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Autore: lucille94    01/09/2017    1 recensioni
Bois-Guilbert è a terra, immobile, nel fango di Templestowe. Ma non è ancora la fine...
Il mio vuole essere un sequel di Ivanhoe incentrato sulle vicende di Rebecca (e Bois-Guilbert) dopo il duello a Templestowe. Perché non dare una seconda possibilità a questi due inguaribili orgogliosi? E' quello che intendo fare! Perciò, dopo Templestowe seguiranno altre avventure... Perché Bois-Guilbert non è affatto morto. E Rebecca dovrà farsene una ragione.
Genere: Avventura, Drammatico, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: Movieverse, What if? | Avvertimenti: nessuno
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Breve confessione prima di iniziare: la fanfiction si basa non solo sul bellissimo romanzo di Scott, ma anche sul film "Ivanhoe" del 1982 dove Bois-Guilbert, invece che finire Ivanhoe ferito, preferisce farsi uccidere per salvare la vita a Rebecca, che ama sinceramente. Senza questo finale la fanfic non regge... ma con questo non voglio dire che il finale di Scott non mi piaccia... Hanno semplicemente due significati molto, molto diversi.

***
Sua Maestà re Richard Cuor di Leone aveva gettato la maschera. Stava fiero in groppa al proprio destriero, che calpestava altezzosamente il terreno insanguinato della lizza di Templestowe. L’aria vibrava tra lo stupore e la rabbia dei presenti. I contadini dei dintorni alzarono forti urla di approvazione, urla che quasi coprirono le parole del sovrano. Ma anche chi non avesse potuto udirle con le proprie orecchie le avrebbe intese dalla faccia del Gran Maestro Beaumanoir, che diventava sempre più livido di stizza e vergogna. Albert de Malvoisin, la serpe della discordia, era assicurato alla custodia delle guardie del re e Richard tornava a rivolgersi al Gran Maestro, circondato dai propri fidi, tra cui lo stesso Wilfred di Ivanhoe.
Rebecca non badava a ciò che le capitava attorno, intontita dall’angoscia che lentamente lasciava il suo corpo. Fuoriusciva come fuoriusciva, in quel preciso momento, il sangue dalla ferita aperta nella tonaca bianca del Templare Bois-Guilbert. Da quando aveva visto la spada di Ivanhoe immergersi nella sua carne era pervasa da una sensazione che aumentava al diminuire dell’angoscia. Quasi non si accorse di suo padre che l’abbracciava e baciava e accarezzava. I suoi occhi erano fissi al luogo dove ancora giaceva il cadavere dello sconfitto.
Richiamati da Beaumanoir, i Templari si erano raccolti ordinatamente in assetto da combattimento, ma la risolutezza con cui il Gran Maestro ordinò subito dopo di abbandonare la lizza li obbligò a marciare rapidamente via da quella che era stata la Precettoria di Templestowe e che ora era l’ennesimo castello in mano alla corona inglese. E il cadavere di Bois-Guilbert era abbandonato a un destino crudele.
Lentamente, Rebecca si sottrasse alle attenzioni del padre.
«Rebecca, luce dei miei occhi – la pregò – Lasciamo questo luogo maledetto il più in fretta possibile»
«Voglio vederlo» bisbigliò la fanciulla, senza prestare attenzione alle sue parole.
«La follia ha colto mia figlia, la mia unica figlia! – si lamentò Isaac tendendo le mani al cielo – Andiamo via, prima che i cristiani si adirino con noi»
Rebecca non lo ascoltava; camminò veloce, praticamente non vista, tra i cavalieri del re e raggiunse il nemico che l’aveva condotta alle soglie di una morte orribile. Lo guardò attentamente, fissò il suo viso immobile e pallido, la sua posa degna di un crocifisso, a braccia aperte. E il fianco aperto: ora che era più vicina, si accorse che la ferita non era estesa come aveva creduto. Sentì il cuore sussultare nel petto e non seppe spiegarsi il perché. Si inginocchiò accanto a lui, osservò più attentamente il suo corpo e capì, capì che respirava flebilmente.
“È vivo!” pensò, senza sapere se gioire per una vita risparmiata o se disperarsi per il prolungarsi della sua persecuzione. Si voltò e vide che il re si stava allontanando, per mettere fretta ai Templari e convincerli che tornare indietro non sarebbe stata affatto una buona idea. Solo suo padre non distoglieva gli occhi da lei e si stringeva nel mantello, lanciandole certe occhiatacce. Rebecca tornò ad osservare la ferita di Bois-Guilbert: era curabile, avrebbe saputo guarirlo. Oppure avrebbe potuto fare come i Templari e abbandonarlo lì come giusta ricompensa per ciò che le aveva fatto. Ma, pensò, lei gli aveva dato il suo perdono; e nondimeno lui l’aveva esortata a fuggire. Lo stallone aspettava ancora nascosto nel bosco da qualche parte. E poi, quello sguardo... quell’ultimo sguardo prima del terribile fendente...
Non era stata una distrazione a condannarlo alla sconfitta. All’attacco disperato di Ivanhoe Bois-Guilbert avrebbe facilmente opposto una difesa; invece aveva allargato le braccia e offerto il petto.
Rebecca era tanto concentrata a controllare i segni vitali del Templare da non notare tre figure che si avvicinavano dal vicino boschetto.
«Giudea – la apostrofò una voce carica di disapprovazione – Sei stata dichiarata innocente, ma per me resti comunque una negromante: cosa vuoi fare a questo disgraziato, ora che è morto?»
Rebecca alzò gli occhi, sorpresa. A parlare era stato l’uomo vestito da monaco. Un altro aveva un cappello a punta dotato di piuma e un lungo arco a cui si appoggiava; il terzo aveva un cappello simile, ma nessun arco, bensì una cetra a tracolla.
«Parola mia, giudea – continuò l’arciere – Noi non abbiamo le sofisticherie di questo monaci armati. Emaniamo in fretta le nostre sentenze e, per quanto quest’uomo in vita non fosse proprio uno stinco di santo e neanche un sassone, era comunque un cristiano. Frate Tuck, vorresti provvedere a un buon funerale per lui?»
Il monaco storse il naso: «Lo faccio in ossequio alla croce che ha sul mantello; l’ho visto sulle mura di Torquilstone e non ha di certo conquistato la mia simpatia»
«Allora andiamo; prima lo seppelliamo cristianamente, prima potremo tornare alla Quercia» rispose l’arciere e si apprestò, con l’aiuto del menestrello, a sollevare il cadavere.
«Se lo farete – intervenne Rebecca, frapponendosi – seppellirete un uomo vivo, condannandolo a una morte ben peggiore»
All’udire quelle parole, tutti e tre gli uomini sobbalzarono.
«Grande Signore! – esclamò il monaco – Questa donna ha già compiuto le sue cabale richiamandolo dall’Inferno!»
Rebecca scostò il brandello di stoffa che teneva premuto contro il fianco del Templare, indicò prontamente la ferita e ribatté:«Guardate la ferita: converrete con me che non è mortale. E ascoltate: sentite anche voi? Respira piano, ma respira ancora!»
I tre uomini dovettero riconoscere che non si trattava di magia: Bois-Guilbert non aveva mai superato la soglia dell’altro mondo.
«Che cosa possiamo fare?» domandò il menestrello, rivolto all’arciere. Questi aveva un’aria cupa; il monaco rispose al posto suo: «Non possiamo farci niente. Io posso solo abbreviargli le sofferenze con un colpo ben assestato del mio bastone»
L’arciere alzò le spalle: «Nella foresta non troverebbe chi lo possa medicare»
«Potreste aiutarmi a portarlo presso il rabbino Nathan? Noi sapremo salvargli la vita» intervenne Rebecca. Nel frattempo Isaac li aveva raggiunti e aveva sentito le sue ultime parole: «Follia! – esclamò – La mia unica figlia ha perso l’intelletto!» e continuò a lamentarsi per tutto il tempo.
L’arciere diede una rapida occhiata ai due compagni e disse: «Giudea, possiamo fidarci davvero delle tue intenzioni?»
«Certamente!»
«Ma figliola! Questo infedele ti ha quasi fatta bruciare come la buona Miriam, che il Signore accolga la sua anima nei cieli!» obiettò Isaac.
«Attento a chi chiami infedele, giudeo! – ringhiò Frate Tuck – Ma su una cosa hai ragione: la tua generosità mi suona sospetta, ragazza»
Rebecca deglutì: «Avete visto tutti che si è lasciato trafiggere. L’ha fatto per salvarmi la vita!»
«Se tu, Frate Tuck, sei d’accordo con il padre, io lo sono con la figlia. Se quest’uomo non era sotto l’effetto di una magia, c’è solo un’altra spiegazione: amore» ammise l’arciere.
Rebecca si sentì arrossire e senza rialzare lo sguardo sugli sconosciuti tagliò corto: «Vogliate portare il Templare dove vi ho detto e avrete una giusta ricompensa per la vostra compassione». I tre accettarono di buon grado. E i lamenti del povero Isaac non sortirono alcun effetto.
Rebecca avvertiva con ansia lo scorrere del tempo: la ferita, in sé, non era mortale, ma Bois-Guilbert rischiava il dissanguamento. Isaac aveva un cavallo; lo stallone nero del Templare fu trovato tra gli alberi a brucare. L’arciere montò in sella e caricò il ferito, dando di sprone per fare più in fretta. Non aveva bisogno di guide che gli indicassero la casa di Nathan. Rebecca lo seguì con il cavallo del padre; Isaac e gli altri due avrebbero continuato a piedi.
   
 
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