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Autore: _majorminus    17/01/2017    1 recensioni
-- QUESTA STORIA CONTIENE SCENE DI SESSO ESPLICITE! --
Aki Nomura è solo un ragazzo di 16 anni che ha sempre sognato di poter condurre una vita scolastica del tutto normale, fatta di amicizia e nuovi amori. Tuttavia la realtà in cui si trova non è affatto così; a causa di diversi eventi il suo carattere è diventato molto più rude e introverso e i primi due anni di scuola non sono stati esattamente ciò che credeva ed una delle ragione è la continua presenza nella sua vita di quello che una volta era il suo migliore amico: Hayato Maeda. Un ragazzo di straordinaria bellezza che viene definito da tutti "Principe" per i suoi tratti e i suoi modi, ma la realtà è ben altra infatti Aki scoprirà presto i nuovi gusti sessuali della persona che credeva di conoscere bene e da quel momento tutta una serie di strani eventi cominceranno a susseguirsi nella vita di questo giovane ragazzo.
IKIGAI: è l'equivalente giapponese di espressioni italiane quali "qualcosa per cui vivere" o "una ragione per esistere" o "il motivo per cui ti svegli ogni mattina".
Genere: Commedia, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Shonen-ai, Yaoi, Slash
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: Non-con, Tematiche delicate, Triangolo | Contesto: Contesto generale/vago, Scolastico
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IKIGAI 生き甲斐

Diventare uno studente delle superiori è sempre stato il mio sogno, fin da quando ne ho memoria ormai, e questo giorno sembrava non arrivare mai.
Può sembrare strano come desiderio, e forse un pò lo è ma ho sempre invidiato tutti i ragazzi che vedevo tornare da scuola e che potevano andarsene dove volevano. La libertà che finalmente avrei ottenuto, e il fatto stesso di non essere più considerato un bambino mi riempivano di una strana gioia.
Nella mia mente avevo immaginato quel giorno troppo a lungo, già dai tempi delle medie aspettandomi una cerimonia di inizio anno perfetta e tanti ragazzi nuovi da conoscere. Sì, sarebbe stato tutto dannatamente perfetto nella mia mente, così come la scuola nuova stessa.
“Accidenti è saltato un bottone della giacca...”
Fissai mia madre senza parole, sbiancando un pò. Pensai per un attimo che stesse scherzando, che mi stesse prendendo in giro giusto per sdrammatizzare quel giorno così importante, lo sperai davvero ma quando osservai la giacca che stava sistemando notai che era caduto un bottone. Mi sentii mancare.
“Dannazione come hai fatto a farlo saltare via!” urlai afferrando la divisa tra le mani, notando che era uno dei bottoni principali da appuntare. Non ci voleva proprio.
“Tranquillo lo posso ricucire.”
Guardai l’orologio posto sulla parete della cucina, erano già le 8.30 e rischiavo di fare persino tardi alla cerimonia di apertura se non si dava una mossa. “Fa presto ti supplico!” la esortai. Stranamente ogni mio sogno ad occhi aperti sparì di colpo, e con esso anche la speranza di arrivare puntuale il primo giorno.
La mamma non trovava ago e filo, lo cercò per tutta la casa e nel frattempo c’era la mia sorellina Mei che non smetteva di piangere perché voleva la colazione. Poteva andare peggiore di così, mi domandai.
Cercai di darle una mano, lasciai perdere capelli e pantaloni o qualsiasi altra cosa stessi facendo e mi precipitai ai fornelli per preparare qualcosa da mangiare per Mei e gliela servii, “Mangia e fa presto!”
“Fratellone ma che avete tutti?”
Che ne poteva sapere lei. Cosa ne poteva capire una bambina di appena cinque anni dell’ansia che provavo quel giorno. Non ebbi neppure il tempo di risponderle perché dovevo prepararmi un bento, e dovevo farlo immediatamente prima di perdere il treno.
Dal nulla sbucò la mamma, coi capelli biondi e ricci tutti arruffati “L’ho trovato! Il bastardo era caduto dietro al mobile della camera da letto” sorrise, mi sembrò una pazza in quel momento.
“Riesci a farlo in 5 minuti?”
“Non mettermi fretta Aki!” si concentrò sull’ago per infilarvi il cotone ma non lo centrò, e pensai che fosse tutto perduto. Non sarei mai arrivato in tempo e addio al mio giorno perfetto. Poi però ci riuscì, e molto rapidamente sistemò il bottone al suo posto con grande maestria.
Il lavoro fu perfetto e potei indossare la giacca. Era una sensazione strana indossare qualcosa di nuovo, una divisa che mi avrebbe accompagnato per tre anni e quella era la prima volta che la indossavo.
“Ecco il cravattino” e me lo portò annodandolo al collo. Era così bello, improvvisamente le cose sembravano essersi riprese e potei specchiarmi con intenzione di godermi quel momento perfetto. Ero finalmente uno studente delle superiori. “Che ne pensi?” Nello specchio apparve anche la figura di mia madre, sconvolta per la fretta e lo stress.
“E’ perfetta.” Le sorrisi entusiasta come non mai. Mi persi nell’osservare ogni dettaglio di quella divisa color cobalto, era così bella che mi faceva sembrare un modello. Sarebbe stata bene a chiunque, pensai.
“Aki sono già le 8.30 non dovresti andare?” comparve anche la piccola Mei con la mia borsa che faticava a portare. Improvvisamente mi ricordai del treno e di aver fatto tardi.
“Dannazione.. devo scappare ci vediamo dopo!”
Indossai in fretta le scarpe e proprio sulla soglia di casa la mamma mi fermò dicendo: “Aspetta Aki, facciamo almeno una foto ricordo no?”
“No dai, la faremo quando torno ora non ho proprio tempo!” E scappai via.
Mi dispiacque anche, perché nel mio sogno la foto commemorativa ci stava tutta o almeno sarebbe stata una cosa aggiuntiva per ricordarmi per sempre di quel giorno, tuttavia le cose presero una piega molto strana anche in treno perché questo si ruppe e due fermate dalla mia. Fui dunque costretto a farmela a piedi, a correre per buona parte del quartiere e più guardavo l’orologio e più mi sembrava che le lancette fossero contro di me e facessero di tutto andare veloci.
Erano le 9.00 dannazione! Urlavo dentro di me, ed ero stanco di correre. Ero già sudato, e presto avrei potuto rovinare tutta la divisa ma per fortuna arrivai, ce l’avevo fatta e purtroppo nel cortile non c’era già nessuno, pensai quindi che fossero già tutti nella palestra per il discorso di inizio anno, così cercai di darmi una mossa ma non avevo davvero più forze. Per fortuna però, conoscevo tutto l’edificio a memoria talmente che mi ero informato, sapevo perfettamente dove andare e così non girai a vuoto. Arrivato lì però tuttavia mi resi conto di non essere il solo ad essere arrivato tardi, non era successo solo a me ma c’era un altro ragazzo, probabilmente del primo anno come me, che ne stava nascosto dietro la porta osservando all’interno cosa stesse succedendo.
La mia occasione per fare subito amicizia!, pensai immediatamente così mi avvicinai. “Anche tu in ritardo eh? Che sfiga.” Ridacchiai riprendendo fiato.
Il giovane si voltò appena per guardarmi, con fare apatico poi sgranò gli occhi nel vedermi e lo stesso feci io, stupito quanto lui di trovarmelo davanti. “Nomura” pronunciò con disgusto.
Improvvisamente la giornata da che era iniziata male prese una piega ancora peggiore, avevo davanti l’ultima persona al mondo che volevo vedere. “Maeda” dissi anche io con tono più freddo.
Maeda lasciò la porta, si rimise eretto mostrandomi tutta il suo ego da solito principino. “Allora Nomura, cos’è la mamma ti ha svegliato tardi oggi?”
Resta calmo, resta calmo, ripetevo continuamente dentro di me. Era il suo modo di fare, faceva sempre così non dovevo prendermela né stupirmi se cercava di stuzzicarmi così, ignorai dunque le sue parole e lo superai per entrare, fregandomene che mi stesse ancora fissando. Tuttavia mi domandai perché non stesse entrando anche lui, così mi voltai indietro per dargli un ultima occhiata e vidi che si allontanava dalla palestra.
Era sempre stato un tipo strano di cosa mi stupivo, non aveva alcun interesse a parte perdere tempo e la scuola era l’ultimo dei suoi pensieri, questo lo sapevo troppo bene e se si era iscritto era solo perché sua madre lo obbligava. Che pessima persona. Beh, quello non era affatto il momento di pensare a lui, e alle sue stranezze ma dovevo concentrarmi su quello che sarebbe accaduto dopo. Ero finalmente un liceale.


II anno, 4° sezione
La mia vita da liceale si era rilevata molto diversa da come l’avevo immaginata durante l’infanzia, e col tempo avevo appreso diverse verità che mi avevano un pò deluso. Tutte le libertà che aveva creduto di ottenere erano solo illusioni, così come il fatto stesso che i liceali si divertissero un mondo.
Provavo noia, ogni giorno andare a scuola era diventato un incubo che si ripeteva senza che nulla cambiasse mai, anzi sembrava di vivere nel girone infernale degli stupidi e io vi ero immerso capo e collo senza che ne trovassi mai l’uscita.
“Ancora un panino per pranzo Aki?”, mi voltai quel poco per constatare di aver riconosciuto a chi appartenesse quella voce. Era Yoshida, un compagno di classe e amico che avevo trovato in quei due anni.
“Si” sospirai, “l’ho comprato prima alla caffetteria.”
“Beh, sempre meglio del mio orribile bento fatto solo di riso” e mi mostrò il disgustoso pasto che si era portato da casa. Non lo invidiavo affatto.
Yoshida non era affatto male come ragazzo, abbastanza bravo a scuola e grande sportivo e forse era l’unico in quella classe ma che dico... dell’intero edificio a non essere completamente ancora impazzito.
Sembrava apprezzare la mia compagnia, come io apprezzavo la sua ma non ci eravamo mai davvero frequentati oltre la scuola, a stento tornavano a casa insieme il pomeriggio. Non era una vera amicizia dopotutto, e anche quel mio sogno di trovare dei veri amici era svanito nel nulla col tempo.
Yoshida prese posto davanti al mio banchetto prendendo in prestito una sedia, si portò più vicino a me col il suo grosso corpo muscoloso dovuto a tutto lo sport che faceva. Infatti era un grande nel judo, e da quel che sapevo seguiva anche dei corsi di atletica, diversamente da me che ero negato in ogni attività extra scolastica. Aveva due spalle larghe, braccia e gambe robuste così come ogni singola parte del corpo e portava i capelli completamente rasati, manco fosse una specie di soldato pronto ad andare in guerra.
“Sembra che oggi non sia ancora accaduto eh?” domandò.
“Oh aspetta ancora 5 minuti e vedrai...”
E accadde, come ogni giorno da ormai due anni. La porta della classe si spalancò, e un corteo di ragazze starnazzanti piombò nella classe seguendo una sola persona, la sola che avevo sperato fin dal primo giorno di non trovarmi in classe ma era accaduto: Hayato Maeda il Principe.
“Maeda-san posso offrirti del succo?” domandò una delle tante piombate in classe seguendolo dalla caffetteria, “Maeda-sama le preparo il posto”, disse un altra ancora, “Ha il pranzo?” ancora un altra.
Cos’era tutto quel dannato rispetto nei suoi confronti, cos’era tutto quel girarci intorno. Non capivo proprio il loro modo di fare, così come non capivo come facesse a sopportarle ogni singolo dannato giorno.
“Signore, vi prego. Ho già comprato qualcosa da mangiare, non voglio certo disturbarvi” e sfoderò uno dei suoi famosi sorrisi, uno di quelli che fece completamente bagnare le mutandine delle tante ragazze lì presenti. E noi tutti, il resto della sua classe vedevamo quella scena ogni giorno.
“Che tipo” dissi con disprezzo.
“Il solito Principe direi, ma non siete amici di infanzia voi due?” domandò Yoshida guardando quella scena così assurda.
“Ti prego non dirlo, io non conosco quell’essere.”
“Ma tu dicesti che..“
“Qualsiasi cosa ti abbia raccontato dimenticala!” gridai, e feci per andarmene di lì. Volevo solo uscire da quella classe, e far passare tutto quel caos.
Io conoscevo Hayato? Ebbene sì. Lo conoscevo molto bene, anche troppo francamente e la cosa non mi piaceva affatto, ed era anche per quel motivo che lo odiavo a morte. Se si poteva chiamare amicizia la nostra era esagerato, più che altro eravamo vicini di casa e quindi era ovvio che ci conoscessimo da sempre ma nulla di più. Non ci frequentavamo, non ci assomigliavamo e il nostro modo di fare era del tutto diverso l’uno dal l’altro, non volevo proprio essere assecondato a quel tipo.
Tuttavia però dovevo riconoscerlo, Hayato Maeda era riuscito a farsi strada, a far sì che fosse notato un pò da tutti e non aveva neppure dovuto faticare troppo. Il fatto stesso che lo chiamassero Principe non era un caso, ma era dovuto al suo aspetto. Che sfacciata fortuna, mi dicevo. Non tutti avevano la fortuna di nascere belli, e lui era uno di quei pochi.
Avete presente quando si parla del principe azzurro? Beh era così. Capelli biondi e mossi che portava corti, lasciati cadere su orecchie e fronte sebbene negli anni li avesse anche un pò schiariti. E come ogni principe che si rispetti non potevano mancare gli occhi blu, da favola, non del colore dell’acqua piuttosto simile al mare, alle acque più profonde che si potessero mai vedere. Ovviamente però non bastano solo certe cose per essere definiti principi, questo lo sapevo bene era anche tutto il suo dannato insieme ad essere perfetto. Il viso infatti aveva un colorito di pelle talmente chiaro da sembrare porcellana, senza alcun difetto e non aveva affatto lineamenti femminili o delicati bensì quelli di un ragazzo a tutti gli effetti sebbene all’apparenza sembrasse dolce e gentile.
La sua fisicità era però quella di un qualsiasi ragazzo di 16 anni, abbastanza alto, quanto me quindi sul metro e settantacinque o forse di più, magro ma non minutissimo, anzi forse la sua corporatura era un misto tra la mia e quella di Yoshida perché da quel che ricordavo anche lui per anni aveva praticato judo, e per qualche anno anche nuoto quindi possedeva le spalle larghe. Insomma, più ve lo sto a descrivere e più mi urta, si può ben capire perché abbia tutto quel seguito di ragazze ma era assurdo che quelle stupide facessero ciò tutti i giorni, OGNI DANNATISSIMO GIORNO.
Sebbene avesse tutte quelle ragazze che gli ronzavano intorno non era interessato a nessuna di loro, ma nemmeno se ne sbarazzava. Che modo di fare era quello.
Nel corridoio le cose non andarono meglio, altre ragazze ma così anche dei ragazzi andavano spediti verso la mia sezione. La cosa sconvolgente era che Hayato non solo attirava ragazze, ma persino ragazzi che non si vergognavano affatto a fargli il filo. Che cazzo stava succedendo nel mondo, erano tutti impazziti.
“Speriamo che il Principe voglia pranzare con me oggi” disse una passandomi accanto mentre lo diceva all’amica. Che illusa, pensai, Hayato non avrebbe mai accettato nulla del genere. La sua era solo una dannata maschera, e chissà per quanto tempo sarebbe riuscito a tenerla su, quel falso.
Dopo la scuola me ne tornai a casa stremato, manco avessi partecipato ad una maratona e una volta tornato mi lasciai cadere sul letto privo di forze, ma non ebbi neppure il tempi di godermi del riposo che piombò in camera, rumorosa come sempre, mia madre.
“Aki-chan! Bentornato a casa! Ho preparato dell’ottimo sashimi, che ne dici vuoi provarlo?” La guardai male. La solita pessima abitudine di non bussare e capì subito che ero furioso. “E’ successo qualcosa a scuola?” la domanda che non avrebbe dovuto fare.
Mi alzai appena per sbatterla fuori e chiudermi dentro. Ero sempre irritato, e la mia stessa rabbia mi impediva di impegnarmi nello studio e dare il meglio, infatti in quei due anni non avevo fatto altro che collezionare pessimi voti, così come molte assenze. Il liceo si era rivelato una completa delusione.
Per ora di cena uscii fuori dal mio nascondiglio, scendendo al piano di sotto dove trovai la piccola Mei che guardava un programma alla tv e ne ballava la canzone di sottofondo, mentre la mamma era tutta intenta a mettere il cibo in tavola, e nel vedermi mi sorrise come suo solito.
Non ebbi il coraggio di guardarla in faccia per prima, così guardai altrove, “Che si mangia?”
“Sashimi tesoro, il tuo piatto preferito!”
Era inutile prendersela con lei se ero arrabbiato per tutt’altro, non ne aveva colpa e l’avrei fatta solo preoccupare così mi avvicinai alla tavola prendendo posto, mi sarei gustato quella cena. In fondo finché ero a casa potevo dimenticare ogni cosa, e godermi quella quiete.
Fu però allora che accadde, un blackout. Erano davvero rari, e stupì un pò tutti la cosa infatti Mei si spaventò e cercò immediatamente me, gettandosi addosso. “Che strano” disse la mamma.
“E’ l’impianto della casa?” domandai.
“Non credo, è nuovo non dovrebbe avere problemi ma è meglio andare a controllare, tu occupati di Mei.”
E lo feci, restai in cucina con la piccola, tenendola stretta a me ma tremava. “Che c’è hai paura del buio eh? Sei così fifona?”
“Io non ho paura!”
Ridacchiai ma non poteva vedermi, ma parve sentirmi e si strinse più forte. A quel punto però mi venne un dubbio, mi alzai tenendola in braccio e andai alla finestra per guardare fuori e capire se fosse successo solo a noi, ma con mia sorpresa notai che anche la casa accanto era al buio. Quindi era una cosa di quartiere.
“Aki” tornò la mamma “sembra che il problema non sia qui.”
“Si lo so, sembra che tutto il quartiere sia al buio.”
Mi puntò contro la torcia per vedere dove fossimo, “Che facciamo? Questa torcia ha quasi le pile scariche. Che ne dici di andare dai vicini e chiedere se ne hanno qualcuna in più?”
I vicini? “No!”
“Oh andiamo Aki, ancora con quella storia di Hayato-kun? Sono passati anni, dimentica la cosa e vai a chiedere se hanno una pila. Muoviti!”
Non l’avevo mai vista così autoritaria, e così minacciato di non ricevere la mia paghetta settimanale fui costretto ad uscire di casa, in tuta e con le ciabatte, costretto a bussare all’unica casa dove non avrei più voluto mettere piede. Quanta sfiga potevo avere.
Mi feci forza, feci un bel respiro profondo e bussai il campanello sperando che non ci fosse nessuno, o che qualche serial killer avesse ucciso tutti ma non fu così e ad aprire fu Kou - il fratellino di Hayato - anche lui munito di torcia. Mi fissò stupito “Oh ma guarda Akìo (nome femminile)”
Sforzai un sorriso, “E’ Aki. C’è qualcuno in casa o sei solo?”
“Ah giusto non sei un ragazza.” Maledetto, aveva solo otto anni ma era pestifero quanto il fratello più grande e lo faceva sempre di proposito a chiamarmi Akìo, “C’è il fratellone, aspetta te lo chiamo” e lasciò la porta per andare a chiamare proprio lui, il Principe dei miei stivali.
Hayato, chiamato dal fratellino, venne alla porta anche lui con una torcia (mi domandai quante ne avessero) e non fu affatto sorpreso di vedermi li. “Che c’è Nomura?” mi fissò seccato.
Forzai ancora una volta un sorriso per essere gentile ma ogni nervo del mio volto lottava contro la voglia di mandarlo al diavolo, e di cancellare quel finto sorriso. Aveva un modo di fare che mi irritava.
“Mi chiedevo se per caso avete delle torce in più, sai siamo rimasti senza corrente anche noi.”
Mi fissò con profonda riluttanza, quasi schifo manco avesse visto del vomito e per qualche minuto non rispose, forse non mi aveva neppure ascoltato.
“Si ne ho.”
Mi illuminai, ne aveva! “Davvero?”
“Oh si” e cominciò a guardarmi con una strana espressione divertita dipinta in volto, “ma sono tutte li, nel ripostiglio e non ho voglia di sporcarmi le mani per te, quindi o scavi tu o niente torcia.”

Mi ritrovai, molto a malincuore, in casa sua a scavare nel suo ripostiglio pieno di polvere, completamente al buio e senza alcun aiuto. Lui era semplicemente alle mie spalle che mi faceva luce, e se ne stava il silenzio a godersi la scena mentre mi spaccavo la schiena per una torcia, e chissà se davvero c’era.
Io non ci volevo andare, non volevo chiedergli aiuto, avrei preferito stare al buio piuttosto che umiliarmi in quel modo e invece ecco com’era finita, con me in ginocchio che rovistavo nelle sue schifezze.
“Trovata?” domandò, e mi parve che stesse addirittura ridacchiando.
“Sicuro che ci sia? O mi stai facendo cercare a vuoto?” Non c’era nulla, potevo anche smettere non avrei mai trovato nulla, era inutile anche provarci perché mi stava solo prendendo in giro e lo sapevo fin troppo bene. Era la persona che più odiavo in assoluto. “Lascia perdere, non c’è nulla.”
“Ti arrendi già?” mi rise in faccia.
Lo guardai con odio, se avessi potuto gli avrei spaccato la faccia con la sua stessa torcia. “Va al diavolo!” e feci per andarmene da quella dannata casa, lo sapevo che sarei andato inutilmente ma almeno la mamma avrebbe imparato a non chiedermi più una cosa del genere.
Uscii da quella porta per non metterci mai più piede, anche se lo avrei visto a scuola ancora e ancora senza potermi liberare di quella sua faccia di cazzo.
“Ehi” mi sentii chiamare, e non feci neppure in tempo a voltarmi che qualcosa - nel buio del suo cortile - volò verso di me, e feci appena in tempo ad afferrarla prima mi colpisse in testa.
Che altro si era inventato? Poi osservai meglio l’oggetto e notai che era una torcia. La guardai stupito, com’è che ne avevo una in mano, e immediatamente portai il mio sguardo verso di lui che se ne stava sull’uscio della porta senza alcuna luce, sorridendo compiaciuto. “Te l’avevo detto che dovevi cercare meglio, baka.” E chiuse la porta.
Ero veramente confuso. Che cosa era successo?

NOTE: Sì, sono leggermente fissata con le storie che seguono un pò i canoni dei manga ma è giusto un modo per passare il tempo, per ridere di scene assurde in questi giorni di forte stress pre-esami. Non voglio dire nulla di particolare, solo augurarvi di godervi questa ennesima storiella che sto seguendo anch'io col fiato sospeso per scoprire cosa ne uscirà.
  
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