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Autore: inulena    25/07/2017    2 recensioni
Mi chiamo Fox ho 17 anni, sono richiusa in un manicomio. Mi chiamo Fox ho 17 anni e sono stata ingiustamente accusata per qualcosa che non ho commesso. Mi chiamo Fox ho 17 anni e forse mi merito di essere rinchiusa qui dentro. Mi chiamo Fox ho 17 anni, sono rinchiusa in un manicomio, lontana dalla persona che amo, privata della mia libertà. Mi chiamo Fox ho 17 anni e a causa mia sono morte delle persone. Mi chiamo Fox e forse mi merito di stare qui dentro.
Genere: Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti
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Mi chiamo Fox ho 17 anni, sono richiusa in un manicomio. Mi chiamo Fox ho 17 anni e sono stata ingiustamente accusata per qualcosa che non ho commesso. Mi chiamo Fox ho 17 anni e forse mi merito di essere rinchiusa qui dentro. Mi chiamo Fox ho 17 anni, sono rinchiusa in un manicomio, lontana dalla persona che amo, privata della mia libertà. Mi chiamo Fox ho 17 anni e a causa mia sono morte delle persone. Mi chiamo Fox e forse mi merito di stare qui dentro. La porta della stanza che si apre interrompe i miei pensieri. 

L'infermiera come tutti i giorni entra dentro la mia stanza. Mi guarda con compassione. Che schifo. Non so se mi fa più schifo la sua compassione o la mia situazione. Faccio pena a delle persone, chi l'avrebbe mai detto.
"Buongiorno". Alzò lo sguardo verso di lei. Tutte le mattine entra e io l'aspetto già sveglia, rannicchiata sul mio letto. Dice che faccio paura. La guardo attraverso i capelli marroni che mi coprono la visuale. In due anni che sono rinchiusa qui non ho mai parlato, non che nessuno abbia provato a smuovermi, sono comunque una pazza. Sono una serial killer.
"Adesso andiamo a lavarci" dice l'infermiera che mi guarda con un po' di sospetto. Tutti hanno paura di me, anche se non ho fatto niente per meritarmi la loro paura. Mi alzo e aspetto che mi ammanetti le mani. Sono pericolosa. Mi porta attraverso gli asettici corridoi del manicomio. Dalla mia cella ai bagni ci sono 200 mattonelle quadrate. Le ho contate. Il freddo del bagno mi fa venire i brividi. L'infermiera si ferma e mi passa dietro.  "sai come funziona, hai 10 minuti per fare tutto" la sua voce non è ferma ma si sente comunque la paura, il mancato rispetto. Per lei non solo altro che un ennesimo pazzoide. Apro il rubinetto e mi sciacquo la faccia, l'acqua fredda mi riporta per un secondo con i piedi per terra. Succede tutte le mattine. Ormai non vivo più, mi lascio scorrere. Ho smesso di essere la combattente di prima e non so nemmeno il perché. L'infermiera dietro di me comincia a battere il piede per terra, è nervosa. Forse la infastidisce il fatto di dover restare rinchiusa con me, da sola, dentro una stanza dove non ci sono telecamere o finestre. E questo solo per fare un'ipotesi. Faccio davvero così paura? Nessuno sa come abbia ucciso, quanti, chi, perché e proprio questa inconsapevolezza aumenta il terrore che provano nei miei confronti. Mi girò di scatto verso di lei. Tanto pazza mi crede già. Sussulta e la paura riempi i suoi occhi. Una forte risata esce dalla mia bocca, prima che lei si ricomponga e mi informi con voce tremante che mancano solo pochi minuti prima che mi riaccompagni in cella. Voleva dimostrarsi forte ma stavolta ho vinto io, anzi è stata battuta dalla sua ignoranza. Faccio le ultime cose e una volta finito l'infermiera senza toccarmi mi riaccompagna in cella. Nessuno mi tocca mai, espressa volontà dei dottori: "ripugna ogni contatto umano, la sua sottile psiche potrebbe risentirne se avvenisse un contatto. Consiglio di non scatenare in lei alcun comportamento violento". Psicologi stupidi, non hanno capito un cazzo di me. 

 

1,2,3,4.... fino ad arrivare a 200. Entro dentro la mia cella, mi vengono levate le manette e la porta viene rinchiusa dietro l'infermiera che mi guarda mentre la saluto con la mano. Mi piace spaventarla. Almeno mi diverto. Le giornate qui sono interminabili, se non mi diverto con il poco che mi offrono, impazzirei davvero. Mi siedo sul letto. Non posso avere libri, alimenterebbero la mia creatività nel fare del male. Non posso uscire e socializzare con gli altri pazienti, potrei attaccarli o influenzarli. Si perché non sono solo una serial killer ma sono anche psicopatica e come tutto gli psicopatici sono carismatica e sollevo le masse, gli faccio fare quello che voglio io. Com'è possibile che mia madre abbia potuto creare un mostro come me? Ma quanto sarà stupida la gente, non mi capiscono e mi attribuiscono tutte le più strana patologie che trovano nei loro grandi libroni. La porta della cella si riapre. Un cambiamento nella mia continuità. Stavolta non è l'infermiera, ma è un un maschio. Lo conosco. Philip... si chiama Philip.È un porco. Stupra tutte qui dentro.  Tutte tranne me, ha troppa paura. Lo fisso, cercando di essere il più cattiva possibile. Voglio usare contro di lui tutta la falsa aurea da psicopatica che mi hanno attribuito. Voglio che sappia che se fossi libera lui sarebbe una delle mie vittime. Lui deglutisce, per la prima volta, deglutisce. Anch'io deglutisco quando le urla di dolore delle altre pazienti arrivano ogni notte, in cui lui ha il turno, alle mie orecchie.
"hai un nuovo colloquio con il Dottor Firman" dice, per poi avanzare verso di me. Deve ammanettarmi, forse addirittura mettermi la camicia di forza. Non sono mai stata molto propensa ad incontrare psicologi. Tutti voglio sapere cosa c'è dietro la mia pazzia, forse mi vedono come un nuovo caso clinico, qualcosa del tutto nuovo. Ma non sanno che dentro di me non c'è niente. Cerca in tutti i modi di non toccarmi mentre mi fa passare le manette intorno ai polsi. Io continuo a guardarlo e questo lo sta mettendo in soggezione. Ha innalzato la sua postura in un misero tentativo di farsi vedere più potente e di essere lui quello che spaventa, ma con me non attacca. Io sono quella che ha ucciso delle persone qua dentro, no lui. Chiude la sicura e tira un sospiro di sollievo. Adesso crede di essere in salvo. Potrei strozzarlo lo stesso, restituendoli tutto il dolore che fa a quelle povere donne. Ma deciso solo di seguirlo lungo il corridoio, decido di fissargli la schiena, ricordandogli di avere paura, di non credere di essere in salvo, che quando è con me, è sempre in pericolo. 

Arriviamo davanti alla porta del reparto medico. Qui dentro succede la magia, qui dentro una persona sana diventa una pazza. L'infermiere mi apre la porta e io lo guardo direttamente negli occhi. Lui rabbrividisce. Mi accompagno ormai da sola, conosco a memoria questo posto, mi avranno portato un centinaio di volte all'interno di queste stanze. Mi fermo davanti alla sala colloquio, la mia sala dei colloqui, ne hanno attrezzata una tutta per me, in caso avessi uno dei miei attacchi di pazzia, che vorrei precisare non si sono mai manifestati in due anni che sono qui. L'infermiere mi apre di nuovo la porta e stavolta sorride, felice che la sua breve passeggiata con me sia finita. Prima che possa allontanare la mano dalla maniglia della porta gli sfioro le dita, un tocco quasi impercettibile. Lui mi guarda e io sorrido, un sorriso diabolico. Un sorriso che gli promette di levargli la vita. Lui ritrae la mano e continua a guardarmi mentre comincio a ridere. Indietreggia piano piano prima di arrivare a scontrarsi contro la parete e scappare. Codardo. Odio gli uomini codardi. Entro dentro la sala colloqui, la porta sempre aperta. Non ho voglia di scappare, non posso scappare. Sto aspettano una persona. Pochi minuti dopo si affaccia un ragazzo molto giovane. Troppo giovane per stare qui dentro. Avrà la mia età, forse due anni un più di me. Troppo pochi per stare qui dentro. Mi domando cosa lo abbia spinto ha fare un lavoro così orribile. Preferirei mille volte pulire la merda dei bagni pubblici piuttosto che venire tutti i giorni della mia vita, dentro questo schifo di posto.
"salve" dice posizionandosi di fronte a me, lascia la sua cartella per terra. Porta un paio di occhiali trasparenti tondi sul naso. I suoi capelli sono tirati indietro mentre indossa un perfetto completo. Un altro figlio di papa fresco di università che prova a capire la mia inesistente pazzia.
"sono il Dottor Firman" dice guardandomi e cercando di creare un contatto con me. Lo fisso. Ho scoperto che se fissi le persone queste si imbarazzano e smettono di rivolgerti la parola, anzi.... ti scansano proprio. Faccio lo stesso con lui. Spero che si scocci presto di non ricevere risposte da parte mia.                  
"mi hanno detto che lei ha questo tipo di comportamento con tutti" afferma sorridendomi.
"pensa che se continuerà a guardarmi io mi imbarazzerò?". Abbiamo il primo psicologo che riesce a capire un po di comunicazione non verbale. Fantastico. Sorrido per la sua osservazione.
"bene, vedo che sta sorridendo. La fa ridere di più il fatto che sappia cosa stava provando a fare o che stia provando a capirla?". Rimango in silenzio mentre il mio sguardo vaga su di lui. Lo sta percependo, lo vedo. È bravo a nascondere quello che prova, ma anche non volendolo a tutti il respiro aumenta quando siamo sotto pressione. "non sono qui per capirla, voglio solo sapere la sua storia, voglio capire cosa l'ha portata a fare quello che ha fatto" dice calmo, mentre tira fuori dalla sua cartella dei fogli e una penna. Sta già cercando di vedere in quale delle sue scale da psicologo rientro. Distolgo lo sguardo. Mi ha già annoiata, pensavo fosse diverso, pensavo che con lui mi sarei potuta divertire. A quanto pare no!
"non vuole proprio collaborare eh?".  Continuo ad ignorarlo.
"bene allora credo che non voglia uscire di qui. Se non sappiamo come sono andate le cose non potremmo farla uscire. E continuerà ad essere accusata di qualcosa che forse non ha fatto" lo ignoro. Tutti si sono già espressi apertamente sulla questione. Non sono bastati i tre processi, la manifestazione cittadina, le varie interviste e i talk show per ribadire al mondo intero che io sono una serial killer. Non ho speranze di uscire. Eccetto una, la più orribile. La stanza si riempie di silenzio. Non voglio collaborare, voglio solo che lui mi cataloghi come una psicopatica che si è rinchiusa nel suo dolore e che non accetta di essere toccata da nessuno. Tutto molto più semplice.
"bene, in questo caso sono sicuro che non voglia avere nessuna notizia su la sua famiglia" cerca di suscitare in me qualche emozione, come tutti gli altri. Certo che voglio sapere della mia famiglia, ma meglio tenerla lontano da questo posto e da quello che rappresenta. Loro rappresentano una debolezza per me e qua dentro tutti sfruttano le debolezze.
"nemmeno su un certo Tate?". Al suono di quel nome, reagisco. È ancora vivo. Non mostro niente. Devo continuare la mia parte. Devo continuare a sembrare una pazza. Mi volto verso lo psicologo che adesso sta sorridendo felice del piccolo successo che ha conquistato. Nessuno aveva mai parlato di Tate, nessuna delle indagini che sono state fatte su di me ha riportato il suo nome. Io e lui davanti al mondo siamo due perfetti sconosciuti. Allora perché questo tizio sembra sapere quello che lega me e lui? Uno stupido sorrisetto esce dalla sue labbra. Se pensa di poter usare Tate per farmi parlare si sbaglia di grosso. Tate è irraggiungibile, anche per me. Lo fisso, stavolta no per imbarazzarlo ma per capirlo. Vuole sapere la mia storia, vuole riuscire dove gli altri non sono riusciti. Sono una sorta di premio per lui, sono il suo fottuto premio.
"signorina, io sono un dottore, ho più di due lauree e sono vincolato al silenzio per professione quin..."
"vuoi sapere la mia storia?". Parlo. Per la prima volta dopo due anni parlo. La voce è gracchiante e roca, troppo per una donna. Sembro una fumatrice incallita. Lui strabuzza gli occhi. Continuo a guardarlo. Non ci crede, ha finalmente fatto parlare la paziente più pericolosa dell'intero istituto. Alzò un sopracciglio quando non ricevo riposta da parte sua. Lui si riprende e annuisce deciso. Mi lecco le labbra, cercando di inumidirle. Un piccolo sorriso esce dalle mie labbra mentre poggio le mani ammanettate sul tavolo d'alluminio.
"mi racconti tut..." alzò una mano e lo blocco.
"sei proprio sicuro?" chiedo. La mia storia non è una delle più felici del mondo. So che sembro patetica, ma non mi sto autocommiserando, sto solo guardando la mia storia oggettivamente. Io sono cresciuta seguendo le mie leggi. Non sono una santa. A causa mia sono morte delle persone. Come ho già detto, mi merito di stare qui.
"non mi sconvolgo molto facilmente" dice sicuro continuando a guardarmi. Mi appoggio allo schienale della sedia e distendo le gambe, le mani ammanettate in mezzo ad esse, ricadono penzoloni.
"b e n e" sibilo guardandolo, mentre sulla sua pelle si formano dei piccoli brividi.
"ditemi dottore, siamo soli? Nessuno ci sta ascoltando o registrando la nostra conversazione?" la gola comincia a farmi male. Troppo tempo non è stata utilizzata per parlare e adesso mi frizza. Poco importa, almeno sono sicura che sono ancora umana, provo dolore. Gli occhiali gli ricadono sul naso e lui prontamente se li riporta in su.
"si, signorina come le ho detto siamo soli", una piccola risata esce dalle mie labbra.
"cominciamo subito male dottore. Pensa che non sappia che c'è una piccola telecamera posta esattamente nel foro sulla parete alle mie spalle? Pensa davvero che non mi sia accorta del registratore all'interno della sua borsa, che ha accesso nel momento in cui ha preso i fogli?". Le sue pupille si dilatano, ha paura. Anche lui sta cominciando a sentire il peso della mia reputazione, del mio fardello.
"dovrà impegnarsi di più" dico guardandolo. Il silenzio si fa spazio all'interno di queste bianca mure smorte. Non che mi interessi. Credeva di ingannare l'ingannatore.
"mi scusi" dice estraendo il registratore e posizionandolo sul tavolo, come un bambino che ha appena commesso una marachella. È ancora acceso. Il mio labbro superiore si inarca, in una piena espressione disgustata. Non mi piace chi mi mente. Con una mossa fulminea prendo il registratore e lo spacco sulla parete in corrispondenza della telecamera. Il dottore sussulta, impaurito. Ritorno nella mia posizione iniziale. Gli occhi puntati su di lui, che nonostante abbia sbagliato mi guarda ancora come se fossi quella io in torto. Presuntuoso.
"mettiamo in chiaro un paio di piccole e insignificanti regole. Io non sono una stupida, non mi piace essere presa per il culo e non mi piace chi mi racconta cazzate." lui annuisce guardandomi. La penna ricade penzoloni tra le dita delle sue mani. Credo che non la utilizzerà molto. Non c'è niente da scrivere c'è solo da ascoltare.                
"mi scusi, è stato un mio errore" dice riprendendo un po' il controllo della situazione. È comunque lui quello che deve impostare un dialogo con me e non il contrario. Ancora però non si è reso conto che il potere ormai è in mano mia. Si agita sulla sedia mentre mi guarda, in attesa di una mia parola.

 Da dove cominciare? Da dove posso cominciare a raccontare la folle vita che mi è stata donata?

 

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Ciao a tutti!
 Ecco il primo capitolo della mia storia, spero che vi piaccia e che vi faccia emozionare come ha fatto emozionare me nello scriverla. Al prossimo capitolo! 
Baci,
Inulena
 

  
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