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Autore: Dark_sky114    30/06/2017    3 recensioni
(Dal primo capitolo)
-Perché mi hai fatta venire fin qui?- "..." -Sappiamo quanto ci tenga a fare una fine dignitosa e quanto io ci tenga a tenerti il più lontana possibile da questo posto. Ti propongo un patto-
-Che patto?-
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Berlino 1940 degli scienziati crearono una macchina per riportare in vita le persone morte in gioventù o per cause non naturali. Pochi anni dopo la macchina fu sequestrata e nascosta sottoterra assieme alle persone che aveva riportato in vita.
New York 2017, un giovane malavitoso newyorchese, dopo aver scoperto l'esistenza della macchina e del Mondo Sotterraneo da un soldato, riportato in vita, inizia a cercare l'ingresso per il Mondo Sotterraneo. Però, dovrà vedersela con Joanna Meson, giovane sicario, finita in prigione dopo un "lavoro" andato male.
Genere: Angst, Science-fiction, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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Capitolo 1

Una missione suicida

Nuova America, Mondo Sotterraneo, 8: 35

Quella mattina nel Carcere di Massima Sicurezza per Soggetti Pericolosi per la Società (abbreviato in CMSSPS), il silenzio la faceva da padrone come ogni mattina dall'orribile giorno in cui era stato edificato. Le porte, che s'intervallavano regolarmente, sembravano dare sul nulla. 
Di solito, ad un'ora diversa e in un giorno diverso, quel luogo si sarebbe animato. Si sarebbero sentite le voci dei detenuti, unite alle loro imprecazioni e alle loro preghiere, ma, quella mattina, nessuno sembrava dell'umore giusto per far rumore. 
Un gruppo di guardie carcerarie entrarono in tenuta antisommossa con in mano delle catene.
Varie teste apparvero dalle sbarre per vedere meglio la scena e altri si nascosero nel buio, pregando che quello non fosse il loro turno.
Già, pure i criminali più pericolosi del Mondo Sotterraneo avevano paura di morire, a tal punto che preferivano la vita d'inferno che conducevano in quelle celle claustrofobiche alla morte.
Le due guardie continuarono a camminare, guardando disgustati quei criminali, diretti alla cella più buia e solitaria di tutto il carcere. 
Quando aprirono la porta, quello che si trovarono davanti li lasciò senza parole. Nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere ciò che era seduto su quella piccola brandina millitare. 
Non doveva avere più di vent'anni. Aveva i capelli molto corti, color cioccolato, e gli occhi verde scuro li fissavano con una calma tale da gelare il sangue nelle vene. Addosso portava la divisa blu dei carcerati e al collo una collana con un ciondolo d'ametista, unico ricordo della propria vita prima del carcere: - Il grassone ha deciso di liberarvi dalla mia presenza? - chiese la giovane, alzandosi: - Piuttosto, ha deciso di liberare questo mondo dalla tua presenza. - rispose una guardia, chiudendo le manette attorno ai suoi polsi: - Ma io sono così carina e simpatica. Potrei mancare a questo mondo abitato da cadaveri. - 
    - Muoviti, detenuta! - le ordinarono spingendola fuori dalla cella.
Durante la loro "passeggiata" per i corridoi, vari detenuti fissarono quella giovane nel più completo silenzio. Si erano abituati a vedere file e file di detenuti che venivano portati nella camera delle esecuzioni, però, nessuno riusciva a non sentirsi triste per la fine di una vita durata così poco: - Cos'ha deciso per me? Un'iniezione e via oppure qualcosa di più scenico? -
   - Sta zitta! -
   - Ma come sei antipatico! Volevo solamente sapere come morirò.-
Le due guardie la spinsero in una stanza spoglia con un semplice tavolo di metallo e delle seggioline, sempre di metallo, dall'aria poco stabile. 
La fecero sedere in una delle sedie e le liberarono i polsi: - Scelta sbagliata.- mormorò, dando un calcio nello stomaco di quello più vicino. 
Lo guardò piegarsi in due dal dolore, soddisfatta.
Si sedette di nuovo sulla sedia: - Non sei una ragazza, sei un mostro!- urlò quello, tentando di avventarsi contro di lei. 
Gli prese il volto tra le mani e lo avvicinò a sè, così tanto da sentire l'orribile odore di caffè sitentico che emanava il suo alito: - Mi avete fatta diventare voi un mostro.- ringhiò, lasciandolo andare. Quello rimase a pochi centimetri dal suo volto: - Certo. Parla quella che ha ucciso un bambino innocente.-
Gli diede di nuovo un calcio allo stomaco: - Io non ho ucciso quel bambino!- 
Quando vide che le cose si stavano mettendo male, l'altro agente ebbe la brillante idea di prendere per una manica il proprio compare, ancora dolorante, e di portarlo fuori dalla stanza, lasciandola completamente sola. 
Non le piaceva quel posto: le ricordava troppo la stanza delle esecuzioni,  anche se lì non c'era nessun dottore pazzo con in mano una siringa con qualche strano intruglio all'interno "Mi stanno osservando, ma perchè non si fanno vedere?" 
Quando finì di formulare quel pensiero, qualcuno entrò nella stanza e le si sedette davanti: - Oh, niente esecuzioni oggi?- domandò non appena vide il presidente di Nuova America: - Niente esecuzioni.- rispose quello. Quell'uomo di mezza età era la creatura più disgustosa che lei avesse mai visto. Il pancione ( così prominente da fare invidia a quello di una donna al nono mese di gravidanza ) tendeva la camicia bianca e la giacca scura. I capelli unti gli coprivano solamente i lati del cranio e gli occhietti minuscoli la fissavano con una fastidiosa intensità: - Perchè mi hai fatta venire fin qui?- chiese, guardandolo negli occhi: non aveva paura di quell'uomo, non ne aveva mai avuta e non ne avrebbe mai avuta in futuro: -Sappiamo quanto tu ci tenga  a fare una fine dignitosa e quanto io ci tenga a tenerti il più lontana possibile da questo posto. Ti propongo un patto.-
   - Che patto?-
   - Allora... abbiamo un piccolo problema con un certo abitante della superficie. Tu ci aiuti a farlo fuori e noi ti liberiamo da questa spiacevole situazione.-
   - E chi mi dice che questa storia non è tutta un bluff?-
Il presidente le sorrise e le lanciò un dossier: - Non voglio altri documenti tranne quello che attesta che io sarò libera a fine missione.- gli disse, picchiettando le dita affusolate sulla superficie di metallo del tavolo davanti a sè: - L'ultimo documento è quello che t'interessa. Ma prima è meglio che ti spieghi perchè devi...-
   - Cerca di farla breve. Ho voglia di entrare in azione dopo tutti questi mesi -
L'uomo le sorrise di nuovo e si allungò sulla sedia: - Benissimo. Ti presento  Adam Coleman...- le disse, aprendo il fascicolo. 
La giovane lanciò un occhiata distratta nella direzione della foto, ma poi dovette di nuovo tornare a guardare quel volto. Apparteneva ad un giovane di bell'aspetto dai capelli scuri e con due penetranti occhi azzurri come il cielo: - Lui e il suo adorato zietto, stanno seminando il panico tra i miei agenti sotto copertura nella superficie. Praticamente li uccidono per un solo motivo...- continuò. La giovane cambiò pagina e si ritrovò davanti la foto di un uomo di mezza età dalla testa completamente liscia, gli occhi chiari, come quelli del nipote, e un vistoso naso aquilino che lo rendeva molto simile al personaggio di un cartone animato: - Vogliono sapere come entrare?- domandò la giovane detenuta: - Sei pure intelligente oltre che tremendamente cattiva.-
Ignorò quella provocazione e continuò a sfogliare il dossier finchè non trovò la foto del cadavere di una donna con un foro tra le sopracciglia: - Questa è una delle loro vittime. I miei agenti l'hanno trovata in un vicolo di New York. L'hanno abbandonata dopo averla uccisa. Di sicuro perchè non ha collaborato come volevano quei due.-
    - Quindi sono due pazzi omicidi.-
    - Praticamente. Però, hanno un punto debole.-
    - Quale?-
    - Il ragazzo segue gli ordini dello zio e lo zio porta avanti i suoi affari grazie all'intelligenza del nipote. Uccidi uno e mandi in rovina l'altro.-
    - Oppure mettili  l'uno contro l'altro e aspetta di vedere quello che succede.-
    - Questo sta a te deciderlo. Comunque, sappiamo che i due vivono a New York e che hanno ben tre guardie del corpo a testa, credo quattro da quando ho iniziato a mandargli i miei agenti per ucciderli.-
     - Cosa ti fa pensare che proprio io sia la più indicata a fare una cosa simile?-
     - Sarai solo una ragazzina, ma, da quando i tuoi genitori sono morti, tu hai la fama di essere un sicario spietato.- 
Odiava quando le ricordavano il suo vecchio lavoro: - Se mi dai una garanzia ci sto.- mormorò. Preferiva morire nel luogo dove era nato suo padre piuttosto che in quella prigione: - Voi detenuti non vi fidate proprio mai! Dammi quel documento!- 
Lei gli passò l'ultimo documento del fascicolo e fissò la penna a sfera dell'uomo grattare la carta, lasciandovi impresso sopra il proprio nome: - Ora basta solo che mi uccidi quelle due palle al piede. Puoi portarti pure quel foglio dietro se vuoi. Siamo daccordo?-
La giovane annuì, stringendo la mano che le tendeva il presidente: -Liberatela e portatela al Tunnel X!- ordinò l'uomo dopo aver fatto entrare tre uomini. 
Non appena vide l'uomo in camice, sentì una rabbia cieca impadronirsi di lei: - Mi avevi detto che non ci sarebbe stata un'esecuzione oggi!- 
    - E infatti non ci sarà. Tenetela ferma!-
Due soldati le immobilizzarono  un braccio, ignorando i pugni e le imprecazioni della ragazza: - No. No. No.- si lamentò, quando l'ago le entrò nella pelle. 
Era la fine. 
Aspettò il momento in cui il veleno avrebbe fatto effetto, ma non accadde nulla: - Cos'era?-
    - Un localizzatore. Ti avevo promesso che non ti avrei uccisa, Joanna, e sai bene che io mantengo sempre le mie promesse -
    - E se me lo togliessi?-
    - Il localizzatore rilascerà una dose di veleno sufficente ad ucciderti -rispose il presidente senza abbandonare il suo fastidioso sorrisetto di superiorità. 

La fecero cambiare e la portarono fuori dove la luce artificiale, che illuminava Nuova America, l'accecò. Si mise una mano davanti agli occhi per ripararsi da quella dolorosa luce "Ma quanto sono stata là dentro?" 
Qualcuno la prese per un braccio, la spinse su una jeep verde e  le lanciò uno zaino azzurro: - Qua dentro c'è il tuo equipaggiamento, troverai il resto nel bagno di un bar che si chiama Central Park's Café.- 
Memorizzò il nome del bar.
Tornò a vedere solo quando la jeep era ormai lontana dal carcere. Mise la testa fuori dal finestrino, godendosi il vento che le accarezzava la pelle. Pure l'odore di ammoniaca dell'aria non le dava fastidio, anzi, le sembrava il profumo più buono al mondo. 
La città era a sette chilometri dal CMSSPS e il Tunnel X era proprio in centro, quindi era obbligata a percorrere tutta la città e a rivedere i posti in cui era vissuta per ben diciotto anni. 
In quei due lunghi anni era abbastanza cambiata: c'erano negozi nuovi, gente nuova  e le facciate di molti palazzi erano state imbiancate o completamente ristrutturate.
Osservò le persone camminare per le strade. 
C'era pure una coppia con un bambino. Non appena li vide sentì una stretta al cuore. Pure i suoi genitori la portavano in giro per la città la domenica. Era una specie di tradizione, fino al giorno in cui erano morti: - Uscirai in uno dei tunnel  della metropolitana. Nello zaino ci sono dei soldi e se hai bisogno di un posto dove dormire c'è l'appartamento di Patrisha O'Connor.-
Patrisha O'Connor? Aveva già sentito quel nome, ma non ricordava dove: - Chi è?-
    - Era l'agente che Adam Coleman ha ucciso.- rispose l'autista, sterzando verso destra. Non sapeva che dirgli se non un patetico ed inutile "mi dispiace"
     - Ti prometto che lo ucciderò.- 
L'autista la scrutò dallo specchietto. Gli avevano detto di trasportare un sicario fino al Tunnel X, non una ragazzina dall'aria così innocua: - Ma tu sei veramente Joanna Meson?-le chiese in un impeto di curiosità.
Sospirò. Già, erano passati due anni, ma le persone non dimenticano così in fretta. La sua faccia e il suo nome erano passati per tutti i notiziari, soprattutto quando era diventata una latitante. 
Abbassò lo sguardo, imbarazzata: - Già.-
    - Secondo me, tu hai fatto la cosa giusta a Nuova Europa.- le disse senza smettere di guidare. Lo ignorò: odiava ricordare quel giorno, sentiva ancora il suono degli spari e le urla, così forti da farle fischiare le orecchie, e poi quel pianto, disperato, da far venire i brividi.

La jeep si fermò davanti a due altissimi pilastri di cemento armato. Erano arrivati al Tunnel X.
Fissò i due ascensori a bocca aperta. Le cabine erano dentro a quei due immensi tubi di cemento. 
Scese dal veicolo senza smettere di fissare i quegli ascensori: - Ma sono enormi!-
      - Fa questo effetto a tutti, ma non sono pericolosi come sembrano. Buona fortuna, Joanna!- le augrò l'agente. 
Si mise lo zaino in spalla ed entrò nell'ascensore. Quando le porte le si chiusero alle spalle, le sembrò di essere tornata nella sua cella. 
Fece un respiro profondo e posò la schiena contro alla parete.
Il viaggio durava almeno due ore; le conveniva rilassarsi e prepararsi per ciò che avrebbe visto. 
Essendo nata nel Mondo Sotterraneo, come moltissimi giovani, non aveva mai visto la luce del sole se non in qualche documentario o film.
Per tenersi occupata, iniziò a rovistare nello zaino. Al suo interno non c'era nulla d'interessante tranne qualche mappa della città, una torcia elettrica, un coltellino, una bottiglietta d'acqua, una busta di plastica con dentro almeno duemila dollari e dei vestiti di ricambio "Mi aspettavo qualche arma" si disse un po delusa dallo scarso arsenale. Poi ricordò le parole di quell'agente "Troverai il resto nel bagno di un bar chiamato Central Park's Cafè. Farò una visitina a quel posto non appena sarò fuori da questo ascensore" 

   
 
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