cosa avesse detto, mentre Momò, non più scossa dai
singhiozzi, alzava la testa verso la nostra avversaria e le porgeva
l’oggetto rosa che reggeva tra le mani.
Le mie labbra secchissime si erano spalancate all’improvviso
emettendo un basso verso strozzato e dando così voce al mio
stato di stupore nel momento in cui mi ero del tutto reso conto di cosa
stesse succedendo.
E per un attimo ero riuscito a vedere il momento in cui Momò
avrebbe dato il suo preziosissimo libro a quella Strega, quando lei
avrebbe preso il suo accendino facendo apparire la fiammella che subito
gli avrebbe dato fuoco, e quando la mia mamodo sarebbe sparita,
dissolvendosi in luce e in aria e lasciandomi in balia di una vita che,
no, non osavo neanche lontanamente immaginare senza di lei.
E mentre osservavo quella porzione di futuro del quale non desideravo
assolutamente essere spettatore, avevo visto Momò voltarsi verso
di me, facendomi immergere e cullare nel magnetico azzurro delle sue
iridi e dandomi subito una sensazione di sollievo che però non
era bastata a tranquillizzarmi del tutto.
Mi ero accorto solo in quel momento che, senza sapere come e quando
avessi compiuto quel gesto, avevo alzato il braccio ferito e stretto il
polso della mia mamodo sporcandole i guanti di sangue, ma riuscendo
almeno ad attirare la sua attenzione.
E avevo parlato, le avevo detto che lei non poteva andare via, che era
il mio appiglio, il mio raggio di sole, che era entrata così
imprevedibilmente e così a capofitto nella mia vita che ora,
dannazione, non poteva abbandonarmi come se nulla fosse stato.
Ma forse in realtà non avevo detto nulla di tutto ciò, e
la voce che avevo sentito rimbombarmi nei impani era solo l’eco
frustato dei miei pensieri, forse avevo solamente pronunciato il suo
nome, o forse non avevo neanche aperto bocca, ma ero riuscito a
trasmetterle tutto quello che volevo dirle con lo sguardo.
L’avevo vista -e solo allora mi ero reso conto dei graffi
di lacrime che le rigavano le guance paffute, rendendole ancora
più rosse del solito- mentre gli occhi le si
inumidivano e le labbra tremolavano con sempre maggiore frequenza,
infondendomi un senso di tenerezza che mi aveva commosso come mai era
accaduto in vita mia, e mentre il suo libro le sfuggiva dal braccio e
si schiantava al suolo provocando un tonfo sordo e aprendosi a una
pagina a caso.
E la copertina aveva cominciato a brillare, risplendendo nella penombra
come la luce dolce e ardente di una torcia, le pagine si erano voltate
da sole come mosse da un soffio di vento che non c’era,
fermandosi in un punto dove le lettere splendevano come se fossero
state marchiate col fuoco.
E mentre tutti gli altri erano rimasti immobili, forse dalla sorpresa,
nel fissare la luce rosa e bianca della spessa copertina color
caramella, io avevo subito posato lo sguardo sulla pagina aperta,
scorgendovi una frase che non avevo mai visto prima di allora, ma che
in quel momento, luccicante come a voler richiamare a tutti i costi la
mia attenzione, le mie labbra fremevano dal febbricitante desiderio di
pronunciarla, di assaporare ogni singola lettera scivolarmi sulla
lingua e spezzarsi tra i denti prima di esplodere nell’aria e
trasformarsi in suono.
<< Aka Hi Garuda Wings! >>
Un sussurro, prima dell’oblio.
***
Mi ero risvegliato in un letto d’ospedale, con fastidiosi
tubicini attaccati al braccio e il vociferare delle infermiere che
passavano correndo davanti alla porta della mia stanza.
Il posto puzzava terribilmente di varechina e disinfettante,
bruciandomi le narici ad ogni più piccola inspirazione, fin
quasi a costringermi a respirare con la bocca e a sembrare la copia
malriuscita di un pesce rosso.
Non era stato tanto difficile, una volta risvegliatomi e una volta che
i medici mi avevano lasciato qualche giorno per riprendermi quasi
completamente dalle ferite e dallo “shock”, far bere a
dottori e poliziotti la storiella che la causa delle mie ferite era
dovuta ad una banda di teppisti che avevano mirato al mio portafogli
(che, per fortuna, la sera della lotta avevo dimenticato a casa,
così che la mia versione dei fatti era stata confermata senza
grossi problemi) e che quando avevo cercato di ribellarmi mi avevano
aggredito con i loro coltellacci e avevano dato fuoco al palazzo che
stavano costruendo lì accanto.
Ma ogni volta che il mio medico (un Dottor House fatto e sputato,
tranne che per l’assenza del bastone e per una brutta calvizie al
centro della testa) si poneva a voce alta la domanda su come i
“teppisti” fossero riusciti a farmi un taglio simile al
braccio –troppo profondo per un semplice coltello-,
io tendevo sempre a cambiare argomento, dicendo che non ricordavo, che
stavo male, o che dovevo andare in bagno.
I miei colleghi e il mio capo erano venuti a trovarmi non appena
Gregory (ormai chiamavo sempre così il mio dottore) aveva dato
il permesso di farmi ricevere visite, riuscendo perlomeno a farmi
passare una mezzora divertente in quel posto tanto monotono e cupo che
più volte mi aveva fatto credere che, se non per
l’eccessiva perdita di sangue per la quale stavo seriamente per
rimetterci le penne, di certo sarei morto di noia a furia di stare su
quel letto senza far niente di niente.
Quando era arrivata Grace -altra causa per cui, non appena
l’avevo vista comparire da dietro la porta, avevo creduto che
sarei morto in quell’ospedale-, invece della sfuriata che
mi ero aspettato dopo la situazione equivoca che si era creata con
Angelique nell’officina, mi aveva gettato le braccia al collo,
aveva pianto sulla mia spalla dandomi dell’emerito idiota, e poi
mi aveva baciato.
Decisamente, il momento migliore della giornata.
Non avevo più avuto alcuna notizia di Angelique dopo il nostro scontro.
Non ero arrabbiato con lei, né col mamodo che mi aveva spedito
su un letto d’ospedale e che ora era tornato nel Makai senza
essere riuscito a realizzare il suo sogno di diventare re: nessuno
voleva far realmente del male all’altro durante quel
combattimento, ma alla fine avevamo entrambi esagerato.
Momò, bene o male, era riuscita a spiegarmi che era stato il
nostro quarto incantesimo a sconfiggerli definitivamente e a mandare a
fuoco tutta la zona in un colpo solo. Una sera, seduta sul bordo del
mio letto (ogni volta non riuscivo a non invidiare quella sua
capacità di guarire subito dalle ferite che le infliggeva un
combattimento) e con un album da disegno tra le mani, mi aveva mostrato
un disegno di quello che doveva essere il suo nuovissimo incantesimo:
ma ciò che mi aveva fatto vedere una volta finito il suo lavoro
non mi era sembrato più comprensibile delle frasi
illeggibili del suo libro o delle parole insensate della sua buffa
lingua.
Me ne aveva fatto altri, e in ogni foglio che mi porgeva io scoprivo
qualcosa di nuovo: una specie di uccello, due paia di ali, a volte
perfino sei zampe o due (o tre) teste. Alla fine, non avendo una
fantasia abbastanza sviluppata per permettermi di immaginare questo
fantomatico “uccello” tramite il solo aiuto di quegli
scarabocchi, avevo deciso direttamente di lasciar perdere.
Ma questo mi importava poco, se paragonato alla consapevolezza che
Momò era ancora accanto a me, a illuminarmi col suo sorriso e a
riempire le mie giornate a correrle dietro per rimproverarla o a
cercare di risolvere tutti i guai che riusciva a combinare non appena
voltavo lo sguardo in un‘altra direzione.
Avevo pensato che ormai niente mi avrebbe più potuto separare da
lei, che quella bambina/lanciafiamme dalla fame insaziabile e una
passione sviscerata per le caramelle gommose non mi avrebbe mai potuto
lasciare.
Ed era stato dopo essere uscito dall’ospedale e dopo aver visto
l’arrivo dell’estate prendere il posto alla primavera,
mentre mi lasciavo cullare da questi pensieri fino a farne diventare
una realtà certa per me, che avevo incontrato lui per la prima
volta.
Non avevo mai visto un’espressione tanto malvagia sul volto di un
ragazzino: era un mamodo dai capelli bianchi, come l’abito simile
a una specie di grembiule che portava addosso, e che non dimostrava
più di sette anni d’età.
Gli occhi, grandi e di un vivace color ametista, scintillavano
incredibilmente di un qualcosa che mi metteva i brividi al solo
guardarli, come se avessero potuto trapassarmi l’anima con quelle
sue occhiate raggelanti.
Combattere contro di lui e il suo partner umano non ci aveva neanche
dato il tempo di lanciare più di un incantesimo, mentre i suoi
fulmini ci colpivano senza lasciarci tregua, senza darmi il tempo di
leggere o pronunciare qualcosa per passare al contrattacco.
E il libro, quello che Momò mi aveva affidato come fosse il
tesoro più prezioso che avesse al mondo, quello che avrei dovuto
proteggere a costo della mia stessa vita, mi era scivolato via dalla
mano non appena l’avevo visto bruciare al tocco di una grossa
fiamma azzurra.
E lei, che aveva visto tutti i suoi sogni crollare e spaccarsi in
frantumi troppo piccoli da poter riattaccare nel momento esatto in cui
il fuoco aveva cominciato a rosicchiarle la copertina del libro, che
avrebbe dovuto solo infuriarsi con me per non aver saputo aiutarla a
diventare regina del Makai, si era subito aggrappata alle mie
ginocchia, bagnandomi i pantaloni di lacrime e parlando, dicendomi
qualcosa che non riuscivo a comprendere ma che per lei doveva essere di
vitale importanza rivelarmi.
Ed io, che mi ero inchinato per ricambiare l’abbraccio e
l’avevo vista cominciare a sparire in una coltre di luce e colori
indistinti, io che potevo farmi capire da lei, non avevo detto nulla,
non ero riuscito a dare la precedenza a nessuna delle cose che in quel
momento mi vorticavano dentro la testa come mosche e che avrei solo
voluto dirle, farle capire.
Tutte le parole, i ringraziamenti, le suppliche, tutto quello che avrei
solo voluto farle sapere in quel breve momento d’addio, mi si
erano bloccate sulle tonsille in un blocco di ghiaccio che non riuscivo
a tirare fuori neanche adoperando tutte le mie forze.
L’avevo stretta a me in un gesto disperato, sentendo la morbida
consistenza dei capelli sparire da sotto le mie mani, il colore rosso
cremisi del vestito sciogliersi nell’aria, il suono della sua
voce farsi sempre più lontano.
I suoi enormi occhi azzurri mi avevano fissato un ultima volta,
sciogliendo ogni parola congelata dentro di me, ma quando ero riuscito
a far scorrere la mia voce al di fuori delle labbra non c’era
più nessuno tra le mie braccia a cui rivolgere tutto quello che
avevo finora rinchiuso dentro la gola senza mai tirarlo fuori.
Solo il suo odore mi era rimasto impigliato tra le dita, mentre ultimi
barlumi di luce mi sfioravano le guance in una carezza impercettibile,
come per rispondere al mio “Ti voglio bene” mangiucchiato,
prima di dissolversi nel vento.
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[Commento del Giudice:]
“Momò” di Onigiri (Niobe88)
Molto più lunga e dettagliata rispetto a quella di Ro.
Tutto s’incentra nell’introspettiva del protagonista, che mi ha stupito,
perché maschio (avrei pensato ad una ragazza, non so perché).
Lui racconta
ogni cosa, il suo passato e il suo presente, quello che sta vivendo. Purtroppo,
molto bella l’introspettiva e i racconti del protagonista sì, ma pecca molto
alla shot l’assenza dei dialoghi.
Senza dialoghi, anche il bello di tutto
quello che racconta ne subisce, perché comincia ad annoiare.
Il lettore
comincia a distrarsi da ciò che legge, in cerca di altro, ma non lo trova. Ed è
veramente, veramente un peccato, perché l’introspettiva è sul serio molto bella;
descrizioni realistiche che mi sembrava perfino che uscisse fuori da un
manga/anime ed andasse ad ambientarsi nella vera vita.
Un’altra pecca sono
le frasi eccessivamente lunghe, pesanti, che durano anche parecchie linee.
Uno stacco ci voleva senz’altro; un punto e virgola in più e sicuramente il
punto. La punteggiatura è quasi monotona: troppe virgole, specie all’inizio.
Laddove invece una virgola in più sarebbe servita, mancava e al posto compariva
una “e”. Troppe “e” in alcune frasi, davvero.
Alcune parentesi (al di fuori
dal fatto che mi piacciano o meno), non hanno senso. Le hai inserite per
raccontare alcune cose e/o aggiungere, ma non sempre erano veramente utili;
bastava una virgola, un punto e virgola o dei trattini al testo per inserire
quelle note.
Utilizzi troppo, e dico troppo, ma veramente troppo, la parola
“come”. E’ ovunque, in ogni frase e anche più di una nella stessa frase.
E’ incredibile quanto sia sfruttata questa da te parola; non mi sono messa a
contarle perché avevo paura.
I paragoni sono davvero tantissimi, però fanno
ridere ed è buono, se non si usasse sempre e solo la parola “come”. Ad esempio
qui: “[…] in un mostro grande come un autobus. […]”, si poteva evitare quel
“come” --> grande quanto un autobus. Utilizza più sinonimi.
Ho
trovato spesso errori di distrazione, che possono capitare, probabilmente dovuti
alla fretta (“Likin Park” – “[…] esistenza; Persino[…]” – “[…] la
mia mamodo affiancarsi ame, […]”).
Ho notato come una stanchezza, ad
un certo punto della shot da parte tua, forse però mi sbaglio.
Ma devo farti
i complimenti, perché le sensazioni del protagonista sono realmente belle,
palpabili, quasi vive. I ricordi che riaffiorano, meravigliosi.
Momò, il
mamodo è veramente kawaii: una bambina piccola e dolcissima, che ti fa
venire voglia di abbracciarla.
Perfino Grace, che essendo uno dei personaggi
che poco compaiono e sono sì e no mostrati al lettore, ha avuto il suo spessore
e mi è anche piaciuta molto.
Il bello di come scrivi è questo: che anche se
hai utilizzato un’introspezione, hai lavorato sugli altri personaggi definendoli
molto bene.
Il brutto è che questa introspezione, che dovrebbe farti entrare
di più nel racconto, al contrario, ti tiene fuori, come un semplice spettatore.
I personaggi e le scene in movimento le vedi lontane, al contrario dei
sentimenti che ti colpiscono e ti fanno immergere appieno.
Anche la tua fine
è molto triste, e a proposito di questa volevo farti un piccolo appunto: mi è
sembrata molto veloce e sbrigativa.
Il personaggio che appare alla fine non
è di tua invenzione, ma è un personaggio originale del manga/anime e la sua
apparizione mi ha fatto stridere i denti. Si capisce chi sia, ma poteva, a mio
parere essere descritto leggermente meglio, anche per questo mi è sembrata
sbrigativa.
Non dico che si dovesse rivelare per forza al lettore il suo
nome, no, va benissimo così, però a mio parere bisognava soffermarsi un pochino
in più.
Comunque mi è piaciuta molto: mi ha fatto sorridere e anche
piangere, complimenti!
Grazie anche a te per aver partecipato! ^^
Note dell'autrice:
Non
mi aspettavo granchè per il contest, trattandosi della mia prima
fanfic su Zatchbell, e vista la storia un pò strana che avevo in testa ^^". Mi
sono divertita abbastanza ad entrare nella testa del protagonista
(anche quella di parlare in prima persona in una shote tanto lunga
è una cosa nuova per me XD), e
sinceramente avrei voluto scrivere molto di più sui momenti di
convivenza tra umano e mamodo; ma la data di scadenza si avvicinava, e
alla fine ho rinunciato, altrimenti non sarei riuscita nemmeno ad
arrivare alla fine -_-". A proposito, per chi non
l'avesse capito o notato, il mamodo che appare alla fine è Zeno,
quindi non di mia invenzione ^^. Il giudice Ghen, giustamente, mi ha
rimproverato per non l'averlo neanche nominato o descritto come si deve
>_>! In parte ho scritto continuando a guardare la storia con gli
occhi del protagonista, che non sà chi sia, che lo ricorda solo
in un certo modo; dall'altra, dal momento che bene o male chi conosce
ZatchBell conosce anche Zeno, ho pensato che una descrizione troppo
dettagliata fosse inutile ^^".
Invece per gli incantesimi ho provato a mischiare un pò di inglese con un pò di giapponese (HI dovrebbe voler dire "fuoco" e MIRAA "Specchio" ^_^;)
E
poi ho notato anch'io (solo dopo aver consegnato la ff.. che babba sono
-__-""") un sacco di erroracci XD, e per pubblicarla avevo anche
pensato di aggiustarla. Ma poi ho deciso di lasciarla così, come
l'avevo consegnata =): non sarebbe stato giusto, penso ^^.
Mi
spiace che alla fine il numero di partecipanti non sia stato
sufficiente per fare una classifica >/>, anche se sicuramente a
questo punto sarei finita dritta dritta all'ultimo posto, giusto per
pietà XD.
Ringrazio
chi avrà la azienza di leggere questa ff ^__^, così come
ringrazio Ghen, per essersi dimostrata un giudice imparziale e per le
bellissime targhette che ha disegnato per noi *^*, e Roro per aver
partecipato con me e per essere una persona così gentile nei
miei confronti =^-^=
Un bacione =),
Onigiri
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