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Vampiri |
Una notte alla baita di PrincessVanilla | Leggi le 2 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 06/06/2009 | Stampa questo capitolo
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UN GIORNO ALLA BAITA

«Perché mai ho accettato di fare una cosa così stupida?» sbuffai, rivolta alla ragazza con i capelli neri e gli occhi verdi che avevo di fronte. Mi passai la destra tra i capelli e quella mi imitò.
Era il mio riflesso.
Lisciai collo e maniche del maglione smeraldino che mi arrivava a metà della coscia e controllai la cintura, nera e doppia, che ci avevo agganciato sopra come decorazione. Indossai gli stivali neri sul jeans chiaro e, sospirando, presi la borsa ed uscii dalla camera. Chiusi la porta e scesi le scale, per ritrovarmi nell’atrio.
«Ah, Nicole, sei qui!» mi salutò James «Hai visto Jess, per caso?».
«Credo sia andata alle piste da sci» risposi io.
Piste da sci... già. Ero andata in vacanza in una stazione sciistica.
Da sola. Perché mai avevo fatto una cosa tanto sciocca?
“Una vacanza premio è sempre una vacanza premio” mi ero detta.
Sciocchezze. Ma che avevo per la testa?! Neanche sapevo sciare!
Ormai è inutile recriminare” mi rimproverai, sedendomi sulla poltrona vicino al camino e poggiando la borsa per terra accanto a me. Ne estrassi un libro e mi dedicai alla lettura. Ma i miei pensieri mi distrassero in fretta dalla trama.
“Ormai è una settimana che vai avanti così! Asociale!” mi accusò la mia coscienza.
Oh, chiudi il becco!” replicai seccata. Chiusi il libro con uno scatto “Fantastico! Adesso parlo da sola! E per di più mi rimprovero! Ho davvero toccato il fondo…” pensai, alzando gli occhi al cielo. Mi sentivo stupida. Vagai con lo sguardo in giro per la sala, in cerca di qualcosa da fare. Iniziai con la bacheca... e la scartai immediatamente. Non avevo nessuna intenzione di provare i corsi di quella baita. Soprattutto quelli di sci.
Il mio sguardo andò all’ingresso e fu allora che lo vidi.
Un ragazzo di circa vent’anni, di poco più grande di me era appena rientrato dalla pista di sci. I capelli castani, anche se coperti di neve, lo facevano sembrare un modello. Forse lo era. I suoi occhi, verdi come i miei, erano di una tonalità tanto intensa che le mie iridi, di cui ero sempre stata fiera, mi parvero scialbe ed opache. L’incarnato pallido, schiarito dalla neve, gli conferiva un aspetto cadaverico, ma al contempo seducente. Appese il piumino nero accanto alla porta, scoprendo una maglietta bianca sintetica ed attillata che, nonostante le maniche lunghe, rivelava – e, anzi, accentuava – la muscolatura perfetta. Si diresse verso la poltrona accanto alla mia.
Sbattei le palpebre e feci del mio meglio per riprendere un’aria composta.
Mi sorrise in modo strano – minaccioso, seducente e cinico allo stesso tempo – e si sedette. «Ciao» mi disse accomodandosi.
«Ciao» ricambiai io, con un sorriso timido. Ma da dove era uscito?! Io ero sempre stata una persona sicura di sé… da dove era uscita quella timidezza?!
Lui sorrise nello stesso modo di prima e disse: «Io mi chiamo Dylan, e tu?».
«Nicole» risposi nello stesso tono timido.
«Che bel nome. Come mai qui tutta sola? I tuoi amici ti hanno abbandonata?».
«No, sono semplicemente venuta da sola».
I suoi occhi scintillarono «Non ti ho mai vista sulle piste da sci; quando sei arrivata?».
«Una settimana fa».
«E non sei mai andata a sciare?».
«Non ne sono capace. E poi non mi piace».
Lui aggrottò le sopracciglia «Se non ti piace... cosa sei venuta a fare, qui?» chiese, incuriosito.
«Cercavo un diversivo per la mia monotonia».
«Cosa fai nella vita?».
«Studio all’università e cerco di scrivere qualcosa d’interessante».
«Cosa studi?».
«Psicologia».
«E cosa scrivi?».
«Un po’ di tutto, ma ho una predilezione per lo stile gotico. E di solito le mie storie non hanno il lieto fine».
«Che pessimista! Perché mai?».
«Penso che sia più facile che le cose vadano male che bene. E se vanno bene sono noiose».
«Potendo scegliere, cosa preferiresti?».
«Carpe diem dicevano i Latini, quindi la prima. Altrimenti non sarei qui».
«Capisco. Sei una persona interessante, Nicole. Voglio conoscerti meglio» aggiunse sottovoce in un tono mielato e terribilmente affascinante, che mi fece venire i brividi. Sembrava una magia.
«Tu puoi conoscermi quanto vuoi» gli risposi in un tono basso e vellutato – o che almeno doveva esserlo – che voleva essere seducente quanto il suo, ma che al confronto era ruvido come il granito, una pallida imitazione di quel tono sublime. Mi alzai sistemando meglio la borsa sulla spalla e mi diressi verso la mia stanza, come in trance.
Quando arrivammo davanti alla porta, presi la chiave e feci per aprire, ma lui mi cinse la vita con un braccio, e strinse delicatamente le mani calde tra le sue, gelide ed incredibilmente sensuali, alitandomi dolcemente sul collo: «No. Vieni in camera mia» mi soffiò sensuale, un invito irresistibile.
Lo seguii senza fare resistenza in un’ala più silenziosa.
Aprì la porta e mi fece entrare, chiudendomela alle spalle. Mi appoggiò ad essa, premendo il suo corpo contro il mio.
Le mie mani si strinsero attorno al suo torace, carezzandolo dolcemente, mentre il mio stomaco rabbrividiva e si contorceva sotto il suo tocco delicato e freddo.
Mi baciò in maniera dolce e assolutamente sensuale, coercitiva, mentre le sue braccia mi stringevano a lui. Mi sollevò e mi distese sul letto, senza separare il suo petto dal mio, o le sue labbra dal mio collo neanche per un istante. Mi scoprì la schiena, carezzandola dolcemente e provocandomi un brivido di freddo e di piacere che mi riecheggiò in tutta la colonna vertebrale.
Le nostre mani, muovendosi in sincronia per diversi minuti, ci privarono degli indumenti, i quali giacquero abbandonati sul pavimento.
Mi leccò il collo, poi la punta della sua lingua ne tracciò il profilo, proseguendo lungo le mie spalle e via via lungo tutte le mie curve, mentre le sue mani scorrevano sulle mie gambe, sul mio bacino e sul mio ventre.
Il mio corpo bruciava e fremeva senza sosta. Le sue mani e le sue labbra non lo lasciavano un istante. Ogni suo movimento causava in me un brivido ed una reazione diversa, ma sembrava talmente naturale che non ci vedevo nulla di strano. I nostri corpi avevano un’assoluta affinità; sembrava che fossimo stati fatti apposta per unirci a quel modo.
Non mi accorsi di nient’altro all’infuori di lui durante quel lasso di tempo. Mi sembrava di esserne fuori. Fuori dal tempo e dallo spazio. C’era solo lui.
Quando si fermò, ci rimasi quasi male. Mi sembrò che fosse durato troppo poco, nonostante la radiosveglia sul comodino dicesse il contrario. Avrei voluto che durasse per l’eternità.
Lui se ne accorse e ghignò. Mi leccò nuovamente il collo, come indeciso, ma comunque sensuale, e mi soffiò all’orecchio: «Allora, ti è piaciuto?».
Incapace di rispondere, lo guardai negli occhi e tentai di annuire. Lui capì e mi ghignò di nuovo. «Ne ero certo».
Io mi limitai a sospirare.
«Sei una ragazza fortunata, sai? Ti conviene approfittarne» mi soffiò, dolce e sadico.
«Che vuoi dire?» riuscii finalmente a chiedere.
«Vattene e stammi alla larga» mi rispose, secco ed aspro. Arricciò le labbra, come se non fosse contento o deciso, poi aggiunse: «Per qualche strano motivo… non importa. Se ci tieni alla tua vita vattene e non avvicinarmi più».
«Che vuol dire “se ci tieni alla tua via”?».
Lui sospirò di nuovo ed il suo respiro dolce mi inondò le narici. «Sono un vampiro. Un vero vampiro. E potrei ucciderti. Stranamente, non l’ho fatto, anche se ti avevo portata qui per questo. Vattene finché puoi».
«Non ho paura di te».
«Dovresti averne».
«Non ci riesco».
«Hai giocato alla roulette russa e hai vinto, anche se le tue possibilità erano capovolte. Te lo ripeto: vattene finché puoi. Sei la prima persona che non voglio avere sulla coscienza, perché vuoi finirci a tutti i costi?».
«Non accadrà. Se non mi hai ucciso quando volevi farlo, non lo farai neanche adesso».
«Ma è proprio questo il punto! Io voglio ucciderti! Ho sete del tuo sangue!».
«E allora perché stai cercando di allontanarmi, invece di prendertelo?».
«Non lo so. Forse perché sei sopravvissuta. Non voglio essere ulteriormente tentato, perciò fai una cosa intelligente ed approfittane».
«Ho fatto qualcosa di sbagliato?» chiesi, mogia, scivolando via da lui senza convinzione.
«No. La colpa è mia, che non mio sono accorto del danno che stavo causando. Sei stata vittima della mia magia; se la lascerai svaporare, sarai libera» mi promise, con una strana amarezza nella voce «E sappi che mi dispiace. Non pensavo potesse succedere una cosa del genere».
«Taci» sibilai, irritata «Ho capito, non hai bisogno di fingere» aggiunsi, fredda, per non tradire il dolore «Addio. D’ora i poi, però, uccidi le tue vittime senza passaggi intermedi. Soffriranno meno».
«È stato doloroso?» chiese, notando i miei lividi. «Non fisicamente, anche se mi ci vorrà qualche giorno per tornare come prima».
«E allora che vuoi dire?».
«Hai l’eternità per capire!» sbottai irritata, indossando cintura e stivali. Mi alzai dal letto ed uscii da quella stanza senza voltarmi indietro.

Mi restava una settimana a disposizione, e la trascorsi evitando Dylan. Il destino godeva a farci incontrare. O forse era lui che mi seguiva.
Fu con sollievo che accolsi l’ultima notte. La valigia era pronta, in un angolo, il vestito dell’indomani ben piegato sulla sedia e la camicia da notte stesa sul letto. Andai in bagno per farmi un lungo bagno rilassante e ne riemersi solo un’ora dopo, o forse di più, con addosso solo l’accappatoio. Guardai verso i piedi del letto, dove avrebbe dovuto esserci la camicia da notte, ma non la vidi. Al suo posto c’era Dylan.
«Finalmente» disse «Vieni qui».
«Cos’altro vuoi da me?» lo aggredii, irata «Perché devi ferirmi ancora? Non puoi semplicemente lasciarmi in pace? Non puoi semplificarmi le cose? Almeno un po’? Non me lo merito?» urlai, sentendo gli occhi pizzicare.
Lui si limitò a guardarmi, lasciando che mi sfogassi. «Vieni qui» ripeté, con un tono tanto sensuale da farmi male al cuore come una lama incandescente.
Gli diedi le spalle, stringendo i pugni, e, nel tono più glaciale che potei trovare, sibilai: «Vattene».
«Vieni qui, e lasciami spiegare».
«Parla, allora. Ti ascolto» replicai, restando immobile.
Lui tacque per qualche istante, poi sospirò e disse: «Non sono capace di dirlo a parole... ma sono qui perché voglio spiegarti, quindi cercherò di fare del mio meglio». Sospirò di nuovo. «Io... io sono una creatura volubile e capricciosa, e come individuo sono egoista e prepotente – una pessima accoppiata. Quando voglio qualcosa me la prendo. Quando ti ho sedotta… desideravo il tuo sangue. Ti avrei portato in camera, avrei giocato un po’ con te e poi ti avrei uccisa» confessò.
Un’ondata di gelo mi invase, quando capii quanto vicina alla morte fossi stata.
«Non avrei mai pensato che saremo finiti a quel modo. Non era quello che avevo programmato. Per quanto ci abbia pensato, non riesco a trovare una spiegazione, so solo che ti voglio. Ma non per qualche ora o mese. Io... ti voglio per l’eternità. Se dicessi che ti amo, sarebbe un’offesa; l’amore è un sentimento troppo tenue per esprimere quello che sento per te. Voglio baciarti fino a toglierti il fiato, voglio abbracciarti per non lasciarti più andare, voglio respirare il tuo profumo fino all’ebrezza, voglio segnarti affinché tutto il mondo sappia che si solo mia… ma, soprattutto, voglio trasformarti in una vampira er averti accanto per sempre».
«Non sei così male con le parole» gli risposi voltandomi verso di lui «Perché ci hai messo tanto a capirlo?» gli sussurrai, avvicinandomi «Io lo sapevo già» aggiunsi, sedendomi sulle sue gambe.
Lui mi avvolse tra le braccia e mi distese sul letto, distendendosi contemporaneamente su di me.
Fu dieci volte più dolce e sensuale della volta precedente.
Le sue mani mi carezzavano con dolce violenza, possessiva e passionale brutalità. La sua lingua accarezzava sicura i miei profili, marcandoli e riconoscendoli. Le sue labbra baciavano senza posa ogni centimetro della mia pelle, come se volessero marchiarla, lasciare un segno tangibile del loro passaggio, della loro conquista. Nonostante quell’irruenza, fu dolcissimo, perché nel silenzio di quell’unione ci confidavamo tutto ciò che non ci eravamo ancora detti.
Gli unici suoni nella stanza silenziosa erano i battiti accelerati del mio cuore – che pompava potente il sangue nelle vene, e con esso, l’adrenalina – i nostri respiri accelerati (udibili solo nei pochi istanti in cui le sue labbra gelide si spostavano sul mio corpo ed io ricordavo di respirare) e, infine, le mie fusa feline.
Non saprei dire bene quando, ma lui si distese completamente su di me, uniformando i nostri corpi, e mi sussurrò: «Vuoi che mi fermi?».
Il mio ringhio irritato fu una risposta sufficiente.
Quando ci fermammo davvero era ormai quasi l’alba.
Gli sorrisi beata e mi addormentai immediatamente nel suo abbraccio freddo, che per me era più caldo del sole estivo.
Al risveglio mi ritrovai stretta tra le sue braccia, con la testa appoggiata sul suo petto silenzioso, la sua mano che mi correva la schiena ed i suoi occhi che mi scrutavano.
«Scusa, ho un po’ esagerato» mi disse.
«Non importa. Tra poco non dovrai più scusarti».
«Andiamo?».
«Si, andiamo».

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