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Autore: Black_Satin    01/04/2017    1 recensioni
Una ragazza disoccupata cerca un modo per risolvere i suoi problemi economici. Un disabile stenta ad accettare la sua condizione e sublima il malessere che lo avviluppa in odio verso gli altri. Un investigare non riesce a sbarazzarsi del suo passato da alcolista. Un ex spacciatore, appena uscito da galera, sorride alla vita, sicuro che il buon Dio guiderà i suoi passi. Un ricco industriale, fissato con i francesismi, desidera rintracciare il figlio tossicodipendente.
L’intera narrazione cerca di scavare nella ruggine che riveste alcune esistenze, sino a renderle drammaticamente solitarie e impermeabili a qualsiasi cambiamento costruttivo. È un bislacco artificio per inoltrarsi lemme lemme in alcune delicate tematiche sociali.
L’ironia, talvolta in punta di piedi, talaltra con caustica veemenza, cerca di attenuare un testo che vorrebbe essere tragico pur sdrucciolando spesso nella farsa. Se non addirittura nella demenzialità pura.
(Nota: All’inizio mi ero imposto di scrivere una storia seria e molto toccante, ove la solitudine fosse il tratto dominante di ogni personaggio, ma poi non sono riuscito a tener a freno una certa dose di ironia, forse perché a conti fatti io sperimento su me stesso questa perenne dicotomia da bipolare, sicché…)
Genere: Demenziale, Introspettivo, Thriller | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Lunedì 6 febbraio.
Nell’armadio non c’era l’ombra di un indumento sobrio e al contempo elegante. Nulla d’idoneo a un colloquio di lavoro in cui fosse basilare fornire un’ottima impressione, anziché sembrare una spiantata senza fissa dimora. C’erano soltanto jeans sbiaditi e maglioni economici, comprati in qualche svendita o presi alla Caritas.
L’abbigliamento, in simili occasioni, avrebbe potuto fare la differenza, o perlomeno darle una spintarella nella giusta direzione. Già in passato, in molteplici episodi sin troppo rassomiglianti tra loro, le avevano fatto intendere che era gradito un decoroso guardaroba, di quelli che lei non si era mia potuta permettere, figurarsi ora che era disoccupata da quasi otto mesi e tirava avanti a forza di espedienti, accantonando futili remore morali.
Senza un soldo in tasca anche un banale collant per lei rappresentava un bene di lusso.
Sperando di non sfigurare troppo, Maddalena si rassegnò e scelse i capi che pensava le stessero meglio, facendola apparire meno goffa di quanto supponesse di essere. Si augurava e desiderava con tutto il cuore che, almeno per quella volta, per quell’unica volta, la persona incaricata di esaminare le risorse umane giudicasse i candidati con imparziale serietà, soppesando la sostanza senza dare credito alla solita impalpabile apparenza. E pur non credendoci davvero, poiché era diventata piuttosto scettica, vi sperava quasi con accanimento. Insomma, si faceva bastare questo labile anelito, contrapposto alla consapevolezza di com’erano solite volgere talune faccende. Lei era in attesa di quell’eccezione che, per la legge dei grandi numeri, un giorno o l’altro le avrebbe arriso. Se possibile prima della menopausa. E prima di diventare una mendicante sdentata e coperta di stracci, seduta su un cartone ai margini di una strada e invisibile agli occhi dei passanti.
Maddalena preferiva non accorgersi che, con la disoccupazione ai massimi storici, c’erano ben poche probabilità che la dea bendata favorisse proprio lei. Anche se proverbialmente cieca, ad aspettare il suo bacio c’erano migliaia di persone, destinate ad aumentare ogni giorno.
Il trucco, col quale aveva sempre avuto un rapporto assai approssimativo, per non dire irrispettoso, decise di abolirlo del tutto. Al posto dei tacchi preferì un paio di comode ballerine, anche perché erano le uniche scarpe passabili che le erano rimaste.
Alle nove, dopo una lunga camminata e mille speranze frammentate in altrettante paure, si ritrovò nella ditta tessile in cui avrebbe dovuto sostenere il tanto agognato abboccamento. Con lei, in una piccola anticamera, c’erano altre due ragazze in trepidante attesa: una bionda con camicetta plissettata e gonna corta che lasciava scoperta una buona porzione delle affusolate gambe; una mora dalle ciglia lunghissime e il seno prosperoso, inguainata in un abito lungo, color sabbia. Sembravano due veline, e in tal guisa si atteggiavano.
Maddalena cercò di sdrammatizzare la situazione appellandosi all’ironia. Quella, per fortuna, non le mancava. Pensò a se stessa come a un’aspirante donna delle pulizie, giunta in ritardo a un colloquio di lavoro e costretta a mischiarsi con quelle amazzoni che promettevano tutt’altro magistero. Era consapevole che a livello estetico non poteva competere con loro. L’avrebbero soverchiata anche con vent’anni in più e un occhio di vetro. Volendo fare un’allegoria, lei era un tulipano appassito in mezzo a delle rose appena fiorite. O un procione tra due giovani leopardi. Non era una brutta ragazza, tuttavia si sarebbe potuta definire senza troppi giri di parole un modello di pochezza: il paradigma vivente di come passare inosservati in mezzo alla gente.
Calcolando le priorità di giudizio maschili, sovente assoggettate al senso della vista, Maddalena desunse che per entrare in competizione con le altre due, soffiando loro l’unico posto a disposizione, non le sarebbero bastate sei lauree, la conoscenza di venticinque lingue straniere – babilonese e demotico inclusi – e un quoziente d’intelligenza che l’avrebbe fatta entrare a pieno diritto nella ristretta cerchia della Prometheus Society. Era spacciata in partenza. Nessuno avrebbe scommesso un nichelino su di lei. Avrebbe avuto un’occasione di riscatto soltanto se, dietro alla porta che la separava dal suo futuro prossimo, fosse incappata in un maschio anomalo, sopra i settanta e con una miopia degenerativa alla Mr. Magoo. Allora le sue credenziali avrebbero parlato per lei. Diversamente sarebbero stati gli occhi dell’esaminatore ad avere la prima e l’ultima parola. E nascoste tra esse, seguendo uno stereotipo abbracciato da quasi tutti gli uomini, vi sarebbero state parecchie vignette contenenti immagini lubriche non troppo ingegnose. In quel caso, a paragone delle altre, lei sarebbe apparsa un’insignificante sciacquetta, vista e scartata in pochi secondi, dopo una rapida occhiata di sguincio.
Avanti la prossima, prego!
Con ogni probabilità le sue rivali stavano tollerando la sua anonima presenza perché ritenevano appartenesse a ben altra categoria professionale. Questo spiegava i sororali sorrisini e i teneri sguardi che le rivolgevano. Tra loro, all’opposto, regnava un’aperta aria di sfida, anzi, un risentimento a pelle che ammetteva soltanto malcelata sopportazione reciproca.
Pochi giorni addietro Maddalena era incappata in una circostanza pressoché identica, il cui epilogo le aveva elargito l’ennesima snervante catastrofe esistenziale. Così devastante da toglierle l’appetito e il sonno per quarantotto ore filate. L’esito di quell’esperienza l’aveva moralmente segnata, mortificandola nell’animo e lasciandole dentro una profonda tristezza. Anche se poi, dopotutto, non era altro che una cicatrice identica a quelle già incamerate in passato, spoglia di qualsiasi significato oscuro.
Al termine di un colloquio poco frizzante, nel quale aveva avuto la netta sensazione che un certo prototipo di aspetto fisico fosse l’unico requisito indispensabile per avere qualche probabilità di successo, Maddalena era rimasta alcuni minuti in portineria, attendendo che spiovesse. In quel breve lasso di tempo, captandoli appena sopra il soporifero ticchettio della pioggia, aveva colto i caustici commenti del direttore amministrativo con il quale aveva appena terminato il suo fallimentare incontro. In una stanza attigua, con fare divertito e anche un pochino buzzurro, stava domandando ad alcuni dipendenti – dai timbri delle voci tutti appartenenti al sesso maschile – se fossero favorevoli alla bionda tutta curve, alla giovane acqua e sapone o a quella preparata, ma né sale né pepe, cioè lei. La bionda, la bionda… avevano risposto con enfasi, quasi urlando in coro, nemmeno stessero scegliendo chi salvare tra Gesù e Barabba. Indispettita da tanta crudele insolenza, dando corda agli impulsi del momento, Maddalena aveva sferrato un energico calcio al portaombrelli che stava di fianco alla porta. C’era mancato poco che rotolasse a terra. L’impiegata alle sue spalle, poc’anzi assorta davanti a un ronzante monitor, per un attimo aveva smesso di digitare sulla tastiera del computer. L’aveva scrutata da sotto le spesse lenti dei suoi occhiali con evidente commiserazione, supponendo si fosse incollerita per la mancata assunzione.
Ma a quel punto, ormai indifferente all’idea che chiunque si sarebbe potuto fare di lei, quanto della partecipazione emotiva di quella impiegata poco acuta nel percepire gli stati d’animo altrui, Maddalena era uscita in strada nel preciso istante in cui la pioggia stava assumendo i connotati di un nubifragio biblico. Non era dell’umore adeguato per curarsi di quelle violente secchiate di acqua fredda. E tutto sommato preferiva quelle copiose lacrime alle sue, anticipando con esse la rabbia che sentiva montarle dentro e che presto avrebbe divelto le dighe della sua coscienza.
Esisteva un sottile filo conduttore in tutti i colloqui di lavoro che aveva svolto negli ultimi mesi: somigliavano a una sfilata in bikini davanti a qualche prosaico dirigente desideroso di rifarsi gli occhi. Tette e culo erano le uniche qualifiche che riuscivano a ispirarli, a volte facendogli anche luccicare gli occhi per la commozione.
Maddalena vagheggiava che se un giorno si fosse presentata in minigonna, senza mutandine, cogliendo l’attimo perfetto per agire, cioè per divaricare le gambe e far intravvedere una promettente luce in fondo al tunnel, il posto sarebbe stato suo. Ce l’avrebbe fatta anche senza chiamarsi Sharon Stone. Tutto stava a dare all’esaminatore un piccolo incentivo, facendogli credere che quella velata promessa fosse un modesto antipasto. Uno spuntino prima del banchetto ufficiale.
Quasi alle undici, quando le altre pretendenti se ne erano già andate, sicure di avere il posto in tasca, nonché di aver infiammato la libido del maschio che le aveva appena scrutinate, toccò a lei. Le sarebbe piaciuto andarsene evitando di sorbirsi l’ennesimo smacco gratuito. Ma ormai era lì, tanto valeva che ci provasse.
Si presentò umilmente, esponendo con un’intonazione neutra e senza alcun vanto le sue competenze tecniche e le precedenti esperienze lavorative. Sapeva che durante simili eventi, cioè quando bisognava fornire un’immagine positiva di sé, era buona norma sforzarsi di apparire educati e servili nella giusta misura. Questo precetto valeva doppio, talvolta perfino triplo o quadruplo, quando la candidata non poteva contare su un fisico da fotomodella per rafforzare le sue qualità di segretaria. Doveva stare attenta a ogni gesto, sguardo o parola, alla costruzione delle frasi e perfino alle singole parole scelte. Un banale aggettivo, detto con innocenza e sconosciuto all’esaminatore, l’avrebbe fatta apparire saccente e vanagloriosa, non adatta al ruolo di subalterna. Mentre per definizione, al cospetto di un superiore, un subalterno doveva sempre mostrarsi tale. Viceversa sarebbero venuti meno i princìpi di potere e asservimento ai quali quasi tutti gli esseri umani sono incatenati, spesso senza avvedersene. Perciò sminuire un superiore, anche senza premeditazione, facendolo sentire culturalmente o linguisticamente impreparato, sarebbe stato un deplorevole passo falso, che le sarebbe valso un sorriso sardonico, seguito dalla solita insulsa frasettina di circostanza, tutta ambiguità e sciatta doppiezza: in un caso o nell’altro, le faremo sapere!
Nonostante i suoi sforzi, da scaletta, anche questa volta fu la risposta che ricevette. La incassò senza tradire alcuna emozione, conscia che, salvo qualche ingerenza soprannaturale, nessuno nei giorni successivi avrebbe alzato la cornetta per comunicarle che non era lei la prescelta. Difatti, a dispetto dei numerosi colloqui di lavoro, non le era mai giunta alcuna risposta. Non una a fronte di plurime promesse. E di certo questo comportamento non era imputabile alla casualità o alla smemoratezza dei più, semmai all’insincerità che li affratellava.
Pur odiando questo cinismo mascherato da gentilezza, non poteva fare altro che accettarlo, iniziando a sospettare che l’ipocrisia, in taluni ambienti, fosse una ricercata e acclarata virtù, e la solidarietà un mero sperpero di tempo ed energie, da evitare quanto la peste bubbonica.
 A quanto pare una caratteristica imperativa per raggiungere una salda posizione dirigenziale e conservarla nel tempo consisteva nel saper essere mendaci e sibillini, trattando il prossimo alla stregua, se non addirittura peggio, di un oggetto privo di qualsiasi valore. Facendo della fredda formalità un’intransigente regola. O un neghittoso dharma.
Afflitta più di un reggimento di prefiche professioniste, Maddalena rientrò a casa e si buttò sul letto. Nascose il viso nel cuscino, quasi cercando di celare al mondo e alle sue stesse aspre critiche il patema che l’attanagliava.
Sei mesi arretrati di affitto incombevano minacciosamente sulla sua testa, pronti a decapitargliela da un momento all’altro. Presto il proprietario dell’appartamento sarebbe venuto a reclamare i suoi diritti, comunicandole anzitutto il suo sdegno per la fiducia mal risposta e le promesse mai mantenute, poi uno sfratto non più differibile.
L’ultima volta Maddalena si era barricata in casa fingendo di essere assente. Il locatore non l’aveva bevuta. Era rimasto almeno mezz’ora a sbraitare fuori dalla porta, facendo conoscere agli altri condòmini i problemi che gli procurava quella sciagurata. Poi se n’era andato promettendo che presto sarebbe tornato alla carica, specificando che, se non avesse ottenuto quanto gli spettava, avrebbe scardinato la porta e ripreso con la forza il suo appartamento. Ne aveva facoltà e potere.
Nel tempo, un po’ alla volta, Maddalena si era privata di tutto, parimenti i soldi non le bastavano mai. Da settimane la sua dieta consisteva in uova sode, patate e latte. Raramente si concedeva un piccolo diversivo. Costavano troppo. La carne e i dolci erano ormai delle utopie. Spesso girava per i mercati, quando stavano sbaraccando, arraffando da terra qualche frutto ammaccato o della verdura di seconda o terza scelta. Erano prodotti destinati a finire in qualche cassonetto della spazzatura o al macero, articoli che un benestante avrebbe scartato passando oltre, con sguardo schifato. A lei, invece, risolvevano l’incognita quotidiana del sostentamento. Qualcosa in pancia doveva pur metterlo.
Talvolta, verso la fine del mese, esaurito il modesto assegno d’indennità derivante dalla disoccupazione, tirava avanti rubando il pane consegnato a domicilio la mattina presto. Entrava in azione un attimo prima che i rispettivi proprietari uscissero di casa per ritirarlo e cambiava via ogni giorno, per non destare troppi sospetti gironzolando sempre nel medesimo quartiere. Per mandarlo giù beveva dell’acqua disgustosa da bottiglie di plastica che riempiva in una vicina fontanella pubblica; attività che svolgeva rigorosamente di notte, per evitare che qualcuno potesse scorgerla, scambiandola per una barbona.
Avrebbe potuto chiedere aiuto ai suoi genitori o addirittura tornare a vivere per qualche periodo con loro. Di sicuro non gli avrebbero negato un letto e dei pasti caldi. Tuttavia non se la sentiva di arrivare a tanto. Sarebbe stata un’umiliazione eccessiva, che come minimo le avrebbe causato un’ulcera peptica ostica da sanare. Suo padre, restando in linea con i propositi educativi che aveva sempre portato avanti, riassumibili nella figura di un burbero precettore privo di qualsiasi empatia, poche settimane prima, al telefono, le aveva profetizzato soltanto sventure.
Non concluderai mai nulla nella vita! Toccherà a me e a tua madre, quando non saprai più come tirare avanti, farci carico dei tuoi problemi e tirar fuori i soldi per risolverli. Se solo ti fossi sposata quando ancora potevi venderti decentemente sulla piazza. Invece no, sei voluta andare al nord, in una grande città, a inseguire stupidi sogni, per poi ridurti alla vita che stai facendo ora. Che follia! Rimarrai schiacciata dal sistema, è inevitabile! Non sei mai stata abbastanza forte per affrontare i problemi della vita. Da bambina non facevi che piangere, in continuazione. Diventavi un’irritante ossessa per qualsiasi sciocchezza. Avresti dovuto tenerlo presente prima di prendere decisioni avventate, buttando al vento le tue possibilità. E vedrai che il tempo mi darà ragione. Già lo sta facendo. Solo che tu sei testarda e non vuoi ammetterlo!
Aspre parole, soprattutto se provenienti da un padre. E poi aveva soltanto trentacinque anni, le restava ancora tempo per accasarsi con qualcuno. O anche questo era un autoinganno col quale abbindolava se stessa? Era una vana speranza che le serviva per restare artigliata alla vita, illudendosi di avere ancora molte altre frecce nella sua faretra? Certo è che un padre meno dispotico le avrebbe reso tutto più semplice, persino volersi bene e avere più fiducia in se stessa e nel prossimo.
Molti anni addietro, quando era ancora una matricola universitaria, la ragazza con la quale condivideva un angusto bilocale, dopo avere svolto malpagate occupazioni, aveva risolto i suoi problemi economici facendo ciò che le riusciva meglio: sesso! Aveva iniziato a sollazzare alcuni maschi perennemente allupati che le ronzavano attorno smaniosi, chiedendo loro un compenso a fine prestazione. In capo a pochissimi giorni si era evoluta in una lucrosa attività, capace non solo di mantenerla sino alla laurea, che prese con calma, dilazionando non poco i tempi canonici, ma anche di permetterle uno stile di vita da messalina d’alto borgo. Oggi, questa sua amica dal passato discutibile era consulente in una grande società, guadagnava cifre astronomiche ed era considerata una brillante donna in carriera. Era ancora una mangiatrice di uomini, con l’unica differenza che se anni addietro si faceva pagare, ora era lei che pagava prestanti ragazzotti per riscaldare le sue notti, e ciò, per qualche ragione, appariva moralmente più accettabile al popolino.
Perché non avrebbe potuto servirsi anche lei di certi espedienti? Maddalena se lo chiese diverse volte, imponendosi d’interpretare la domanda come una reale opportunità da valutare a fondo e con attenzione. Era una porta aperta sul futuro, forse l’unica rimasta, perciò al bando il perbenismo. Doveva intendere l’intera questione con occhi diversi, reputandola un valido accorgimento che in tempi difficili le avrebbe impedito di affondare del tutto. In fin dei conti, se l’aveva fatto la sua amica, per anni, solo per permettersi una vita comoda, perché non avrebbe potuto farlo anche lei, per ragioni più pressanti e meno frivole?
Forse perché non ho il fisico adatto per permettermi questo genere di attività. Né la mentalità. Mi sentirei un pesce fuor d’acqua. Per Sara invece non era altro che un gioco. Con tutti quegli uomini ci sarebbe andata anche se fosse stata la figlia di un petroliere texano. Era il suo caratteristico trantran quotidiano. Le piaceva e quindi lo faceva, spesso e volentieri. La svolta avvenne quando si accorse di non sapere come tirare avanti e fu abbastanza scaltra da unire l’utile al dilettevole, convertendo uno svago in un lavoro remunerativo. Tanto remunerativo da permetterle perfino di scegliere a chi vendersi e per quante volte. In sostanza scopava con chi voleva e quando voleva, facendosi pagare per divertirsi. Lei era fatta così. Io invece sono tutt’altra cosa. Il sesso per me è sempre stato una faccenda molto complicata. Per non parlare dell’amore. Ecco, sì, quello è meglio lasciarlo proprio perdere…
Rimuginando sull’opportunità di svendere il suo corpo, sempre se a qualcuno fosse interessato un siffatto articolo non più di primissima scelta, Maddalena si acquietò. Si addormentò stringendo a sé un peluche che le aveva regalato sua madre quando era ancora una fanciulla sbarazzina. Da troppo tempo quel logoro pezzo di stoffa era il suo unico e fedele compagno di letto.
Una volta dimenticate le angosce del presente, lasciata a briglie sciolte la ragione su un tortuoso dedalo di sentieri, fantasticò di avere non oltre cinque o sei anni e di essere nella casa di campagna dei suoi genitori. Si rivide mentre saltava la corda in cortile, lieta e noncurante di sé, non meno dei fiori che la nonna interrava ovunque e che conferivano a quel posto la parvenza di un regno di fate, occupate a danzare leggere di petalo in petalo.
Com’erano felici quei giorni, quando non avvertiva alcuna fatica nel librarsi in aria, scherzando con una corda amica e cogliendo le gaudenti assonanze della vita. Allora tutto si riduceva a delle esigenze primarie, e in esse trovava un’invereconda e arbitraria felicità che nulla poteva infrangere.
   
 
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