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Autore: NobodyUnderstandsMe    13/08/2017    0 recensioni
Puro esibizionismo filosofico e poetico.
"E, allora, suicidati Dio: io non credo più in te".
"Siamo l'essere abbandonato al culto del non-essere".
Genere: Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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A te, Dio.
 
Ad Agostino, che mi ha insegnato che si può perdere la strada.
Strada che non ho ancora ritrovato.
Ma ho trovato il coraggio di parlare con te, Dio.

 
 L'incontro.

Signor mendace, con me favellasti:
Delle spine dell'uomo mi narrasti;
In un cencio vitreo, mi acquisisti
E, nel core marmoreo di un fiele
Dalle labbra di miele, mi mentisti.


In giorni di dolore e in giorni di tedio, ti incontrai: mai avrei pensato che ti avrei amato e, poi, voluto bene; mai avrei pensato che avrei strappato le radici della quercia della razionalità e avrei abbracciato la strada dei finti saggi; mai avrei pensato che mi sarei conformato alle luci fioche di una notte in cui le stelle, lasse, avrebbero dormito sul grembo della luna maledetta; mai avrei pensato che, per me, saresti divenuto l'unico, tra notti di musiche stridenti e parole di edera. Ma, sicuramente, pensai d'essere onorato: non vi furono Virgilio o Beatrice, bensì una croce sanguinante dal rimpianto e un nome fosco che mi unirono a te - furono i suoi verbi a parlarmi, mentre io, sordo, non volevo ascoltarli. Alla fine, cedetti: la sua voce era di seta e cullava le orecchie, che avevano vissuto fino ad allora nell'eclissi della musica. 

 Il percorso.

Ancor discerno la tua sembianza
Tra i silenti rintocchi del core:
Oh, si poeta mai fossi stato!, 
Avrei decantato la cancrena
Dolce che allignava la mia seta
Gettata nel silenzio d'una chiesa.
Ma sono uomo: non so poetare.


Furono giorni di risate soffocate nel grigiore di qualche vecchia biblioteca, in cui le sue parole si incrociavano a qualche sterile pulsione umana: stavo bene, mentre il relitto della razionalità affondava definitivamente in un mare di religione. Ma stavo bene, e, quando si sta bene, conta davvero cosa sia meglio per la mente? Deccadero teorie filosofiche, inquinate da uno strato di polvere opaca, e, con loro, decaddi io, lentamente, perché mi persi nella selva dell'amore per te. E mai commisi sbaglio più grande.


 Il dubbio.

Crollano i cimenti di rancore:
Non quelli di dubbio.


E mai avrei pensato che persino tu potessi ingannarmi. Ma lo facesti. E tu domini tutto; tu puoi tutto - anche controllare la natura, no? Quella stessa che mi appese a un macigno e mi gettò nel mare di vivere.Tu puoi tutto. Tutto. E, allora, suicidati, Dio: io non credo più in te. 

Non ci riesco: il dubbio metodico mi ha afferrato e ha posto  in crisi il tuo essere essenza ed esistenza; sono entrato nella terra di Cristo, ma, col filo di Arianna, la mia razionalità si è impiccata: ti avevo chiesto aiuto, solo un po' di aiuto, e mai lo ricevetti; piansi, allora, umanamente, virilmente, giacché solo colui che accetta le proprie emozioni può definirsi uomo, ma a nulla servì, se non a far preoccupare i miei cari. E, lentamente, troppo, ci allontanammo.

 L'abiura.

Stridono, con vesti di sangue, le parole:
Torneranno a tacere
Quando appassiranno le ossa,
Quando una corona di vermi
Adornerà questo silenzio,
Quando la sete dell'oscuro
Mi divellerà l'ipofisi.
Intanto sono l'oblio:
Immense.


 —  Dio buono, che t'innalzi sul trono marmoreo della Bontà, perché mi hai abbandonato nel tacito ricordo di ciò che ero e che non sarò mai più? Le membra sono già sfiorite: non hanno più il roseo della gioventù, ma il retrogusto di chi ha assaporato tanto e si è piegato al caso; intelligenza e virtù hanno fallito e, ora, danzano insieme in un cimitero di stoltezza. E il bastardo di tutti i Padri disse - ipse dixit! -, in un tempo dimenticato dall'uomo, rovente di invettive e gravido di fallimento, che "se dubito, esisto", ma io non esisto: sono un non-essere; sono il non-riflesso di un non-uomo perso nella selva del peccato - io dubito, ma non esisto se loro non mi conoscono, e loro non conoscono: inermi manichini privi di scopo, spargono benzina su un terreno di carta, e non appiccano nulla, giacché vogliono vedermi soffrire, appassire sotto i colpi del Tempo mortale, che mai mentì, neanche quando risuonarono, fragorose, le nenie del sempiterno. 

— Noi esistiamo, ma esistiamo solo per loro. Quindi non esisto. Perché non sanno chi io sia. Pretendono di saperlo. Ma non lo sanno: il loro sapere è un non-sapere: se dubito, penso, quindi esisto - cogito, ergo sum! -, ma, se nessuno attesta la mia presenza, che senso ha esistere? E, se razionalmente riesco  a dire che esisto, emotivamente sono solo l'ombra di un sentimento: ho fallito; ho perso, dapprima, la razionalità, poi te, Dio, e, infine, anche me. Rimane solo la vita in questo grido di illusioni, in questo scritto di parole fortuite, fortunose, casuali. Rimango solo io, e, forse, è vero che esisto, ma non vivo: questa non può essere vita; non può essere poesia - la poesia nasce dall'amore. E io non mi amo. Non più. Forse mi odio. O, forse, semplicemente, fallendo, ho imparato a volermi bene. Forse gli errori servono a qualcosa. O, forse, non si può commettere il giusto: come potrei senza il tuo aiuto? Gli uomini sono una massa di dannati, e, dietro a ogni loro azione, si cela il riverbero dell'oscuro; dietro a ogni loro azione, si nasconde una marea di gemiti dovuta alla propria ambizione. E io sono riuscito a raggiungere il sole. A vedere il sangue gocciolare, copioso, dalla sua ferita. E me ne sono accorto troppo tardi: quella ferita era mia.


N.d.a: sto scrivendo dalle due e, sinceramente, sono troppo stanco per riportare ed esplicare tutti le citazioni del testo, ma, nel caso vi fossero dubbi, chiedete. Per il resto, vi chiedo solo di notare la degenerazione dei testi poetici che stonano con l'apparente soluzione finale: più ci si allontana da Dio, più si sfocia nel caos metrico, e così decadono, dapprima, le rime, poi le assonanze, infine gli endecasillabi. Nient'altro. Forse riuscirò a concludere qualche raccolta. Forse.
   
 
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