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Sovrannaturale |
Mist-Lady di Harriet | Leggi le 1 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 23/05/2009 | Stampa questo capitolo
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Questa storia fa parte della serie 'The Sunflower Chronicles'
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Partecipante alla sfida di Criticoni Temporal-mente. Prompt: "All you will see is a girl you once knew" (Don't cry for me, Argentina, Madonna.)
E' scritta anche per la community 12 Teas e il prompt utilizzato è #6 Lady Grey.
Le citazioni all'inizio e alla fine della storia vengono da Uninvited di Alanis Morrisette.
Se qualcuno che ama e conosce Londra vorrà uccidermi, dopo questo... Non mi sottrarrò alla morte.XD
Per eventuali fonti sui luoghi citati nella storia, vi rimando a questa pagina del lj dove viene pubblicata la storia.
Mist-Lady
All you will see is a girl you once knew
Like anyone would be
I am flattered by your fascination with me...
Una bella giornata di sole che va a morire in un pomeriggio nuvoloso mette sempre tristezza. La ragazza sospirò alla luce tetra calata sul piccolo luogo che l'avrebbe imprigionata ancora per un'ora, nel silenzio. Non c'erano clienti che si affollavano al box informazioni e distribuzione delle guide turistiche, dopo le sedici del pomeriggio, di solito.
Di solito, appunto. E invece si ritrovò davanti un'accoppiata fuori dal comune. Il signore biondo e ben vestito non era certo vecchio, ma dovette infilarsi un paio di occhialetti per decifrare uno dei depliant in esposizione sul banco. Qualche passo indietro se ne stava un ragazzo, probabilmente indiano, infagottato in una felpa poco estiva, con l'aria di non sapere bene perché si trovava lì.
- Vi ricordo che il museo chiude tra poco più di un'ora.- Li avvertì lei.
- Lo so. Correremo.- Rispose l'uomo, prima di avviarsi davvero di corsa, insieme al ragazzo.
Sperare di vedere decentemente il British Museum in un'ora era un po' una follia. Cercò di immaginare che rapporto potessero avere i due personaggi, ma poi rinunciò a quel gioco: aveva imparato che, per quanto uno possa essere fantasioso, non riuscirà mai a superare la fantasia della realtà.
- Non doveva pagarmi il pranzo, signor Bennett.-
- Pagherai tu la prossima volta che andiamo da qualche parte.-
Il ragazzo lo guardò con la sua solita aria tra lo smarrito e il contrariato. Joel Bennett sorrise per tranquillizzarlo. Era una dinamica che si ripeteva spesso, con quella piccola persona divorata da un sacro senso del dovere e della decenza.
- Sì, ma è tutto il giorno che offre lei.-
Joel evitò di ricordargli che in fondo avrebbe offerto lui anche se avesse pagato il ragazzo: era un suo dipendente, dopo tutto, e i suoi soldi erano parte dello stipendio che riceveva. Ma non c'era bisogno di imbarazzarlo così.
- Lasciamo perdere, ora. Va bene? Mi dispiace di essere arrivati così tardi al museo. Magari un'altra volta lo visitiamo con calma.-
- Si figuri. Anzi, grazie per avermi fatto fare questo giro della città.-
- Amir, la tua gratitudine mi fa piacere, ma è almeno l'ottava volta da stamattina che mi ringrazi. Penso di aver capito.-
- Oh. Sì. Va bene.-
- Allora rilassati e continuiamo la visita.-
- Lei ci è già stato molte altre volte?-
- Guarda che non è così scontato che gli abitanti di città piene di musei e luoghi storici conoscano bene il posto dove vivono. Tu sei stato in tutti i luoghi di interesse di Karachi?-
- Sì.- Rispose Amir, serissimo. Joel si sforzò di trattenere una risata. Il ragazzo era un esemplare raro, ogni giorno c'era qualcosa che gli rinnovava quella convinzione.
- E' una cosa di cui andare fieri. Comunque, se vuoi saperlo, sì: sono già stato qui più di una volta, e in generale conosco bene la mia città.-
Cominciarono il giro vero e proprio, scambiandosi opinioni su quel che vedevano. Anche mentre visitavano Westminster Abbey e la Torre avevano parlato molto. Joel aveva cominciato a spiegare con la convinzione di raccontare al ragazzo delle novità ma Amir lo aveva sorpreso con la sua conoscenza minuziosa della storia inglese. Alla fine Joel aveva smesso di fare la guida turistica e le conversazioni si erano trasformate in piccoli seminari di storia, letteratura e arte.
E se proprio doveva confessarlo, era del tempo che non trovava così piacevole il semplice parlare. Qualcuno avrebbe forse trovato scandaloso che il suo segretario pakistano fosse una compagnia più acculturata e intelligente che la maggior parte dei suoi vecchi amici e colleghi di studio. A lui non importava molto.
Erano in mezzo alla sezione dedicata all'Egitto, quando Joel si accorse di un particolare fuori posto. Se ne accorse di nuovo. Uno sguardo stranamente distante che per una manciata di secondi si posava sul viso serio del ragazzo. Considerato che Joel Bennett non era certo famoso per la sua sensibilità nei confronti del prossimo (come i più stretti amici amavano ripetergli spesso), se aveva notato una cosa del genere, doveva essere qualcosa di non trascurabile.
- Amir. C'è qualcosa che non va?-
- Eh? No, no, non si preoccupi, signor Bennett.-
- Non ignorare i problemi. E ricordati che non stai lavorando. Ti ho proposto questo giro proprio per farti riposare dal lavoro al teatro, ma se non stai bene, lo scopo della giornata è fallito.-
Il ragazzo alzò le spalle, come per dire che no, non importava proprio, oppure che non sapeva come affrontare il discorso.
- Solo... Sensazioni. Che forse è meglio lasciare inascoltate.- Mormorò, a disagio. Joel si stupì per l'ennesima volta della proprietà di linguaggio che il ragazzo aveva. Conosceva l'inglese e lo utilizzava molto meglio della maggior parte dei suoi coetanei londinesi, senza alcun dubbio.
- Perché dici così?-
- E' una cosa molto complicata. E sciocca.-
- Vuoi provare a parlarne?-
- No. Sì. Non lo so. E' come cercare di far tornare insieme pezzi di immaginazione di realtà.-
- Non credo di capire, Amir.-
- Nemmeno io, signor Bennett.-
Silenzio, tra i sarcofagi che li guardavano, impenetrabili, e l'orda di fantasmi evocata dai pensieri. Una trentina di secondi silenziosi, al massimo, ma pesanti come un giorno intero. Joel non era bravo, a sostenere silenzi e tutti i pensieri non detti che galleggiavano in quei silenzi.
E avrebbe infranto l'assenza di parole con qualcosa di inadatto, se il ragazzo non avesse deciso di provare a capire.
- Questa città mi fa un po' paura.-
- Paura?-
- E' grande. Antica. E io non so come muovermi.-
- Beh, a me sembra che te la stia cavando alla grande, no? In questi mesi sei riuscito a trovare un buon lavoro, a portare avanti i tuoi studi...-
- Non è questo. Sono partito da casa con la consapevolezze che non sarebbe stato facile, ma pensavo che ce l'avrei fatta in fretta, ad adattarmi, perché conoscevo bene Londra.-
- Ed è vero. Me l'hai dimostrato. La conosci meglio di molti londinesi. Sembra che tu sia davvero innamorato di questa città.-
- Ma un posto che si ama nei sogni non somiglia mai nemmeno lontanamente alla realtà. Non credevo fosse così grande. Mi sento...- Voltò la testa, come se improvvisamente avesse provato vergogna nel farsi vedere in viso. - Non penso di potermi adattare a vivere qui, e mi fa paura. Ma se penso all'idea di tornare a casa e cercare di sistemarmi lì, mi fa paura lo stesso. E' come se avessi passato vent'anni a disegnare un futuro altrove, e ora...-
L'ondata di parole si prosciugò e il ragazzo prese a camminare, come per riprendere il loro giro al più presto e magari cancellare tutto quel discorso. E Joel avrebbe gradito davvero quella conclusione.
Però non poteva farlo.
Finché si trattava dei suoi demoni personali, poteva anche invitarli per un tè e dimenticare che si trattava di demoni. Ma aveva imparato che non portava mai nulla di buono ignorare i demoni altrui.
- Non è facile per nessuno lasciare la propria casa e andare a stabilirsi in un posto grande come Londra, e pieno di novità.-
- Sì. Immagino sia così. Mi dispiace di aver detto tutte queste cose abbastanza stupide. Non volevo deprimere il clima.-
Amir si sforzò di ridere e di nuovo Joel desiderò di poter chiudere la faccenda con quella risata e continuare il loro giro con la serenità di tutta la giornata.
Si chiese perché la presenza del ragazzo lo contagiasse sempre con il senso del dovere.
- Amir, senti.- Con una mossa terribilmente goffa posò la mano sul braccio del ragazzo. - Credo che sia normale trovare differenze tra la nostra immaginazione e la realtà. Ma non è detto che questa città non ti piaccia, dopo che ti ci sarai abituato. Non pensi?-
- Forse sì. Grazie, signor Bennett.-
- E non farti problemi a parlare di tutto quel che non va. D'accordo?-
- D'accordo.-
Non era proprio un finale come si deve, per i dubbi del ragazzo, ma era meglio di niente. Joel aveva rinunciato anni prima ad essere una persona empatica e comprensiva. Si ritenne molto soddisfatto del modo in cui aveva offerto conforto e sostegno.
Più tardi, mentre uscivano dal museo (dopo averne visitato meno di un quarto), avvertì da qualche parte un certo senso di colpa. Non capì a cosa fosse dovuto. Gli intimò di allontanarsi e smise di pensarci.
Se fosse stato un po' più cinico o superstizioso avrebbe pensato che quel guasto alla metropolitana fosse il modo di Londra di dirgli che non era soddisfatta di lui.
- Sono secoli che non mi trovo in un treno che si ferma.- Disse il signor Bennett, lievemente seccato. - Mi dispiace, torneremo a casa più tardi.-
- Non è mica colpa sua.- Rispose Amir.
- Spero non sia un problema, per te, stare fermi sotto terra.-
- No. Non ho mai avuto disagi nei posti chiusi. Altrimenti dovrei andare nel panico ogni volta che scendo nel sottopalco, giù al teatro.-
- Giusta osservazione. E il sottopalco del Sunflower è molto più spaventoso di qualsiasi tunnel della metropolitana.-
- Non è così spaventoso.-
- Se credessi ai fantasmi, direi che abitano tutti in quel posto.-
Amir tacque per qualche istante, indeciso se ridere o meno.
Signor Bennett, se io credessi ai fantasmi, direi che il Sunflower è sovrappopolato.
- Lei dovrebbe prendersi più cura del suo teatro. Personalmente.-
- Ho assunto te per questo. Lo sai che non ho tempo. E non ho nemmeno l'abilità per farlo.-
- Basterebbe farci un giro ogni tanto.-
- Ne parli come se fosse un animale domestico, invece che un teatro.-
Amir rise e fece cenno di sì con la testa. Un piccolo drago domestico, ecco cos'era quel teatro. In attesa della prima occasione per dimostrare tutta la sua natura selvaggia sopita.
Il Sunflower era come Londra. Affascinante e troppo grande, perché una persona piccola come lui potesse trovare veramente un modo per sopravvivere. Un giorno il teatro se lo sarebbe mangiato. O forse sarebbe stato ingoiato dalla gigantesca città, troppo veloce e vitale per gli ingenui e i sognatori.
Il silenzio scese su di loro insieme al sonno. Erano le sette passate. Il treno restava ostinatamente fermo e i minuti scorrevano, noiosi e lenti. Le conversazioni languivano e tra i due permaneva quella nuvola di imbarazzo che non si scioglieva mai per davvero. Soprattutto adesso che Amir si era lasciato sfuggire quello sfogo così fuori posto sulla città. Gli dispiaceva aver riversato addosso al signor Bennett tutte quelle sensazioni negative. Gli sembrava di aver denigrato Londra di fronte a qualcuno che probabilmente le era affezionato.
Però era stato più forte di lui.
Fino ad allora aveva vissuto senza pensare ad altro che al futuro, al momento in cui sarebbe arrivato in Inghilterra per iniziare i suoi studi. In Pakistan aveva fatto ogni cosa proiettato verso quel futuro. I primi mesi a Londra erano stati una corsa senza respiro per trovare un lavoro, una sistemazione, le condizioni che gli avrebbero permesso di accedere ai suoi sogni.
Quando quel futuro se lo era ritrovato all'improvviso tra le mani...
Il volto della città che aveva creduto di conoscere si era trasformato.
L'angoscia di quel pensiero, nel silenzio, raggiunse uno dei suoi picchi più alti e andò a toccare qualcosa nel cuore, qualcosa che lo spinse a chiudere gli occhi, quasi colto dal panico.
Ad occhi chiusi poteva immaginare di non essere lì.
Il tempo era fermo come il treno.
Non restava che aspettare.
Aspettare, mentre i pensieri si ripresentavano tutti, più grigi e maligni del solito. Con le loro facce stravolte e i denti affilati, e sorrisi orribili e parole di consolazione che, pronunciate da quelle bocche crudeli, suonavano beffarde e derisorie.
Se fosse riuscito a condensare quella sonnolenza in sonno vero e proprio, almeno! Poteva essere un modo per salvarsi dai pensieri. Dal tempo troppo lento. Da quella sensazione di grigio che pareva aver invaso lo spazio circostante.
Grigio, era tutto grigio, però a tratti c'era qualcosa che scintillava, nel grigio. E tutto diventava argenteo. Una nebbiolina leggerissima e argentata, l'incostante atmosfera di un sogno.
- Speriamo che riparino questo guasto al più presto. Non vorrei far tardi.-
Amir si voltò alla sua sinistra, da dove erano venute quelle parole. Non ricordava che ci fosse un passeggero, seduto lì.
Invece c'era una donna che gli sorrise, quando lui la guardò. Era una signora di mezza età, con dei segni profondi ai lati della bocca e i capelli biondi costretti in una stretta crocchia. Indossava un cappotto grigio scuro e dei guanti neri. Seria, distante. Non il tipo di persona che attacca discorso sulla metropolitana.
- Speriamo.- Rispose lui, volendo essere cortese con la sconosciuta. Erano lì da mezz'ora almeno, era probabile che la donna avesse già fatto tardi.
- Tu hai qualcuno che ti aspetta?- Chiese lei, con un sorriso gentile. Quando mosse le labbra per sorridere, Amir ne notò il disegno perfetto.
- No. Per fortuna, no.-
- Per fortuna? Non è triste, invece?-
Era triste? All'improvviso Amir non lo sapeva più, se era fortuna o se era triste.
La donna si tolse i guanti ed allentò i primi bottoni del cappotto. Da sotto l'indumento occhieggiò una camicia candida, con un gioiello argentato appuntato sul petto. Qualcosa di vivace e inaspettato, dietro l'apparenza formale della donna.
- La persona che mi aspetta penserà che io sia fredda e poco accogliente.- Continuò lei. Amir si chiese se la signora non fosse una di quelle persone deliziose ma purtroppo poco presenti che a volte si incontrano in giro. - Ma non è così.- Proseguì, guardando avanti. - Non sono fredda. E' solo che è difficile farsi capire, a volte. Non trovi?-
- ... beh, sì.-
- E' la cosa più difficile, farsi capire.-
Aprì del tutto il cappotto. La camicia si rivelò ricamata di una cascata di finissimi fiori. La gonna che la signora indossava era ornata di veli. Amir si domandò come mai fosse tanto stupito da quella strana figura.
- E' difficile, sì.- Le dette ragione di nuovo.
- Sai, lui non lo sa, ma le sue attenzioni mi hanno fatto molto piacere. E' giovane, è vero, ma ha un debole per me. E allora? Una signora della mia età non può avere un amante più giovane?-
Un ricciolo scivolò lungo il viso della donna. Poi un altro ancora, e lei tolse il fermaglio che imprigionava i capelli. Amir decise che era una signora molto bella.
- Credo di sì.-
- Sai una cosa? Avrei dovuto mostrarmi a lui con il mio vero viso fin dall'inizio. Ma come si fa? Il tempo, i giorni, le cose che si trasformano... Non è facile, vivere. E' tutto troppo veloce. Non lo pensi anche tu?-
Amir pensava che non capiva quelle parole, invece, ma le disse di sì.
- Però il suo corteggiamento mi è arrivato al cuore. Non è vero che sono fredda e poco accogliente. Non sono insensibile. Nessuna di noi lo è. E' tutta questione di tempo. Di conoscenza. Non è possibile sentirsi subito bene tra le nostre braccia, lo so. Ma basta poco...-
Ora Amir era certo di essersi perso davvero. La donna parlava senza guardarlo. Nella luce strana di quel momento sospeso, gli sembrò quasi irreale. Vestita di nebbia, fatta di pensieri, tessuta dalle sue stesse parole misteriose, ornata con le gemme dell'intuizione e della follia.
- A volte mi chiedo se stia facendo la cosa giusta. Ho deciso di tenerlo per me.- Un sorriso da ragazzina sbocciò sulle sue belle labbra, mentre calcava su quelle parole, con una voce che sembrava ringiovanita all'improvviso. - Ma se gli faccio capire che il suo amore è ricambiato, ci saranno delle conseguenze. Lo porterò via da casa. Lui è straniero.-
Tacque ancora, come per immaginare il paese lontano di quell'innamorato segreto.
- Però io credo che potrei dargliela io, una casa.-
E intanto Amir aveva la sensazione che tutti gli altri passeggeri fossero spariti, che ci fossero solamente lui e la signora fatta di nebbia, e che le sue parole echeggiassero nello spazio del treno, divenuto immenso all'improvviso...
- Lui mantiene l'ingenuità dei bambini. Forse è per questo che lo spavento. Gli sembro distante. Antica. Ma se mi guardasse bene, vedrebbe solamente la ragazza che gli ha fatto battere il cuore, tanto tempo fa. Quella che ha sognato prima ancora di conoscermi.-
La guardò sorridere e qualcosa s'incrinò, da qualche parte, dentro di lui o attorno a loro. Il mondo argenteo che li avvolgeva ebbe un tremito e si dissolse in mille frammenti scintillanti. Lo spazio si spezzò e il ragazzo fu colto da una vertigine che disegnò immagini incomprensibili nella sua mente e gli tolse il respiro per qualche momento.
- ... non credi?- Stava dicendo la signora, ma la voce gli arrivò lontana, come proveniente da una dimensione che, per qualche misteriosa volontà, fosse riuscito ad incrociare per un breve istante.
Scosse con dolcezza il ragazzo, ma lui continuò a dormire. Erano scesi quasi tutti, ormai.
- Amir. Siamo arrivati.-
Il ragazzo si svegliò di scatto, rabbrividendo.
- Quando mi sono addormentato?-
- Non lo so. Una mezz'ora fa almeno.-
- Davvero? Dopo aver parlato con la signora?-
- Quale signora?-
- Quella seduta qui...- Guardò il posto vuoto alla sua sinistra. - Era qui.-
- Non lo so. Credo di aver dormito anch'io, per un po'. Forse è già scesa.-
Scesero anche loro e raggiunsero l'aria aperta, nuovamente calda e piacevole.
- Sei stato bene, oggi, Amir?-
- Molto bene. Grazie di tutto.-
- E... I pensieri?-
Il ragazzo rifletté qualche istante, poi sorrise.
- Forse sono io che mi preoccupo troppo. In fondo sono qui da poco. Magari imparerò a conoscere la città. E mi piacerà di nuovo.-
- Credo sia la cosa giusta. Aspetta. Vedrai che ritroverai nella realtà quel posto che hai sognato.-
E per un attimo, mentre diceva quelle parole, ci credette davvero anche lui.
I don't think you unworthy
I need a moment to deliberate
-> Questa storia è leggibile a sé stante, ma fa parte di una saga che potete trovare qui.
Io vi invito a varcare la soglia del Sunflower, un teatro "sovrappopolato". Potrete saperne di più su Amir e Joel Bennett, sulle loro storie, il loro legame, il loro destino e le persone della loro vita. Potrete assistere a spettacoli straordinari e incontrare fantasmi e creature di ogni genere.
Seguite la lanterna e raggiungete il teatro...
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