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Autore: Beauty    29/06/2017    0 recensioni
Cosa accadrebbe se Biancaneve, Rosarossa, Cenerentola, Belle, la Sirenetta, la Bella Addormentata, Raperonzolo, Cappuccetto Rosso, Elsa la figlia del mugnaio, Riccioli d'Oro e Pelle d'Asino s'incontrassero nella vita reale?
Genere: Commedia, Mistero, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: AU, OOC, What if? | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Capitolo I
 
Into the Woods
 
(mattina di domenica 8 settembre)
 
 
I. [Jess]
 
La finestra della sua stanza alla Casa Famiglia Blue Lily era aperta, e quello che doveva essere l'ultimo sole dell'estate entrava prepotentemente dalle imposte spalancate. Le due scrivanie erano state ripulite, i due letti erano stati rifatti con lenzuola nuove dalle operatrici e sulla parete alle sue spalle era rimasto il segno del rettangolo in precedenza occupato dal poster di Taylor Swift.
La sua compagna di stanza da sei anni l'aveva salutata insieme alle altre ragazze dell'istituto il pomeriggio precedente, durante la noiosa festicciola organizzata dalla direttrice – come se effettivamente ci fosse stato qualcosa da festeggiare.
Jess aveva avuto il sospetto che tutti si aspettassero che lei avrebbe pianto. Lacrime di felicità, naturalmente. Invece, non le era scesa neanche una goccia per sbaglio. Sapeva, comunque, che l'isterismo ritardatario si sarebbe sfogato in tutto il suo fulgore quella notte, in casa di sua madre.
Il trolley verde acqua era sistemato orizzontalmente sul materasso accanto al suo borsone sportivo e a un vecchio peluche rosa a forma d'ippopotamo, con cui era arrivata per la prima volta alla Casa Famiglia. Jess era seduta accanto al suo bagaglio, una gamba penzoloni dal letto e l'altra sollevata in modo che la ragazza potesse abbracciare il proprio ginocchio.
Sbuffò.
L'orologio che portava al polso segnava le nove meno un quarto del mattino, e lei aveva fame. Non aveva toccato nulla durante l'incontro fra sua madre e la direttrice. Il solo pensiero di ingoiare un solo biscotto mentre Claire giocava a fare la smielata mamma perfetta insieme a quella strega della Pritchard e all'assistente sociale le faceva venir voglia di vomitare anche il polpettone di tre sere prima.
Nella mezz'ora seguente al colloquio aveva continuato a rimuginare e a ripercorrere mentalmente ogni tappa di quello strazio, chiedendosi se stesse davvero succedendo a lei. Aveva sognato il momento in cui avrebbe lasciato la Casa Famiglia sin dal primo attimo in cui ci aveva messo piede. Se l'era sempre immaginato come una partenza in grande stile, il giorno del suo diciottesimo compleanno, zaino in spalla e biglietto di sola andata per qualche metropoli – New York e Los Angeles erano le sue prime scelte, ma per iniziare le sarebbero andati bene anche Chicago, Buffalo o Philadelphia. Certo, il prosieguo del suo sogno ad occhi aperti era parecchio sfumato...Jess non aveva ancora ben pianificato cosa avrebbe fatto dopo la sua pseudo fuga. Probabilmente si sarebbe trovata un posto come cameriera in qualche fast-food e avrebbe messo da parte i soldi necessari per affittarsi un piccolo monolocale da qualche parte – i primi tempi se la sarebbe cavata benissimo dormendo in un motel, d'altronde l'aveva fatto per otto anni consecutivi – e intanto avrebbe partecipato a un provino dietro l'altro per ottenere una parte in qualche spettacolo teatrale, finché non l'avessero presa e da allora la sua strada verso il palcoscenico di Broadway sarebbe stata tutta spianata e in discesa.
E invece no.
La donna che l'aveva mollata all'istituto e che non si sarebbe aspettata di rivedere mai più aveva pensato bene di fare la sua ricomparsa proprio ora che si era messa il cuore in pace, e di riportarla a casa.
Jess si riscosse quando sentì bussare contro lo stipite della porta aperta. Sollevò lo sguardo sulla donna rotondetta e bassa di statura che le sorrideva sulla soglia. Magda, l'assistente sociale che aveva seguito il suo caso per sei anni, la guardava con un misto di commozione e tenerezza.
- Sei pronta?
- Sì. Scendo fra un minuto.
- Non far aspettare tua madre. Ne abbiamo già parlato. So che adesso ti sembra strano, ma vedrai che fra un mese sarai felice di essere tornata a casa.
Jess evitò di dirle che si stava sbagliando di grosso. Le regalò un sorriso tirato per rassicurarla, e attese che se ne andasse prima di sprofondare di nuovo nel suo rimuginare.
Nessuno là dentro era seriamente convinto che la cosa potesse funzionare. Nemmeno quella vecchia stronza della direttrice Pritchard lo era, e quella era in assoluto la prima volta in sei anni che Jess si trovava d'accordo con lei.
Magda, invece, era stata convinta che le cose sarebbero andate in quella direzione sin dal momento in cui aveva preso fra le mani il fascicolo dedicato al suo caso. Jess se lo ricordava ancora, lei era il caso 27. La prima cosa che Magda le aveva detto era stata “stai tranquilla, la mamma tornerà a prenderti quando sarà guarita”.
Jess le aveva urlato in faccia di rimando che lei, sua madre, non la voleva più vedere. Ed era stata accontentata per i sei anni successivi.
Quando, sei mesi prima, la direttrice l'aveva convocata nella sala degli incontri dell'istituto, Jess quasi non l'aveva riconosciuta.
Sentì che dei passi si stavano avvicinando alla sua stanza lungo il corridoio deserto e, pensando che si trattasse di Magda venuta a chiamarla per la seconda volta, si affrettò ad alzarsi in piedi e raccogliere il suo bagaglio per non farsi ripetere di scendere. Mentre si metteva il borsone a tracolla, guardò l'ippopotamo rosa che aveva lasciato sul materasso. Fu tentata di abbandonarlo lì, a lei non serviva più e alla peggio gli educatori l'avrebbero regalato a qualche ospite più piccola della Casa Famiglia. Stava veramente per farlo, quando una strana sensazione l'assalì e tornò indietro di volata un attimo prima di varcare la soglia della porta.
Recuperò l'ippopotamo rosa, se lo strinse al petto per non che cadesse e uscì.
Come previsto, incontrò Magda in corridoio, e la donna insistette per accompagnarla fino in cortile. Jess non disse una parola per tutto il tragitto. La camminata lungo il miglio verde venne accompagnata dalle altre ospiti dell'istituto che si affacciavano alle porte delle loro stanze per vederla andare via. Era un evento, la partenza di una ospite, soprattutto se non si trattava di una neo-maggiorenne che era costretta a lasciare la Casa Famiglia perché aveva superato l'età massima per stare là dentro; erano rari i casi in cui i genitori venivano a riprendersi una figlia.
A maggior ragione, la partenza di Jess era vista con ancora più interesse perché circa sei mesi prima un'altra ragazza, Irene, aveva lasciato la Casa Famiglia dopo essere stata adottata.
Le ragazze più grandi parlottavano fra loro, mentre le più piccole o la guardavano di sottecchi o la salutavano agitando la mano. Jess non badò a nessuna di loro.
Il sole mattutino le fece bruciare gli occhi quando finalmente uscirono in giardino. La direttrice Pritchard era in piedi, dritta e impettita come al suo solito, a pochi metri da una vecchia Honda che aveva conosciuto giorni migliori. Jess venne assalita dal ricordo di quella volta in cui, quando lei aveva sei anni, sua madre si era messa al volante di quella stessa auto ubriaca e avevano colpito in pieno un palo della luce con il fanale anteriore destro. Cercò con lo sguardo l'ammaccamento di quella botta, ma non lo trovò più.
C'era un'altra donna accanto alla Pritchard, appoggiata alla portiera della Honda. Quando vide Jess e l'assistente sociale uscire dall'istituto, si rimise in piedi velocemente, aggiustandosi le pieghe del tailleur grigio e abbozzando un sorriso.
- Ciao, tesoro...- salutò, l'entusiasmo subito smorzato dall'espressione imbronciata di Jess. La ragazza non la degnò di una risposta ed evitò di guardarla mentre apriva la portiera e s'infilava nel sedile del passeggero. Claire Woods prese dalle mani di Magda il borsone e il trolley e li sistemò nel baule della Honda.
- Allora...- si ravvivò i capelli, rivolgendosi ora alla direttrice ora all'assistente sociale.- Grazie di tutto...
La Pritchard non le rispose. Magda, invece, le rivolse un piccolo sorriso.
- Si figuri, signora Woods. Ci vediamo il 10 ottobre per la prima supervisione con lei e con Jessica...
- D'accordo. Allora...la aspettiamo, vero, tesoro?- guardò ancora Jess, la quale non rispose.
Magda strinse la mano a Claire, salutò Jess e seguì la direttrice all'interno dell'edificio.
Claire montò in macchina e afferrò il volante con entrambe le mani.
- Si parte!- annunciò con entusiasmo forzato.- Sarà un bel viaggetto. Everbrooke dista da qui circa un paio d'ore. Casa nostra è a soli venti minuti dal centro della città, te l'ho detto?
Jess continuò a fissare il cruscotto di fronte a sé, e scosse il capo in segno di diniego.
- Venti minuti di metro e sei lì. E dista solo mezz'ora di autobus dalla tua scuola, ed è vicinissima a casa della nonna. E' una bella fortuna, no?
Jess non rispose. Claire la guardò per qualche istante, pensierosa, poi mise in moto e partì.
 
Il viaggio dalla Casa Famiglia Blue Lily a Everbrooke fu lungo, lento e straziante. Jess – che dopo i primi dieci minuti di tragitto aveva piantato i piedi sul cruscotto – si era imposta di fare come si era ripromessa e aveva partecipato il meno possibile alla conversazione che sua madre aveva tenuto da sola. Claire aveva continuato a sproloquiare di fesserie come il suo nuovo lavoro, la camera da letto che aveva preparato solo per lei, della salute della nonna e di come la sua testardaggine non le avesse fatto acconsentire di trasferirsi presso casa loro in via definitiva.
- Conosci tua nonna, sai che quando ci si mette sa essere cocciuta come un mulo. Ha voluto restare a casa sua, però sono riuscita a convincerla ad assumere una badante e lei ha fatto meno storie del previsto. Siamo state fortunate, abbiamo trovato al primo colpo una ragazza veramente meravigliosa. Si chiama Ella Radescu, viene da Bucarest, ed è molto giovane, sai? Credo che non abbia più di vent'anni...vive con la nonna cinque giorni su sette, e io e lo zio ci dividiamo le spese. Ah, non te l'ho detto? Lo zio fra un paio di settimane si trasferisce a Everbrooke...
- Ma non abitava a Darwin?- Jess decise che poteva permettersi uno strappo alla regola per chiarire meglio quella questione. La nonna non le parlava spesso dello zio, quando veniva a trovarla alla Casa Famiglia – la sua ultima visita risaliva a due anni fa, prima che la sua salute le imponesse di non intraprendere più viaggi così lunghi, ma le telefonava quasi ogni giorno. Anzi, Jess ricordava vagamente che la nonna avesse menzionato il suo secondogenito solo due o tre volte, e quando lei aveva non più di dieci anni. Jess sapeva che suo zio si era trasferito in Australia per una borsa di studio come ricercatore presso la facoltà di Biologia Marina all'Università di Sydney, e che ora viveva da qualche parte vicino a Darwin.
Claire annuì con decisione.
- Lavorava all'acquario di Darwin come biologo e veterinario. Poi ha saputo che la nonna stava poco bene e che tu stavi per tornare, così ha deciso di prendersi un anno sabbatico e un po' di ferie in arretrato per lavorare qui all'acquario di Everbrooke, così ci può stare vicino.
- Beh, mi spiace di avergli scombinato la vita...
- Ma che dici?! E' stata una decisione spontanea, la sua, e poi aveva voglia di rivederti...ti ricordi di zio Erik, vero?
- No.
Tutto ciò che Jess ricordava di lui erano le sue gambe. Un paio di gambe fasciate in jeans strappati e stivali marroni che facevano il paio con quelle nude e scalze di Claire mentre litigavano furiosamente sulla soglia della stanza di uno squallido motel alla periferia di San Francisco. Jess aveva tre anni e stava giocando con alcuni cubetti di legno sul pavimento. Ricordava solo le urla di suo zio e la voce impastata e strascicata di sua madre.
Era il periodo appena successivo a quando Claire era scappata di casa portandosi via sua figlia e avevano girato mezzi Stati Uniti come due vagabonde, dormendo dove capitava e vivendo dei lavoretti saltuari che Claire otteneva e perdeva con la facilità con cui cambiava un fazzoletto di carta. La maggior parte dei soldi se ne andava in tequila o eroina. Col senno di poi, Jess aveva intuito che molto probabilmente Erik Woods si trovava in quel motel dopo averle cercate per mesi e infine ritrovate, e che sempre molto probabilmente era venuto lì per riportarle a casa.
Jess ricordava anche che aveva cercato di prenderla in braccio per portarla via con sé. Ma poi Claire si era messa a strillare e a picchiarlo, e Jess stessa aveva iniziato a piangere dicendo di voler rimanere con la mamma.
Avrebbe fatto meglio ad andarsene via con lui.
Claire parve spiazzata dalla risposta.
- Oh, beh...sì, in effetti è normale, avevi tre anni l'ultima volta che...- si bloccò, evidentemente anche lei presa alla sprovvista dal medesimo ricordo.- Comunque, vedrai che ti piacerà. E' un tipo simpatico. Sai, ha solo ventotto anni ed è già...
- Sì, la nonna mi ha detto tutto - tagliò corto Jess. In realtà la nonna non le aveva detto mai niente di eccessivamente specifico sul conto di suo zio. Jess aveva però sempre compreso che doveva trattarsi di un mezzo genio, che aveva completato tutti i percorsi di studi in tempo record, laureandosi a ventun'anni in Veterinaria e a ventiquattro in Biologia Marina, che aveva ottenuto un dottorato e che, insomma, era uno tutto lavoro e studio. C'era da chiedersi come facessero lui e Claire a essere parenti.
Jess decise che non aveva più voglia di ascoltare le chiacchiere di sua madre, così si mise le auricolari e accese l'I-Pod. Il gesto scoraggiò qualsiasi tentativo di continuare da parte di Claire, e il viaggio proseguì in silenzio fino a quando non arrivarono a Everbrooke.
Fu solo quando vide il cartello che dava loro il benvenuto in città che Jess si decise a mettere a tacere Taylor Swift e a prestare più attenzione a ciò che la circondava. Non ricordava quasi niente di Everbrooke: ci aveva vissuto fino a tre anni, e si sa che tutti i ricordi di quel periodo della vita se ne andavano in fumo, e poi per un paio di mesi a otto anni, prima di venire portata alla Casa Famiglia, e anche in quel periodo era sempre stata in casa, con la sola compagnia della nonna e con Claire che non si alzava dal letto per tutto il giorno. Ricordava solo vagamente un parco giochi vicino a una gelateria in cui ogni tanto la nonna la portava a fare merenda, ma chissà se esisteva più.
Jess provò a cercarlo con lo sguardo, per poi accorgersi di ciò che stava facendo e smetterla immediatamente. Non voleva avere niente a che fare con quella città, dal momento che nella peggiore delle ipotesi ci sarebbe dovuta rimanere solo quattro anni prima di levare le tende e partire per New York.
Anzi, se fosse stata fortunata si sarebbe trattato solo di un anno. O sei mesi. Forse anche meno.
Quelli dell'istituto e il tribunale minorile non erano stati tanto fuori di testa da affidare di nuovo la figlia a una squilibrata che l'aveva piantata in asso come un pacco postale e si era dimenticata di lei per sei anni. Il giudice era stato più che chiaro su quel punto: Claire Woods aveva una seconda possibilità, ovvero quella di riportarsi a casa sua figlia per un anno intero e vedere se le cose avrebbero funzionato o no. Una volta al mese, Magda sarebbe venuta a casa sua per un controllo di supervisione e avrebbe scritto una relazione mensile che avrebbe consegnato al tribunale come resoconto della situazione. Alla fine dell'anno di prova, se tutto fosse filato liscio, Claire avrebbe riacquistato la patria potestà su sua figlia e le due sarebbero potute tornare a vivere insieme senza problemi o ulteriori interferenze.
Ma valeva anche il contrario.
Jess aveva sorriso di soddisfazione quando la Pritchard aveva freddato l'entusiasmo di sua madre dicendole che qualora la situazione fosse apparsa grave o sospetta, Magda aveva la facoltà di portare via seduta stante Jessica da casa sua.
Aveva sorriso perché era sicura che sarebbe andata esattamente così. Prima o poi, Magda sarebbe venuta da loro e avrebbe trovato la casa in un gran bordello, Claire ubriaca e addormentata nel suo stesso vomito e lei, Jess, seduta sul divano e con le valigie già pronte per fare ritorno all'istituto.
Sua madre aveva provato fin troppe volte a disintossicarsi, di sicuro questa non sarebbe stata quella buona. Claire era un caso disperato, e lo sapevano tutti. Poco importava se per il momento fosse sobria e si fosse data una ripulita.
Jess le scoccò un'occhiata di sottecchi. Non sembrava più neanche sua madre, quella donna.
Claire aveva trentadue anni – aveva avuto sua figlia a diciotto – e sarebbe stata ancora una bella donna se le sue occhiaie troppo marcate e il suo incarnato smunto non avessero rivelato i suoi trascorsi da alcolista e cocainomane. Era alta e robusta, con gli occhi grandi e scuri e i capelli biondi e lisci tagliati corti e acconciati in un caschetto – Jess riusciva a sentire il profumo di lacca a significare che doveva essere stata dal parrucchiere apposta per quell'occasione. Jess non si ritrovava con tutto questo: l'ultima volta che aveva visto sua madre aveva i capelli più lunghi e pettinati a rasta, con le punte tinte di rosa fucsia, il trucco nero e pesante e il rossetto vermiglio sbavato. Era sempre poco vestita, perennemente in shorts, calze a rete e magliette che lasciavano scoperto l'ombelico su cui faceva capolino un piercing. Anche i lobi delle sue orecchie erano pieni di piercing e orecchini, e Jess ricordava vagamente che avesse un tatuaggio a forma di geco su una scapola e un altro con il nome completo di sua figlia sul dorso della mano destra.
Jess osservò senza farsi notare quella donna senza neanche un filo di trucco, elegantissima nel tailleur grigio perla con la gonna perfettamente stirata e le scarpe con i tacchi alti di vernice lucida. Non trovò nessuna traccia del tatuaggio con il geco che spuntasse dalla scollatura della giacchetta, ma intravide la C e la A del nome Jessica che facevano capolino oltre la manica.
Non si somigliavano per niente, constatò Jess. Lei somigliava a suo padre; o almeno, supponeva di somigliargli, dato che era diversissima da Claire, anche se non poteva dirlo con certezza dato che non lo aveva mai conosciuto. Claire era rimasta incinta a diciassette anni e nessuno aveva mai saputo chi fosse il padre di sua figlia. Di fatto, nessuno se ne era mai preso la responsabilità. Jess era giunta alla conclusione che dovesse trattarsi di un poco di buono, magari uno di quei bulli teppistelli che andavano in giro a sfasciare le auto altrui, oppure – perché no? – un professore che aveva avuto una storia con una sua studentessa.
Sua madre non aveva mai detto chi fosse il mascalzone in questione. Ma a questo mascalzone, probabilmente, Jess doveva somigliarci: era piccola di statura e non sarebbe cresciuta oltre il suo metro e sessantadue, era rotondetta e aveva un viso ovale e abbastanza grazioso, gli occhi azzurri, le labbra a cuore, il naso all'insù e una cascata di capelli mossi color castano chiaro.
Claire, visto che sua figlia si era tolta le auricolari, aveva ripreso a chiacchierare a ruota libera di Everbrooke, di quanto fosse un bel posto e di quanto le sarebbe piaciuto. Aveva guidato a velocità più o meno costante da quando erano entrate in città, ma a un certo punto rallentò fino a fermarsi nel bel mezzo della corsia.
Davanti a loro un vigile urbano stava bloccando l'esiguo traffico per lasciar passare un corteo funebre. Jess vide il feretro avanzare lentamente seguito da tre persone in abiti scuri – due donne con addosso degli occhiali da sole, entrambe pallide e vestite di nero, tutt'e due con i capelli corvini, ma una di loro doveva avere quarant'anni, mentre l'altra non ne dimostrava più di venti; la donna più matura si sorreggeva al braccio di un giovanotto all'incirca venticinquenne o poco più, quest'ultimo senza occhiali da sole, gli occhi cerchiati e l'espressione contrita.
Dietro di loro seguiva una massa di gente ad accompagnare il feretro.
Jess non si lasciò sfuggire l'occasione.
- Oh! Anche gli abitanti di Everbrooke muoiono?- ghignò.
Sua madre non raccolse la provocazione. Si fece il segno della croce.
- E' il funerale di Amos Schreave.
- Chi era? Lo conoscevi?- inquisì la ragazza.
- Non di persona, ma era un uomo molto noto qui in città. Era il proprietario della Schreave Inc., ne avrai sentito parlare, immagino...
- L'azienda di cosmetici?
- Proprio così. La sede principale è qui a Everbrooke. Pover'uomo, aveva già perso la prima moglie e un figlio...una vera tragedia...- Claire si fece di nuovo il segno della croce. Jess pensò che questo atteggiamento fosse l'ipocrisia allo stato puro, da una persona che aveva sempre sentito imprecare e bestemmiare come un'eretica.
Il corteo funebre passò, e Claire ripartì.
Jess cominciò a guardarsi intorno ostentando scarso interesse. In realtà, cercava di accumulare più informazioni possibili su quel posto. Claire le disse che Everbrooke era essenzialmente una città universitaria, c'era un acquario, un bel po' di café e tavole calde, un solo locale notturno, una spiaggia e un luna park che però restava aperto solo fino alla fine d'autunno.
- Stai cercando qualcuno, tesoro?- domandò a un certo punto Claire, accortasi che sua figlia stava cercando di sbirciare all'interno di un bar.
- No - rispose Jess, brusca, smettendo di guardare.
In realtà, le era appena tornato alla mente che la ragazza dell'istituto che era stata adottata un anno prima, Irene Andrews, le aveva detto che si sarebbe trasferita con la sua nuova famiglia proprio lì a Everbrooke. Jess non aveva mai avuto una vera e propria amica alla Blue Lily, e nemmeno Irene a dire il vero lo era, ma si trattava di una delle persone con cui chiacchierava di più. Era una tipa okay, anche se un po' strana. Non negava che non le sarebbe dispiaciuto rivederla; per lo meno, avrebbe avuto un volto conosciuto a cui far riferimento, oltre alla nonna.
- Eccoci qua! Siamo arrivate...- annunciò Claire, raggiante, rallentando fino ad affiancare un'abitazione alla periferia sud di Everbrooke. Jess abbassò il finestrino. Era una casa interamente costruita su un piano e senza giardino. Era bianca con il soffitto dalle tegole blu scuro, molto ben tenuta nonostante in alcuni angoli la vernice fosse scrostata.
Claire parcheggiò e scese dall'auto. Fece per aiutare Jess a prendere le valigie, ma sua figlia la batté sul tempo.
- Riesco da sola...- bofonchiò. Claire guardò brevemente l'ippopotamo rosa, poi la precedette e infilò le chiavi nella serratura della porta. Entrò in casa senza aspettarla e socchiuse la porta.
Jess dovette aprirla con una spallata.
- Bentornata!
Ciò che l'accolse fu un coro a tre voci e una manciata di coriandoli e festoni. Jess ridacchiò e lasciò cadere il trolley e il resto del bagaglio. Aveva riconosciuto la voce della nonna.
Lucy Woods, sua figlia Claire, e una ragazza che Jess non aveva mai visto erano schierate intorno al tavolo della cucina, su cui erano stati posti dei piatti e delle posate, bicchieri di plastica, bibite e una grande torta di mele al centro.
Jess corse ad abbracciare sua nonna, e fu solo in quel momento che si rese conto che non era seduta su una seggiola normale, bensì su una sedia a rotelle.
- Sono così contenta che tu sia a casa!- Lucy la strinse così forte da farle male.
Jess si scostò una ciocca castana dietro l'orecchio.
- Nonna, ma...ma sei su una sedia a rotelle...?- boccheggiò; non le aveva accennato nulla di simile durante nessuna delle sue telefonate, e due anni prima, quando l'aveva vista per l'ultima volta, camminava da sola dritta e impettita come un fuso.
Jess la trovò parecchio cambiata: sua nonna aveva solo sessantasette anni, ma aveva i capelli bianchi e non più grigi come al loro ultimo incontro, era più magra e sembrava più vecchia e più stanca.
Lucy Woods fece una smorfia e alzò gli occhi al cielo.
- Già. Così vogliono le mie due carceriere...- accennò a sua figlia e all'altra ragazza.- Allora, sei contenta di essere a casa? Avrebbe dovuto esserci anche tuo zio, ma mi ha telefonato tre ore fa da Sydney e mi ha detto che l'aereo era in ritardo...
- Tre ore fa, mamma? Mi aveva detto che sarebbe arrivato fra un paio di settimane...- fece Claire, perplessa. Lucy alzò le spalle.
- Ha anticipato, che vuoi che ti dica. Sai com'è fatto tuo fratello. Jess, fammi la cortesia, prendimi una sigaretta nella borsa, ho voglia di fumare prima di metterci a tavola...
- Non ci sono le sigarette, signora Lucy - mormorò la ragazza sconosciuta, in piedi a pochi centimetri dalla sedia a rotelle.
- Come no?! Ti avevo detto di comprarle...
- Il medico ha detto che deve cercare di smettere.
- Ha ragione, mamma - soggiunse Claire.
Lucy sbuffò, facendo un gesto con la mano come a volerle mandare entrambe al diavolo.
- E' da due anni che dico che sei troppo efficiente. Jess, ti presento Ella - la nonna indicò la ragazza sconosciuta. Era alta e in carne, con una cascata di capelli mossi color castano chiaro che le ricadeva sulla schiena, sulle spalle e sul petto, nascondendole un poco il viso. Non si poteva dire che fosse bella: il volto aveva una forma leggermente allungata, il mento appuntito e gli zigomi troppo alti, il naso aquilino e nonostante fosse giovane – non doveva avere più di vent'anni – sembrava già una trentenne. L'unica cosa graziosa erano gli occhi, scuri, luminosi e penetranti, anche se troppo piccoli per il suo volto.- E' la mia badante. O carceriera, come la chiamo io.
- Ella è molto brava - disse sua madre.- Si prende cura della nonna molto bene.
- Anche troppo!- ridacchiò Lucy Woods. Jess strinse con poco entusiasmo la mano che Ella le porgeva. Aveva un'espressione imbambolata, sembrava addirittura poco intelligente. Indossava dei jeans sformati, troppo grandi per lei, e un maglione bianco.
- E ora, prima di metterci a tavola, ho un regalo per te...- Lucy tornò a rivolgersi alla nipote. Chiese a Ella di prenderle una borsa di plastica sistemata in un angolo. Jess guardò quella ragazzona caracollare goffamente nella sua direzione e poi porgere la borsa alla nonna. Lucy la porse a Jess.
Sorrise soddisfatta quando vide lo sguardo della ragazza illuminarsi.
Dentro alla borsa c'era una mantella di tessuto rosso fuoco, con la cerniera nera come quella delle due tasche ai lati dei fianchi, lunga fino alle ginocchia e con il cappuccio.
- L'ho vista l'altro giorno esposta nella vetrina di un negozio mentre ero a passeggio con Ella. Il rosso è ancora il tuo colore preferito?
Jess annuì saltellando per la contentezza e abbracciò sua nonna.
- Grazie, grazie, grazie! La posso provare?
- Certo! Così ti mostro anche la tua stanza...- Claire si affrettò a raccogliere le valigie da terra e a fare cenno a sua figlia di seguirla.- Vedrai, ti piacerà un mondo. L'ho preparata apposta per te...Ella, per favore, fai scaldare le cialde? Vieni, tesoro, da questa parte...
La casa non era molto grande, come aveva immaginato. La cucina comunicava direttamente con un salotto sparuto e arredato solo con due divani color lavanda, un tavolino di legno scuro che Jess ricordava vagamente aver visto a casa della nonna quando era piccola e una vecchia televisione. A sinistra della cucina si apriva uno stretto corridoio che dava accesso a tre porte: Claire gliele indicò come la propria camera da letto, il bagno e la sua stanza.
Quest'ultima era stata arredata in modo del tutto impersonale. C'era un letto a due piazze, e questa fu una delle poche cose positive che Jess vi trovò. I cuscini erano bianchi e colorati, i muri spogli fatta eccezione per qualche mensola spoglia. Alla destra del letto era sistemata una libreria su cui non era stato messo nulla, mentre alla sua sinistra c'erano un comodino con una lampada anonima e vicino alla finestra vi era uno specchio che ritraeva la figura intera di chi vi si rifletteva. Sulla parete opposta al letto, accanto allo specchio, c'era un vecchio armadio a due ante marrone scuro – anche quello Jess ebbe la sensazione di averlo visto da piccola a casa della nonna.
Claire aprì le ante di quest'ultimo e iniziò a trasferire gli abiti della figlia dal trolley a esso.
- Ti...ti ho comprato dei vestiti...- mormorò. Jess degnò solo di una rapida e distratta occhiata i completi che le aveva preso sua madre – fra cui spiccava una salopette in jeans e un vestito a fiori con la gonna al ginocchio – pensando che erano tutta roba di seconda mano e per di più adatta a una bambina piccola, invece che a una quattordicenne.- Spero che ti piacciano...credo che ti vadano giusti, magari più tardi potresti provarli...ho ancora lo scontrino del negozio, se non ti piacciono o non ti vanno ho tempo fino al mese prossimo per cambiarli...anzi, magari potremmo andarci insieme, che ne dici? Ti piace fare shopping? So che a molte ragazze piace...
Jess la ignorò. Si piazzò di fronte allo specchio e infilò la mantella rossa che le aveva regalato la nonna. Tirò anche su il cappuccio. Le stava bene, dovette convenire, non era troppo stretta ma neanche sformata, e il rosso le donava.
Fece un giro su se stessa per guardarsi meglio nello specchio.
Claire batté le mani.
- Ti sta benissimo! Magari potresti indossarla domani per il primo giorno di scuola...
La frase arrivò come una doccia fredda.
- Come?
- Domani. E' il primo giorno di scuola. Te ne eri dimenticata?
Sì, se n'era completamente scordata. Jess si umettò le labbra.
- Sì, giusto. Il primo giorno di scuola, sì.
- Ti ho già iscritta alla Everbrooke High School. L'ho frequentata anch'io alla tua età, sai? E' davvero un bel posto, i ragazzi sono simpatici, sono sicura che non avrai problemi a farti degli amici...
- Okay, grazie, mamma. Se vuoi puoi andare, io mi cambio e arrivo.
- Sei sicura? Ti do una mano a disfare le valigie, così facciamo prima...
- No, grazie - il tono di voce di Jess assunse una sfumatura secca e infastidita.- Faccio da sola. Cinque minuti e arrivo, vai pure.
- O-okay...- Claire parve ferita e delusa da quella risposta, ma Jess decise che non era un suo problema. Lei non si era mai preoccupata del fatto che sua figlia di otto anni si fosse sentita ferita e delusa per essere stata mollata in un accidenti d'istituto.
Claire le rivolse l'ennesimo sorriso forzato e si avviò verso la porta senza smettere di guardarla, camminando all'indietro, e rischiando per un pelo di urtare l'armadio.
- Comunque, puoi sistemare tutto come vuoi...- accennò alla libreria vuota e alle mensole.- Se ti serve altro, dillo senza problemi. Ho anche lasciato un po' di spazio sui muri, sai, se vuoi appendere qualche quadro, o poster...
- Ho capito. Grazie.
- Mi raccomando, non fare tardi che si raffredda...
Claire richiuse la porta con una lentezza snervante, e solo quando udì lo schiocco della serratura Jess si concesse il lusso di tirare il fiato.
Tornò a guardarsi allo specchio. L'entusiasmo per la mantella nuova era già scemato, e Jess stava cercando di controllare il nervosismo. Era chiaro che sua madre progettava di tenerla lì con sé per parecchio tempo, come se fosse già sicura che avrebbe riottenuto la patria potestà.
Si sbagliava. Oh, se si sbagliava.
 
II. [Ariela]
 
La voce della hostess annunciò attraverso l'altoparlante che fra pochi minuti l'aereo sarebbe atterrato all'Aeroporto Internazionale John. F. Kennedy di New York. Il dottor Erik Woods arrancò fuori dal bagno reggendo fra le mani la propria giacca di pelle marroncina e la camicia che aveva addosso quando era partito da Darwin e su cui ora, per gentile concessione della sbadataggine di una hostess alle prime armi, faceva bella mostra una chiazza di caffé che l'aveva anche ustionato talmente era bollente.
Ovviamente l'intera compagnia aerea si era scusata a nome suo, e lui aveva trascorso un quarto d'ora chiuso in bagno a cambiarsi. Ora aveva addosso una maglia bianca di lino che gli stava troppo stretta e che aveva messo in valigia solo perché piaceva a sua madre.
Si fece strada fra le due file di sedili, scansando una hostess che conduceva un carrello di bibite e viveri e un altro passeggero che aveva anche lui bisogno del bagno. Raggiunse il suo posto e la signorina che aveva trascorso la maggior parte del viaggio seduta accanto a lui – e che non aveva mai spiccicato parola – spostò le gambe di lato per farlo passare.
- Grazie...- soffiò il dottor Woods, lasciandosi cadere pesantemente sul sedile accanto a lei. Le rivolse un sorrisetto imbarazzato mentre aggrovigliava la camicia sporca nel suo zaino da viaggio.
La signorina ricambiò il sorriso, un po' incerta.
- La ringrazio per aver controllato la mia roba - disse Erik.- E' stata molto gentile.
La signorina continuava a sorridere, ma non rispose.
Era salita a bordo durante lo scalo a Parigi, e nelle restanti dodici ore di volo – in tutto erano ventitré – il dottor Woods aveva avuto modo di osservarla bene. Non era una gran bellezza, anzi, era troppo magrolina e aveva la vita troppo stretta per i suoi gusti, ma alcuni avrebbero potuto definirla carina. Aveva un viso infantile circondato da una chioma di capelli color rosso fuoco, che le arrivava fino alle spalle ma che lei per tutto il viaggio non aveva fatto altro che torturare attorcigliandosi le ciocche intorno alle dita magre o allacciandoli e sciogliendoli in disparate acconciature – una coda di cavallo, poi sciolti, poi uno chignon, una crocchia, una treccia malfatta, poi ancora sciolti e dopo ancora raccolti in uno chignon.
Aveva la pelle chiarissima e le lentiggini, come di solito era caratteristico delle persone con i capelli rossi, e gli occhi color nocciola. Le labbra erano sottili e quando sorrideva si poteva vedere chiaramente che uno spazietto di vuoto le separava i due denti davanti. Da seduta era difficile dirlo, ma sembrava abbastanza alta e slanciata. Aveva le braccia piene di bracciali colorati e una collana con un pendaglio a forma di piuma verde e fucsia. Indossava un top arancione sopra una gonna bianca appena sopra al ginocchio, e delle ballerine. Erik aveva pensato che dovesse essere in vacanza, ma non aveva avuto la faccia tosta di chiederglielo, né peraltro di domandarle da dove venisse o dove fosse diretta.
Aveva trascorso più della metà delle ventitré ore di viaggio a rimuginare su sua sorella, sua madre e sua nipote, e l'altra metà a lambiccarsi il cervello sulla quantità di roba che avrebbe dovuto fare una volta arrivato a Everbrooke. E tanto per andare bene, la paura per il volo che l'aveva attanagliato la prima volta che aveva preso l'aereo per studiare in Australia non l'aveva abbandonato.
Quando il sedile aveva tremato durante il decollo da Parigi, si era aggrappato con entrambe le mani ai braccioli e aveva trattenuto il fiato. La ragazza vicino a lui si era tappata la bocca con una mano e si era voltata dall'altra parte per non che lui la vedesse ridere.
Inutile dire che, ora che stavano per atterrare, almeno uno dei suoi problemi stava per risolversi.
Era persino di buon umore.
- Siamo arrivati, finalmente...- abbozzò, cercando di sistemarsi al meglio fra la giacca e lo zaino che aveva avuto la cocciutaggine di non infilare nel bagagliaio sopra la sua testa.- Ha fatto buon viaggio?
La ragazza – Erik si rendeva conto solo adesso che doveva avere all'incirca ventiquattro o venticinque anni –, che aveva preso a sfogliare una rivista, non alzò neanche lo sguardo su di lui.
Erik stava per lasciare perdere. Si era sempre vantato di saper riconoscere i propri limiti, e uno di questi era l'essere sempre stato una frana a rimorchiare. E ancora peggio nel mantenere una relazione. L'ultima che aveva avuto era anche stata la più lunga, ed era durata cinque mesi.
Eppure, nessuno di sua conoscenza lo avrebbe definito una persona sgradevole. Certo, non era il massimo dell'avvenenza. Aveva una carnagione abbastanza scura, i capelli neri e corti, dei tratti del volto anonimi e un po' spigolosi, e non aveva mai perso il vizio di lasciarsi crescere la barba leggermente più del dovuto. Aveva un'altezza media per un uomo, era smilzo e cercava di tenersi in forma più che poteva per non fare la fine di certi suoi colleghi e amici trentenni che una volta accasati si erano lasciati andare e adesso esibivano delle pancette da birra e patatine da far invidia a un uomo di sessant'anni che non aveva mai visto una palestra in vita sua.
Erik cercava di mantenersi in buona salute, ma non era ossessivo su questo punto. Anzi, a ben pensarci, non era ossessivo su niente. Non impazziva se si perdeva una partita di football in TV, non era uno di quegli intellettualoidi che si accanivano sui libri ignorando tutto il resto del mondo – anzi, quando staccava dal lavoro l'unica cosa che voleva era sdraiarsi sul divano e guardare qualche programma stupido per distrarre il cervello – e non era nemmeno il Don Giovanni dell'ultima ora che si divertiva a rimorchiare una ragazza diversa a sera – anche perché data la sua imbranataggine su quel fronte avrebbe fallito miseramente pure in quello.
Aveva sempre pensato a se stesso come una persona abbastanza tiepida, forse anche poco interessante. Ogni volta che si lasciava scappare di avere due lauree a soli ventotto anni e di essere il vincitore di ben tre borse di studio, tutti – specialmente le signore – lo guardavano ammirati attendendo che specificasse di occuparsi di qualcosa come matematica, astrofisica o nanotecnologie. Restavano tutti abbastanza delusi quando venivano a sapere che era un biologo marino e un veterinario specializzato in ittiologia.
La delusione nei loro occhi era palese.
- Ah...ma quindi curi i pesci rossi?
Ormai non si sprecava più neanche a spiegare tutte le emorragie interne a cui poteva andare incontro uno squalo bianco in cattività.
Sospirò e allacciò la cintura di sicurezza. Combinazione volle che la ragazza avesse alzato lo sguardo su di lui proprio in quel momento, e lo imitò.
Erik le sorrise, impacciato.
- Le serve aiuto?- chiese, vedendo che faticava ad allacciare la propria cintura. Lei non gli rispose, comunque riuscì a fare da sé e riprese in mano la rivista. Erik vide di cosa si trattava.
- Scusi, è un numero di Aquatic Toxicology, quello?- domandò. Sfiorò con la punta dell'indice la copertina della rivista, e la signorina alzò ancora lo sguardo su di lui. Gli porse il giornale, sempre sorridendo.
- No, davvero, io volevo solo...
Lei insistette.
- Beh, grazie...- Erik lo prese fra le mani e lesse qualche parola di un articolo che parlava degli effetti delle scorie radioattive nell'ambiente lacustre.- Mi spiace se l'ho disturbata, è solo che non si vede mai nessuno in giro leggere questo genere di cose. E' interessata anche lei alla biologia marina? Io lo faccio di mestiere...
La signorina continuava a sorridergli e a non rispondere. Erik stava per chiederle se andasse tutto bene, quando una hostess si avvicinò a loro con il carrello delle vivande.
- Un'ultima cosa da bere prima dell'atterraggio?- domandò cortese.
Erik, memore dell'esperienza con il caffé bollente, non prese nulla; la ragazza studiò le bibite per una manciata di secondi, prima d'indicare con l'indice una lattina di Coca Cola. La hostess gliela porse e lei cominciò a berla da una cannuccia.
Il dottor Woods le porse la mano destra aperta.
- Erik Woods, piacere...lei è?
La ragazza accettò la stretta con entusiasmo, regalandogli il solito bel sorriso ma senza degnarlo di una risposta. Erik la guardò, perplesso.
Lei parve accorgersi del suo sbigottimento, perché si passo una mano fra i capelli, imbarazzata. Sollevò una ciocca rossa e indicò il proprio orecchio con aria di scuse.
Erik comprese immediatamente, e cadde dalle nuvole.
- ...non udente?- boccheggiò.
La ragazza indicò ancora il proprio orecchio, poi portò le dita all'altezza delle proprie labbra.
- Non udente e muta?
La signorina prese la propria borsetta e ne estrasse un block-notes e una penna. Scrisse velocemente alcune frasi, poi porse il blocchetto a Erik.
 
Qualche volta riesco a leggere le labbra. Non sempre, ma di tanto in tanto sì.
Dica pure “sordomuta”, non c'è problema, so di esserlo. Di solito porto un apparecchio
acustico, ma in aereo è un vero fastidio.
Comunque sono Ariela Vand, piacere di conoscerla.
Può ripetermi il suo nome, per favore? Quello non l'ho afferrato...
 
Erik le scrisse il proprio nome sul block notes. Lei scrisse di nuovo.
 
Bel nome. E' di New York?
 
Al dottor Woods veniva quasi da ridere al pensiero di star comunicando in quel modo, ma a ben rifletterci c'era ben poco da divertirsi di fronte a una ragazza che non ci sentiva. S'impose di non fare l'imbecille e di portare avanti la conversazione.
 
Dalla provincia. Sono americano, ma abito a Darwin da una vita.
Lei di dov'è?
 
Ariela per rispondere a quell'ultima domanda prese una cartina geografica che teneva piegata sul tavolino in plastica del sedile, l'aprì e gli indicò la Danimarca. Erik segnò la città di Copenhagen e lei annuì per dire che sì, veniva esattamente da lì.
 
E' qui in vacanza?
 
Ariela esitò un istante prima di rispondere, ma poi annuì di nuovo e scrisse che era una studentessa e che si trovava in USA per un progetto di scambio culturale avviato dalla sua Università. Impugnò ancora la penna per scrivere qualcos'altro sul blocchetto, ma l'altoparlante dell'aereo annunciò l'atterraggio. Lei non lo sentì, ma Erik sì, e le fece cenno di prepararsi.
Il dottor Woods cercò di trattenersi quando il sedile tremò di nuovo per l'atterraggio, ma si ritrovò come suo solito aggrappato a entrambi i braccioli e con il fiato bloccato in gola.
Ariela se ne accorse e gli strinse lievemente l'avambraccio come a invitarlo a farsi forza.
 
L'aereo arrivò sano e salvo sulla pista dell'aeroporto J. F. K. di New York, senza incidenti, esplosioni e corredato dal meritato applauso al pilota, così che i passeggeri poterono scendere e iniziare la lunga e isterica trafila fatta di controlli alla dogana, documenti che non saltavano mai fuori al momento opportuno e bagagli andati sperduti.
Questo fu il destino delle tre valigie del dottor Woods.
- Avete almeno un'idea di dove possano essere finite?- domandò all'impiegato dell'ufficio oggetti smarriti. Era praticamente accasciato sul bancone dallo sfinimento, e l'unica cosa che voleva era sedersi a terra e aspettare che la soluzione al problema lo cogliesse dall'alto, per magia. Magari candendogli dritta in testa.
- Stiamo cercando di capirlo, signore. Ma ci vorranno alcune settimane. Per favore, compili il modulo...
Erik sospirò, affranto, e prese a compilare il foglio per denunciare la scomparsa del bagaglio. Era stanco morto e quell'incidente che gli dava il bentornato a casa gli sembrava quasi un oscuro presagio di disastri e calamità naturali ben peggiori che lo attendevano, una volta giunto a Everbrooke.
Sempre che ci arrivi, di questo passo, pensò, cupo.
Ariela Vand, che non aveva rimesso l'apparecchio acustico ma che aveva compreso perfettamente ciò che stava accadendo, e aveva insistito per accompagnarlo fino all'ufficio degli oggetti smarriti, gli mise una mano sulla spalla come a volerlo consolare.
Erik la ringraziò con un sorriso sghembo che lei ricambiò. Avrebbe voluto dirgli di non preoccuparsi, che c'era passata anche lei quella volta quando, a quindici anni, i suoi genitori avevano portato lei e le sue sorelle in vacanza a Istanbul, e che tutto si era risolto per il meglio, ma non lo fece. In parte perché mettersi a scrivere in quel momento le sembrava inopportuno e quando parlava senza avere addosso l'apparecchio acustico aveva grosse difficoltà a modulare il tono di voce – finiva sempre incidentalmente per gridare – e in parte perché non voleva rivelare troppo su di sé, nella situazione in cui si trovava.
Appuntò mentalmente di stare più attenta, farsi coinvolgere meno e mantenere il buon proposito di non dare nell'occhio.
Il dottor Woods terminò di compilare il modulo e lo porse all'impiegato, già rassegnato a non vedere mai più i suoi vestiti e i suoi libri. Per quel che ne sapeva, potevano essere rimasti a Darwin, oppure a quest'ora se ne stavano in qualche isola caraibica a prendere il sole alla faccia sua che adesso si ritrovava senza neanche un pigiama per la notte.
- Speriamo che mia madre abbia conservato qualche vestito di quand'ero ragazzo...- borbottò a mezza voce, allontanandosi dal banco insieme ad Ariela. La ragazza, invece, non aveva avuto problemi con le valigie. Erik notò che viaggiava leggera, per una che aveva appena compiuto un viaggio intercontinentale: aveva solo la borsa con cui era salita a bordo, un trolley verde chiaro e uno zaino sportivo pieno di ciondoli e pupazzetti portafortuna.
Su quest'ultimo, scorse un logo che non conosceva, ma che mostrava la sagoma stilizzata di un nuotatore che praticava stile libero immerso in una piscina.
- Ah, pratica nuoto?- domandò, solo per ritrovarsi di fronte allo sguardo stranito di Ariela e ricordarsi che non poteva sentirlo. Indicò il logo sullo zaino, poi la ragazza e mimò – piuttosto malamente – l'atto di nuotare.
Lei sorrise, entusiasta, e scrisse sul blocchetto che quasi tutti nella sua famiglia praticavano nuoto. Gli chiese, tramite carta e inchiostro, se anche lui nuotasse.
 
So farlo, ma non come sport. Credo di essere troppo pigro.
E poi, vedo abbastanza acqua durante il mio lavoro. Sono un veterinario specializzato
in creature d'acqua salata.
 
Ariela sembrò sinceramente impressionata dalla cosa, e scrisse che a lei i pesci piacevano molto.
 
Soprattutto i delfini.
Anche se mi rendo conto che è banale.
 
Erik le scrisse che non ci trovava nulla di banale, e parlarono un altro po' di pesci marini e non, finché il dottor Woods non si rese conto – non senza una punta di dispiacere – che erano le nove e mezzo del mattino e che il taxi che aveva prenotato lo stava aspettando fuori dall'aeroporto.
Scrisse ad Ariela che doveva ripartire, e che le augurava una buona vacanza.
 
Grazie e buon viaggio. Spero che il suo ritorno a casa
sia piacevole.
 
Erik avrebbe voluto rispondere qualcosa come lo spero anch'io o nutro poche speranze in merito, ma si astenne, limitandosi a ringraziarla di nuovo e a salutarla.
Ariela rimase a guardarlo e a salutarlo con la mano fino a che non lo vide uscire dall'aeroporto e salire su un taxi giallo. Un po' le dispiaceva: aveva trovato simpatico quel ragazzo, e una carta a suo favore era stata quella di non essersi preso male una volta scoperto che lei non ci sentiva.
Era un vero peccato che con ogni probabilità non lo avrebbe rivisto mai più.
Rimase a ciondolare accanto all'uscita dall'aeroporto per quattro o cinque minuti, spostando il peso da un piede all'altro, poi si mise alla ricerca dell'uscita che conduceva alla stazione degli autobus. Dopo che l'ebbe trovata, prese un cappuccino con brioche a uno dei bar dell'aeroporto, comprò un paio di riviste per il resto del viaggio e fece una passeggiata guardando i vestiti esposti nelle vetrine dei negozi del J. F. K. Le attraversò la mente che forse avrebbe dovuto comprare un regalo per ciascuna delle sue sorelle, per farsi perdonare per quando fosse tornata a casa, ma decise che ci avrebbe pensato più tardi, magari quando avesse portato a termine il suo obiettivo e fosse stata più serena e con la mente più lucida.
Quando fu il momento di uscire e dirigersi alla stazione degli autobus, Ariela pensò che fosse il momento opportuno per rimettersi l'apparecchio acustico, ma poi ci ripensò. Era inutile negarlo anche a se stessi, quell'affare era di grande aiuto ma al contempo rappresentava un gran fastidio. Lo indossava il meno possibile – quand'era a casa non lo portava affatto, poiché i suoi genitori e le sue sorelle conoscevano il linguaggio dei segni, e all'Università lo toglieva ogni volta che si annoiava durante una lezione, nelle pause per il caffè o quando le andava di isolarsi. Era invece quasi costretta a metterlo quando usciva in strada, ma quel giorno pensò che non le sarebbe stato di alcun aiuto.
Il sole di fine estate era caldo, e Ariela indossò gli occhiali da sole mentre attendeva sulla banchina. Un autobus si avvicinò a lei e alle altre persone in attesa, e la ragazza lesse il cartello oltre il parabrezza.
 
EVERBROOKE
 
Ripose la valigia nel bagagliaio, salì senza smettere di sorseggiare il frappé alla fragola che aveva comprato prima di uscire, pagò il biglietto e fece in modo di trovare un posto fra gli ultimi sedili in fondo. Si tolse gli occhiali e terminò di bere il frappé mentre sperava con tutta se stessa che a nessuno venisse in mente di sedersi accanto a lei.
Fu accontentata.
Quando le porte scorrevoli si chiusero e l'autobus partì, Ariela si guardò intorno un'ultima volta e poi estrasse dallo zaino un iPad e lo accese. Selezionò il numero di telefono che desiderava e attese che la persona dall'altro lato rispondesse alla sua videochiamata.
- Ariela!- esclamò la ragazza nello schermo un attimo dopo che la sua immagine fu comparsa.
Ariela si portò l'indice alle labbra, facendole segno di stare zitta. L'intera situazione sarebbe risultata più facile se lei si fosse messa l'apparecchio: avrebbero potuto conversare ad alta voce, e dal momento che lo avrebbero fatto in danese probabilmente nessuno su quell'autobus avrebbe capito nulla di quanto stavano dicendo. Ma Ariela non se la sentiva di correre rischi inutili.
Utilizzando il linguaggio dei segni, domandò a sua sorella Andrina come fosse la situazione a casa.
Lei le rispose utilizzando a sua volta il linguaggio dei segni danese, ma non le disse ciò che Ariela voleva sapere.
- Sei arrivata?! Come stai?
- Sto bene. Sono arrivata circa mezz'ora fa. Ora sono sull'autobus diretto a Everbrooke. Com'è la situazione lì?- ripeté Ariela.
- Come vuoi che sia? La mamma è disperata. Papà vuole andare dalla polizia a denunciare la tua scomparsa.
- Digli di non farlo. Attirerebbe solo l'attenzione della Strega del Mare.
- Lo sai com'è papà. Non poteva denunciare la tua scomparsa prima di due giorni, ma stasera ha detto che andrà dalla polizia.
- Inventati qualcosa per tenerlo buono.
Sua sorella Andrina fece una pausa. Era la secondogenita delle sette sorelle di cui era composta la cucciolata di Ariela – lei era la più piccola –, ma benché la differenza d'età fosse notevole – Ariela aveva ventiquattro anni, Andrina trentatré – era quella con cui fra tutte aveva un rapporto migliore.
Andrina era poco più alta di Ariela, ugualmente magra e slanciata, ma aveva più seno, fianchi più morbidi, carnagione più scura, occhi verdi e capelli biondi e ricci. Delle sei sorelle, Ariela era l'unica ad avere una chioma rossa: Aquata, Arista, Adela e Alana avevano due i capelli neri e due castani, mentre Andrina e Attina erano bionde.
- E cosa gli dovrei dire?- chiese infine Andrina, senza smettere di impiegare il linguaggio dei segni.
- Non lo so, qualcosa...digli che ti ho telefonato e che ti ho detto che mi fermo a dormire da un'amica.
- Okay, ma il giorno dopo? E poi, chi sarebbe questa tua amica? Papà e mamma lo vorranno sapere...
- Digli che sono da una mia compagna di classe all'Università. E digli che mi fermerò lì a casa sua per due settimane, perché dobbiamo lavorare a un progetto per il prossimo esame. Digli che ho promesso di tenerti aggiornata.
- Vorranno sapere perché non chiami loro direttamente...
- Rispondi che ti ho detto che mi sono andati male un paio di esami e che ho bisogno di staccare la spina per un po'.
Andrina rifletté un po' sulla cosa, poi acconsentì.
- E dopo?
- Dopo cosa?
- Sarai tornata a Copenhagen dopo due settimane?
- Non credo.
- Ariela, accidenti! Già non ero d'accordo che tu t'imbarcassi in questa storia, adesso mi chiedi anche di spalleggiarti mentre rischi di farti ammazzare...!
- Non l'avevamo messa in questi termini, quando l'abbiamo deciso.
Ad Ariela dispiaceva mentire ai suoi genitori e alle altre sue sorelle, e ancora di più le dispiaceva che Andrina fosse costretta a raccontare delle bugie per colpa sua, o che si preoccupasse per lei.
Ma era troppo importante.
Sua sorella maggiore era stata l'unica persona a venire a conoscenza del suo progetto, ed era inoltre stata – e lo era tutt'ora – la sua complice più o meno volente. Ariela inizialmente aveva pianificato di fare tutto da sola, ma poi si era resa conto che non ce l'avrebbe fatta. Le sarebbe occorso qualcuno che la spalleggiasse, che le coprisse le spalle e soprattutto che monitorasse l'intera situazione a Copenhagen per non che la Strega del Mare scoprisse tutto, o sospettasse di qualcosa.
Molti – inclusi i suoi genitori e le sue sorelle – pensavano che il più grande problema di Ariela, in qualsiasi momento o ambito della sua vita, sarebbe stata la sua sordità. Invece, l'essere sordomuta era stato il minore dei mali, in quella situazione.
Ariela aveva avuto bisogno di documenti falsi, un biglietto d'aereo, e soldi, oltre che alle dovute conoscenze e contatti a Everbrooke.
Non poteva procurarsi nulla di tutto ciò da sola.
La scelta di chiedere aiuto a sua sorella non era stata poco sofferta, tutt'altro. Ariela si era lambiccata il cervello per settimane per decidere se fosse il caso di coinvolgere Andrina oppure no. E anche in quel caso, la scelta non era caduta in modo casuale fra le sue sorelle. Non solo fra le sei era quella con cui andava più d'accordo, ma dopo aver saggiato il terreno Ariela si era resa conto che Andrina era quella che più condivideva il pensiero in merito alla faccenda, quella più portata all'azione, quella che se avesse potuto sarebbe scesa sul campo di battaglia senza pensarci due volte.
Si era anche offerta di andare lei al suo posto.
Era stata Ariela a insistere riguardo al contrario. Andrina, all'epoca del fattaccio, era apparsa in parecchie fotografie sui quotidiani e sui telegiornali, e la Strega del Mare avrebbe potuto riconoscerla.
Ariela, invece, dopo un'attenta indagine, si era resa conto che il suo volto non era mai apparso da nessuna parte. All'epoca era ancora minorenne, e suo padre e sua madre avevano fatto i salti mortali perché non venisse sbattuta in prima pagina come un fenomeno da baraccone e potesse riprendersi – fisicamente e mentalmente – in tutta tranquillità.
E poi...era amaro da dire, ma chi avrebbe mai sospettato che una ragazza sordomuta avrebbe potuto fare tutto questo? Da sola, per di più.
Andrina scosse il capo, poi chiuse gli occhi e si massaggiò le tempie.
- Hai ragione. Scusami. E' solo che sono molto preoccupata.
- Lo so. Non fa' niente. Mi dispiace per tutto quello che stai passando.
- Cerca solo di stare attenta. E ricordati cosa mi avevi promesso: almeno tre chiamate al giorno, SMS in alternativa. Salta una sola chiamata e sarò io a filare dalla polizia, non papà.
- Sei buffa quando minacci.
- Non sto scherzando.
- Tranquilla. Mantengo sempre le mie promesse. Tu cerca di far star buoni mamma e papà, e non lasciarti scappare niente con le altre, intesi?
- Sai che questa cosa prima o poi verrà a galla, vero?
- Sì. Ma per allora spero di aver trovato quello che cerchiamo. E potrai sempre dire che ti ho preso per i fondelli con quella storia dell'amica dell'Università e che non ne sapevi niente.
- Ariela, ti prego, stai attenta. Ricordati: qualsiasi problema, qualsiasi guaio tu abbia, ti basta una telefonata. M'imbarco sul primo aereo disponibile, dovessi viaggiare nella stiva.
Ariela rise.
- Ti ci vorrei vedere.
- Sono seria.
- Anch'io.
- Dove sei?
- Te l'ho detto, in autobus.
- Quanto ti ci vorrà per arrivare in...come hai detto che si chiama quel posto dimenticato da Dio?
- Everbrooke. Nome strano, lo so. Comunque, credo ci vorranno minimo un paio d'ore ad arrivare.
- Voglio che mi mandi un messaggio su Whatsapp appena metti piede sul suolo di quella città.
- Agli ordini, sergente!
- Ariela, sii un po' più matura...
- E tu rilassati. Andrà tutto bene.
- Lo spero.
- Ora chiudo la chiamata. La batteria è quasi scarica e voglio risparmiarla. Tu in questi giorni tienimi aggiornata sulla situazione a casa. E se sai qualcosa sui movimenti della Strega del Mare...
- Sì, ti avviso. Al momento sembra tutto tranquillo. Continua la sua vita di sempre. Ufficio, cene di lavoro, conferenze stampa...stasera ti mando una mail con l'intervista che ha rilasciato sul Jyllands-Posten...
- Perché ancora nessuno le abbia spaccato la faccia non lo capisco...
- Perché ha i soldi.
- Giusta osservazione. Per fortuna ci siamo io e te che la manderemo presto con il fondoschiena a terra. Ci sentiamo più tardi. Ti voglio bene.
- Anch'io ti voglio bene, testa di rapa.
Ariela ridacchiò di nuovo e chiuse la conversazione. Spense l'iPad e lo ripose nello zaino, guardando fuori dal finestrino. Supponeva che fra non molto sarebbero definitivamente usciti da New York, ma aveva letto su Internet che il viaggio a Everbrooke avrebbe richiesto almeno tre ore, e non due come aveva detto ad Andrina.
Estasse dallo zaino una copia de La mia Africa di Karen Blixen e decise che avrebbe letto sia per distrarsi sia per ammazzare l'attesa. Se tutto fosse andato bene, sarebbe arrivata a Everbrooke verso mezzogiorno.
Sbirciò l'orologio da polso: erano le dieci e venti.
 
III. [Belle]
 
La radiosveglia era quasi del tutto coperta dalla quantità di cianfrusaglie ammassata sul comodino, ma fra un calzino sportivo e un paio di occhiali da sole che ne ostruivano i tre quarti, spuntava comunque la cifra 10:20.
A sua volta sepolta sotto un cumulo di lenzula e coperte sfatte e stropicciate, in parte attorcigliatesi intorno alle sue gambe, Belle Gordon socchiuse l'occhio destro nel momento esatto in cui il numero venti si trasformava in un ventuno.
Bastò quello per prendere il sopravvento sul sonno e il mal di testa.
La ragazza scattò seduta alla velocità del fulmine, scalciando via le lenzuola e facendo cadere a terra una coperta e tre o quattro t-shirt maschili. Imprecò a bassa voce mentre scendeva dal materasso e si metteva alla ricerca del cellulare.
Sollevò i cuscini e altre coperte, poi si gettò in ginocchio sul pavimento e guardò sotto il letto.
Dovette allungare al massimo il braccio per recuperare il suo telefonino che era finito all'altezza della testiera del letto.
- Ma come accidenti ci sei finito lì?- sbuffò, le tempie che martellavano. Si rialzò a fatica e prese a guardarsi intorno.- Dove sono i pantaloni?
Aveva addosso solo le mutandine e la maglietta nera con la stampa di una rosa rossa circondata da un bagliore di luce che si era infilata di volata la sera prima al momento di uscire. Niente reggiseno, perché con la sua misera taglia prima di seno sarebbe stato inutile.
Si mise a cercare i jeans strappati che ricordava di essersi tolta la sera prima e di aver gettato da qualche parte nella stanza di Lum. Il fatto che la camera da letto in questione fosse un vero macello non aiutava.
Alla fine li ritrovò incastrati fra la scrivania e una serie di scatole di scarpe dove Lum conservava tutti i suoi videogames. Se li infilò il più veloce che poteva, ringraziando di essere riuscita a recuperare anche uno dei suoi anfibi militari nella ricerca.
Tutto adesso stava nello scovare l'altro.
- Lum!- strillò.- Lum, sei in casa? Perché cavolo non mi hai svegliata?!- prese a saltellare su una gamba sola per infilarsi il primo anfibio, la patta dei jeans ancora aperta.- Merda! Merda, merda, merda...
- Non te l'hanno insegnato che le signorine perbene non imprecano?- sbadigliò una voce annoiata mentre la porta della camera iniziava lentamente ad aprirsi. Belle le diede una manata così forte da farla richiudere con un colpo secco. Sentì un lamentoso ahi!.
- Ma che fai...?- la voce ora era tappata. Belle immaginò che dovesse averlo colpito sul naso.
- Non entrare, sono ancora in mutande...- si rimise carponi per cercare l'altra scarpa, e nel mentre armeggiava con la zip dei jeans.
- Come madamigella comanda...- sbuffò Lum dal corridoio, massaggiandosi il setto.
- Perché non mi hai svegliata? Merda, mio padre aveva detto che sarebbe tornato per le undici...
- Ti ho chiamata almeno cinque volte, ma tu russavi come un orso in letargo.
Il ragazzo entrò cautamente nella propria camera da letto proprio mentre Belle si stava infilando il secondo anfibio.
La ragazza scattò nuovamente in piedi e prese a radunare le sue cose. Lum si appoggiò allo stipite della porta, tazza di caffè in mano e un sorrisino divertito.
- E aiutami...!- sbuffò Belle.
Lum non si mosse né mutò la propria espressione. La ragazza prese la borsa a tracolla con cui era arrivata la sera prima e si assicurò che il computer portatile al suo interno fosse sistemato in modo da essere protetto il più possibile dagli urti che – ne era sicura – ci sarebbero stati durante la corsa a casa, poi mise dentro anche il cellulare, il cavo dell'alimentazione per il PC e i fogli accartocciati su cui si era spaccata il cervello fino alle cinque del mattino.
- Okay...e ora la felpa...- ansimò, trafelata, recuperando il suddetto indumento in mezzo alle coperte e ai cuscini.- Scusami se non ti rifaccio il letto, ma vorrei evitare di farmi ammazzare...
- Sopravviverò. Anche se devo dire che è veramente maleducato da parte tua, dopo aver occupato il mio giaciglio per tutta notte e avermi costretto a dormire sul divano...
- Perché sul divano? Camera dei tuoi non è libera?- chiese Belle mentre indossava la felpa color malva. Si passò una mano fra i capelli castani che in quel momento somigliavano a un nido di pettirossi.- Oh, cavolo, è tornata tua madre?! Ti prego, dimmi che non c'è tua madre...
- Non c'è. Torna lunedì prossimo.
Belle aveva un rapporto ambivalente con la madre del suo cosiddetto migliore amico. Da una parte la considerava una donna fantastica, affabile e gentile e che faceva degli ottimi maccheroni al sugo; dall'altra, aveva sempre fatto di tutto per sfuggire alle sue frecciatine secondo le quali lei e suo figlio sarebbero stati una bellissima coppia.
Vertiginosamente aumentate da quando Lum aveva deciso che Babette Deniel era la donna della sua vita. La madre di Lum non la sopportava, Babette. Belle aveva sempre evitato di manifestare in sua presenza quanto condividesse questo sentimento.
Si chinò per raccogliere i suoi calzini e infilarli a loro volta nella borsa.
- Io non so se sei cretino o che cosa...- borbottò.- Lo sai che mio padre non vuole che esca la sera quando lui non è a casa, perché accidenti non mi hai svegliata? Uno spintone e mi buttavi giù dal letto, hai due spalle che io me le sogno...
- Te l'ho detto, russavi così bene che svegliarti sarebbe stato un crimine.
- Il crimine lo fai salire tu a me...!- Belle fece per uscire ma Lum le bloccò il passaggio piantando un braccio contro lo stipite opposto a quello a cui stava appoggiato. Era un ragazzone, alto un metro e ottanta e con spalle larghe e robuste, ma sebbene solitamente una stazza del genere tenderebbe a incutere timore, bastava guardarlo in faccia per comprendere che non avrebbe fatto del male a una mosca.
A ventidue anni aveva i tratti di un ragazzino, con il mento pronunciato, gli occhi piccoli, verdi e ridenti, e il fatto che portasse i capelli biondi pettinati in un taglio sparato, perennemente inondati di gel e brillantina non aiutava a dargli un'aria più adulta. Restava comunque il fatto che le sue proporzioni massicce rappresentassero un problema non da poco per una piccoletta scarna e mingherlina come Belle.
La ragazza gli diede una sberla sul braccio perché lo abbassasse.
- Idiota!- bofonchiò, uscendo in corridoio.
Lum la seguì a ruota.
- Non ti fermi per colazione?
- L'avrei fatto se qualcuno mi avesse svegliata in tempo. E poi, non aspetti Babette?
- E che c'entra?
- C'entra che a saperlo prima mi sarei portata candela e fiammifero. E poi la tua ragazza mi vorrebbe vedere morta.
- Non esagerare. Non ti vorrebbe mai morta...si limiterebbe a ghignare se tu venissi investita da un camion.
- Quanta cortesia. Immagino sia da escludere la possibilità che tu mi presti la tua moto per tornare a casa, vero?
- Immagini bene.
- Ti odio.
- No, non è vero.
Scesero le scale che conducevano al salotto, l'uno alle calcagna dell'altra. Lum a quanto pareva s'era già organizzato per fare colazione con la sua ragazza: sul tavolino di fronte al sofà c'era abbastanza da sfamare un reggimento, fra caffé, latte, zucchero, biscotti, e un vassoio strabordante di fette di pane su cui erano stati spalmati marmellata e burro. Belle ne rubò una e se la portò alla bocca.
- Comunque, dato che non voglio telefonarti più tardi mentre stai facendo sesso con la tua ragazza, ti dico già subito che la missione è stata compiuta - annunciò con la bocca piena.- Di' pure a quello che ti ha ingaggiato che può star tranquillo. Non resterà traccia di nessuna delle porcate che ha combinato con i fondi aziendali.
- Il mondo dell'evasione fiscale ti ringrazia.
- Mi basta che ci ringrazi il tizio. Quando ha detto che pagherà il resto della cifra pattuita?- Belle si fermò con la mano aggrappata alla maniglia della porta d'ingresso. Lum si strinse nelle spalle.
- Ha detto che mercoledì mi darà il resto del cash. Giovedì sera vieni da me con la scusa di una pizza e dividiamo.
- Quanto in tutto?
- Mille dollari. Cinquecento a testa.
Belle convenne fra sé e sé che la cifra non era male, ma non si sentiva pienamente soddisfatta.
- Potremmo provare ad alzare un po' il tiro - suggerì.
Lum agitò la mano come a dire che lui si tirava fuori.
- Troppo rischioso. Non tanto per me quanto per te.
- Eh?
- La vuoi quella borsa di studio? Difficile che te la diano, se ti beccano.
- Non saresti capace di beccarmi nemmeno tu - Belle gli fece l'occhiolino, e spalancò la porta d'ingresso proprio nel momento in cui qualcuno suonava il campanello. La ragazza si trovò faccia a faccia con Babette Deniel.
A Belle parve d'intravedere un'ombra di sorriso sulla sua faccia – comunque di sicuro non destinato a lei – che però morì immediatamente quando la vide. La sua espressione divenne accigliata.
- Ehi, Babette...- abbozzò Belle, cercando di passare fra lei e lo stipite della porta.- Io e Lum dovevamo finire un lavoro, ora me ne vado e lo lascio tutto pre te...
- Bene.
Babette non fece neanche il cenno di scansarsi e lasciarla passare più agevolmente. Belle fu costretta a stringersi la borsa a tracolla al petto e a scivolare contro il legno della porta per uscire da casa di Lum. Babette era alta quasi quanto il suo ragazzo, infatti Belle non stentava a credere che giocasse da pallavolista in una squadra di serie B. Lei e Lum si erano conosciuti all'Università – Babette frequentava il secondo anno di Scienze Motorie, mentre lui era fuori corso in modo imbarazzante alla facoltà di Ingegneria Elettronica – e non si erano più separati. Lei era molto bella, con la pelle mulatta e i capelli neri e ricci, le labbra carnose e il naso dritto, e aveva un accento francese – Belle non aveva mai avuto il coraggio di chiederle se fosse originaria proprio della Francia o se fosse canadese – che, a detta di Lum, era una meraviglia.
A Babette non stava molto simpatica Belle, sentimento peraltro del tutto reciproco. Non c'era un perché, anzi, Belle non era nemmeno sicura che la sua fosse antipatia: semplicemente, più stavano lontane l'una dall'altra e megli stavano entrambe.
A volte aveva il sospetto che Babette tollerasse la sua presenza solo perché lei e Lum erano amici sin dai tempi in cui che un maschietto e una femminuccia facessero il bagno insieme senza il costumino era considerato del tutto normale.
Alla fine Belle riuscì a sgusciare via dalla trappola mortale fra la porta e la pallavolista stangona, e corse lungo il vialetto di casa di Lum agitando una mano nella direzione dell'amico.
- Ci vediamo giovedì! Me la pagi la cosa della moto, sappilo...!
Scavalcò la staccionata che circondava la villetta e prese a correre a perdifiato in direzione di casa sua. Si trovava in un quartiere diverso ma confinante con quello in cui abitava Lum, e a piedi camminando a passo spedito la distanza era di venticinque minuti.
Belle corse il più veloce che poteva sperando che suo padre non fosse già a casa ad attenderla imbestialito e al contempo ringraziando la sua forza di volontà che la portava a fare almeno mezz'ora di jogging ogni mattina. Questo le conferiva una buona resistenza, ma aveva paura di far ballonzolare troppo il computer – o peggio, che la tracolla si rompesse per il troppo movimento e il PC finisse sul marciapiede – e la stessa borsa la rallentava parecchio.
Alla fine arrivò a casa sua. Era molto meno graziosa di quella di Lum – che aveva un giardino, era dipinta di bianco, aveva una staccionata di legno e due piani, oltre che una veranda –, ma Belle si era sempre detta che era perfetta per sole due persone: non c'era il giardino né la staccionata, e nemmeno la veranda, e non era neppure dipinta di bianco; però era su due piani, era di proprietà – Lum invece stava in affitto – e la camera di Belle aveva una finestra sotto la quale i proprietari precedenti avevano fatto costruire una scala antincendio.
Il che si rivelava molto utile, specialmente casi come quello.
Belle arrivò a casa sua nel momento esatto in cui suo padre stava parcheggiando l'auto nel garage. Realizzò che non ce l'avrebbe mai fatta a raggiungere la porta senza che lui la vedesse, così fece marcia indietro e si diresse verso la scala antincendio.
Si arrampicò fino alla sua finestra e aprì le ante. Sentì suo padre che avanzava lungo il corridoio e la chiamava. Entrò in fretta e richiuse le ante.
- Belle? Sei in casa?
La ragazza lanciò la borsa sotto al letto e s'infilò sotto le coperte, vestiti e scarpe addosso. Si accoccolò contro il cuscino e chiuse gli occhi.
- Belle?
Suo padre bussò due o tre volte alla porta della camera, poi l'aprì.
L'ispettore John Gordon – sua figlia ogni tanto lo prendeva in giro per la somiglianza del suo nome con quello del commissario di Batman – scrutò con occhio critico prima la stanza poi la ragazza che dormiva sotto le coperte. Aveva rinunciato a pretendere che sua figlia tenesse in ordine la propria roba sin da quando aveva sei anni, età in cui aveva posto fine allo scontro e alzato bandiera bianca.
La stanza di Belle non era molto grande, c'era spazio a malapena per un letto a una piazza, un comodino e una scrivania, sulla quale era infissa una mensola. Sua figlia teneva i vestiti ammassati in un armadio a una sola anta accanto al letto, e anche quello era un casino fatto di jeans e magliette stroppicciate arrotolate una sopra all'altra e di scarpe spaiate. Altri abiti erano sparsi sul letto, sul pavimento e sulla sedia di fronte alla scrivania, la quale era occupata da due grandi computer bianchi a schermo piatto, una stampante con fax, libri universitari e una lampada che l'ispettore Gordon aveva regalato a Belle per i suoi sedici anni, più un ammasso di fogli scribacchiati e accartocciati, block notes, una calcolatrice scientifica, penne, matite e pennarelli sparpagliati su tutta la superficie. La mensola sopra la scrivania era curva, piegata sotto il peso di una quantità inverosimile di volumi della letteratura del Settecento e Ottocento – la maggior parte ereditati dalla madre di Belle – mentre sul comodino facevano capo altri libri – una biografia di Alan Turing, L'uomo che ride di Victor Hugo, altri due volumi universitari, un manuale di manutenzione per computer e Via dalla pazza folla di Thomas Hardy – una radiosveglia e una lampada al led arancione. Ai piedi del letto c'era un vecchio stereo con delle antiquate musicassette e una pila di DVD in precario equilibrio accanto a un lettore di film portatile.
L'ispettore Gordon cercò di farsi strada fino al letto scavalcando quell'accumulo di cianfrusaglie. Allungò la mano verso il volto di sua figlia e le sfiorò la guancia e il sopracciglio per svegliarla.
- Ehi...- chiamò, quando lei aprì gli occhi.- Abbiamo dormito parecchio, eh?
- Mmmm...- Belle si finse assonnata.- Che ore sono?
- Le undici passate. Sicura di star bene? Di solito alle sei del mattino sei sempre in piedi.
- E' okay. Ieri sera sono stata alzata fino a tardi per vedere un film. Sei tornato adesso?
- Cinque minuti fa. Se ti va oggi posso preparare io...- l'ispettore Gordon s'interruppe, spostando lo sguardo dal volto di sua figlia a una ciocca dei suoi capelli. Belle vide con la coda dell'occhio che impigliato a essa c'era un filo d'erba.
- Cos'è questo?- inquisì suo padre, togliendole il filo d'erba ed esaminandolo.
Belle cercò d'inventarsi una scusa alla velocità della luce, ma suo padre senza alcun preavviso afferrò le coperte e le tirò via di colpo.
Belle avrebbe voluto chiudere gli occhi e scomparire. L'ispettore fece correre lo sguardo sui jeans e gli anfibi di sua figlia, poi tornò a guardarla.
- E...come sta Lum?
- ...bene.
Sarebbe voluta morire. L'ispettore Gordon sospirò e girò i tacchi.
- Fatti una doccia e cambiati.
Così dicendo, uscì dalla stanza e richiuse la porta.
Belle mugolò, poi serrò gli occhi e lasciò ricadere il capo sul cuscino.
 
Si fece una doccia e indossò un paio di shorts in jeans e una maglietta bianca senza maniche. Mise le infradito e si legò i capelli bagnati in una coda di cavallo. Quando scese al piano di sotto, trovò suo padre appisolato sul divano in salotto di fronte alla TV accesa.
Il notiziario di Everbrooke stava mandando in onda un servizio su un caso di cronaca che Belle seguiva con interesse da qualche mese, ma non alzò il volume per non svegliare suo padre. Si diresse in cucina e iniziò a preparare il pranzo cercando di sentire le parole del giornalista attraverso la porta aperta.
Il servizio riguardava il Lupo, soprannome dato al serial killer che da un anno aveva fatto diverse vittime lì a Everbrooke. Suo padre le aveva spiegato che era stato chiamato così per via del fatto che si accaniva sulle sue vittime anche dopo che esse erano morte. Uccideva a colpi di coltello, sempre di notte e sempre in luoghi isolati.
Tre delle vittime erano ragazze – studentesse del liceo locale – mentre una, l'unica sopravvissuta, era forse stata attaccata da lui, anche se alcuni elementi non tornavano. Primo fra tutti, il fatto che fosse stata attaccata a colpi di pistola e non accoltellata.
La sopravvissuta, Rosebud Thorn, era in coma da tre mesi.
Purtroppo il servizio non diceva nulla di nuovo. Si trattava solo di un resoconto sugli eventi degli ultimi mesi legati al Lupo, niente che Belle trovò utile o interessante. Staccò definitivamente la spina dell'attenzione e si concentrò sul preparare il pranzo.
Pensò che, avendo saltato la colazione, suo padre non avrebbe avuto voglia di qualcosa di troppo pesante, ma che era comunque necessario mettere nello stomaco qualcosa di sostanzioso. Optò per dei sandwich al formaggio fuso e dei panini con prosciutto e maionese. Mise tutto in un vassoio e si dedicò a preparare il caffè.
Fu in quel momento che l'ispettore Gordon, assonnato, entrò in cucina strascicando le scarpe sul pavimento. Si sedette pesantemente sullo sgabello accanto al tavolo e poggiò i gomiti sulla superficie. Addentò uno dei sandwich al formaggio fuso.
- Grazie...- borbottò, mentre sua figlia gli poneva di fronte la sua tazza di caffé.
Belle dovette arrampicarsi sul proprio sgabello per riuscire a sedersi. Prese uno dei panini.
- Sei arrabbiato?- chiese, dopo un po' che suo padre sbocconcellava in silenzio.
L'ispettore Gordon sospirò.
- Non sono sicuro che tu abbia afferrato il nocciolo della questione - mormorò debolmente, ma il suo sguardo era risoluto.- Io non voglio che tu esca di notte quando io non ci sono non perché non mi fidi di te o di Lum. E' degli altri che non mi fido. E ti ho già spiegato che da un anno a questa parte uscire la sera è diventato pericoloso.
- Ti posso assicurare che non uscirei se non fosse strettamente necessario - disse Belle.- Lo so del Lupo, papà.
- Non ti voglio vedere sotto un telo di plastica ridotta come quelle povere ragazze.
- Non succederà, infatti. Voglio solo che tu capisca che...
- ...lo so che ci tieni al tuo amico e che alla tua età hai voglia di divertirti, ma stiamo parlando di una questione di sicurezza.
- Era per un progetto per l'Università - mentì.
Suo padre la guardò.
- Lum aveva bisogno del mio aiuto con alcune analisi statistiche e ho fatto una scappata da lui. Poi è diventato tardi e mi sono fermata lì a dormire, non sono stata in strada.
L'ispettore Gordon scosse il capo, pensieroso, e prese un altro sandwich.
- Per stavolta passi. Ma finché le acque non si calmano e non prendiamo quel bastardo, se vuoi uscire me lo devi dire e sarò io ad accompagnarti e a venirti a prendere, intesi?
- E' per questo che hai lavorato tutta notte? Stai seguendo il caso del Lupo?- Belle pensò fosse meglio cambiare discorso, sia per alleviare la tensione sia perché era seriamente interessata alla faccenda.
- Sì e no. La centrale di polizia di Everbrooke è piccola, lo sai, quindi ci dobbiamo dividere il lavoro. E' la squadra del commissario Torrance a occuparsi del caso del Lupo, a me è stato assegnato il compito di indagare su Rosebud Thorn.
Belle cercò di non lasciar trasparire la propria delusione.
- Novità su di lei?
- Stiamo cercando di capire se è davvero una vittima del Lupo oppure no. Il fatto che sia stata aggredita a colpi di pistola farebbe pensare di no, ma chi altri potrebbe essere? E' così giovane, e da quel che ci risulta nessuno avrebbe potuto volerle male...
- Non avete trovato niente d'interessante?
- Qualcosa, se ne stanno occupando i ragazzi del reparto informatico. A quanto pare aveva utilizzato spesso un software chiamato TOR, negli ultimi mesi...
Belle drizzò le antenne.
- E...?
L'entusiasmo nella sua voce la tradì. L'ispettore Gordon le lanciò un'occhiata in tralice, e non disse più nulla. Belle lo scosse per un braccio.
- E dai!
- No.
- Perché no?
- Lo sai perché.
La ragazza sbuffò.
- Se non fosse stato per me, i tuoi cari esperti del reparto informatico sarebbero ancora persi dietro una marea di dati inutili!
- Non si sta parlando di utilità, Belle, ma di etica.
- Ho risolto io quei due casi!
- E spera che nessuno lo venga mai a sapere. Rischi la galera.
- Vedi? Questi sono i limiti che impediscono a te e ai tuoi colleghi di risolvere i casi più in fretta!
La ragazza si malediceva ancora adesso per non aver fatto attenzione e non aver distrutto le copie di quei documenti. Suo padre aveva scoperto l'intera faccenda per caso, e da allora viveva nel terrore che lei potesse rifarlo. A nulla valevano le rassicurazioni sul fatto che fosse completamente sicuro, che lei sapesse ciò che faceva. Aveva anche minacciato di portarle via il computer.
I PC erano sempre stati l'unica cosa in cui Belle fosse veramente, veramente brava.
Aveva cominciato a navigare in Internet da ragazzina, a dieci o undici anni, e se prima si limitava a cercare il divertimento su Facebook o YouTube, presto aveva compreso che il mondo del web era molto più ricco di segreti di ciò che si pensasse.
Il passo successivo era stato imparare a navigare meglio e con più consapevolezza, a riconoscere i siti, le minacce, gli accorgimenti tecnici. Il mondo della rete aveva preso a essere meno misterioso e più manipolabile. A tredici anni, Belle aveva compreso che nessun sistema era infallibile, tutti avevano un punto debole, e che non occorreva necessariamente una password per entrare da qualche parte.
Qualsiasi sistema poteva essere violato, penetrato, smontato da cima a fondo. Aveva scoperto l'esistenza del Deep Web, i trucchi per non farsi scoprire e le soluzioni più efficaci a qualsiasi rompicapo.
A quattordici anni aveva violato il suo primo sistema informatico.
A sedici, era diventata una delle hacker più ricercate del web.
Ormai non esisteva più nessun segreto nell'Internet che lei non conoscesse, si muoveva silenziosa fra i vari siti e conosceva praticamente tutti gli algoritmi applicati da essi.
Era stata di Lum l'idea di far fruttare la cosa per guadagnare qualche soldo.
Il suo amico lavorava in un negozio di elettronica, che altro non era se non uno scantinato dove il proprietario ammassava computer e cellulari portati dai clienti per essere riparati. Lum era bravo a sua volta con il PC, anche se non quanto Belle. Quando aveva visto ciò che la sua amica era in grado di fare, le aveva proposto di mettersi in società: lui le procurava i clienti e lei violava sistemi su sistemi.
Avevano cominciato con l'entrare abusivamente nel sistema informatico scolastico quando erano al liceo per scaricare i compiti in classe e poi rivenderli ai compagni per pochi spiccioli; stessa cosa avevano fatto una volta entrati all'Università. Poi, la pesca si era fatta più grossa: Lum metteva sistematicamente in contatto Belle con persone che desideravano sapere se il coniuge le tradiva, uomini d'affari che volevano coprire qualche transazione di denaro illecita, o anche semplicemente innamorati che volevano far trovare una sorpresa nel PC della loro fidanzata senza che lei se ne accorgesse.
Belle si accontentava di poche istruzioni, e nel giro di una nottata il lavoro era fatto.
Lei e Lum rifiutavano pochi lavori – eliminavano le richieste di chi voleva rovinare una vita altrui, o aveva pretese che andavano contro la loro morale – e intascavano bene, dividendosi i profitti.
E poi, un giorno, quando aveva diciassette anni, Belle aveva saputo che suo padre era in difficoltà nel provare l'evasione fiscale di un pezzo grosso. E non aveva resistito alla tentazione.
I documenti che provavano tutti gli illeciti erano comparsi sulla scrivania dell'Ispettore Gordon il mattino seguente.
Lo stesso era ricapitato sei mesi dopo, per un caso di sequestro di persona. La vittima aveva ancora il cellulare connesso al Wi-Fi: era bastato isolare il campo in diversi segmenti, e una telefonata anonima aveva avvisato la polizia di dove si trovasse il luogo in cui era tenuta la ragazza.
Stavolta, però, Belle aveva compiuto un passo falso e l'ispettore Gordon si era accorto di tutto.
L'aveva sgridata, le aveva urlato che così facendo rischiava di finire in riformatorio, e l'aveva obbligata a vuotare il sacco. Non le aveva portato via il PC solo in virtù del fatto che lei avesse promesso di non farlo mai più, e per sei mesi filati i rapporti fra lei e Lum erano stati ridotti a zero.
Ovviamente Belle aveva ricominciato, all'insaputa di suo padre, anche se non aveva più interferito nei casi della polizia di Everbrooke.
- Ti ho detto che non lo avrei più fatto.
- E me lo auguro. Devi pensare a laurearti. A proposito, che intenzioni hai quest'anno?- chiese l'ispettore mentre sua figlia si alzava per lavare i piatti.
- Che intendi?
- Domani ricominciano le lezioni all'Università. Pensi di frequentarle?
- Non sono necessarie per gli esami. E ti ricordo che me ne mancano solo sette alla laurea.
- Lo so. Quello che mi preoccupa è che non sembra interessarti molto ciò che studi.
Belle esitò un istante prima di rispondere.
- Mi piace, ma le lezioni sono noiose. E i professori non mi vogliono. Non hai idea di quanto s'incazzino ogni volta che li correggo...
L'ispettore si passò una mano sul volto.
- Perché hai voluto studiare Informatica se sai già tutto?
- Perché credevo che avrei imparato qualcosa di nuovo. E perché è quello che voglio fare. L'unico corso veramente interessante è quello sull'Intelligenza Artificiale del professor Greystoke...
- Ed è per un dottorato in quel campo che vuoi vincere una borsa di studio?- l'ispettore ammiccò.
Belle inarcò un sopracciglio.
- Tu come fai a saperlo? Chi te lo ha detto?
- Un uccellino.
- Lum!
- No, i titoli dei libri che studi giorno e notte. Non sono ancora rimbambito, sai?
Belle fece un sorrisetto sghembo e si appoggiò con i fianchi e i gomiti al lavello della cucina.
- C'è la possibilità di un dottorato alla Cornell University – confessò.- Ma siamo in tanti a concorrere per quel posto. Non è così scontato che io la vinca.
- Tu metticela tutta. Ma non trascurare il resto.
- Il resto cosa?
- Sarebbe anche normale che tu ogni tanto esca con qualche amica, o che ti trovi un ragazzo. Sei carina, sono sicuro che qualcuno che ti fa la corte c'è. Non eri uscita con quel Hunter? Gaston Hunter, si chiamava così...?
Belle alzò gli occhi al cielo. Suo padre ogni tanto se ne usciva con questi discorsi. Oscillava dallo stereotipo del padre iperprotettivo e geloso dell'unica figlia femmina al genitore che non vuole altro se non vedere accasata la sua bambina.
Belle non era mai stata molto brava nei rapporti sociali. A Everbrooke non c'erano molte occasioni di conoscere gente nuova: era una cittadina piccola dove tutti sapevano i fatti di tutti e dove era molto facile venire marchiati a vita. Lei, ad esempio, era quella strana o la ragazza che sta sempre per i fatti suoi.
Il massimo delle possibilità di socializzazione era concentrato a scuola. Belle aveva provato a farsi delle amiche, ma nessuno dei suoi tentativi era mai andato a buon fine. Nessuna delle ragazze era interessata al mondo dell'informatica, e lei da parte sua non capiva niente di cosmetici e abiti griffati. La maggior parte delle sue “amiche” la mollava dopo qualche mese quando trovava di meglio.
L'essere un'orfana non aveva aiutato.
Belle aveva perso sua madre, Caroline Gordon, quando aveva un anno e mezzo. Non se la ricordava nemmeno. Ciò che sapeva di lei era che era una poliziotta rimasta uccisa a ventotto anni durante una rapina mentre era in servizio. Di lei restava solo qualche fotografia.
Belle non aveva mai capito che diamine si aspettassero tutti quanti da una che aveva perso sua madre. Da piccola tutti si aspettavano che piangesse di continuo, stavano attenti a non pronunciare la parola mamma in sua presenza, di tanto in tanto sentiva le maestre parlare di lei sussurrando frasi come “quella povera bambina...”; si aspettavano che andasse al cimitero tutti i giorni a parlare con una tomba – Belle al cimitero ci andava una volta al mese e non le era mai nemmeno passato per l'anticamera del cervello di mettersi a fare conversazione con un pezzo di pietra – e che da adolescente probabilmente facesse qualche fesseria come drogarsi o ubriacarsi ogni sera, per poi giustificarla dicendo idiozie quali “sai, con quello che le è successo...”.
Belle non aveva mai soddisfatto nessuna di queste aspettative. A volte si domandava se non fosse lei a essere cinica e insensibile, ma non capiva come si potesse soffrire per la perdita di qualcuno che praticamente neanche conoscevi.
Di Caroline Gordon non restava niente se non appunto qualche foto che immancabilmente strappava la solita frase di circostanza:
- Caspita, Belle, come somigli a tua madre!
Su questo doveva dar loro ragione. Lei somigliava parecchio a Caroline: avevano gli stessi tratti del viso, lo stesso naso e lo stesso mento dritti, gli occhi di forma leggermente allungata, scuri con un barlume di furbizia, i capelli castani e lisci. L'unica cosa che le differenziava era che, dalle fotografie, Caroline sembrava una donna alta e formosa. Belle, invece, era piccola di statura – a malapena arrivava al metro e sessanta, e il non indossare mai i tacchi non aiutava – era esile e magrolina, non aveva seno né fianchi.
Era capitato, quando ad esempio si tirava il cappuccio della felpa fin sulla fronte, che la scambiassero per un ragazzo.
In quello, somigliava a suo padre. John Gordon era allampanato e secco, con il volto scarno e i capelli e i baffi neri che cominciavano a ingrigire. Gli occhiali da vista non mettevano in risalto gli occhi grigi.
Se c'era qualcuno che aveva sofferto veramente per la morte di Caroline era lui, dato che non si era mai risposato. Belle non ricordava che avesse mai nemmeno avuto una fidanzata e, se ce l'aveva avuta, allora era stato veramente bravo a non far intuire nulla a sua figlia.
Belle era cresciuta praticamente solo con suo padre. I suoi nonni materni non erano stati felici del matrimonio di Caroline con l'ispettore Gordon, e quando la figlia era morta avevano interrotto qualsiasi contatto con genero e nipote. I nonni paterni non c'erano più da prima che lei nascesse, e né suo padre né sua madre avevano fratelli o sorelle.
Fino ai cinque anni suo padre la portava in ufficio con sé quasi tutti i giorni perché non sapeva a chi lasciarla e una baby-sitter era troppo costosa, così Belle era venuta su circondata dalla maggioranza di uomini che componeva la squadra di polizia di Everbrooke. Non ricordava di aver mai avuto una presenza femminile nella sua vita. L'unica donna a lei vicina, la sua madrina del battesimo nonché presunta migliore amica di sua madre, si era sempre disinteressata a lei salvo quelle due telefonate di auguri a Natale e per il suo compleanno. Di tanto in tanto la madre di Lum le faceva da tata – era così che aveva conosciuto suo figlio –, ma niente di più.
Era venuta su guardando i film di Die Hard, leggendo i fumetti di Spider-Man e inscenando duelli cavallereschi con le Barbie. Gli unici effetti collaterali erano stati due: il primo quando, a undici anni, si era svegliata nel cuore della notte con l'interno coscia imbrattato di sangue e aveva iniziato a strillare che stava morendo dissanguata; il secondo, che nessuno le avesse mai veramente spiegato come ci si dovesse comportare nelle faccende sentimentali.
Belle non si era mai innamorata. Aveva avuto qualche cotta, ma roba di una settimana o due, e mai nessun fidanzato.
Circa un anno prima, un suo compagno di facoltà, Gaston Hunter, le aveva chiesto di uscire. Belle aveva accettato spinta dal fatto che fosse obiettivamente un bel ragazzo – muscoloso e alto quel tanto che bastava per superarla ma non farla sentire una nanerottola, capelli neri lunghi fino alle spalle come i suoi e mascella pronunciata – e che fosse molto intelligente – aveva sempre ottimi voti durante gli esami.
Purtroppo si era resa conto solo troppo tardi di aver a che fare con un troglodita mascherato da Principe Azzurro, ovvero quando l'aveva trascinata in una birreria piena di gente dall'aria poco raccomandabile e da dove era riuscita a portarlo fuori prima che si ubriacasse irrimediabilmente. La maggior parte dei suoi discorsi avevano spaziato dalla partita di calcio, a se stesso, alla sua macchina sportiva, se stesso, locali dove ci si poteva ubriacare a poco prezzo, di nuovo se stesso...
Belle ci sarebbe ancora potuta passare sopra e fingere che non fosse successo nulla, arrivederci e grazie, se lui, dopo averla accompagnata fino a casa in auto, non avesse cercato di metterle una mano in mezzo alle gambe. Tutto ciò che aveva ottenuto lui era stato un naso sanguinante, e lei un nuovo rivale nella conquista della borsa di studio.
A quanto pareva, Gaston aveva preso parecchio male il rifiuto – o il cazzotto, se non entrambi – e aveva fatto una questione di principio il soffiarle quella borsa di studio.
Questo – come anche la faccenda della mano morta – aveva però evitato di raccontarlo a suo padre.
- Non è andata a buon fine - tagliò corto.
- E non c'è proprio nessuno che ti piace? Non mi dispiacerebbe vederti con un fidanzato...
- Al momento non c'è nessuno che m'interessi. Tu, invece?
- Io, cosa?
- Perché non ne trovi una tu? Di fidanzata - precisò.- Sei ancora giovane. Sono sicura che a lei non dispiacerebbe.
- Lei chi?
- Lei - Belle accennò prima al soffitto e poi a una cornice poco distante, che ritraeva Caroline Gordon con in braccio sua figlia di nove mesi. Suo padre sbuffò divertito e biascicò qualcosa d'incomprensibile, poi annunciò che sarebbe andato a dormire.
- Lavori anche stasera?
- Torno alla centrale verso le due del pomeriggio. Finché non risolviamo questa brutta gatta da pelare è meglio non perdere tempo. Ricordati la promessa che mi hai fatto.
- Certo. Dormi bene.
Ma sapeva che non ce l'avrebbe fatta. Belle si conosceva: era una sbruffona, le piaceva impiegare le sue capacità per il gusto di farlo, e...lei e Lum stavano appresso alla storia del Lupo da quando era iniziata.
Sono morte tre ragazze e una quarta è in coma..., pensò.
Un'ora dopo, assicuratasi che suo padre stesse dormendo, Belle era già di fronte al computer portatile alla scrivania di camera sua, e il cellulare nella mano destra.
Cominciò a registrare un messaggio vocale su Whatsapp mentre sullo schermo del PC appariva la schermata degli archivi privati della polizia di Everbrooke.
- Lum, so che avevo detto che non ti avrei disturbato mentre tu e Babette facevate quattro salti, ma appena ti stacchi dalla tua dolce metà, gradirei che mi richiamassi. Ho un nuovo lavoro per noi due...
Mentre lo diceva, la stampante aveva iniziato a riprodurre il dossier privato del caso Rosebud Thorn.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Angolo Autrice: Se siete arrivati fino a qui...complimenti! XD
Scherzi a parte, grazie per aver letto fino a qua. Sono quasi le due di notte mentre scrivo, dunque sarò breve altrimenti collasso qui: so che molti di voi penseranno che so scrivere solo rielaborazioni di favole. In parte è vero. La verità è che miti, fiabe e leggende mi piacciono così tanto che mi diverto ogni volta a darne interpretazioni nuove e visioni diverse.
Questa in particolare è il mio tentativo di allontanarmi un po' dal filone. E' una versione più matura del mio antiquato A Fairytale for a Lifetime, che poi ho abbandonato per motivi che spiegherò più avanti, ed è un modo per allontanarmi dal tema delle favole restando ancora legata a esso.
Ho promesso a me stessa che, dopo questa storia, mi sarei dedicata solo a “Grimm” per quanto riguarda l'ambito fiabesco e dintorni. Questa storia è una sorta di tentativo di guarigione XD.
Spero comunque che vi sia piaciuto il primo capitolo. Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensate, come sempre :).
A presto.
Un bacio,
 
Beauty

 

  
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