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Autore: RavenC    25/08/2017    1 recensioni
Anastasia è una sedicenne la cui vita viene totalmente sconvolta. In un mondo dove tutto non è come sembra farà nuove amicizie e proverà nuove emozioni. Troverà risposte e ricaverà domande. La vita di una sedicenne cambia totalmente, ma assume un vero significato.
***
È la prima storia, questa introduzione fa schifo e non credo di essere un asso nella scrittura, ma cercherò di migliorare. Intanto le critiche, i consigli e tutto sono ben accetti.
Genere: Fantasy, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Le giornate umide e piovose erano quelle che Anastasia detestava di più e quel giorno era uno di quelli. La giovane si era svegliata saltando giù dal letto e accovacciandosi ai suoi piedi dopo l’ennesimo incubo. I boccoli castani che scendevano scomposti oltre le spalle fino a metà schiena le coprivano il viso diafano e vennero tirati indietro dalle mani affusolate scoprendo gli occhi castano-verdi. Era pomeriggio inoltrato e, per quanto Anastasia detestasse dormire di pomeriggio, sperava di poter recuperare un po’ di sonno perso evitando quella giornata che l’avrebbe messa solo di malumore. Lentamente si alzò decisa a raggiungere il bagno per farsi una doccia e togliersi di dosso la sensazione di appiccicoso e per rilassarsi. Adorava lavarsi con l’acqua fredda e nelle afose giornate dei primi giorni di settembre era la miglior cosa che potesse mai capitare. Sfortunatamente non ebbe il tempo di mettere piede in bagno che il campanello cominciò a suonare e Anastasia dovette andare ad aprire. Davanti a lei c’era una delle persone più irritanti della sua vita, Sara, sua sorella. Le due ragazze non si assomigliavano per niente, Sara, nonostante la sua maggiore età, era più bassa della sorella, un corpo morbido, gli occhi nocciola e i capelli lisci e biondi. La bionda era in compagnia di altre due ragazze, una dai capelli rossi innaturali e l’altra corvina, che la guardavano un po’ preoccupate, ma con aria di superiorità.

  ‹‹Ci sei solo tu a casa?›› le chiese con una nota di fastidio la sorella. Anastasia sbuffò esasperata; era sempre la stessa storia, Sara portava persona e casa pretendendo di non trovarla, sapendo benissimo che lei, da lì, non se ne andava. ‹‹Si, solo io.›› rispose la sorella, mettendosi di lato per far passare le tre ragazza, senza però risparmiarsi una spinta dalla sorella.

  ‹‹Quindi non ti dispiace, vero, se aspetti fuori fino a che mamma e papà non tornano›› disse Sara sedendosi sul divano che, vedendo la riluttanza dell’interlocutrice continuò dolcemente e con tono di chi dice una cosa ovvia ‹‹Per l’incolumità delle mie amiche, mi sembra ovvio.››.

  Anastasia abbassò lo sguardo e, dopo aver preso l’ombrello lasciato dalla sorella, uscì di casa chiudendosi la porta alle spalle con ira e lasciandosi dietro le risa delle altre ragazze.

 

 

  ‹‹Stronza.›› bisbigliò Anastasia. ‹‹È più pericoloso che io stia fuori.››. Sapeva quello che la gente, che sua sorella e suo padre, pensavano di lei, e stava cominciando a crederci anche lei. Ormai tutti conoscevano la sua identità e la evitavano impauriti e inorriditi dalla sua libertà. Anastasia si maledisse per non aver preso una felpa che nonostante il caldo evitava di farsi riconoscere dai passanti che si allontanavano. Lei sapeva di non essere colpevole, sapeva che erano tutti degli equivoci, delle coincidenze, ma, effettivamente, era tutto così ragionevole che stava cominciando a crederci anche lei.

  In un istinto di rabbia tirò un calcio a una lattina che colpì un palo, il rumore dello scontro fece saltare dalla paura un bambino dietro di lei, Diego Lee, il suo vicino di casa, una peste grassottella dai capelli rossi, gli occhi nocciola e il viso cosparso di lentiggini. Diego, come al suo solito ogni volta che lei metteva piede fuori casa la pedinava con l’intenzione di riprenderla in uno dei suoi “attacchi”; infatti in mano il rosso aveva una videocamera e una merendina di cioccolato.

  ‹‹Diego, se la smetti di seguirmi non dirò a tua madre che stavi mangiando del cioccolato.›› disse Anastasia con tono calmo. Odiava quel bambino e la sua madre iperprotettiva, ma doveva mantenere la pace comune.

  ‹‹E io dirò alla mamma che hai minacciato di farmi del male.›› Diego pestò una pozzanghera facendo bagnare Anastasia che si innervosì. Mentre il bambino scappava il temporale cominciò ad aumentare, la pioggia era talmente forte da rompere l’ombrello - un piccolo scherzo di Sara - e Anastasia si ritrovò totalmente fradicia in poco tempo.

  ‹‹Ma succede tutto a me?›› gridò al vento Anastasia ‹‹Può sul serio andare peggio di così?››.

  La giovane si sedette sul marciapiede, non aspettandosi che tutti i cliché delle storie erano molto attendibili. Non ci volle molto prima che la nebbia cominciò a diradarsi e da essa ne venne fuori la figura di una ragazza slanciata, capelli neri lisci come spaghetti e qualche ciocca tinta di rosso, gli occhi erano quasi neri e aveva un’espressione sorpresa, che poi si tramutò in estasi. La ragazza si avvicinava mentre Anastasia rimaneva ferma, bloccata dalla paura che le dava quella ragazza. La giovane era ormai inginocchiata davanti Anastasia e le prese il viso in una mano.

  ‹‹Che bella sorpresa. Tu chi saresti?›› cominciò con voce lasciva mentre accarezzava leggermente il viso e i capelli di Anastasia. ‹‹Una ragazza così bella come può provare tutte queste emozioni negative?››.

  Anastasia era sorpresa, come faceva quella ragazza a sapere cosa lei stesse provando? ‹‹I-io…›› balbettò confusa.

  ‹‹Non sorprenderti cara, io sono qui per le tue ombre, sono così succulente, non capita spesso di attingere alle ombre dei non-mortali.››.

  Per Anastasia tutto quello che diceva quella ragazza strana non aveva nessun senso e voleva togliersi da quella situazione il prima possibile. ‹‹Lasciami.›› proruppe con tono deciso.

  ‹‹Ma allora sai parlare.›› rise l’altra ragazza.

  ‹‹Ti ho detto di lasciarmi!›› gridò. La corvina si allontanò, tra le due ragazze si era eretto un muro di fuoco, la pioggia attorno a loro aveva smesso di cadere ed erano circondate dalla nebbia. Entrambe erano molto sorprese, Anastasia non si spiegava come potesse essere successo, sapeva che spesso le succedevano cose strane con l’acqua e il fuoco, tanto che all’età di 12 anni fu accusata di piromania, una macchia indelebile che portò al totale stravolgimento della sua esistenza. In quegli ultimi quattro anni aveva cominciato a isolarsi sempre di più, a scuola era la reietta, la pazza, la piromane e, per quanto lei continuasse a negarlo, si era evitata una condanna solo grazie alle amicizie di famiglia. Ma ora, ora niente aveva un senso logico, quasi quasi preferiva essere veramente una piromane che dare una spiegazione all’accaduto.

  L’espressione della ragazza passò dalla sorpresa all’estasi pura. Cominciò a ridere attorcigliandosi a un dito una ciocca rossa.

  ‹‹Tu non ne sai niente, vero? Non hai la minima idea di cosa tu possa fare o di cosa tu sia.›› l’esaltazione della voce, gli occhi spalancati e il sorriso sadico spaventarono Anastasia, ma non quanto le parole pronunciate da quella ragazza.

  ‹‹Io sono un normale essere umano mortale.››

  Intanto il fuoco si abbassava, la pioggia ricominciava a cadere normalmente e la nebbia si infittiva attorno a loro. La ragazza si avvicinava come fa un predatore con il proprio bottino e Anastasia si allontanava sempre di più.

  ‹‹Non hai il controllo dei tuoi poteri, la tua aura è così debole, ma così invitante; in secoli di vita non ho mai visto una come te. Piacerai di sicuro al capo.››

  Con uno scatto felino la ragazza si avventò su Anastasia che cercando di evitarla scivolò su una pozzanghera e cadde a terra. La mora si aspettava di morire lì, su uno squallido marciapiede, in una triste giornata umida e piovosa. Ripensò alla sua famiglia, i parenti che l’avevano allontanata dopo lo scandalo, suo padre che faceva di tutto per non dare a vedere la repulsione e la delusione che provava per lei, suo sorella che da quando aveva memoria la detestava e le rendeva la vita un inferno e sua madre, l’unica che credeva veramente in lei, una donna buona e gentile, severa e pretenziosa; loro erano le uniche persone che, nonostante tutto, le erano rimaste accanto, e le sarebbero mancate, ma le sarebbero mancate anche tutte quelle persone a cui, nonostante l’odio che provavano nei suoi confronti, voleva bene, come i nonni, gli zii, tutti i parenti e gli amici, tutti quegli amici che a 12 anni l’avevano abbandonata, nel corso degli anni l’avevano evitata e derisa, ma ai quali lei teneva ancora perché sapeva che era tutta una reazione alla paura.

  Anastasia aveva già chiuso gli occhi, voleva che l’ultima immagine fosse quella di una splendida giornata di sole, no di nebbia e pioggia, quando però sentì l’urlo di quella ragazza dai capelli neri e rossi aprì gli occhi. Davanti a lei c’era una lastra di ghiaccio e accanto la figura di una ragazza di media altezza e magra, il cappuccio caduto lasciava libera la treccia di capelli bruni.

  ‹‹Tasha, lasciala stare e prenditela con chi può difendersi.›› la voce era colma d’odio, schiettezza e decisione. Quel tipo di tono che convince chiunque in qualsiasi occasione. Le gocce di pioggia divennero aghi di ghiaccio che si lanciarono contro Tasha che scomparve momentaneamente dietro una nube di fumo.

  ‹‹Sono venuta qui per un po’ di ombre e la ragazza mi ha incuriosita, ma non ho voglia di combattere, quindi me ne vado. Ciao ciao Erika.›› dette quelle parole Tasha scomparve definitivamente e con lei il fumo e la nebbia.

  Erika, quello il nome della bruna, si girò verso Anastasia e con lei tutto il ghiaccio tornò acqua. Erika era una giovane e bella ragazza dell’età di Anastasia dai tratti elfici, la carnagione molto chiara, il viso cosparso di lentiggini e gli occhi blu. La bruna si stava avvicinando ad Anastasia che cominciò a indietreggiare e balbettare parole sconnesse prima che per lei si facesse buio.

 

 

  Anastasia era sicura, più che altro sperava, di svegliarsi nel suo letto dopo l’incubo più strano che avesse mai fatto; ma non si sarebbe mai aspettata di aprire gli occhi e trovarsi in una grande camera ben illuminata dalle pareti lilla e i mobili bianchi e neri. La stanza era ordinatissima, da sembrare quasi maniacale - al contrario della sua che era costantemente in uno stato caotico - ed era ben illuminata da delle grandi vetrate che prendevano un intero lato della stanza.

  Anastasia tentò di ricordare come fosse arrivata in quella camera, ma le ultime cose che ricordava erano quelle due ragazza strambe. D’un tratto saltò giù dal letto. Era mattino e quando lei era uscita di casa che era pomeriggio inoltrato, chi sa cosa stavano pensando tutti; sua madre era sicuramente preoccupata, come suo padre, d'altronde, che però aveva anche orribili scenari delle sue pazzie in mente e sua sorella, Sara, per la quale non sarebbe successo tutto quel casini, stava sicuramente straparlando delle sue azioni da psicopatica fuori di testa, aveva 20 anni e si comportava come una bambina.

  La porta si aprì di scatto mostrando la giovane ragazza bruna, Erika, che le sorrideva. I capelli, ora sciolti, le arrivavano si qualche centimetro sotto le clavicole e gli occhi blu davano uno strano senso di soggezione.

  ‹‹Vedo che la bella addormentata si è svegliata.›› disse ridendo Erika mentre entrava in camera. Anastasia era troppo scioccata per parlare, quello che pensava di aver sognato non l’aveva sognato, l’aveva vissuto. ‹‹Ti ho portato i vestiti che utilizzavo l’anno scorso, ho pensato che potevano starti meglio essendo più piccoli.››

  ‹‹Io che ci faccio qui? E come ci sono arrivata?›› chiese Anastasia ferma in piedi davanti al letto. Erika si girò verso di lei con espressione confusa, cominciò a camminare verso Anastasia che indietreggiava fino a sbattere contro il muro. ‹‹E cosa siete voi? Tu e quella Tasha.›› domandò in fine.

  L’espressione di Erika era sempre più confusa e quando capì che Anastasia voleva starle lontana si fermò dov’era e iniziò a parlare.

  ‹‹Ehi Ehi, calma. Ti ho portata qui dopo che eri svenuta, non sapevo dove vivessi.›› spiegò con tono calmo e un tantino offeso dal comportamento della mora nei suoi confronti. ‹‹Ma, sul serio, non sai cosa siamo? Cosa sei tu?››. Di nuovo quella domanda, Anastasia era quasi sicura di essere un normale essere umano, quasi, perché dopo quel pomeriggio non sapeva che dire. Muri di fuoco, scudi e aghi di ghiaccio e persone che scompaiono nel fumo, tutto quello non aveva senso, non aveva un fottuto cavolo di senso.

  ‹‹Anche tu con questa storia? Sono un essere umano, un nomale essere umano.›› Anastasia parlò con voce insicura, più di quanto avesse voluto che uscisse dalle sue corde vocali. ‹‹O al meno credo…›› disse prima di sedersi sul letto e cominciare a fissare Erika. Quella ragazza aveva in mano l’ago della bilancia che avrebbe decretato lo stravolgimento o il normale svolgimento della sua vita.

  ‹‹Erika, cosa sono veramente?››

  ‹‹Beh,›› Erika si avvicinò cautamente ad Anastasia, fino a sedersi a fianco a lei ‹‹questo speravamo ce lo dicessi tu.››

  Anastasia la guardava sorpresa e confusa, quella ragazza sembrava la sua unica speranza per capire cosa le fosse successo e se ne usciva con quella frase e con quel tono calmo che le dava sui nervi. Odiava le persone che le parlavano come se fosse una pazza psicopatica che tenesse in ostaggio delle povere vittime e loro stessero cercando di persuaderla dal far loro del male; e quel tono le ricordava incredibilmente quelle persone. Aveva intenzione di ribattere, ma Erika la batté sul tempo.

  ‹‹Allora, a quanto ho capito tu non hai la minima idea di cosa sia tutto questo,›› Erika indicò fuori dalla finestra. Anastasia non aveva fatto caso al paesaggio, ma si incantò a guardarlo; un rigoglioso bosco si vedeva da lontano, oltre il quale montagne altissime superavano le nubi, non riusciva a vedere cosa ci fosse prima del bosco dato che era troppo lontana dalla vetrata per affacciarsi. ‹‹e se te lo raccontassi tu non mi crederesti.›› Erika aveva ripreso il suo tono altezzoso, schietto e deciso che piacque ad Anastasia.

  La giovane si girò e cominciò a fissare l’altra ragazza con un’espressione curiosa e a picchiettare le dita della mano destra sul materasso. ‹‹Beh, sentiamo, non credo che possa esserci niente di più assurdo di quello che è successo ieri o della mia stessa vita.›› rise la mora lasciandosi cadere a peso morto sul letto.

  ‹‹Allora, come posso spiegartelo in modo semplice?›› Erika era confusa, non si aspettava che quella ragazza strana, che era svenuta e che si trovava in uno stato di totale confusione, potesse essere così pronta. ‹‹In pratica esistono delle creature particolari, nate molto prima degli uomini e anche dei dinosauri. Quelli come me hanno il controllo dell’acqua e del fuoco - e di tutte le loro varianti - e possono fare qualche magia poco impegnativa. Delle creature, in pratica le sirene, che hanno potere solo sugli stadi liquidi o melmosi di questi elementi, e ci vivono; loro, con questi elementi, hanno un legame diverso dal nostro, sono parte di essi. Poi ci sono gli incantatori, che hanno esclusivi e molto potenti poteri magici e in pochi, tra i più potenti, il dono della veggenza. Per finire gli esseri come Tasha, hanno il controllo dell’oscurità e una dose di magia pari alla nostra.›› Erika si fermò e cominciò ad aspettare risposte da Anastasia, che intanto le si stava risistemando seduta difronte.

  ‹‹Finito?››

  Erika annuì e Anastasia cominciò a ridere. ‹‹Ora mi dirai che siamo nel castello di Dracula, giusto?››

  ‹‹Effettivamente siamo in un castello, non di Dracula, ma siamo in un castello.›› dalla porta entrò un ragazzo alto, tonico, i capelli biondo scuro e disordinati e gli occhi scuri. Aveva un mezzo sorriso da sbruffone e in mano teneva un telefono con il quale giocava. Il tipico ragazzo che attraeva e con cui Sara usciva e che dava sui nervi ad Anastasia.

  ‹‹Ah, divertente.›› Anastasia si stava stancando di quello scherzo e trovava ingiusto il motivo per cui glielo stavano facendo, perché sapeva che la vittima era lei per un motivo specifico. ‹‹Ora fuori le candid-camera, ho capito che è uno scherzo.››

  Anastasia si alzò e cominciò a spostare tutti i soprammobili e controllare sotto ogni mobile, alla ricerca di qualche telecamera. ‹‹Eravate d’accordo con Sara? Beh, mi dispiace, con me non ho niente che possa appiccare un incendio, e anche se fosse non lo farei mai.››

  ‹‹Mio dio!›› gridò la Anastasia. La ragazza si era appena girata, giusto in tempo per vedere il ragazzo che prendeva un soprammobile e lo congelava completamente.

  ‹‹La mia candela.›› Erika si alzò di scatto e si riprese l’oggetto dalle mani del biondo, facendolo tornare normale come se niente fosse. Anastasia era totalmente scioccata, se quello era uno scherzo ci stava cascando in pieno. Stava pensando - per quanto il suo stato di shock attuale le permettesse di pensare - e non riusciva a trovare una spiegazione logica per quello che aveva visto, una candela non poteva congelarsi totalmente e poi scongelarsi in un istante.

  Erika la raggiunse a grandi falcate prendendola per un braccio e portandola verso il letto con l’intenzione di farla sedere, ama Anastasia si scansò rudemente appiattendosi al muro.

  ‹‹Statemi lontani.›› scandì le parole con una freddezza tale che le sembro quasi che la stanza fosse diventata incredibilmente fredde. No, la stanza era diventata in credibilmente fredde, nessuna impressione. Erika e l’altro ragazzo si guardarono confusi. Cominciarono ad avvicinarsi piano e cautamente mettendo le mani in vista come se fossero davanti alla polizia.

  ‹‹Può sembrare strano, ma stai calma, noi siamo i buoni.›› parlò il ragazzo nel modo più calmo che poteva.

  ‹‹I buoni? Mi avete rapita, ora i miei genitori saranno preoccupatissimi.›› gridò con la voce spezzata dalle lacrime.

  ‹‹No, tua madre ha chiamato ieri sera e stamani, sanno che sei al sicuro da un’amica. Ero venuto a riportarti proprio il tuo telefono.››

  Il ragazzo lentamente, guardando sempre Anastasia, si portò una mano alla tasca dove aveva riposto il telefono che prima aveva in mano e glielo porse. Anastasia guardò il telefono, quello era il suo. Con una velocità che non credeva di possedere si riprese il telefono. Ciò che Anastasia non si aspettava era che quel ragazzo la prendesse per il polso e facesse un abile mossa di judo facendola cadere a terra. L’impatto con il pavimento fu freddo e doloroso non era la prima volta che qualcuno al faceva cadere a terra, ma non con quella potenza. Dal punto in cui una delle mani di Anastasia era poggiata al pavimento cominciò a salire del fumo e lei ritrasse la mano spaventata. Iniziò a fissare Erika e quel ragazzo nel disperato bisogno di una spiegazione.

  ‹‹Ehi, sta calma, non devi avere paura di noi.›› il ragazzo si abbasso davanti a lei, con delicatezza le scostò una ciocca di capelli da davanti l’occhio destro e poi le porse la mano libera per aiutarla ad alzarsi. Anastasia gliela concesse e con uno scatto fulmineo la tirò su.

  ‹‹Piacere Nathan.››

  ‹‹Il suo vero nome è Nathaniel.››

  Anastasia doveva ammettere che Nathan era veramente il tipo di Sara, capelli sbarazzini, mascella definita, zigomi alti, veramente un bel ragazzo, ma la particolarità che catturò Anastasia erano gli occhi così scuri da essere quasi neri.

  Nathan se ne andò dopo un ironico saluto alla marinara lasciando una confusa Anastasia e una divertita Erika.

  ‹‹È bello, vero?››

  ‹‹Io non stavo pensando a quello.›› Anastasia arrossì e le spuntò un sorriso nervoso e cominciò a picchiettarsi le dita della mano destra sulla gamba.

  ‹‹Molte ragazze dicono che ha la bellezza di un angelo e il fascino del diavolo. Io penso che sia solo un gran rompi scatole, nel senso buono del termine.›› rise Erika. ‹‹Ora cambiati e lavati che andiamo a fare colazione e poi ti spiegheremo tutto.›› e così uscì anche Erika lasciando Anastasia sola con la consapevolezza che la sua vita era totalmente cambiata.

 

 

  ‹‹Erika?›› Anastasia uscì insicura dalla camera ritrovandosi in un ampio corridoio dai muri bianchi ornati d’avorio e d’oro e il pavimento in marmo bianco. Nella larghezza di quel corridoio ci poteva benissimo entrare il bagno della sua scuola media.

  ‹‹Sono qui.›› Anastasia stimava quella ragazza, il suo tono costantemente altezzoso era sempre con lei e se ci facevi l’abitudine era anche piacevole. ‹‹Vedo che i vestiti non ti stanno troppo grandi.›› osservò Erika scrutando la ragazza

  ‹‹Guarda che non sei poi così più alta di me.›› si difese Anastasia che però sapeva che quell’osservazione era riferita al suo fisico da sempre molto minuto, ma che negli ultimi giorni - al pensiero del ritorno a scuola - stava lasciando indebolirsi. Le due ragazze si scambiarono un’occhiata e Anastasia sorrise rassicurante.

  Per arrivare in cucina non dovettero camminare tanto quanto si aspettava Anastasia, solo un piano e qualche corridoio. La cucina era come una normale cucina in una normale casa. La struttura era in legno di quercia con il piano lavoro in marmo bianco e un grande piano cottura. Erika la lasciò sedere su uno degli sgabelli dell’isola. Erika cominciò ad aprire tutti gli sportelli per farle vedere che cosa poteva scegliere; e c’era, veramente, una gran varietà di scelta, quasi ogni tipo di biscotti, merendine ti tutti i tipi, incredibili gusti di tè e marmellate; ma gli occhi di Anastasia caddero su un barattolo contenente dei biscotti al burro, una dipendenza per lei.

  Timidamente indicò il barattolo contenete quella delizia per la sua gola. Erika si girò e con riluttanza prese il barattolo.

  ‹‹Biscotti al burro? Beh…›› mormorò.

  ‹‹C’è qualche problema?›› Anastasia si stava già pregustando il sapore dolce di quelle delizie, ma a quanto pareva rimaneva tutto nella sua testa.

  ‹‹In effetti, non so se posso darteli, Adam…››

  ‹‹Adam sarebbe ben felice di condividere i biscotti della famiglia reale con questa bellissima ragazza che apprezza le vere delizie.›› dalla grande porta entrò un ragazzo dal fisico molto simile a quello di Nathan, i capelli castani e gli occhi castano-verdi. Il ragazzo, che sembrava essere Adam, passò accanto a Erika per prenderle il barattolo e lasciarle un bacio sulla guancia e si sedette accanto ad Anastasia mettendo il barattolo tra i due. Erika prese una leggera sfumatura di rosso e si rigirò a chiudere tutti gli sportelli che aveva aperto.

  ‹‹Per “famiglia reale” intendi una marca, giusto?›› chiese Anastasia che stava addentando il primo biscotto. Con tutto quello che stava succedendo non si sarebbe sorpresa più di tanto se la risposta fosse stata negativa.

  ‹‹No, hai davanti a te il principe Adam Adrièn Antonio›› Adam imitò un inchino con la mano che teneva due biscotti. Anastasia non riusciva trattenere le risate e si mise una mano davanti la bocca per evitare di sputare tutte le briciole.

  ‹‹Diciamo che i sovrani non sono stati gentili con il loro caro figlio. Da piccoli, per prenderlo in giro, lo chiamavamo “Batteria”, in onore delle batterie AAA.›› Erika mise davanti ai due ragazzi due bicchieri di latte di mandorla, che entrambi bevvero con piacere.

  ‹‹Anastasia, ora sai praticamente tutto ciò che c’è di più importante da sapere su di me, ma noi non sappiamo niente di te.››

  Cosa doveva raccontare? Che ha passato la vita sotto le angherie della sorella e che da quando aveva 12 anni nessuno vuole più avere a che fare con lei? ‹‹Non c’è niente di speciale da sapere su di me, sono una semplice ragazza che viene da una famiglia benestante e che fino a ieri aveva una vita normale.›› Anastasia non se la sentiva di raccontare a degli estranei tutti i suoi problemi, anche se erano in grado di darle delle risposte. Riprese a mangiare quei biscotti con meno voglia al ricordo delle sue sventure.

  ‹‹Quindi, il fatto che tua madre fosse sorpresa dal saperti con un’amica, è una cosa normale?›› Erika era seduto davanti a loro con la testa appoggiata su una mano e la fissava triste. Gli occhi di quella ragazza mettevano veramente in soggezione e con quello sguardo che cercava di scrutarti dentro Anastasia si sentiva ancora più esposta e letta dentro.

  ‹‹Non sono una persona molto popolare a scuola e in generale.›› ad Anastasia le si chiuse lo stomaco e smise di mangiare. Sia Erika che Adam notarono il cambiamento d’umore della ragazza, ma preferirono lasciar perdere, capendo che, forse, era troppo presto.

  ‹‹Adam, Erika, Marissa vuole parlare con Anastasia.›› Nathan entrò all’improvviso interrompendo quel pesante silenzio. Il suo sguardo cadde su Anastasia che lo stava fissando; lei abbassò velocemente il viso, lui ci mise più tempo a staccare i pensieri da quegli occhi tristi.

  Adam intanto chiuse il barattolo e raggiunse l’amico e i due ragazzi si allontanarono insieme. Erika prese sottobraccio Anastasia velocizzando il passo per stare dietro ai due.

  ‹‹Non sono niente male qui, o sbaglio?››

  ‹‹Ancora con questa storia?››

  ‹‹I momenti tra ragazze rimandiamoli a più tardi, ora andiamo a trovarti risposte.››.

   
 
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