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Vampiri |
Pericolosamente dolce di PrincessVanilla | Leggi le 2 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 31/05/2009 | Stampa questo capitolo
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Ho già postato questa One Shot in un altro forum, ma volevo comunque proporvela per sapere che ne pensate ^^
Sono una vera patita dei vampiri, per cui penso che in un prossimo futuro, se avete gradito questa, potrò postarvi anche l'altra, sempre sullo stesso tema.
Fatemi sapere che ne pensate!!!
«Isabella, dai muoviti!» urlò Marcus dalla strada, in direzione della mia finestra. Ben conscio del fatto che il vetro era aperto, tirò una pietra, che si fermò ai piedi del mio letto. Per fortuna. Le lenzuola erano fresche di bucato e non avevo intenzione di sorbirmi le lamentele di mia madre.
Posai la spazzola che avevo usato per pettinare i capelli color cioccolato e mi affacciai, scoccando un’occhiataccia infuocata all’energumeno con i capelli neri e corti che torreggiava sul resto della banda che stava sotto la mia finestra. «Arrivo» dissi con il tono che Marcus conosceva bene. Lisciai il top nero che mi scopriva la vita, indossai gli stivali ed un giubbinetto di jeans come la minigonna e scesi. Raggiunsi Marcus e gli pestai il piede con la punta dello stivale. «Se ci riprovi, la prossima volta uso il tacco, e potrei anche decidere di cambiare bersaglio».
Marcus sbiancò. Sapeva che l’avrei fatto; eccome se lo sapeva. «Dai, Isabella, non fare così! Siamo amici, no? E poi ci stavi mettendo un eternità! Avremmo fatto giorno!».
«Prima avremmo dovuto fare notte» lo raggelai io, puntando su di lui gli occhi verdi, che, quella sera apparivano grigi.
«Appunto!» rise lui.
«Andiamo!» sbuffai io, incamminandomi.
Il gruppo mi seguì. Io ero il leader indiscusso, anche se in teoria quello il ruolo di Marcus. Ma tutti sapevano che lui obbediva a tutti miei ordini e soddisfaceva tutti i miei capricci. Solo perché gli piacevo. E molto, anche.
Passammo la serata in una delle solite discoteche, flirtando con più persone possibile. Era il nostro gioco. Vinceva chi, entro la mezzanotte, aveva fatto più conquiste. E non ci voleva molto a contare i risultati, visto che ci tenevamo tutti sotto controllo. Io e Francesca, la mia migliore amica, una frizzante rossa con gli occhi di cielo, risultammo vincitrici in exequo.
«Complimenti, Fra!» le dissi sorridendole «Stasera le ragazza dominano! Il povero Marcus ha fatto una gaffe straordinaria con quel drink!» aggiunsi ricordando cos’aveva combinato a quella povera ragazza «Invece di offrirle il bicchiere, le stava offrendo il posacenere! Dillo che volevi farla fuori, Marcus! Di noi ti puoi fidare!».
«Si, certo come no» ribatté sarcastico lui «E poi lo sapete che è stato un incidente!» sbottò, accelerando il passo e attraverso il parco.
«Dai, Marcus, non fare così!» cominciai, ma mi interruppi, avvertendo la sensazione di essere osservata. Mi voltai e vidi un ragazzo seduto placidamente su una panchina. Aveva i capelli neri lunghi oltre le spalle, e gli occhi azzurri come due zaffiri. Indossava una camicia bianca ed un jeans nero ed attillato. Mi sfuggì un sorriso. Non potei farne a meno, accecata da quella bellezza misteriosa, oscura.
Mi avviai di nuovo con i miei amici e, vista l’ora tarda, prendemmo la via di casa. Salutai Francesca, Antonella, Lorenzo, Giacomo e Marcus, all’incrocio e feci proseguire. Marcus, anche quella sera, come tutte, mi propose di accompagnarmi fino a casa. Non si fidava a lasciarmi da sola.
«A quest’ora dormono tutti, Marcus» gli risposi come al solito «Non mi accadrà niente, come non mi è mai accaduto niente da quando abbiamo cominciato ad uscire».
«D’accordo» sospirò lui. Come sempre.
Attraversai e continuai la camminata. Sedetti per qualche istante sul muretto di una casa. Certo gli stivali erano belli, specie con i tacchi, ma erano dolorosi da indossare. E poi, quella sera avevo camminato parecchio. Sentii un rumore alle mie spalle, poi vidi un’ombra materializzarsi di fronte a me. Lo guardai per un istante, poi riconobbi il tipo del parco. «Ciao» gli dissi.
«Ciao» mi rispose. Aveva una voce stupenda. Calma, rassicurante, e quindi terribilmente pericolosa. Lo sapevo che quella era la voce che andava temuta di più, perché nascondeva i veri pericoli. Ma io amavo il pericolo. Era per questo che amavo tornare a casa da sola, la notte.
«Mi hai seguito?» chiesi, facendo la parte dell’ingenua.
«Si» rispose spudoratamente lui «Non mi sembrava normale che una ragazza come te vagasse sola di notte» aggiunse, con quel suo tono rassicurante.
Sentii l’adrenalina scorrermi nelle vene. Il pericolo aveva preso corpo e mi aveva raggiunto, dopo tutte quelle sfide. Cercai di conservare il tono innocente, ma un ghigno mi si dipinse sulle labbra. Abbandonai la maschera. «E chi mi dice che tu non sia un maniaco od un assassino?» lo sfidai, fissandolo negli occhi.
Sorrise, esibendo una dentatura perfetta, ma sinistra. Ricordava quella di un animale.
“Un lupo?” venne da chiedermi “No. Meglio una pantera. Rende meglio l’idea di fascino e pericolo” mi risposi, sorridendo a mia volta, esibendo la mia dentatura, perfetta, ma non inquietante.
Lui scoppiò a ridere, ed il suono che gli sgorgo fuori dalle labbra parve un coro angelico.
L’adrenalina aumentò. Si, quel ragazzo era decisamente l’incarnazione del pericolo.
«Domanda più che lecita» mi rispose, tornando serio, e spezzando il filo dei miei pensieri. Mi guardò con un’aria seria che ruppe la magia. L’alone di calma e sicurezza scomparve, ed io lo vidi per com’era davvero. Un sadico. Un assassino.
“Ecco cosa succede quando si sfida il pericolo” mi dissi, sentendo il cuore accelerare. Ancora un po’ e sarei morta per overdose di adrenalina “Non importa, tanto tra poco sarò mota comunque” mi dissi “Tutto perché ho sfidato perennemente la sorte. Però non è detto” pensai, vedendo una flebile via di fuga. Mi ritrassi verso il cancello della villetta alle mie spalla, come spaventata e, con la migliore voce flebile che mi fosse mai uscita, chiesi: «Chi sei?».
«Nessuno» sussurrò dolce. Pericolosamente dolce.
«Cosa vuoi da me?» chiesi con l’aria di un uccellino caduto dal nido nella ciotola del gatto. Ero brava a recitare. Oh, si. Eccome se lo ero!
«Niente» rispose, calmo. Anche lui era bravo. «Ti accompagno solo a casa» mi rassicurò.
“Tombola! Ce l’ho fatta!” pensai. Tentai di non esultare e mi limitai ad annuire, facendo del mio meglio per parere intimorita. Ripresi a camminare, con lui alla mia sinistra, e cercai di non guardarlo. Di non ammirare il suo corpo perfetto. E ci riuscii abbastanza bene.
Quando arrivammo a casa mia, feci per infilare la chiave nella serratura del cancello, mormorando un «Grazie», ma lui me lo impedì. Mi sfuggì un sospiro. Chissà perché, ma ci avrei giurato che non mi avrebbe lasciato andare via come se niente fosse. Voleva uccidermi, magari per un suo semplice divertimento, e lo avrebbe fatto.
«Non così in fretta» mi disse con voce sicura e sensuale.
«No» sospirai «Certo che no».
Lui mi guardò stupefatto. Anzi, sconvolto.
Io lo guardai con uno sguardo calmo e limpido, chiedendomi cosa offrirgli in cambio della vita. “Il mio corpo” pensai in un istante. Prima di ripensarci, sussurrai: «Vuoi salire?». Per fortuna mia madre aveva fatto insonorizzare tutte le camere da letto. Odiava i rumori esterni quando dormiva. Anche sentirmi rientrare.
Lui ghignò, sadico, come a dire “Non importa, tanto alla fine ti ammazzo comunque”, ed annuì.
Io feci finta di non rendermi conto delle sue intenzioni ed aprii, prima il cancello, poi la porta, e lo guidai in camera mia, precedendolo e togliendo il giubbino di jeans e gli stivali.
Lui si richiuse la porta alle spalle e mi abbracciò in vita, carezzandomi il ventre con le mani gelide ed alitandomi sul collo. Mi slacciò il top con la sinistra e fece incontrare le mani sul mio seno, imprigionandolo, insieme al mio destino. Percepii la sua mano destra togliermi la gonna, mentre la sinistra slacciava i bottoni della sua camicia e del suo jeans. Ci spogliò entrambi in fretta e mi voltò verso di sé. Il mio sguardo non riuscì a cogliere tutta la bellezza e la perfezione del suo corpo, ma dubitai che ci sarei riuscita in qualunque caso. Mi strinse a sé dolcemente, scatenandomi un’infinità di brividi in tutto il corpo, mentre il mio stomaco si contorceva e si scioglieva, ribollendo di un fuoco indescrivibile e caldo. Troppo caldo.
Le mie mani si strinsero attorno al suo torace, sfiorandolo delicatamente, accarezzando la muscolatura splendida e possente. Mi sentivo felice, sicura. L’adrenalina mi pervadeva ancora, ma non da sola. Adrenalina ed endorfina si contendevano le mie vene e le mie arterie con il sangue, che sembrava starci stretto e formava lividi ed ematomi dove le sue dita passavano. Ma non sentivo alcun dolore. Anzi. Sentivo piacere, ed il mio unico desidero era sentire quella stretta salda su di me, quella lingua che mi scorreva, mi studiava, mi possedeva, che marchiava il possesso di quell’uomo senza nome su di me. Già… senza nome. Avrei dovuto chiederglielo? No. Un nome era una parola vuota, senza importanza. E neanche lui sapeva il mio in fondo.
Il tempo scorreva, ma io non lo percepivo. Pareva che si fosse congelato nel momento in cui lui aveva chiuso la porta e che avremmo continuato quella danza straordinaria per l’eternità.
Ma il tempo scorreva e lui, presto, si fermò. Presto. Troppo presto per i miei desideri. «Devo andare» mi disse, rivestendosi in fretta ed avvicinandosi alla finestra «Tra poco sarà giorno».
«Aspetta!» gli dissi «Il mio nome è Isabella, ed il tuo qual è?».
«Laurent» rispose. Poi saltò ed io mi addormentai.
La mattina seguente, mi risvegliai sola e temetti si fosse trattato solo di un sogno, ma quei segni sul mio corpo mi assicuravano di no. Trascorsi la mattina pensando a Laurent e disegnando distrattamente il suo volto sul retro di un quaderno. Per quanto brava fossi, però, tutti i miei tentativi finirono nel cestino, perché, a confronto con il ricordo di lui, non sembravano altro che caricature. Caricature di quel pericolo che aveva preso corpo e che faceva aumentare in me l’adrenalina. Al pensiero che non l’avrei più rivisto sentii un dolore al petto, ma lo ignorai, dicendomi che era solo un bene. Quella notte una pietruzza picchiò contro la mia finestra. Io aprii, mi affacciai e lo vidi. E la gioia divampò nel mio petto.
Mi fece cenno di arretrare e scalò la grondaia, entrando rapido dalla finestra. Lo accolsi in camicia da notte e nel giro di pochi secondi tornai ad essere sua prigioniera. Ringraziavo mentalmente l’ipersensibilità di mia madre, mentre lui si imponeva alla mia attenzione con vigore sempre crescente. Al risveglio vidi i nuovi lividi e capii che sarebbero diventati una costante della mia vita.
Anche la terza notte lo accolsi in camicia da notte, ma quando lo vidi farla a pezzi, decisi che non valeva la pena di distruggere il mio guardaroba notturno.
Il tempo intorno a me scorreva, ma io non me ne sarei accorta se non avessi avuto chi me lo ricordava. Per me il tempo era il ripetersi di un’unica sequenza ed io ero tutt’altro che scontenta, perché quella sequenza mi piaceva.
Circa una settimana dopo il nostro primo incontro, qualcosa cambiò. Fino ad allora lui conduceva, mi dominava ed io ero il suo giocattolo, una bambolina tra le sue mani. Ma mi stava bene così. Era l’unico modo di amarlo. L’unico modo di amare l’uomo che prima o poi mi avrebbe uccisa. Sapevo che lo avrebbe fatto così come sapevo di amarlo. E non potevo fare niente per cambiare nessuna delle due cose.
Lui mi prese il volto tra le mani e mi baciò dolcemente, prima le labbra e poi la fronte, poi mi abbracciò e mi consentì di poggiare il capo sul suo petto.
Rimasi lì in silenzio, ma non sentii nulla. Il suo cuore non batteva. Trattenni il respiro e fui invasa da una vampa di fuoco quando capii cosa questo volesse dire. Lo guardai come questo avesse potuto cambiare le cose e lui sorrise, dolce. Rassicurante.
Ed io ebbi paura. “Quello è il sorriso della morte. Adesso mi ucciderà” pensai.
Il sorriso si mutò in un ghigno. Magnifico. Bellissimo.
Ed io mi rilassai, come pacificata da quel segnale di pericolo più che da ogni altra cosa.
«Hai capito cosa sono, vero?» mi domandò.
«No» risposi io, stupita. L’adrenalina mi invase.
«No?» mi fece eco lui «Non ti è mai parso strano il mio comportamento? I non hai riconosciuto i tratti comuni della mia razza, che compaiono in tutte le leggende su di noi?».
«No» ripetei. «Avrei dovuto?».
«Si. E avresti dovuto chiudere la finestra. Io sono un vampiro».
I pezzi del puzzle nella mia testa andarono immediatamente al loro posto ed io mi sentii rassicurata «Perché me lo dici? Se non lo avessi fatto probabilmente non ti avrei mai scoperto».
«Perché… già… secondo te qual è il motivo?».
«Stai per uccidermi, vero? Sapevo che prima o poi l’avresti fatto… Lo so da quando mi hai accompagnato a casa. E mi sta bene così» aggiunsi, fissando i suoi occhi incredibilmente azzurri «Solo… prima vorrei poterti amare un’ultima volta» chiesi, fissando il suo torace perfetto e silenzioso.
«Tu… mi stai dando il permesso di ucciderti?» chiese lui, stupefatto.
«Si. Sapevo che l’avresti fatto, prima o poi».
«E nonostante lo sapessi… ti sei consegnata spontaneamente a me tutte le notti senza opporre resistenza? Anche se sapevi che ti bastava chiudere la finestra per scacciarmi?».
«Ti saresti davvero fermato davanti ad una finestra chiusa?» lo accusai con un sorriso.
Lui si morse il labbro e tacque.
«A me sta bene così. Darei qualunque cosa per te, anche la vita. Il mio cuore batte solo per te e si fermerà quando lo vorrai tu».
«Isabella» mi chiamò, dolcissimo e sensuale. Mi strinse a sé poi con le mani mi risalì la schiena e il collo, fino a prendermi il volto. «Isabella» ripeté, poi mi baciò. Fu il bacio più dolce che avessi mai ricevuto. Era dolce, sensuale e possessivo, ma allo stesso tempo casto e delicato. Mi tolse il fiato più di tutte le notti passate insieme.
Quando separò le nostre labbra, io mi adagiai boccheggiante sul suo petto, respirando affannosamente per recuperare l’ossigeno.
Lui mi accarezzò dolcemente la schiena, stando attento a non toccare i miei lividi. Mi baciò la fronte e sussurrò: «Anche se ci pensassi tutta l’eternità, non riuscirei a descrivere cosa sento dentro. È come se durante queste notti mi fossi nutrito della tua umanità per risvegliare la mia e ridarle forza. Mi sento più umano che se lo fossi ancora nel corpo. Riscopro emozioni che non provavo da più di duecento anni, ormai».
Ascoltai la sua voce melodiosa e le parole che gli uscivano dalla bocca e mi chiedevo che senso avessero. Mi strinsi a lui in silenzio e lo vidi sorridere.
«Io ti ho detto di quello che sono perché voglio che tu capisca i rischi che corri. Quando sono con te non riesco a trattenermi come dovrei, mi abbandono all’istinto. Ogni volta che entro ed esco dalla finestra non posso fare a meno di chiedermi quando ti ucciderò. Se deciderai di allontanarmi ti giuro che non mi opporrò alla tua decisione. Sono forte, sono veloce, sono bugiardo, ma ti giuro che non userò nessuna delle mie armi contro di te. Mai»
«Stai forse cercando di lasciarmi?» gli chiesi «C’è forse un’altra donna che vuoi? Oppure ho sbagliato qualcosa?».
Lui scosse la testa «Tutto quello che voglio è proteggerti».
«Tutto quello che voglio io sei tu» ribattei.
«È ora che vada» mi disse lui, baciandomi dolcemente e scivolando via da me. Si rivestì in fretta e uscì dalla finestra come sempre.
Le notti successive percepii in lui qualcosa di diverso. Si fece più dolce e delicato, come se volesse farsi perdonare per qualcosa. Divenne più attento a non farmi male e a istillare in me il piacere puro, come se quella fosse diventata la sua eterna missione. I lividi scomparvero ed io smisi di addormentarmi spossata dopo che lui andava via. Riuscii anche a rivestirmi, prima di addormentarmi.
Di tanto in tanto uscii ancora, ma ero sempre a casa prima del tramonto. L’estate volgeva al termine e nessuno ci vide nulla di strano, visto che prima o poi avrei dovuto comunque ricominciare a studiare per l’università. Ma io avevo altro per la testa. Cominciai a cercare libri sui vampiri e a leggerli di nascosto, cercando di scoprire, in mezzo a miti e leggende, quale fosse la verità. Non trovai niente di utile.
C’era di tutto, ma niente su quello che mi interessava. L’unica soluzione era di chiedere a lui.
Quella sera lo accolsi seduta sul letto, con le gambe incrociate e le mai strette in grembo. Sentii lo stomaco contorcersi al vederlo entrare e capii di amarlo più di quanto fosse concesso ad un’umana.
Lui mi sorrise e si sedette accanto a me. «C’è qualcosa di cui vuoi parlare?» mi chiese, stringendomi la vita con un braccio.
«Si» risposi, poggiando il capo sulla sua spalla «Voglio... ecco, è difficile da spiegare… voglio... te» conclusi. Non sapevo come altro dirlo.
«Ti appartengo da molto, ormai».
«Non hai capito. Io... invecchio. E prima o poi morirò. Ti perderò» cominciai.
«Scordatelo» rispose lui, irrigidendosi di colpo. Aveva capito cosa volevo.
«Perché no? Voglio starti accanto per sempre, voglio renderti felice» lo scongiurai.
«No. Non permetterò che tu muoia».
«Non potrai evitarlo. Ma se sarai tu a fermare il mio cuore, io non morirò, e sarò tua per sempre».
«E se ti pentissi della tua scelta? Se sentissi la mancanza del Sole caldo sulla pelle e cominciassi ad odiare i vagabondaggi notturni, gli omicidi, le fughe, la dannazione eterna? Non ti importa di quello che perderai?».
«No, non mi importa. Ci sarai tu, e tanto basterà a che io non me ne penta».
«E se scoprissi che non mi ami più?».
«Non può succedere» risposi, convinta.
«E se io non ti amassi più?».
La sua domanda fu come un pugno in pieno stomaco per me e mi fece sentire malissimo. «Finché mi vorrai, io ci sarò, ma se non mi vorrai svanirò dalla tua vita» promisi, aumentando la stretta sulla camicia da notte.
«Isabella... in duecento anni non ho mai incontrato un solo vampiro che fosse consapevole e felice! O anche solo felice» aggiunse, cupo.
«Significa che permetterai alla morte di separarci?» gli chiesi aspra, ritraendomi da lui e guardandolo intensamente negli occhi «Non mi permetterai di seguirti nel buio?».
«Non è un bel posto dove stare. Non ti piacerà».
«E invece si. Vivo ne buoi dalla mia nascita. Non mi piace la luce. È perfida. Nasconde le cose importanti e impedisce di vedere ciò che vale la pena di essere visto. Solo la notte permette di vederlo. Io lo so. È per questo che mi piace camminare nel buio notturno».
«Isa…» comincio, tendendo una mano verso la mia guancia.
Io mi ritrassi ancora di più e sibilai: «Se insisti così, allora vuol dire che non mi ami abbastanza da volermi vicino. Non voglio le tue pietose bugie. Non voglio sentirmi dire che mi ami solo perché vuoi portarmi a letto. Tanto lo hai fatto comunque per una settimana» completai, velenosa.
«Non l’ho detto per questo!» mi rispose lui, arrabbiato «L’ho detto perché lo penso davvero!» esclamò, prendendomi i polsi e inchiodandomi con lo sguardo «Giurami che non lo fai sotto forzatura» disse con voce di miele.
«Te lo giuro» risposi in un soffio «E tu giura che mi ami davvero».
«Te lo giuro» rispose lasciandomi andare i polsi per potermi abbracciare.
«Perché non vuoi trasformarmi?» chiesi, tenendo la testa appoggiata sul suo petto.
«Perché... per trasformarti devo morderti. E se...».
«Ho capito. Però io mi fido di te. E poi per me è meglio morire che stare senza di te».
«Non per me. Onestamente, la mia preoccupazione è quanto più egoistica tu possa immaginare. Io non voglio rischiare di ucciderti perché non lo sopporterei. Tu sei la cosa più importante per me e se morissi non so cosa farei».
«Ti giuro che non morirò».
«Non puoi saperlo. E in ogni caso non lo farò adesso; devo andare, è quasi l’alba».
Ecco, l’aveva fatto di nuovo. «Tornerai, vero?» lo scongiurai in un sussurro mentre lui si avvicinava alla finestra.
«Te l’ho promesso» mi rispose «Ma non smetto di sperare che tu chiuda la finestra».
«Sognatelo» ribattei, imbronciata.
L’eco delle sua risata rischiarò la notte.
Ormai non sapevo più come comportarmi. Lui si era addolcito nei miei confronti ancor più di prima, al punto di mettermi in imbarazzo con un solo sguardo. Ormai mi era diventato completamente estraneo. E la cosa non mi piaceva affatto. Dovevo assolutamente fare un altro tentativo. Mi preparai come la quarta sera e lo attesi sotto le coperte, come addormentata.
Laurent, quando entrò e vide che gli davo le spalle – come poi mi confessò – rimase molto stupito. «Isabella» mi chiamò, come impacciato «Dormi?».
«No» risposi «Stavo riflettendo».
«Su cosa?» chiese, distendendosi accanto a me.
«Su di te. Stai diventando estraneo. Diverso». Mi voltai verso di lui e lo fissai negli occhi «Dimmi il perché».
«Si, è vero, sono diverso. Sto facendo del mio meglio per controllarmi. Devo reprimere i miei isinti peggiori, contenere gli eccessi. Se» e mi sfiorò la spalla con la mano «mi abbandonassi» e respirò piano il profumo dei miei capelli «rischierei seriamente di ucciderti».
«Se vuoi starmi vicino devi essere te stesso. Dimentica il rischio, dimentica l’ansia. Dimentica tutto. Pensa solo a noi».
Lui obbedì. Un ringhio sfuggì alle sue labbra serrate e le trasformò in un ghigno. «Voglio che tu sia mia. Per sempre. La mia vampira» disse. E mi morse.
Sentii i suoi canini affondarmi nel collo con veemenza e i brividi propagarsi in tutto il corpo. Non mi mossi, nonostante volessi stringerlo a me, e sentii un fiotto di sangue caldo colarmi sul collo, per essere subito catturato dalla sua lingua vorace, mentre un liquido gelido come la neve e viscoso come la colla invadeva le mie vene, e si sostituiva al sangue. L’eccesso di freddo mi bruciava a mi faceva percepire con eccessiva chiarezza i vasi sanguigni, mentre un caleidoscopio di sensazioni nuove mi invadeva, come se qualcuno avesse finalmente acceso tutti i miei interruttori.
Percepii le mie membra farsi più dure, toniche, mentre la differenza di temperatura tra me e Laurent scompariva.
Lui mi lasciò solo quando il liquido ebbe sostituito completamente il mio sangue, che lui aveva bevuto lentamente, fino all’ultima goccia. Si ripulì le labbra con la lingua e mi baciò. «Avevi davvero un buon sapore» mi disse.
Io espressi la mia soddisfazione facendo le fusa, ma il sapore del sangue che fino a poco fa era mio mi prese alla gola. «Ho sete» dissi, alzandomi ed ammirandomi allo specchio. Indossai una camicetta bianca, trasparente e smanicata, una mini nera e gli stivali col tacco neri e sorrisi a Laurent. Un sorriso che era la quintessenza del pericolo. «Andiamo» dissi, riempiendo rapidamente uno zaino gigante con i miei abiti più sexy e scrivendo in fretta poche righe per la mia famiglia. Mi avvicinai alla finestra e saltai, subito seguita da Laurent.
La mia prima caccia fu anche l’unica. Saziai la mia sete con il sangue di un senzatetto, poi seguii Laurent al rifugio. Poggiai lo zaino nell’angolo e lasciai che lui mi riavvolgesse tra le sue spire. «Per sempre insieme» sussurrai.
«Si, per sempre. Te lo giuro» mi promise.
E mantenne davvero la sua promessa. Ormai ho perso il conto delle notti che sono passate dalla mia trasformazione, ma in realtà non le conto perché per me il tempo non scorre. L’unica cosa che si muove, sono i nostri corpi, che sono uniti in una danza d’amore e di morte da quella sera, e che ancora non si sono fermati e non si fermeranno mai. Ci saziamo l’una dell’altro e non sentiamo nemmeno l’esigenza di nutrirci.
L’eternità ci appartiene. Il tempo passa ed il mondo cambia, ma noi restiamo sempre gli stessi. Sempre uguali. Congelati nel nostro momento di massimo splendore, saremo per sempre insieme anche quando il genere umano sarà scomparso e il Sole sarà spento. La Terra non sarà altro che un immenso deserto buio, e sarà il nostro Paradiso. Perché per quelli come noi non c’è un Paradiso dove andare dopo la morte. Forse solo l’Inferno. Ma forse neanche quello. Per quelli come noi non c’è niente dopo la morte. Noi, esseri dannati, sospesi tra la vita e la morte, destinati al Limbo ed all’oblio, possiamo solo creare – anzi, possiamo solo tentare di creare – il nostro Paradiso sulla Terra.
La nostra oasi di pace dovremo costruirla con il nostro sudore, perché per noi non c’è speranza, solo la coscienza di ciò che abbiamo perso e la continua lotta per tentare di conquistare quello che spetta a chiunque provi dei sentimenti. A chiunque sappia amare.
Lo zaino è ancora nel suo angolo, ormai impolverato, ma non credo che servirà mai.
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