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Autore: ffancy    05/09/2017    1 recensioni
Ananke (gr. ἀνάγκη) Voce greca antica che significa «la necessità», «il fato» | 20 capitoli | modern!AU
Se l'Iliade fosse ambientata a New York negli anni Duemila;
se Hector fosse figlio di un ricco banchiere americano;
se Agamemnon e Menelaus fosse sponsor greci di una squadra di football;
se Achilles fosse il capitano dei Myrmidons;
se Homer fosse un insegnante di teatro e Apollo un musicista;
se Odysseus avesse imparato ad accettare un orizzonte;
se Cassandra, alla fine, avesse deciso di narrare la loro storia.
(Rimodernata e rivista)
Genere: Angst, Generale, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: AU, Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Non-con, Tematiche delicate
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Άνάγκη

FATALITÀ

 

/fa·ta·li·tà/

sostantivo femminile

1. Inevitabilità, ineluttabilità.

Fato, destino.

2. Avversità, sfortuna, disgrazia.

 

 

‘Cantami, o Diva ...’

 

Prologo

I. L’erede

II. Fratelli per sbaglio

III. I Myrmidons

IV. Lezioni di recitazione

V. Lo sguardo di Homer

VI. La donna più bella

VII. Fatalità

IX. Il doppio volto di Achilles

X. La vendetta di Agamemnon

XI. Madri e figli

XII. Un amore pericoloso

XIII. Alexander Paris

XIV. Quello che è giusto fare

XV. Insieme per sempre

XVI. La notte degli addii

XVII. L’urlo di Andromache

XVIII. Lacrime di perdono

XIX. La prima dello spettacolo

XX. Rosso tiziano

 

 

Prologo – L’inizio e la fine

 

Cassandra mosse un passo nel buio. Era stanca. Una stanchezza prima fisica e poi mentale; stanca di

recitare, affannarsi, resistere al corso impetuoso della vita. C’erano volte in cui dimenticava l’inizio e soffriva perché quell’inizio, per come era stato puro e meraviglioso, era l’unica cosa che avrebbe voluto ricordare per sempre. Sentiva che molte cose si erano perdute, da quando tutto era iniziato. Le pareva così vicino, tuttavia, il giorno in cui Homer aveva voluto sentire le sue storie, ed erano passati anni; in quel giorno di dicembre si voltò indietro, per un ultima volta percorrendo il viale che l’avrebbe condotta a casa, immaginando di vedere Hector, forse, Hector con il viso buono e le mani calde e gli occhi scuri, dolci ... non dimenticarti di questa notte, Cassie. L’ultima notte. Sentiva il calore del suo corpo, il pulsare ritmico del sangue, del cuore, ricordava le sue dita percorrere le guance di Andromache e raccogliervi le lacrime. Ricordava la strada, piena di sole. La gente che si era affacciata per vederli – Hector e Achilles sfidarsi a duello. Quella stessa strada era grigia di nevischio, bagnata e fredda come i sogni di inverno, nell’istante in cui ci si sveglia da un incubo e le lacrime restano ad asciugarsi congelando sul viso.

Un sentimento inspiegabile – perdita, forse? abbandono? – le prese il cuore fino a che Cassandra non fu costretta a rifugiarsi nella sua sciarpa per reprimere i singhiozzi. La solitudine l’aveva ferita più di quanto fosse in grado di ammettere, più di quanto avesse potuto immaginare.

Finisce qui, Homer. Non una parola di più, gli aveva detto. Aveva sentito il suo sguardo cieco scivolarle sul corpo, per la prima ed unica volta senza essere davvero in grado di vederla. Si era persa in quell’azzurro vacuo e aveva sentito l’Addio lacerarle il cuore.

Non avrei voluto che fosse questa la fine.

Lei aveva sorriso, una nota di amarezza negli occhi scuri, nella postura abbandonata del corpo.  Neanche io, ovviamente. Ma non abbiamo potuto fare niente per cambiare le cose. Gli aveva detto anche: domani ci sarà il suo funerale. E non credeva che lei, Cassandra, avrebbe preso parte al funerale di Achilles. Ma sentì che sarebbe stata, in fondo, l’unica possibilità contemplabile: non c’era un volto amico fra quelli che aveva scorto, eppure lei era rimasta mentre veniva chiusa la bara e i capelli fragili di Achilles venivano colti per l’ultima volta dalla luce del sole, tanto da disegnare un’aureola dorata attorno al suo viso disteso. L’essere mostruoso che aveva trucidato Hector, quella mattina d’autunno le era parso un bambino. Ricordava la sera in cui l’aveva incontrato con Patroclus, dietro le quinte, anni prima, le dita del ragazzo ad arpionare le spalle dell’amico, straziato per chissà quale motivo, chissà quale intima ragione che aveva reso sacro quella sorta di abbraccio, e aveva reso lei una profanatrice. La fanciullezza che aveva sorto nell’atteggiamento di Achilles quella sera era la stessa che riverberava nella sua figura distesa nella bara. Ricordava il viso ingrigito della donna da cui aveva comprato un giglio da porre sulla tomba del ragazzo. La purezza, aveva pensato. Un giglio bianco per un’anima macchiata di sangue, per mani che allora, intrecciate sul grembo nel sonno eterno, erano bianche e pulite come i petali del fiore. Era rimasta a guardare la sua lapide con il cappuccio della felpa calato sugli occhi, i capelli ramati raccolti in una folta treccia. Le sarebbe piaciuto ci fosse stato Patroclus, accanto a lei; qualcuno che potesse provare sincero dolore anziché quella tristezza nebbiosa che invece si era addensata nel suo petto. Era stata proprio Cassandra a dirgli addio per prima, prima ancora che qualcuno venisse a lasciare la targa della sua moto e la scritta Greeks pasticciata su una lamina di metallo.

Continuò a camminare, sentendo che il suo cuore si faceva più pesante ad ogni passo che appoggiava. L’oscurità era fresca, densa, bianca di neve. Le strade si erano fatte silenziose.

Ripensò a come era state appena qualche mese prima – e qualche settimana prima, quando tornando a casa dopo la morte di Hector qualcuno l’aveva afferrata nel buio e l’aveva spinta fino nel bagno di un bar, una mano premuta malamente sul suo viso, sulla sua bocca. Ripensò al sangue, a quell’odore nauseante di sangue e piscio e al tocco straziante del dolore. Ricordava quel dolore che l’aveva fatta perdere in sé stessa e l’aveva incendiata. Si era persino stupita di come fosse riuscita a uscirne, senza che la cenere che era rimasta di lei si perdesse nel vento. Un giorno, si disse, un giorno racconterò anche questa storia. A qualcuno che potrà credermi. Che io amerò tanto, più di chiunque altro prima.

Quella sera nel bagno del bar qualcosa in lei si era rotto e la sua mente aveva vagato in un limbo grigio e desolato, fino ad approdare sulle coste di una vecchia memoria colorata, dove erano conservati i ricordi di infanzia e quegli anni trascorsi quando era ancora una bambina, cresciuta gomito a gomito col gemello, Alexander Paris, all’ombra del fratello maggiore Hector e la sorella Polyxena.  

Si era stretta a quei ricordi mentre l’uomo si sbottonava la patta dei jeans con un braccio la teneva premuta contro la cassetta di scarico del water. Non ho ancora finito di esplorare il mondo, non ho finito di vivere, di scoprire, devo resistere ... si era detta. Devo uscire da questa cosa.

Ma la verità era che Cassandra non ne era uscita – come avrebbe potuto? Certe volte, camminando per le strade assolate di Long Island, sentiva ancora un bruciore, un senso di sporcizia, di nausea, di rifiuto per il suo stesso corpo. Tutto quello che era stato, tutto quello in cui aveva creduto, era scomparso.

Si disse che ormai non era più quello il posto per lei e che, come tutti quelli che erano sopravvissuti, avrebbe dovuto andarsene presto, senza lasciare traccia. Sentì le gambe cedere sotto il peso di quella consapevolezza, e mentre una lacrima si impigliava all’angolo del suo occhio sinistro, immaginò per un istante – un solo istante – cosa sarebbe successo se solo ... se solo non fosse successo tutto quello.

Magari, pensava Cassandra, in quel momento avrebbe potuto trovarsi sulla scala di servizio sul retro, con Polyxena magari, di cui ricordava i capelli di quel rosso intenso, tiziano, e il profumo buono di agrumi; ma Polyxena era morta e anche Hector. Polyxena, la sua unica sorella. Con quel viso gentile, quieto, le mani dolci, gli occhi del colore del cioccolato fuso come il fratello maggiore, così diversa da lei, la cui bellezza era invece spigolosa, sfuggente, e sicuramente molto inferiore a quella della sorella.

Custodiva un ultimo ricordo di lei, un’immagina fugace di Polyxena accoccolata sul letto, accanto a lei, in quella camera che dava sull’interno del quartiere. Erano strette in un abbraccio spaventato e intimo, tanto forte che Cassandra non sapeva dove finisse il suo corpo e dove iniziasse quello della sorella. Avevano visto i Greeks sfilare sotto le loro finestre, Achilles che dalla morte di Patroclus era diventato una belva, una creatura del buio, con quegli occhi di ghiaccio e l’espressione accigliata, crudele, di un lupo pronto a balzare addosso alla preda. Lei e Polyxena erano proprio sopra di loro, appoggiate ai vetri della finestra, e Cassandra ricordava – dio, se lo ricordava – quello scambio di sguardi che c’era stato fra il giovane Greek e sua sorella. Aveva colto la disperazione, nera, vertiginosa e inspiegabile nello sguardo provocante di Achilles, una sorta di dolore misto alla lussuria quando aveva fatto scivolare gli occhi sui lunghi capelli di Polyxena e sul suo petto bianco. Aveva sentito l’urlo gonfiarsi dentro di lei e avrebbe voluto gridare, quella notte, al ragazzo: Ti perdono, per Dio, Achilles, ti perdono! Dimenticherò che hai ucciso mio fratello e tu dimenticherai chi è stato a causare la morte di Patroclus. E se anche non potrai dimenticarti di lui – come io non potrò fare per Hector – almeno che non debba esserci altro sangue versato.

Ma adesso non esisteva neanche il perdono. Non c’era più niente a cui aggrapparsi, ora che tutto era finito. Arrivò al luogo dell’incontro – “al The Walls, sette e trenta, fatti trovare, va bene? <3”, le aveva scritto – e si sedette sui gradini d’ingresso. Non voleva entrare. Il nevischio le bagnò i jeans e iniziò ad avvertire il freddo, inerpicarsi lungo le sue braccia e le sue gambe e stringere la carne in una presa mortale. Teneva gli occhi socchiusi, e da dietro la prigione delle ciglia vedeva la gente percorrere la strada, incappucciata, con la sciarpa tenuta fin sopra la bocca; e così a un tratto lo vide, l’unico senza sciarpa né capello, i capelli castani pettinati ordinatamente, quell’aria posata, elegante, che sommata alla altezza considerevole e al diametro delle spalle e del torso, lo rendeva una figura solida e luminosa in quel mare di persone sconosciute. Sorrideva, ancora, in quella maniera solare e meravigliosa che era sua, solo sua, da sempre. Si fermò esattamente di fronte a lei e le tese una mano per alzarsi. Per un attimo Cassandra rimase come cristallizzata di fronte al ragazzo, alla sua mano forte e ruvida, al suo viso sicuro e gentile. « Aeneas, » sfiatò, poi, stringendolo in una abbraccio che avrebbe dovuto essere di saluto e invece si era trasformato in una stretta necessaria, assoluta, nella quale Cassandra volle perdersi per non trovarsi mai più. Rimasero così per qualche istante, lei in punta di piedi sui gradini e lui che la teneva salda, come se avesse potuto sgusciargli via dalle braccia da un istante all’altro.

Poi allungò le dita fredde verso la guancia di Cassandra e le accarezzò uno zigomo, come se avesse improvvisamente bisogno di conoscere nuovamente il suo corpo e il suo viso. « Credevo di non riuscire a vederti mai più, » le confessò dopo un poco, la voce limpida e vibrante. « Non sei più uscita di casa da quando è successo, vero? »

Lei strinse le labbra amaramente. « Chiama le cose con il loro nome, Aeneas. Almeno tu. Io non credo che riuscirò mai più a uscire e ... andare in giro, come prima, come se non fosse successo nulla, capisci? »

« Ma non per questo devi continuare a pensare a quello che è successo, Cassie. So che non posso chiedertelo, ma prova – prova, almeno – a lasciare che le cose scorrano. Io ... eri ... tu eri l’unica persona che volevo vedere dopo la morte di Hector, » bisbigliò. « Sai, credevo che fosse normale. Ma poi, poi mi sono reso conto che eri sempre, che saresti rimasta sempre l’unica che avrei voluto vedere. E’ strano, no? Sapere che non avevi più messo piede fuori casa dopo – »

« Sono stata al funerale di Achilles, » lo interruppe. « E sono uscita, ogni tanto. Ma poco, solo vicino casa. Long Island, il quartiere, è ancora troppo pieno di noi. »

« Sei stata – dove?! Anche io, Cassie. Anche io! Non ci siamo neanche incrociati! »

Invece Cassandra l’aveva visto, Aeneas, bianco come la camicia che indossava sotto la giacca nera, sbattuto, slavato, gli occhi rossi di pianto e le spalle infossate. Aveva finto di non vederlo. Le loro mani si strinsero e lei chiuse gli occhi, sentendo che la lacrime tornavano ad affiorare.

« Perché hai voluto vedermi? » chiese, con voce strozzata. « Ho sentito dire che partirai. Perché dirmi addio adesso, perché qui? »

Lui le rivolse una strana occhiata. C’era una traccia di dolcezza, entusiasta e infantile, nel profondo dello sguardo di Aeneas. Cassandra quasi non riuscì a sostenerne l’intensità e abbassò gli occhi.

« Guardami, Cassandra, » le disse. Teneva il suo mento fra le dita. « Io sono venuto a chiederti di venire con me. Andiamo via da qui. Andiamo via da Long Island, qui non c’è più niente per noi. Guarda, » esclamò, « guarda questi fogli. Sono di Homer, capisci, li ha scritti lui per noi! Per noi, per me e per te. Mi ha detto: “portali a Cassandra. Io le credo.” » Le fece vedere un quaderno ad anelli dove erano contenute pagine, tante pagine stampate di un copione. Lei prese a guardarle, pensando che fosse un’altra storia, un altro spettacolo, e invece vide in prima pagina i nomi dei personaggi e fra gli altri Hector, Polyxena, Alexander, ... Cassandra. Aeneas. Achilles. Helen. Patroclus. Agamemnon.

« E’ la nostra storia, Cassie. Questa volta noi, solo noi. Un giorno rileggeremo queste pagine pensando che forse ci sarà qualcuno, qualche sciagurato attore che vorrà interpretare questi personaggi. Ma ora ti prego, vieni via con me. Andiamo in qualche posto dove non saremo costretti a ricordare, almeno per un po’. » La sua voce si stava scaldando, così come le sue guance che si erano tinte di una sfumatura rosea, il suo fiato tiepido che si infrangeva sul viso gelido della ragazza. Cassandra abbassò nuovamente lo sguardo e non riuscì questa volta a impedire alle lacrime si sfuggirle dagli occhi. Sentiva un peso indicibile gravarle addosso, perché le parole di Aeneas avevano svegliato qualcosa dentro di lei, qualcosa che ancora non riusciva a gestire. Non era pronta a fare i conti col mondo, Cassandra. Con i sentimenti, con la forza prepotente e imprescindibile dell’amore, che col tempo avrebbe portato al dolore, forse, o forse no, ma comunque non sentiva di essere ancora in grado di ricominciare. Avrebbe avuto bisogno del tempo che medicasse le sue ferite.

« Mi dispiace, » gli disse, restituendogli il quaderno. « Non posso. Ci sono cose che hanno bisogno di tempo prima di tornare a posto. Sento che adesso, per me, ce ne sono troppe perché io possa anche solo immaginare di andarmene, di lasciare tutto e scappare via da qui. Non posso sfuggire al dolore, » mormorò, e in quel momento se ne rese conto davvero. « Long Island è la mia casa. Non chiedermi di andare via, Aeneas, anche se ... ti voglio bene – nessuno può sapere quanto. Ti prego di non insistere, so che vorresti, ma non c’è nulla che tu possa fare, per ora. Magari ci rincontreremo fra qualche anno, come dici tu, e allora sarà tutto diverso. Saprò ricominciare come saprai farlo tu, ma adesso vai, conosci, innamorati di qualcuno che – » le si spezzò la voce e di nuovo si rifugiò, per l’ultima volta, fra le braccia di Aeneas. « Buon viaggio, » gli disse, alla fine. Qualunque sia il luogo in cui arriverai.

« Capisco, » rispose lui. « Ma, Cassie ... se avessi bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, non esitare nel venire a cercarmi. Ci terremo in contatto, va bene? E basterà che tu mi chiami perché io torni a Long Island, anche se mi trovassi in capo al mondo. »

Cercò di non far trapelare alcun dolore dalle sue parole, ma Cassandra lo avvertì comunque, e amò tanto la grazia e la dolcezza che Aeneas aveva messo nel tono. Soprattutto amò il suo coraggio.

Quella notte Cassandra e Aeneas tornarono a casa insieme; lei salì, si cambiò d’abito, sciolse i lunghi capelli rossi sulle spalle e lo specchio le restituì l’immagine di una donna sconosciuta, una creatura che era tutta spigoli, nella quale si poteva scorgere ancora il fantasma della ragazzina che era stata. Lui la aspettò in strada. Camminarono fianco a fianco, una mano di Cassandra infilata nella tasca della giacca di Aeneas, intrecciata alla sua, mentre capiva una cosa, una cosa talmente importante e immensa da lasciarla senza fiato: qualcosa fra loro era cambiato, qualche strano incantesimo aveva trasformato l’algido dolore di Cassandra in una sensazione tiepida di intimità, del genere che avrebbe potuto raccontare a Aeneas qualsiasi cosa, avrebbe potuto farsi vedere sporca, distrutta, struccata, e sarebbe stato semplice, giusto. Quella notte Cassandra e Aeneas dormirono insieme, nel letto di una camera matrimoniale di un albergo anonimo prenotato all’ultimo, quasi senza sfiorarsi, se non per le timide carezze delle loro mani che di tanto in tanto si intrecciavano. Non ricordava che un uomo fosse così, a dire la verità.

Aveva ancora in mente le mani di quel mostro che l’aveva spinta nel bagno, mani come tenaglie, occhi di ferro, quell’odore di sudore, di sangue, di piscio, e la nausea che era montata dentro di lei, le vene sulle tempie che pulsavano impazzite, i capelli sudici davanti alla fronte. Invece Aeneas, addormentato senza occupare troppo spazio nel letto, era di una bellezza talmente intima da spezzarle il cuore.

Il ciglia nere gettavano ombre frastagliate sugli zigomi, la luce lunare aveva tagliato a metà il suo viso, che neppure addormentato era veramente quieto, ma conservava invece quel piglio entusiasta, curioso, mitigato dalle linee dure e virili in cui era scolpita la sua espressione. Era bello, Aeneas. Non le veniva in mente altro termine per descriverlo, a Cassandra che quella notte non riusciva a prendere sonno, una bellezza fisica e mentale e di spirito. Un ragazzo che era ormai più uomo che ragazzo, che un tempo Cassandra aveva amato e forse, segretamente, intimamente continuava, in qualche modo, ad amare. Fu bello riscoprire il corpo e il cuore di Aeneas dopo quei mesi. Le sue imperfezioni, i suoi limiti, la sua dirompente, brusca sincerità, continuavano a colpirla, perché si rendeva conto che alcune cose erano ancora vive, inesplorate, che alcune persone non si erano perdute in quelle notti passate in cui lei aveva perduto tutto.

« Mi sei mancata, Cassie, » le aveva detto, prima di addormentarsi, le luci di New York che brillavano nell’iride scura; « la mia migliore amica. » Intrecciò le dita con quelle di lei.

« Mia sorella, » e le diede un bacio in quel posto speciale, quel posto loro, appena sotto la tempia. Un tempo avrebbe aggiunto amante, forse; Cassandra ricordava ancora il sapore di Aeneas sulle sue labbra.

« L’unica al mondo. » C’erano tante cose che avrebbe voluto dirle, “Hector era come un fratello per me”, “Raccontami dell’ultimo sorriso di Polyxena”, “Parlami di tuo padre, parlami di Achilles, che adesso dorme ancora giovane – troppo giovane – sotto terra accanto al suo amico.” Invece rimasero in silenzio finchè Aeneas non tirò nuovamente fuori il quaderno ad anelli e lo lasciò sul comodino.

« E’ stato davvero un grande uomo, Homer, » disse all’improvviso, « lo prendevano tutti un po’ in giro, chi più chi meno, » continuò, ricordando degli scherzi che i Myrmidons gli tendevano di tanto in tanto. « Eppure ha creduto in noi, e ci ha lasciato questo. Ha fatto tanto. » Non lo disse, ma fu come se lo avesse detto: altrimenti saremmo come cenere nel vento. Fiamme bruciate in fretta.

Sospirò. La sua voce era delicata e morbida nel silenzio nella notte, un mormorio sopra i rumori distanti della città. « L’hai più visto? Mi ricordo che aveva un rapporto speciale, con te. Eri la sua preferita. »

Rise di fronte all’espressione divertita di Cassandra; « Ed eri anche la preferita di Apollo. »

Il ragazzo biondo che lavorava con Homer, il giovane musicista dai capelli d’oro e il sorriso splendente. Aveva qualche anno in più di loro, e quando Cassandra era soltanto una ragazzina rossa affascinata dal teatro e dal mistero, si erano conosciuti e lei era rimasta stregata da lui. Hector la prendeva in giro, Polyxena un poco la invidiava: Cassandra non era certa di aver mai amato Apollo, anche se è il primo volto che ricorda quando pensa all’amore. « E si diceva in giro che lui aveva una specie di storia con quella ragazza, o quel ragazzo, non so ... aveva il nome di un fiore, o qualcosa del genere. E poi era praticamente muto. Uno cieco e l’altro – » Giacinto, sì. Cassandra ricordava molto bene.

« Geloso, Darrow? » lo interruppe. Si permise perché in fondo quella era la loro ultima notte.

« Tantissimo, » ammise lui. « Non ho mai capito cosa ti piacesse tanto di Apollo, in realtà. Ma pace: meglio di Achilles, se non altro. »

Le parve di essere tornata appena adolescente, quando a scuola si mormorava del capitano della squadra di football, i Myrmidons, quel ragazzetto biondo arrogante con i denti scheggiati e gli occhi color del cielo. Le venne da sorridere. « Io ho saputo invece di un certo Aeneas e una certa Dido ... »

Lui mise su un’espressione buffa: « E da chi l’hai saputo? Beh, Cassie, se vuoi saperlo ... sì, la trovo molto carina. Forse andrò anche a trovarla nei prossimi mesi. Ma poi non so. Non so proprio ... »

Alla fine si erano addormentati parlando di tutto e di niente – o meglio: Aeneas si era addormentato e Cassandra era rimasta sveglia a guardarlo, a lungo, finchè baciata dalla luna anche lei era scivolata nel sonno. Il mattino dopo si svegliò che lui si stava vestendo.

Aveva i capelli umidi e si stava allacciando le sneakers. L’alba newyorchese lo rese come un miraggio, una figura d’ombra che si stagliava nella penombra della camera. « Te ne vai, » constatò Cassandra. Prima che il sole sorga e io possa vederti bene un’ultima volta. Aveva la voce impastata dal sonno e dovette far forza su sé stessa per tirarsi a sedere e guardare Aeneas sorriderle, dolce, aggiustandosi la giacca sulle spalle. « E’ meglio così. Ti chiamo verso l’ora di pranzo, il mio aereo sta per partire. »

« Dove andrai? »

« In Italia. A Roma, penso. Conosco alcuni amici dei miei genitori che vivono là. »

« Parli italiano? »

« Come l’inglese. Quante cose ancora non sai di me, Cassie, » scherzò, seppure ci fosse una punta di verità in quelle parole. Le mandò un bacio sulla punta delle dita, voltandosi verso la porta, e Cassandra seppe che quella era l’ultima volta in cui si sarebbero visti.

« Addio, Aeneas, » gli disse. La luce del mattino illuminò per l’ultima volta il corpo del ragazzo e Cassandra immaginò – immaginò? – di vedere una strana luce passare sul viso di Aeneas, e annidarsi nelle pieghe del suo sorriso triste. Sembrò poi improvvisamente riscuotersi, e il suo viso si illuminò di nuovo. « Dunque, qui le nostre strade si dividono, no? E’ così che si dice. Ah, ma sarai sempre con me. » Scosse la testa, ridacchiando. « A parte gli scherzi: questo non è un addio; non pensarlo neanche. Arrivederci, Cassie. Arrivederci, » ripetè. Seppe, Cassandra, nell’esatto momento in cui lui chiuse la porta, che qualcosa di molto grande e importante si era chiuso nel suo cuore. Ma qualcosa, qualcosa di nuovo, si era aperto invece: il quaderno ad anelli era ancora sul comodino, ultimo custode di quell’incredibile storia. Il suo telefono vibrò un attimo nascosto fra le pieghe delle lenzuola; aveva ricevuto un messaggio, da una certa Adele Riviera.

“Cassandra! Ho avuto modo di leggere delle tue esperienze alla high school di Troy e mi farebbe piacere se tu potessi venire a farmi vedere cosa sei in grado di fare. Cerchiamo un’Ophelia per il nostro Hamlet. Fammi sapere al più presto, mi trovi davanti al Forever 21 di Times Square.

Adele.”

Cassandra sorrise. Non sarebbe stato quel giorno ma in futuro, forse ... con stupore si rese conto di aver utilizzato, anche soltanto nei suoi pensieri, una parola che non avrebbe mai pensato di poter più associare alla sua vita: futuro. Quella mattina, New York era il luogo più meraviglioso in cui avrebbe potuto svegliarsi.

   
 
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