Anime & Manga > Magi: The Labyrinth of Magic
Segui la storia  |      
Autore: Ibuki Satsuki    19/06/2017    0 recensioni
Judal è una creatura della notte, che non serve alcuna divinità fuorché la propria lussuria.
Aladdin combatte contro i propri sentimenti e crede di non essere abbastanza.
Ren Hakuryuu riesce a comunicare solo attraverso le proprie dita, sebbene il suo sorriso sia più efficace delle parole.
Cassandra è una foglia autunnale in perenne equilibrio sul ciglio del proprio ramo.
E questa è la storia di un'ossessione. O più di una.
[Modern!AU | 19yearsold!Aladdin | reverse!harem]
Genere: Angst, Sentimentale, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Aladdin, Hakuryu Ren, Judal, Nuovo personaggio, Un po' tutti
Note: AU, Lemon | Avvertimenti: Tematiche delicate, Triangolo
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
執念
(
Shūnen)







I.
Mamihlapinatapei

[(Yagan language): the wordless, meaningful look shared by two people who both desire to initiate something, but are both reluctant to do so.]





«Ho sempre avuto fame di affetto, io. E mi sarebbe bastato riceverne a piene mani anche solo una volta. Abbastanza da dire: grazie, sono piena, più di così non ce la faccio. Sarebbe bastato una volta, una sola unica volta».
Haruki Murakami, Norwegian Wood/Tokyo Blues



 


 

 

È possibile comparare una partita di basket ad un brano di musica classica ben riuscito. Soprattutto, in caso di partiture ariose, piene di passaggi particolarmente rapidi, vivaci ed energici. A Cassandra, la musica classica piaceva molto. Anche se non ne avesse mai compreso il perché, di quella singolare passione.
Fin dall’adolescenza, le sue orecchie si erano plasmate attraverso le aggressive basi di brani hip hop. Le quali riversavano una moltitudine di storie differenti, nella sua mente. Spesso, espresse anche in lingue diverse dalla propria. Però, avevano tutte lo stesso sapore: quello della strada. Eppure, di quando in quando, le accadeva d’incappare in una sonata di antico splendore e proprio non era in grado di lasciarsela scivolare addosso. Si faceva attraversare da quella magniloquenza, mentre contemplava pezzi d’arte sonora così ben fatti, da domandarsi quanto potesse esserci di umano e quanto altro di divino, in tali opere. Aveva una predilezione per i componimenti di matrice russa, soprattutto se folkloristica. Adorava il “Korobeinki” e avrebbe saputo indicare a menadito qualsiasi passaggio della sonata, ad occhi chiusi. Perché, nella sua mente, le dita dell’esecutore ignoto che s’inseguivano sui tasti del pianoforte, erano equiparabili ad una partita di basket. Le pause: i placcaggi. Le volate: il tiro a canestro. Era tutto perfettamente incastrato e, nonostante la radiolona abbandonata sulla panca sbeccata stesse facendo passare un brano degli Hollywood Undead, la mente della giovane giocatrice riproduceva solo quell’opera russa. Perché ella era fatta in quel modo. Era la più grande definizione di “ossimoro” che potesse esistere nel suo universo e le andava bene così.
«Passa!» Esclamò uno dei ragazzi, facendo un frettoloso cenno a Cassandra, che in quel momento stringeva la dura e pesante palla fra le mani. Individuò Alibaba Saluja, poco lontano da sé. Alzò le braccia. Effettuando un passaggio che riuscì a concludersi in maniera soddisfacente, mentre il giovane correva a canestro e saltava, schiacciando la palla nel cesto arrugginito. Si aggrappò ad esso con le mani, librandosi nel vuoto per qualche istante, per poi riatterrare con un piccolo e silenzioso balzo.
«Saluja game, set e match!» Decretò quello ad alta voce, levando due segni di vittoria al cielo ed esibendo un sorriso decisamente soddisfatto. Cassandra lo guardò, crollando a sedere sulla pavimentazione ormai consumata dell’abbandonato campo da basket del parco.
Alibaba era sempre così pieno di energie, sarebbe stato capace di scalare il monte Everest con due sole ore di sonno sulle spalle. La giovane proprio non capiva come fosse possibile, per un essere umano, possedere una tale vitalità. Sospettava che il suo amico ingurgitasse fin troppi zuccheri o caffè, per essere sempre tanto su di giri. Però, a quanto pareva, si trattava di una pura dote naturale. Intrinseca, non estrinseca. Tutto, di lui, faceva pensare ad un fascio di luce splendente. Forse anche più del sole. A cominciare dal suo sorriso aperto e gioviale, l’incarnato d’alabastro e l’atteggiamento iperattivo. Perfino la capigliatura pareva esaltare quel concetto. Liscia, di una tenera e vibrante sfumatura color grano, con alcuni ciuffi che finivano di quando in quando negli occhi dalle iridi dorate. Cassandra gli aveva detto spesso che, se solo lui avesse riconosciuto di possedere almeno un decimo della propria bellezza, sarebbe stato l’uomo meno solo sulla terra. Ma il suo amico finiva sempre per ridacchiare e scompigliarle i ricci capelli lunghi, schermendosi.
“Saluja”, come lo chiamavano tutti, non sapeva di essere bello. Era piuttosto convinto del contrario. Ecco perché, ogni qual volta udisse un complimento sfiorare la propria persona, tendesse immediatamente a sviare il discorso e a minimizzare. Facendoselo scivolare indosso come acqua su una tela cerata. Sapeva di essere più alto della media maschile inglese, di avere un corpo snello e allenato da anni di jogging mattutino e yoga pomeridiana, ma oltre non arrivava. Il concetto di bellezza, per lui, era lontano anni luce dalla sua figura. E non gli sarebbe mai appartenuto, secondo lui. Argomentazione sulla quale tutti i suoi amici parevano dissentire.
«Saluja oggi è fottutamente fortunato, ecco cosa» commentò Kassim, chinandosi verso la bottiglietta di plastica abbandonata in un angolo del vissuto campo da basket. Sentì la voce di Alibaba protestare, mentre egli svitava il tappo dell’oggetto e se lo portava successivamente alle labbra, chiudendo gli occhi.
Lui, era un altro degli amici più cari di Cassandra. E veniva direttamente dai sobborghi di Balbadd, ecco perché tendesse ancora a mischiare idiomi di dialetti diversi, quando parlava. Essendo arrivato ad Athenia solo da un anno, il forte accento del proprio quartiere e l’abitudine ad esprimersi in slang sembrava ancora dura, a morire. Di tutti, Kassim era quello con l’aspetto più cosmopolita e singolare della comitiva. Molto alto, dalla complessione robusta e la pelle bronzea baciata dal sole. Possedeva un particolare senso dell’estetica, il cui gusto pareva noto solo ad egli stesso. Portava i capelli acconciati all’ultima moda afroamericana, disciplinando gl’inestricabili riccioli color cioccolato in una moltitudine di dreadlocks, i quali finivano spesso per essere disciplinati in una coda, lasciandone soltanto alcuni liberi di ricadergli sull’ampia schiena. I suoi abiti erano sempre di almeno una o due taglie più larghi di quanto avrebbero dovuto essere. Rigorosamente maltrattati, nel pieno rispetto della cultura sgangherata in cui era cresciuto. Sapeva parlare perfettamente il dialetto della comunità di Balbadd ed era un asso sullo skateboard. Peccato per quella sua singolare caratteristica di riuscire a distruggere qualunque entità avesse la sfortuna di capitargli fra i piedi o le mani. Non lo faceva di proposito, semplicemente accadeva. Rompeva libri, bicchieri, occhiali, qualsiasi cosa. Come se non fosse mai riuscito ad abituarsi perfettamente al corpo che la natura stessa gli avesse donato, e si muovesse con impaccio al suo interno.
«Alibaba, sei così forte… insegnami ad essere come te» commentò Aladdin, distendendosi sul pavimento, posando il capo sulle gambe di Cassandra. Ultimo della comitiva ed anche il più giovane, il ragazzo sembrava circondare la propria figura di un’aura dorata e quasi divina. La stessa che permetteva agli individui particolarmente dotati, di fare qualsiasi cosa. E nella migliore maniera possibile. Aveva lo stesso aureo splendore di chi fosse destinato, dalla nascita, a non fallire mai.
A diciannove anni era già stato ammesso ad una delle migliori università di Magnostadt, guadagnandosi un posto nella società senza dover uccidere la propria personalità. Grandi occhi e sorriso dolce come una mezzaluna di zucchero, Aladdin sembrava aver conservato ancora parte di quel candore innocente, tipico dei bambini. Emergeva prepotentemente quando rideva, visitava i negozi di videogiochi o arrossiva per un complimento inaspettato. Essendo il più piccolo del gruppo, gli altri due e la ragazza tendevano, inconsciamente, a trattarlo con un particolare riguardo vezzeggiativo. E a lui piaceva, ricevere quelle gentili attenzioni. Le considerava il loro modo di dimostrargli affetto. Soprattutto da parte di Cassandra. Che, in quel momento, gli stava sistemando le ciocche scomposte della frangia sulla fronte, in silenzio. I capelli del giovane erano di una vibrante e singolare sfumatura di zaffiro, tenuti ordinati in una lunga treccia, la quale era ormai divenuto il suo segno distintivo. La ragazza gli aveva chiesto infinite volte quale tipo di tinta impiegasse, per averli così belli. Ma lui non era mai riuscito a convincerla che ci fosse nato, in quel modo. Lungo tutta la sua adolescenza, si era impegnato a nasconderli sotto il cappello della divisa della scuola superiore, pregando che nessuno si accorgesse di quelle ciocche color abisso. Lo facevano sentire ulteriormente diverso, rispetto ai suoi compagni. Non era bastato l’intelletto sovrasviluppato, a distanziarlo dalla media scolastica: occorreva anche possedere quella chioma così stramba, per etichettarlo in maniera spiacevole e relegarlo ai confini della scala sociale. Tuttavia, la sua indole benevola gli aveva permesso di stringere non poche amicizie, nella sua scuola. E di permettere a se stesso di accettarsi così com’era. Senza cercare di nascondere quei capelli tanto belli quanto particolari.
«Non puoi essere come me, Aladdin. Sono il pezzo unico di un’edizione limitata» chiocciò Alibaba, sedendosi di fronte a lui e dandosi delle arie di superiorità. Gli altri risero, mentre Kassim lo guardò e poi lasciò andare un verso sarcastico.
«E ancora non hai una ragazza» gli disse, lanciandogli la palla addosso. Il ragazzo la prese al volo, trasalendo in maniera teatrale.
«Non è vero! Solo perché non sono ninfomane come te» Lo apostrofò, scattando in piedi.
«È “dipendente dal sesso”» lo corresse il castano, riuscendo ad evitare per un pelo il tiro del suo oltraggiato amico, che spedì l’oggetto fuori dal campo. Rimasero tutti in silenzio, osservandolo rotolare sempre più lontano, verso le panchine del parco. Kassim lanciò un’occhiata neutra all’altro, stringendosi nelle spalle.
«Io non vado», decretò.
«Beh, dovresti. Sei stato tu a cominciare» lo rimbeccò Alibaba. Ottenendo un adorabile dito medio alzato in risposta.
«Avresti potuto cogliere la provocazione in silenzio, invece di reagire in quel modo».
«Hai messo in dubbio il mio successo con le donne. Ti sembro il tipo che potrebbe avere problemi?»
«Veramen…»
«Chiudete il becco, mi state facendo venire l’emicrania» l’interruppe Cassandra, facendo cenno ad Aladdin di sollevare il capo, per permetterle di alzarsi. Quest’ultimo le lanciò un’occhiata contrariata, osservandola mentre si stiracchiava e sbuffava, ravviandosi i capelli color cioccolato con una mano.
«Dove vai?» Le chiese il più giovane e gli altri due fecero tanto d’occhi. La loro amica era la definizione umana di pigrizia. Possedeva inoltre il dono di riuscire ad addormentarsi in qualunque momento e in ogni dove. Capacità che Kassim le invidiava con tutto se stesso, essendo costretto a fare i conti con l’insonnia tutte le sere. Parve loro dunque molto strano, che avesse deciso di attivarsi di sua iniziativa, senza che nessuno l’avesse costretta a spostarsi a calci.
«A prendere la palla. Non ce la faccio più, a sentirli» commentò, voltandosi e sospirando come se muoversi le costasse un'immensa fatica. Focalizzò il punto in cui l’oggetto rotondo fosse giunto, trovandolo ai piedi di una panchina. La quale, però, era occupata da un giovane che leggeva a capo chino. Ottimo. Gli avrebbe chiesto di passargliela, e si sarebbe risparmiata considerevoli metri di cammino a vuoto. Si schiarì la voce, simulando un’indifferenza che non aveva. Le pareva maleducato dover interrompere le persone in quel modo. Le sembrava di vanificare tutti gli sforzi che quegli individui avessero compiuto, nell’isolarsi dal mondo. Non sopportava nemmeno parlare con chi avesse le cuffiette nelle orecchie. Tuttavia, la pigrizia fu più forte della cortesia, per quella volta.
«Hey» richiamò lo sconosciuto, augurandosi di non suonare più sgarbata di quanto già non fosse. Il giovane sollevò il capo, mettendo a fuoco la figura di Cassandra. Che batté le palpebre per la sorpresa.
Il volto di quel ragazzo aveva dei lineamenti così delicati che la castana si chiese se, sfiorandogli una guancia, quello non sarebbe poi svanito in fine polvere bianca. L’espressione sorpresa, su quei dolci occhi di trasparente verde acqua e dal taglio felino, lo faceva sembrare più maturo di quanto in realtà non fosse. Naso proporzionato e delicate labbra color pesca, lievemente dischiuse dall’accennato trasalimento di poco prima; un ciuffo di morbidi capelli lisci gli scivolò sulla fronte, mollemente. Quelle ciocche di un caldo tono smeraldino di nero, assorbivano i raggi del sole morente, restituendogli dei riflessi simili a quelli delle foglie che brillavano al sole. L’incarnato dello sconosciuto era della stessa sfumatura argentea della luna, sebbene una grossa cicatrice si stagliasse su tutta la parte superiore sinistra del volto, risaltando ancor di più su quella pelle eburnea. Indossava una leggera camicia blu notte, che cadeva così perfettamente sul suo corpo, da sembrare che fosse stata cucita a mano sulla sua stessa pelle. Anche i pantaloni color ghiaccio gli calzavano perfettamente, quasi come se fosse stato un modello. L’impressione più vivida che quel corpo comunicava, era di eleganza. Un principe fuggito di soppiatto da palazzo, per godersi una giornata di anonimato in mezzo al popolo. Stava seduto sulla panchina con le gambe accavallate, un vecchio libro dalle pagine ingiallite posato in grembo, in assoluta pace con l’ambiente che lo circondava, nulla pareva poterlo smuovere.
Cassandra era rimasta talmente impressionata dall’aspetto di un giovane soltanto una volta, nella vita. E quella, rifletté, doveva proprio essere la seconda. Considerando che il volto per il quale ebbe lasciato andare il primo sospiro sincero, si distanziava anni luce da quello del ragazzo che le stava dinanzi, si turbò un poco. Erano opposti come il giorno e la notte. L’immagine di un paio di labbra sottili e dal beffardo sorrisetto si proiettò nella sua mente, interrompendo la sua estasi mistica.
Quanto tempo era rimasta lì, ferma, a fissare quella persona? Si augurò di non essere passata per una maniaca a cui mancasse una rotella. Lasciò correre nervosamente una mano fra i capelli, arrotolandosi una ciocca riccioluta attorno al dito. Lo sconosciuto sulla panchina, che non aveva mai smesso di tenerla d’occhio, seguitò a guardarla, in silenzio. Posò il mento sulla mano chiusa a pugno, il gomito che faceva perno sulla coscia.
«Potresti…» cincischiò Cassandra in tono rauco, per poi schiarirsi nuovamente la voce. «Potresti passarmi la palla?» Domandò, lasciando cadere le mani lungo i fianchi. Il ragazzo le rivolse un’ultima occhiata interessata, poi piegò un angolo della pagina che stava leggendo poco prima e richiuse il libro. Prelevò l’oggetto e se lo rigirò fra le dita, non poi così minute, rispetto al grosso cuoio duro che stavano stringendo. Allora, sollevò gli occhi verso Cassandra e un angolo delle sue labbra si piegò verso l’alto. Le lanciò la palla senza troppa convinzione, dunque tornò immediatamente alla lettura del suo fedele testo. L’ombra del sorriso di poc’anzi che ancora gli danzava in volto. La castana acchiappò l’oggetto al volo e rimase ferma lì, interdetta.
«Grazie…?» Mormorò, mentre sentiva la voce lontana di Aladdin richiamarla dal campo. Lo sconosciuto non mosse un altro muscolo, ormai preso nuovamente dalla magia delle parole stampate, troppo lontano affinché Cassandra potesse raggiungerlo. La quale, si voltò con un’espressione confusa in volto, tornando dai suoi amici e facendo rimbalzare la palla senza convinzione.
Perché quel ragazzo era stato così silenzioso? Che fosse stato un modo elegante di comunicarle la sua indisposizione alla socializzazione? Allora, perché sorridere in quel modo?
«Basta!» Esclamò ella, scuotendo la testa e cercando di cacciare via tutte quelle domande prive di senso, utili soltanto a confonderle i pensieri.
«Ce l’hai fatta!» La rimbeccò Alibaba, protendendo una mano verso Kassim, in una muta richiesta di aiutarlo a rialzarsi. Che il castano assecondò sbuffando, stringendogli le dita con presa ferma. «Pensavamo che saresti rimasta lì a piantare una tenda scout per parlare con il Principe Azzurro», aggiunse.
«Alibaba, quel ragazzo ha un nome» rispose Aladdin, lievemente risentito. L’altro gli rivolse un’occhiata interrogativa, sfilando la palla dalle mani della ragazza.
«È un tuo amico?»
«Qual è?» Chiesero sia Cassandra che Alibaba all’unisono, mescolando le sillabe e facendo confondere il più giovane.
«Si chiama Ren Hakuryuu e… uhm, diciamo che si tratta di un mio amico».
«Perché “diciamo”?» S’intromise anche Kassim, prendendo la palla dalle mani del moro, giocherellandoci. Il ragazzo scosse la testa, minimizzando.
«Lunga storia» tergiversò, segno che sarebbe stato meglio chiudere la discussione. «Tiri liberi?» Chiese allora, e tutti tranne Cassandra si spostarono nuovamente verso il canestro. La quale si volse, lanciando un’ultima occhiata a “Ren Hakuryuu”. Trovandolo ancora intento a leggere, avulso dalla realtà che lo circondava. Ella voleva saperne di più. Doveva saperne di più. 



 





 


Author Note: hi people! Spendo due paroline su questa storia. La sua vicenda è stata lunga e tortuosa, ma credo finalmente di averle trovato la giusta casa. Ringrazio inoltre Zenya_59 per avermi aiutata a risistemare alcuni aspetti principali del plot, oltre ad essere un'autrice meravigliosa e più una sorella, che un'amica.
Tornando alla ff, è un modern!AU, da come penso abbiate potuto capire. Tuttavia, i nomi delle città rimarranno quelli del manga/anime, eccezion fatta per Athenia, la quale è di mia invenzione (così come l'OC di Cassandra). Aladdin ha diciannove anni (e qualche piercing...) e Kassim è ancora fra noi, hallelujah. La trama gira principalmente attorno alle relazioni della protagonista con i tre corrispettivi maschili, Hakuryuu, Judar e il piccolo magi dai capelli blu.
Specifico: ci saranno vagonate di angst. Ed è probabile che, in seguito alla pubblicazione di alcuni capitoli, il rating passi da arancio a rosso. I'm sorry. Avrei voluto che questa fosse una storiella semplice e senza pretese, magari anche leggera... ma mi sbagliavo. Ed eccone il risultato.
Il nome "Shunen" vuol dire "ossessioni" e ogni capitolo avrà il nome di una parola intraducibile, la quale sarà anche il termine chiave della narrazione. Inoltre, le illustrazioni sono tutte dell'artista re°. Bene! Penso di aver parlato anche troppo, a questo punto. Ringrazio chiunque le dedicherà almeno un pochino del proprio tempo, ricordandovi che qualsiasi parere o commento, anche costruttivo, è ben accetto.
Thanks a lot! 

 


 
   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Anime & Manga > Magi: The Labyrinth of Magic / Vai alla pagina dell'autore: Ibuki Satsuki