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Autore: A i r a    25/08/2017    2 recensioni
Uno aveva ucciso la persona più cara che aveva.
L’altro aveva bruciato il proprio futuro.
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Uno provava pateticamente a colmare ciò che ormai non aveva più.
L’altro cercava semplicemente un motivo per andare avanti.
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Uno era la personificazione di una notte d’inverno.
L’altro sembrava più una giornata di Sole con il vento.
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Due soggetti, la cui vita cambiò a causa di un errore, accomunati dal fatto di non sapere che a tutti, prima o poi, è concessa la possibilità di ricominciare.
Genere: Commedia, Romantico, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Yaoi | Personaggi: Eren Jaeger, Levi Ackerman, Un po' tutti
Note: AU, OOC | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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1| Le stelle non sorridono

Quanto costa uno sbaglio?
Quanto può un malinteso incidere l’anima?
Quanto tempo ci impiega un errore a cambiare il futuro?
 
Uno aveva ucciso la persona più cara che aveva.
L’altro aveva bruciato il proprio futuro.
 
Uno provava pateticamente a colmare ciò che ormai non aveva più.
L’altro cercava semplicemente un motivo per andare avanti.
 
Uno era la personificazione di una notte d’inverno.
L’altro sembrava più una giornata di Sole con il vento.
 
Due soggetti, la cui vita cambiò a causa di un errore, accomunati dal fatto di non sapere che a tutti, prima o poi, è concessa la possibilità di ricominciare.
 
 *** Sabato 23 Febbraio – 10:03  ***
 
Gli era sempre più difficile svegliarsi la mattina.
Si alzò svogliatamente dal letto sbadigliando rumorosamente contro il soffitto. Mosse le spalle indolenzite, sentiva la testa che pulsava, le palpebre erano pesanti e le energie quasi nulle.
Con passo ondulante si incamminò verso il bagno e, quando ebbe finito di lavarsi la faccia, si guardò allo specchio abbassando sempre di più l’asciugamano sulle sue guance.
Erano scavate e il colorito diafano del suo viso faceva risaltare le occhiaie, ormai perenni, che coronavano i suoi occhi dalle iridi verdi. In un certo senso si sentiva come un vecchio ingranaggio che avrebbe smesso di lavorare da un momento all’altro. La busta paga però era l’olio che faceva girare quell’ingranaggio arrugginito. 
Aveva perso più o meno quattro chili in due mesi e mezzo e il continuo stress che il lavoro lo sottoponeva era devastante. Il suo corpo, robusto e muscoloso quanto bastava, oramai reggeva a malapena cinque ore di lavoro.
Si osservò per altri tre secondi disprezzando il proprio riflesso poi, dopo essersi vestito e aver impugnato frettolosamente la tracolla di pelle marrone, uscì dall’appartamento che affittò, lasciando cadere distrattamente una strana lettera incastrata nella fessura della porta.
Scese di corsa le scale d’emergenza, lasciando che il freddo vento invernale gli pungesse il volto. Solo successivamente sentì una voce a lui familiare chiamarlo.
«Jaeger!» Era la sua superiore, Annie Leonhardt, che lo chiamava dall’altro lato della strada.
Ogni volta che la vedeva sentiva inutili sensi di colpa che non esistevano a causa del suo sguardo glaciale, accentuato dal colore chiaro dei suoi occhi. I capelli biondi, legati a caso sopra la nuca, erano il segno che anche lei lavorava come una matta ma a differenza di Eren, godeva di diversi vantaggi come, per esempio, conoscere le temute “fonti” dell’agenzia.
«Buongiorno, ha qualche notizia da riferirmi?» chiese cordialmente mentre lo sguardo del giovane andò a posarsi sulla sua macchina fotografica nera che da un momento all’altro avrebbe impugnato. Ne sentiva la mancanza dopo una lunga settimana senza a causa di un problema alla batteria.
 «Sì. Mi ha telefonato una delle nostre fonti; ha individuato due tizi che trafficano sostanze stupefacenti e hanno già chiamato la polizia.» Affermò porgendogli un piccolo foglio strappato. «Il tuo compito è quello di fotografare il loro arresto e scriverne un articolo. Come al solito.»
Un attimo di silenzio, in cui il giovane lesse ciò che vi era scritto in quel pezzo di carta strappato, probabilmente, da un angolo di un’agenda.
392 North End St. Boston – MA 02715
«Si trova vicino al museo d’arte.» precisò vedendo la faccia confusa del suo sottoposto.
«Ma è a dieci isolati da qui!» esclamò guardandola esasperato.
«Sì, ma se questo articolo andrà bene, potresti guadagnare il doppio. L’editore capo ha detto che al giorno d’oggi la droga è uno dei maggior problemi in questa città. Prendi.» disse porgendogli l’oggetto.
Quella macchina fotografica era una specie di partner per lui. La prima volta che la impugnò, due anni fa, era ancora un novellino. Ricordava ancora l’agitazione che raggiunse le sue mani facendo così ballare quella macchina dall’obbiettivo ancora lucido e senza graffi.
La sensazione dell’impugnatura in gomma era gradevole ma le sue mani erano talmente sudate che l’apparecchio scivolò come una saponetta bagnata e così, già dal primo giorno di lavoro, gli venne detratto il prezzo dell’obbiettivo per un valore di almeno cinquecento dollari.
Inutile dire che quella fu la prima di tante cadute ma, più che una questione di valore, Eren ne fece più una questione di affetto. Nonostante le litigate con il capo e le continue persuasioni nell’aggiungere un laccio da mettere attorno al collo per non far cadere quella benedetta macchina, Eren rispondeva sempre con la stessa frase:
«Se la tenessi legata, non avrei più nessuna libertà.»
Quella macchina fotografica era una compagna che gli ricordava molto la madre. In più, il talento del ragazzo unito a quell’oggetto dagli scatti infallibili, erano una vera e propria manna dal cielo per l’agenzia.
Il problema era uno soltanto: il tempo.
«Qual è la scadenza?» chiese intimorito ma senza darlo a vedere.
Le scadenze erano la causa principale del suo deterioramento fisico.
«Le due di questo pomeriggio.» rispose guardando l’orologio allacciato al polso destro. «Direi che ti rimangono quattro ore, circa.»
 
Sei.
                                                                                    
«Hai una foto di questi individui?»
«Sì, eccola. Mi raccomando, conto su di te.»
Voleva sprofondare. L’agenzia giornalistica per cui lavorava era famosa per la sua velocità nel riportare le notizie, ma addirittura dargli a malapena quattro ore di tempo era un suicidio.
Una gara di triathlon quotidiana, ecco cos’era il suo lavoro.
Cominciò a correre verso un taxi appena chiamato e, salito su di esso, si sporse in avanti mostrando l’indirizzo all’autista.
«La prego, faccia presto.» L’ansia lo faceva sempre sudare in modo anomalo e il tono con cui lo disse fece sorgere qualche dubbio al ragazzo che conduceva il veicolo che, giratosi verso Eren con un sopracciglio alzato, lo guardò con aria sospetta.
«Non è che stai scappando da qualcuno? Non voglio aiutare un assassino a fuggire dalla polizia.»
«Un assassino girerebbe con una macchina fotografica del genere?» Il tono di voce si alterò, sfiorando l’isteria.
«Quindi sei un ladro?»
«Sono un giornalista!» sbottò avvicinandosi al viso dell’autista sembrando il più serio possibile. «Ascoltami bene, ho quattro ore per fare una fottutissima foto e scrivere un articolo su due spacciatori che si trovano dall’altra parte della città in chissà quale vicolo di drogati quindi, se mi fai il favore di accompagnarmi almeno al luogo più vicino, mi faresti un favore.» disse tutto d’un fiato.
L’autista che lo guardava accigliato, si rilassò allargando un sorriso a trentadue denti.
«Ehi amico, calmati. È la tua giornata fortunata. Il sottoscritto, anche se ha la patente da due settimane, ti garantirà un servizio comodo e veloce!» esclamò puntandosi fieramente il pollice sul petto.
«Che cos-»
Non fece in tempo a realizzare ciò che ebbe appena sentito che l’automobile già sfrecciava nelle strade di quella città piena di grattacieli e fiumi di macchine gialle.
Si sentiva come un grillo intrappolato in un barattolo che veniva ripetutamente scosso e, per fortuna, non aveva fatto colazione altrimenti avrebbe sicuramente rimesso sui tappetini rossi dell’auto.
 
Dopo esser sceso da quell’auto infernale e aver fatto un viaggio tutt’altro che comodo, si trovò di fronte ad una strada affiancata da una decina di edifici in mattoni rossi.
Era in un quartiere di periferia ma, al contrario di quello che si era immaginato, era abbastanza pulito e le palazzine erano curate e una affianco all’altra, creando al povero giornalista un gran bel problema.
Si guardò intorno per poi controllare il piccolo foglio su cui c’era impresso l’indirizzo ed effettivamente, la strada era quella.
Guardò la foto dei due soggetti e non appena alzò la testa per guardarsi nuovamente intorno, li vide uscire da uno di quei complessi di appartamenti con un sacco pieno di polvere bianca.
Eren, a quel punto, si nascose frettolosamente dietro il primo albero che vide e pensò subito alla ricca ricompensa: il lavoro si fece più leggero.
Cominciò a scattare le prime foto e ad analizzare la situazione; i due ragazzi misero un dito dentro il sacco per poi sniffare all’aria aperta il contenuto. Gli occhi della ragazza diventarono lucidi, forse per gli effetti della droga, mentre il ragazzo mise il contenuto in bocca con aria soddisfatta.
Non aveva mai visto persone maneggiare una sostanza simile con così tanta leggerezza ma, dopotutto, questi erano i casi di cui un giornalista doveva essere pronto ad affrontare. Scattò altre tre foto poi, notando che la polizia non arrivava, decise di seguirli.
Le loro espressioni erano alquanto felici e la loro andatura era calma e regolare, ma Eren decise di seguirli comunque con movimenti furtivi, di albero in albero e, quando quest’ultimo mancava, usava l’angolo dell’edificio più vicino.  Aveva già scattato diverse foto ma della polizia neanche l’ombra e le ore erano sempre più prossime alla scadenza così, non appena ebbe l’occasione, cominciò a correre provando ad avvicinarsi sempre di più ma, senza neanche accorgersene, si ritrovò con la faccia a terra.
Gli ci vollero almeno cinque secondi per realizzare della caduta e ce ne vollero altrettanti per constatarne la causa. Si alzò massaggiandosi la testa con una mano. La luce del Sole era forte ma venne bloccata per metà dalla figura che si ritrovò davanti.
«Cosa vuoi da quei due?» chiese una voce fredda.
Non sapeva cosa rispondere. Era stato scoperto da un soggetto che lo aveva notato da chissà quanti minuti e in quel momento, Eren non possedeva la lucidità per rispondere. Era stato colto in flagrante.
«S-sono un giornalista.» Cominciò a spiegare. Sì, l’unica cosa da fare era spiegare tutto per non venire fraintesi. «Loro due sono spacciatori di droga e mi hanno incaricato di fotografare il loro arresto.» Chiaro e conciso.
Quella spiegazione fece storcere il naso all’uomo che lo fissava con aria apatica, distaccata e alquanto indifferente.
«Quindi ti sembrano spacciatori…» Si scostò leggermente per vedere meglio i due ragazzi che si allontanavano sempre di più. La loro andatura alla “Heidi” non faceva che rafforzare l’idea che si era fatto di loro: due tuttofare completamente menefreghisti del mondo. Certo, qualche volta gli capitava di sentire le loro voci dal suo appartamento ma in fondo erano dei bravi ragazzi.
«Esatto, la prego, mi faccia lavorare e–»
Si ricompose, tornando a fissare il ragazzo davanti a lui. «Hai frainteso, quella là era farina di cocco» Una pausa. «Sono i miei vicini, purtroppo.» Il tono più basso della sua voce faceva intuire rassegnazione.
Eren era allibito. Non sapeva se credere alle parole di uno sconosciuto oppure continuare a seguirli.
Ma come quasi tutti avrebbero fatto, scelse la seconda opzione.
Fece per incamminarsi ma non appena sentì di aver calciato qualcosa, si fermò e guardò l’oggetto indirizzarsi verso la strada. Solo due secondi dopo realizzò di aver condannato a morte l’obbiettivo della macchina fotografica. Provò a rincorrerla ma il passaggio dell’ennesima macchina ridusse l’oggetto in un piccolo mucchietto di pezzi ormai indistinguibili.
 
Cinque.
 
Quella fu la prima volta che l’obbiettivo si staccò e fu anche la prima volta che ad Eren venne spontaneo fare la stessa fine dell’oggetto appena distrutto.
Non poteva più lavorare e ciò voleva dire che non avrebbe portato a termine il lavoro, di conseguenza: niente soldi.
«Non è vero…» disse tra sé e sé mettendosi le mani tra i folti capelli castani.
Doveva ritornare all’agenzia e fare rapporto. Sapeva già che le spese per ripararla le avrebbe pagate lui – come sempre ma doveva informare subito i suoi superiori.
Se ne andò amareggiato, deluso, affranto impugnando quello che ne restava della macchina fotografica mentre l’uomo incontrato pochi istanti prima si limitò a guardarlo andare via.
Il lavoro era finito.
 
«Di nuovo? Jaeger, mi prendi in giro!?» sbraitò.
Eren era lì, di fronte alla grande scrivania del capo redattore che lo sgridava per l’ennesima volta.
«E’ stato un incidente!» Cercò di difendersi sapendo che forse, quella, sarebbe stata l’ultima volta.
Si sentiva in trappola, come un cerbiatto costretto in un angolo senza possibilità di fuggire mentre, davanti a lui, il cacciatore gli puntava il fucile.
«Balle, Jaeger! Quante volte ti è caduta quella macchina? Quante volte abbiamo dovuto detrarti i soldi dallo stipendio per colpa della tua goffaggine?»
«Mi lasci spiegare, è success–»
Le parole si bloccarono. Il respiro si bloccò. La sua bocca si bloccò. Lui si bloccò.
Il capo era seduto composto con le dita incrociate e gli occhi gelidi fissi su di lui. Il silenzio tangibile.
Era il tipico silenzio da funerale.
 
Quattro.
 
«Jaeger»
 
Tre.
 
«Sei licenziato.»
 
Bang.






♦ Schizzo Time 
Mi sarà scaduto il login almeno tre volte per quanto mi è difficile usare il codice html...
Volevo dire: salve a tutti!
Sono Aira, una patita per il caffè e Shingeki. Spero di fare tante nuove conoscenze in questo fandom =D
Per quanto riguarda la ff, spero non sia presente una storia simile. Se così fosse, vi sarei grata se mi avvisaste. Non voglio assolutamente mancare di rispetto a qualcuno.
E' la mia prima storia per cui scusatemi se c'è qualcosa di poco chiaro.  
Sarà una long [LeviEren - JeanMarco] che con il tempo potrebbe diventare di rating rosso. Dipende se il mio cervello sarà in grado di partorire quello che pensa >_<
Un abbraccio 
Grazie mille per aver letto!
Aira.
  
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