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Autore: Hunter_Nicola_Alberti    02/09/2017    0 recensioni
“Era solo per stare in prossimità di lei se ad un certo punto decisi di trasferirmi nel Dedalus. [...] avevo accettato di seguirla attraverso l’Inferno di questa megalopoli aggregata, sperando un giorno di salirne la vetta, per poter volgere lo sguardo in alto, verso i cieli cristallini del paradiso e lì, nell’estasi illuminante della contemplazione di qualcosa di divino, cercare il mio spazio nell’universo e nell’esistenza.”
Una storia d’amore impossibile immersa in un’ambientazione surreale dai tratti cyberpunk e dai richiami danteschi. Una minaccia robotica che spinge il protagonista alla paranoia e alla fuga tra i meandri di una labirintica e utopica costruzione babelica che ha sostituito l’antica città di Parigi. La ricerca della verità tra le intricate illusioni di una nuova era tecnologica che ha stravolto il mondo, mentre qualcosa di oscuro e insondabile, un dubbio perenne nella mente del protagonista, continuerà a modificare la sua percezione del reale, costringendolo ad esplorare il dedalo della propria coscienza.
Genere: Science-fiction, Sentimentale, Suspence | Stato: in corso
Tipo di coppia: Crack Pairing
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Mi si potrebbe chiedere cosa mi spinse ad innamorarmi di una persona così abissalmente lontana da me per carattere, abitudini e stile. Io potrei semplicemente rispondere che Amal rappresentava un canone di bellezza completamente estraneo alla classicità , ma in perfetto accordo con le mie preferenze estetiche per i tratti tipici delle razze umane che abitavano la fascia sud del Mare di Mezzo prima dell'Aggregazione. Molto più di questo, vibrava in lei una sorta di potere attrattivo recondito, qualcosa di inevitabile e persuasivo, che sembrava, al di là della distanza da questi canoni classici e letterari ai quali ero abituato per ragioni culturali, accordarsi quasi forzatamente al mio gusto. Era un po' come se questa sua forza attrattiva, questo suo modo di piacermi, mi fosse stato imposto dall'esterno, quasi contro la mia volontà . Dovetti accorgermi, ad un certo punto, che fu proprio una sua decisione quella di piacermi ed io non potevo rifiutarmi di accondiscendere a questo suo "capriccio" nei miei confronti.

Era improvvisa e imprevedibile, spontanea e ribelle, incosciente e furiosa, spensierata e altalenante negli umori. Esplodeva in risate brillanti e chiassose per poi scrosciare in pesanti e malinconiche crisi di pianto sincero. Esprimeva, nel suo pieno disequilibrio verso le convenzioni, tutto quello che io mi ero abituato, per quanto posso ricordare della mia adolescenza, a frenare tramite una pausa calibrata del pensiero. Se i miei eccessi passati erano riusciti sempre a sembrare ben collocati nei limiti di ciò che una persona comune scuserebbe, i suoi, invece, non si curavano di apparire scusabili da nessuno. Semplicemente ciò che faceva era l'esito immediato di quello che lei sentiva dentro. Tutto il resto non importava. Ciò che pensavano gli altri non importava. Le conseguenze non importavano. Il dolore che poteva colpire lei stessa o altre persone, proprio a causa di questo suo eccentrico modo di comportarsi, lo vedeva come una pura ingiustizia. Questo perché non poteva smettere di essere com'era neanche per un istante; tentare di adeguarsi alla normalità le sembrava come tradire la sua natura. Non parlava quasi mai a bassa voce e si esprimeva in modo estremamente diretto, semplice, non sorvegliato nelle costruzioni fraseologiche, per lo più utilizzando un linguaggio scurrile. Non riusciva mai ad apparire completamente seria, anche quando voleva esserlo. Preferiva ridere delle cose, spesso banalizzandole, anche se mi ero abituato a capire quando dietro questa sua finzione difensiva si celava qualcosa di più profondo. Reagiva in maniera esagerata al dolore, sia fisico che psicologico; semplicemente non riusciva a contenersi di fronte a qualsiasi acquisizione sensibile: se una cosa le toccava il cuore urlava di gioia, se una cosa le faceva male urlava di rabbia. Si annoiava facilmente e si divertiva anche per le cose più semplici e a volte stupide. Rifiutava la complessità, sebbene lei stessa fosse estremamente complessa nell'animo e nell'intelligenza. Di fronte a qualsiasi genere di problema semplicemente rispondeva sempre con comica stizza «che palleee!!», variando accento e intensità a seconda del grado di difficoltà riscontrato. Quando ero con lei tornavo, spontaneamente e quasi senza accorgermene, ad essere un diciottenne, se non proprio nella mentalità , quantomeno negli atteggiamenti. Amal era in grado di influenzarmi in maniera così profonda da potermi plasmare e riassemblare a suo piacimento, qualora l'avesse voluto, eppure non abusava mai di questo suo ascendente, anzi, faceva sempre intendere, forse appositamente, che ero io ad avere il controllo su di lei. Mi amava per vezzo, ma ne era così convinta che riusciva a convincere anche me. A volte riusciva ad essere di una tenerezza così estrema e spontanea, soprattutto nei miei confronti, che io non potevo far altro che rispondere con dolcezza a questi suoi bisogni e premure. Altre volte si abbandonava con facilità in atteggiamenti provocatori verso le persone del sesso opposto, anche se, per lo più, si trattava certamente di finzioni ben calcolate. Possedeva una mente pratica ed estremamente abile. Possedeva sempre l'ultimo modello di olofono 3D portatile e sapeva padroneggiare con estrema precisione e versatilità tutte le neo-tecnologie sviluppate dalle diverse Corporazioni. Io invece facevo fatica anche solamente a inviare un messaggio olografico e i miei maldestri tentativi di sembrare spigliato e disinvolto mi facevano solamente apparire patetico.

Amal denigrava nella maniera più assoluta il ragionamento filosofico e tutto ciò che era puramente astratto, quindi anche la mia materia di ricerca e di insegnamento: Analisi del pensiero pre-aggregato. Intesi però, col passare del tempo, che questa sua forma di rifiuto era tuttavia generata, ancora una volta, dalla sua propensione alla banalizzazione di tutto ciò che è serio e concettoso. In realtà , tutto quello che potevo conoscere e che potevo insegnarle non era nient'altro che scontato per lei. Non le ho mai insegnato nulla che non sapesse già , sebbene in una forma più diretta e sintetizzata. Tutte le parabole di pensiero che io potevo proporle per arrivare ad un ragionamento filosofico non facevano che confondere il risultato. Sapeva già la risposta ancora prima che potessi formulare la domanda, il resto erano tecnicismi inutili. A volte avevo quasi l'impressione (e a ragione) che fosse lei stessa a dare una direzione ai nostri discorsi, quasi come se a parlare fosse soltanto lei ed io non fossi che un semplice tramite... un'ombra.

Se dovessi descriverne il viso nei suoi tratti salienti non troverei parole migliori di quelle contenute nel Cantico dei Cantici, un libro antichissimo e oramai dimenticato, che precede di quasi cinque millenni l'Aggregazione. Ciò che più mi colpisce di questa stupenda poesia del Re Salomone è la descrizione degli occhi e delle labbra:

Come sei bella, amica mia, come sei bella!

Gli occhi tuoi sono colombe, [...]

Come nastro di porpora le tue labbra

e la tua bocca è soffusa di grazia;

Certo questa è una poesia che esprime la bellezza tramite metafore vetuste, ormai incomprensibili sia nei rifermenti che nelle stesse immagini. La "compagna" di Salomone, già in quei tempi remoti, era tuttavia descritta come una donna dalla bellezza non convenzionale. Una bellezza che riecheggia il deserto e l'oriente più prossimo. Così lontana dal roseo pallore e dall'aurea chioma di una Elena di Troia, di una Laura petrarchesca o della Beatrice di Dante, o almeno per come le ho figurate durante le mie elucubrazioni su questi antichi volumi pre-aggregati: file che oramai non visualizza più nessuno, eccetto qualche tedioso ed inutile "esperto" in materia come me.

Amal aveva un incarnato scuro, al sole quasi bronzeo, ma con un vago tono tendente all'oliva. Era snella e non troppo alta. Agile e perfetta nelle forme e nell'equilibrio tra le parti. Soda e compatta, con un seno pronunciato e alto, glutei stretti e scattanti. Caviglie e polsi sottili e ben torniti. La linea del collo si estendeva sul petto in maniera dolce per rialzarsi subito sugli alti seni, ricadeva invece presto ai lati, accordandosi a delle spalle morbide, strette ma sostenute. I suoi capelli erano corvini e leggermente mossi, le disegnavano con naturalezza i contorni degli zigomi tondi e della mascella che sporgeva lievemente sui lati; come onde defluivano morbidamente, ricadendo in maniera sensuale, distribuiti equamente, sul petto e sulla schiena. Le sue labbra erano soffuse di grazia, perfettamente disegnate ed equilibrate, non erano ne strette ne troppo carnose, ma sembravano leggermente protendersi in un bacio. Il suo sorriso era largo ed illuminante ed era sempre accompagnato da un allargarsi dei suoi stupendi occhi. Le sue iridi erano del colore della notte, simili all'onice, larghe e contornate da un velo di ciglia lunghissime e perfettamente separate. Gli occhi tuoi sono colombe. La forma dei suoi occhi ricordava proprio il profilo di una colomba che, verso l'interno, chinava la testa nell'atto di abbeverarsi, mentre gli estremi erano la coda lievemente protesa verso l'alto. Mai vidi occhi più belli dei suoi. Mai vidi altri occhi se non i suoi.

Amal adorava vestirsi, acconciarsi e truccarsi. Era sempre estremamente attenta alle mode. Non portava mai qualcosa di classico, blando e scontato. Rifuggiva la sobria eleganza preferendo abbinamenti che enfatizzassero il suo essere giovanile e sensuale. L'estetica del puro apparire era per lei una passione e una delle poche cose sulle quali valesse la pena riflettere e dedicarsi con pazienza e premura. A volte sfoggiava piercing in punti improbabili, altre volte occasionali tatuaggi luminor dalle fluorescenze sgargianti, altre ancora lenti a contatto dei colori più disparati. Cosa che personalmente non amavo, perché il colore naturale dei suoi occhi era così raro al giorno d'oggi e la rendeva unica. Ogni volta riusciva ad adattare il proprio stile di vestiario alle svariate occasioni proposte dai club più in voga del Dedalus. Non possedeva un perenne elemento distintivo che la identificasse. Nonostante ciò era impossibile per lei riuscire a passare inosservata o uniforme: bastava il suo carattere e il suo essere sé stessa, per distinguerla come una candela nel buio indistinto della massa. Colorava le sue labbra con pazienza e perizia usando spesso un pennello di precisione, strumento ormai desueto e quasi introvabile, visto lo spadroneggiare delle neo-tecnologie in ogni campo dell'esistenza, compreso il make-up e la cosmetica. Lei disegnava il contorno della sua bocca con la stessa attenzione di un antico maestro pre-aggregato come Van Eyke o Giorgione, quasi stesse lavorando sul particolare di un'opera solenne. Il risultato della sua meticolosità era sempre impeccabile e riusciva ad enfatizzare ancora di più le caratteristiche già di per sé eccezionali del suo viso. In fin dei conti tuttavia, qualunque soluzione scegliesse per il suo look, qualsiasi cosa indossasse o in qualunque maniera decidesse di acconciare i suoi capelli o rassettare il suo trucco, a me non poteva che apparire inevitabilmente splendida. Ero come ipnotizzato dal suo essere, ammaliato dal suo apparire e stregato dalla sua persona.

Ho amato Amal. Se inizialmente potevo dire di esserne semplicemente innamorato e affascinato, in seguito non ho potuto fare a meno di ammettere a me stesso che l'amavo. Ho veramente amato Amal: non avevo altra scelta. Lei diceva di amarmi, anche se, con molta probabilità , ero solo un capriccio scaturito dalla forza delle sue emozioni più profonde, ed io mi trovai mio malgrado ad amarla, accondiscendendo, ancora una volta e senza possibilità di rifiuto, ad una sorta di istruzione scritta nei miei geni: qualcosa di perentorio ed inevitabile, qualcosa di costrittivo, che tuttavia al mio animo appariva come naturale ed adeguato. Lei era letteralmente il mio mondo, non solo la mia ragione di vita, ma anche il mio spazio di esistenza. Io, all'interno di questo spazio che lei rappresentava non ero che un'illusione che prendeva vita, progressivamente e senza rendermene conto.

Era solo per stare in prossimità di lei se ad un certo punto decisi di trasferirmi nel Dedalus. Era la mia Beatrice, ed io avevo accettato di seguirla attraverso l'Inferno di questa megalopoli aggregata, sperando un giorno di salirne la vetta, per poter volgere lo sguardo in alto, verso i cieli cristallini del paradiso, e là, nell'estasi illuminante della contemplazione di qualcosa di divino, cercare il mio spazio nell'universo e nell'esistenza, stando semplicemente seduto, assieme a lei, nel semplice atto di rimirar le stelle.

 

   
 
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