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Autore: Adeia Di Elferas    07/05/2017    2 recensioni
Giuliano de Medici e Simonetta Cattaneo si conobbero quando quest'ultima giunse a Firenze assieme al marito, Marco Vespucci.
Come nacque la loro storia d'amore non è storicamente noto, ma è certo che tra i due corse fin dal primo momento un'attrazione che non lasciò loro altra scelta se non assecondare la passione.
Questo racconto può essere visto come un prequel di "Se io potessi scrivere tutto, farei stupire il mondo"
Genere: Sentimentale, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Rinascimento
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Giuliano guardò sconsolato fuori dalla finestra di palazzo Medici. La via Larga era animata dai fiorentini che ancora si attardavano nel rientrare dalla messa domenicale.

L'aria di gennaio era immobile, quasi paralizzata, e la città pareva al sedicenne come un grappolo d'uva rimasto congelato sulla vite, dimenticato sia dai vignaioli sia dai grappolatori.

Con un sospiro pesante, il giovane si mise a fissare ora questa ora quella donna che passava sotto alla finestra, una per mano al marito, l'altra con la madre e i fratelli, l'altra ancora con una dama di compagnia...

“Che fai?” la voce di Lorenzo, ruvida e un po' secca come sempre arrivò alle spalle di Giuliano, che si girò con lentezza verso di lui.

“Perdo tempo.” rispose, senza pensarci troppo sopra.

Da quando a dicembre era morto loro il padre, i due fratelli Medici si erano industriati per prendere il suo posto, tanto nell'economia di Firenze, quanto nella sua Signoria.

Se Lorenzo pareva trovarsi abbastanza a suo agio, in quella nuova veste, forte dei suoi ventun anni appena compiuti e della sua ambizione spropositata, Giuliano non si sentiva altrettanto entusiasta della sfida che il destino gli aveva messo sulla strada.

Prima di tutto, prendere il posto di un uomo come Piero Medici non era facile. Non era stato un personaggio di spicco quanto il loro nonno Cosimo, ma aveva dato un nuovo risalto alla banca di famiglia e non c'era persona, in Firenze, che non lo ritenesse degno dell'importanza che aveva negli ingranaggi del governo.

Prima di tutto, se Lorenzo si diceva capace di miscelare potere e amore per l'arte, facendo del primo un servo del secondo, Giuliano trovava il tutto molto più complesso. Lui preferiva fare attività fisica, andare a caccia, cavalcare, pescare, stare in campagna. Era la villa di Cafaggiolo che lui amava, al massimo quella di Careggi. Nella casa che possedevano in centro città, lì, sulla via Larga, si sentiva in prigione.

“I nostri ospiti arriveranno tra meno di una settimana.” gli fece notare Lorenzo, gli occhi sporgenti che indagavano gli abiti del fratello come per valutare se fossero o meno consoni al loro nuovo status di capifamiglia.

“Lo so – rispose Giuliano, staccandosi dalla finestra e avvicinandosi al fratello – e so bene che è già tutto predisposto. Che dovrei fare, io?”

Lorenzo guardò gli occhi neri del fratello e trovò la sua pelle olivastra molto pallida. Forse tutti i cambiamenti di quegli ultimi tempi lo avevano scosso più di quanto non sapesse esprimere. Si era fatto pensieroso e si era chiuso non poco. Però anche Lorenzo si sentiva in lutto e dunque quella non era una scusa valida per disertare i propri compiti diplomatici.

“Dovrai intrattenerli, come farò io e come farà mia moglie Clarice.” su quell'ultima parte, la voce di Lorenzo si incrinò, mentre le sue labbra, già non simmetriche in condizioni normali, si storcevano ancora di più, come se fosse stato costretto ad assaggiare qualcosa di molto aspro.

Giuliano finse di non notare quella reazione involontaria, anche se si chiese mentalmente come si potesse accettare di condividere la vita con qualcuno che non si amava. Lorenzo aveva preso in sposa un'Orsini perché così doveva fare, ma era chiaro come la luce del sole che Clarice non era la donna giusta per lui, così come lui non era l'uomo giusto per lei.

“Quindi – riprese il fratello maggiore, nascondendo le mani nodose nel tascone centrale della sua tunica di raso rosso – leggi qualche libro, informati su qualche pettegolezzo, ripassati le ultime mode, così avrai qualcosa da dire durante i banchetti.”

Giuliano abbozzò un sorriso, chinò il capo, facendosi scivolare i capelli neri sul viso e disse: “Sia come vuoi, fratello. Farò questo sforzo!”

 

Simonetta Cattaneo guardava fuori dal vetro della carrozza con una curiosità insaziabile.

I suoi occhi grigi passavano assetati di novità e distrazioni da un punto all'altro delle strade che stavano attraversando. Entrare a Firenze era stato come arrivare in un nuovo mondo, fatto di colori e voci e a Simonetta quella ventata di vita piacque come null'altro prima di allora.

Marco Vespucci, suo fresco sposo, stava nel sedile davanti a lei, stravaccato a gambe large, il mento sporto in fuori e il cappello di traverso in testa.

Simonetta sapeva che lui aveva preso quel viaggio come una cortesia dovuta, qualcosa che prima fosse finita, meglio sarebbe stato per tutti.

Aveva cominciato a conoscerlo solo in quelle ultime settimane. Si erano sposati in fretta, almeno secondo lei, e per i primi giorni Marco aveva mantenuto un contegno legato più alla sua introversione che non a una forma di gentilezza nei suoi confronti.

Era stato gentile e abbastanza remissivo da lasciarle i suoi spazi, pretendendone la compagnia solo una tantum e anche in quel caso si era comportato con lei con delicatezza. Non lo si poteva definire brutto, ma Simonetta lo trovava scialbo, senza sapore. Con il passare dei giorni, poi, l'intimità tra loro si stava già trasformando in noia e la convivenza era un inutile susseguirsi di frasi di prammatica e lunghi silenzi.

Era stato Marco a volerla sposare a tutti i costi, dichiarandosi follemente innamorato di lei. I Cattaneo avevano fatto finta di credervi e, siccome entrambe le famiglie avrebbero avuto un guadagno da quell'unione, si era passati subito dalle parole ai fatti.

Che il Vespucci fosse mosso anche da un qualche sentimento o per lo meno dall'attrazione fisica era probabile, anche se la sua personalità smorta non era dedita agli slanci d'amore che invece la moglie sognava di continuo.

Simonetta iniziava a sentirsi stretta in una rete, come fosse stata chiusa in una gabbia. Non pretendeva di trovare un marito che oltre al nome portasse con sé anche fascino e passione, ma almeno con se stessa non se la sentiva di negare la sua profonda delusione.

“Quello deve essere il Duomo...” bisbigliò tra sé la giovane, diciassette anni compiuti mentre era in viaggio verso Firenze.

Marco non si diede pena di guardare fuori dal finestrino, accogliendo lo stupore estatico che la moglie aveva provato nel vedere il cupolone stagliarsi contro il cielo azzurro con un semplice suono gutturale di assenso.

Simonetta non avrebbe voluto lasciarsi smontare dallo scarso interesse del marito, tuttavia, quando lui commentò, tanto per dire qualcosa, con uno stanco: “Ci hanno fatto fare un giro assurdo, con questo freddo, poi... Se fossimo passati da un'altra via, saremmo già a palazzo Medici.”, anche lei avvertì per un istante la vacuità della bellezza e delle grandiosità di Firenze e, abbattuta, si lasciò cadere contro lo schienale imbottito del suo sedile.

 

“Stanno arrivando.” fece Lorenzo, richiamando a sé parte della servitù, la moglie Clarice e il fratello Giuliano.

Quel giorno l'inverno si era stemperato un po' in un cielo azzurro e limpido, anche se il freddo rimaneva pungente. Di certo i loro ospiti sarebbero rimasti molto colpiti dalla bellezza di Firenze che, con quella luce, pareva una pietra preziosa incastonata nel marmo delle sue chiese.

“Non avevi nulla di più sobrio da metterti?” chiese Lorenzo, passando con fare paterno una mano sulla spalla del fratello minore.

Giuliano si guardò, con gesti volutamente esagerati, le calzabrache blu intenso e poi il giubbone coordinato, decorato con ricami e filato d'oro e scosse il capo: “Credo di no.”

Lorenzo sospirò e, sistemandosi con un tocco di nervosismo la collana d'oro che gli ricadeva sul petto, simbolo del suo potere tanto tra le mura domestiche, quanto alla Signoria, si preparò ad accogliere i nuovi arrivati.

Quando i Vespucci vennero annunciati, Clarice fu la prima a raddrizzare la schiena e a sporgersi verso la porta.

Dall'atrio arrivarono le parole di Lorenzo, che si augurava che Marco Vespucci e la sua signora avessero fatto un buon viaggio, e seguirono i borbottii stentati dell'ospite, che si stava lamentando di qualcosa, probabilmente del freddo patito.

Giuliano teneva lo sguardo basso, rivolto alla punta delle sue scarpe, e le lunghe braccia allacciate dietro la schiena. Si accorse che i Vespucci erano arrivati nella sala solo perché sentì la cognata dare loro il benvenuto.

Quando sollevò lo sguardo, non vide nemmeno per un istante la figura grigia e smorta di Marco Vespucci, ma solo quella di sua moglie.

“Messer Vespucci – disse Lorenzo, indicando il resto della famiglia – questi sono mia moglie Clarice e mio fratello Giuliano.”

Mentre Marco ricambiava le formule di rito che l'Orsini e il Medici più giovane si erano messi a sciorinare, Simonetta restava un po' in disparte.

I suoi capelli d'oro erano raccolti in un velo spesso, e ne fuoriuscivano solo alcune ciocche, che andavano a carezzarle le guance. I suoi occhi erano di un grigio straordinario e Giuliano non riusciva a staccarvi i propri di dosso.

Vinta dall'insistenza del giovane, Simonetta abbassò lo sguardo, mentre le sue gote prendevano fuoco e si trovò più impacciata del solito nel proferir parola, quando fu il suo turno di ringraziare per l'ospitalità.

“Ora vi lasciamo qualche tempo per riprendervi dal viaggio.” fece Lorenzo, che teneva sotto controllo l'intera situazione e che quindi non aveva perso lo sguardo intercorso tra suo fratello e la giovane sposa di Marco Vespucci: “Ho già fatto dire ai vostri servi in quale stanza alloggerete, quindi, se volete seguirmi...” e sparì dalla sala, seguito dai due genovesi.

Clarice non perse tempo e prese con sé gran parte dei servi presenti, per istruirli a dovere su come preparare la cena di quella sera.

Giuliano, invece, non riuscì a muovere un piede per parecchio tempo, tanto che, quando suo fratello tornò nella saletta, lo trovò ancora fermo al suo posto.

“Donna incantevole, vero?” chiese Lorenzo, scrutando con il suo consueto fare indagatore il volto del minore.

Questi si schiarì la voce e, aprendosi in un sorriso che il fratello non gli vedeva in volto dall'autunno passato, ribatté: “Non ti si può certo dar torto.”

L'altro colse di nuovo lo strano sfarfallio negli occhi scuri di Giuliano che aveva notato poco prima, quando i Vespucci erano arrivati nella sala e si erano presentati.

Sentendosi un po' in colpa, ma comunque compreso nel ruolo di capofamiglia, Lorenzo si fece serio e, tormentandosi le mani l'una nell'altra lo redarguì: “Ricordati che è una donna sposata.”

 

Quella sera, a cena, a palazzo Medici c'era aria di festa. Lorenzo aveva chiamato per l'occasione una ventina di ospiti, scelti tra le famiglie migliori di Firenze, in onore dei Vespucci suoi ospiti.

Marco aveva mangiato a quattro palmenti tutto quello che era stato portato dalle cucine e aveva anche dato fondo a ben due brocche di vino tutto da solo. Sua moglie, invece, non sembrava altrettanto propensa ad approfittare della generosità dei padroni di casa.

Per caso – e Lorenzo se n'era rammaricato nel momento stesso in cui se n'era accorto – Simonetta era finita a sedersi proprio accanto a Giuliano e questo fatto pareva averle tolto tutto l'appetito e pure la voglia di chiacchierare.

Clarice aveva provato timidamente a coinvolgerla in qualche discussione, facendo notare, per esempio, quanto fosse bella Firenze in quel periodo dell'anno o quanto avesse fatto freddo in quel lungo gennaio, ma da Simonetta non ricevette altro se non risposte cordiali, certo, ma comunque troppo brevi e precise per poter dare il via a una vera e propria conversazione.

Verso la fine della cena, quando venivano portati in tavola i dolci, Giuliano, che per tutto il tempo aveva cercato di muoversi il meno possibile e di mangiare in silenzio per non dire sciocchezze davanti a Simonetta, si permise di creare con lei un primo contatto.

Marco Vespucci stava dall'altro lato della giovane, ma i suoi occhi si erano fatti acquosi per il vino e il suo ventre appariva teso sotto ai vestiti. Probabilmente era così sfinito dal mangiare e dal bere che non avrebbe notato il tono confidenziale con Giuliano parlò alla donna che gli stava accanto.

“Preferite Genova o Firenze?” chiese il giovane Medici, in un soffio, portandosi vicino all'orecchio di Simonetta in un momento in cui il resto della tavolata era distratta dalle torte portate dai servi.

Le iridi grigie e profonde della genovese si specchiarono in quelle nere come la pece del fiorentino e per un secondo nessuno dei due si ricordò né di dove fossero né di cosa si stesse parlando.

Quando una torta coperta di frutta secca venne deposta proprio dinnanzi a loro, però, il momento di connessione tra i due si dissipò.

Simonetta prese un pezzo del dolce e lo pose davanti a sé. Non aveva mangiato quasi nulla dall'inizio della cena, ma l'imbarazzo di quel momento l'aveva spinta a far qualcosa giusto per avere una scusa per distogliere lo sguardo da quello di Giuliano.

“Genova è una città molto viva.” disse la giovane, lo stomaco tanto chiuso da non poter nemmeno assaggiare la torta.

Il Medici fece un sorriso a mezza bocca, scrutando il fratello al di là del tavolo, oltre le candele che illuminavano la sala. Lorenzo era distratto, intento a discutere con uno dei membri della Signoria, perciò Giuliano si sentì u po' più libero.

Avvicinandosi impercettibilmente a Simonetta, ribatté, con il tono spavaldo che tirava sempre fuori quando si trattava di difendere la sua città: “In confronto a Firenze, nessuna città può dirsi viva.”

Quella frase fece scattare nella mente di Simonetta uno strano paragone. Con discrezione i suoi occhi andarono al profilo del marito. Assonnato, apatico, gonfio di cibo e di vino. Un Vespucci, era vero, un uomo che portava con sé molti soldi e un cognome degno di rispetto. Ma cosa potevano valere tutte quelle cose, paragonate anche a un solo momento di pura felicità? A un attimo di eccitazione, un soffio di vita...

Simonetta avrebbe voluto dire qualcosa di più a Giuliano, ma Lorenzo aveva intenzione di fare un discorso ufficiale di benvenuto per lei e per suo marito Marco e dunque non trovò più il modo di scambiare due parole con il giovane Medici fino a tarda sera.

 

“Vi state ritirando per la notte?” chiese Giuliano, quando vide Simonetta avvicinarsi a lui.

La giovane era già passata da Clarice e da una mezza dozzina di invitati e perciò era chiaro che stesse facendo il giro di saluti prima di andare nella stanza che spettava a lei e a suo marito.

“Sì.” disse la giovane, guardandosi timorosa alle spalle, come temendo di essere giudicata da qualcuno per il suo ardire nel parlare con un uomo che non aveva moglie e che era per di più il fratello del padrone di casa.

“Vostro marito è stato un cafone – disse Giuliano, senza riuscire a trattenersi – doveva aspettarvi, non ritirarsi prima di voi e lasciarvi l'incombenza di salutare tutti i presenti a nome di entrambi.”

Simonetta inarcò le labbra, di un rosa chiaro e dolce, e poi guardò le fiamme nel camino ancora acceso: “Mio marito era un po' appesantito dall'ottimo vino che ci avete fatto servire. Credo che già dorma, sapete. Lui a volte non ama la vita di società.”

“Voi sì, invece?” chiese Giuliano, interessato.

La conversazione si stava prolungando troppo, secondo Simonetta. Non era buon costume fare così. Con gli altri si era intrattenuta molto meno. Qualcuno avrebbe potuto notare quella differenza e farne parola il giorno dopo con Marco...

“Io... Non lo so.” tagliò corto Simonetta: “Vi auguro un buon riposo.” concluse.

Prima di lasciarla andar via, Giuliano le prese una mano e la portò alle labbra. Baciò la pelle liscia del suo dorso e sollevò gli occhi verso la donna, per vederne la reazione.

Simonetta si sentì pervadere da una scossa di inattesa aspettativa e desiderò subito avere di più. Era la prima volta che avvertiva un bisogno tanto prepotente.

Il ragazzo che le stava davanti, probabilmente suo coetaneo, malgrado si atteggiasse a uomo maturo, era tutto quello che Marco non sarebbe mai stato.

Faticando a staccare gli occhi da lui, Simonetta ritrasse la mano e si congedò anche con Lorenzo e Clarice e finalmente si ritirò.

Giuliano sapeva di non poter perdere tempo. Doveva cogliere l'attimo o forse non avrebbe potuto farlo mai più.

Quando aveva baciato la mano di Simonetta aveva sentito prepotente dentro di sé accrescersi un desiderio che era andato via via nascendo quel giorno, dal momento stesso in cui l'aveva vista per la prima volta nel salone di rappresentanza.

Attese qualche secondo, cercando di essere cauto, ma alla fine dovette cedere alla fretta che il caso imponeva.

Salutò al volo i pochi invitati rimasti e poi andò dal fratello, con un laconico: “Passate una buona notte, tu e tua moglie.” e poi lasciò la sala.

Andò al piano di sopra rapido e silenzioso come un gatto, senza prendere con sé nemmeno una candela. Non ne aveva bisogno, conosceva il palazzo come le sue tasche.

Ebbe fortuna, malgrado avesse atteso anche troppo prima di buttarsi all'avventura.

Simonetta era davanti alla porta della stanza in cui l'attendeva al marito. Teneva in mano un candelabro che lanciava su di lei una luce tremula e malinconica. Il suo viso era mesto e sembrava indecisa se entrare o meno.

Quando sentì la presenza di Giuliano, i suoi lineamenti si ridistesero e le sue labbra si aprirono in un sorriso di pura gioia.

“Non volete andare da lui?” chiese il Medici, indicando la porta con un cenno del capo.

Simonetta scosse la testa e sussurrò: “No.”

“Si accorgerebbe della vostra assenza?” domandò Giuliano, tanto ardito da avvertire egli stesso un formicolio lungo il collo nell'udire le proprie parole.

La donna esitò per un lungo istante, guardò in terra, poi la porta, poi il giovane che le stava davanti e infine, tornando a fissare il pavimento, ammise: “Non credo proprio.”

Giuliano allungò una mano, impaziente di sentire di nuovo la pelle di Simonetta sulla sua: “Se volete, allora...”

La moglie di Marco Vespucci fece un profondo sospiro. Era visibilmente combattuta, ma la forza che quella proposta aveva scatenato bastava a mettere a tacere ogni remora, che fosse morale, spirituale o sociale.

“Voglio restare con voi stanotte.” ammise Simonetta, arrossendo con violenza: “Mio marito non lo saprà mai.”

Giuliano dovette trattenersi dal ridere e dal gridare per il senso di trionfo che lo stava pervadendo.

Come il ragazzino che di fatto era ancora, il Medici soffiò sulla candela che troneggiava in capo al candelabro portato da Simonetta e, mentre il buio li avvolgeva, rafforzò la stretta con cui le teneva la mano nella sua e la portò nei suoi alloggi.

Quando furono al riparo dal mondo, dietro alla porta decorata che delimitava i confini del regno privato di Giuliano, i due si guardarono a lungo. I loro profili, sfiorati appena dal bagliore cremisi del camino in cui restavano le braci incandescenti che riscaldavano le notti del giovane Medici, erano rivolti l'uno all'altro.

Dopo averle sfiorato con delicatezza una guancia, Giuliano fece il primo passo e baciò le labbra di Simonetta con leggerezza.

Fu lei, rispondendo al bisogno che Marco non era riuscito a soddisfare nemmeno una volta da quando erano sposati, a dare maggior calore a quel gesto, afferrando il Medici per i fianchi e avvicinandolo a sé in modo imperioso.

Esaltato per quella dimostrazione di passionalità, Giuliano non si diede più freni e lasciò che fosse l'amore, nato e divampato rapido come un incendio, a guidarlo. Simonetta fece altrettanto e si lasciò andare tra le mani dell'uomo che l'aveva strappata alla monotonia e alla cupezza della sua esistenza mostrandole, attraverso i suoi baci e i suoi assalti di puro desiderio, il lato più feroce e splendente della vita.

 

 

 

 
   
 
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