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Autore: rkhythm    06/09/2017    0 recensioni
Trecento anni da oggi: il surriscaldamento globale e il conseguente innalzamento delle acque hanno provocato il sommergimento della gran parte dei continenti.
I sopravvissuti hanno trovato rifugio nello spazio e su gigantesche isole artificiali, alla deriva in quello che ora è un unico grande oceano. Sull'isola di Atlantis, però, qualcosa comincia ad andare storto: i computer che la controllano non rispondono più ai comandi e un misterioso virus si libera da un laboratorio sotterraneo, infettando la maggior parte dei cittadini e uccidendone la quasi totalità. Come se non bastasse, vengono attivate le misure di quarantena, che sigillano l'intera isola trasformandola in una prigione a cielo aperto per i pochi superstiti e in un relitto galleggiante per il resto del mondo.
Otto anni più tardi, India e Gavin sono tra i pochi che possono dire di essere sopravvissuti all'epidemia più letale che l'uomo abbia mai conosciuto. Ma quando le cose sembrano cominciare ad andare meglio, alcuni dei sopravvissuti cominciano a sparire misteriosamente e ai due ragazzi non resta che mettersi alla ricerca di ciò che sta minacciando quello che è rimasto del loro mondo.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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Silver Bay, Costa Sud-Orientale di Atlantis
Il cielo era quello di sempre: di un indaco troppo intenso che virava troppo violentemente prima all'azzurro e poi ad un arancio bruciato lungo tutto l'orizzonte. Nessuna sfumatura di rosa o di grigio, nessuna nuvola; solo un'enorme sfera bianca che calava sempre più velocemente oltre la linea piatta dell'oceano, dritta ai confini del mondo.
Di tramonti, quelli veri, ne avevo visti solo sui libri di storia: dopo che l'ozonosfera era collassata, quasi trecentodieci anni prima, la rappresentazione più fedele di un tramonto a cui si poteva aspirare era quello che Atlantis riproponeva puntualmente ogni sera alle otto e mezza: tre bande di colore, asettiche e orizzontali. E pensare che nel vecchio mondo la gente riusciva a trovarlo romantico...

Sollevai il mento dalla balaustra della terrazza, facendo dietrofront verso la mia camera. Una volta in prossimità del letto, mi lasciai cadere di schiena sul materasso morbido, inspirando a pieni polmoni l'aria fresca mista alla salsedine che entrava dalla portafinestra e che ormai impregnava ogni singolo centimetro quadrato della stanza. Per me quell'odore era sempre significato solo e soltanto una cosa: casa.
- Ehi tu! Hai intenzione di stare là sopra a poltrire ancora per molto? - la voce di Solomon arrivò forte e chiara dall'interfono - Prima che ti venga in mente di schiacciare un pisolino, vorrei ricordarti che non hai ancora finito i tuoi compiti di oggi.
Spostai lo sguardo verso l'angolo di soffitto alla mia sinistra, scorgendo una lucina rossa che lampeggiava nell'ombra.
- Stai di nuovo giocando con le telecamere Mo? - chiesi a voce alta, in modo che le mie parole potessero raggiungere il microfono.
- Che ne dici se ne parliamo mentre mi aiuti a preparare la cena? Sai bene quanto me che preferirei non doverle usare per niente.
Mi rialzai, mettendomi a sedere. Fu solo allora che notai, nel riflesso dello specchio, che indossavo ancora il pigiama. Avevo sprecato un altro giorno della mia esistenza senza fare assolutamente niente, immersa in quella che da qualche mese era diventata la mia routine senza fine: un vero inferno!
Ispezionai attentamente il mio riflesso nella lastra vitrea, scoprendo che rimandava un immagine a dir poco tragica: due profonde occhiaie mi incorniciavano gli occhi, le iridi scure come liquirizie e le sclere arrossate. Una corona di ricci ribelli saltava fuori dallo chignon improvvisato, facendomi sembrare una che era appena uscita dal manicomio.
- Allora che fai? Scendi?
- Dammi dieci minuti!! - urlai agguantando una canottiera e un paio di pantaloncini dalla cassettiera, poi mi precipitai in bagno e chiusi la porta. Mentre la lastra lignea sbatteva alle mie spalle, mi sembrò di cogliere Solomon aggiungere qualcos'altro, ma non riuscii a comprendere di cosa si trattasse. Qualsiasi cosa fosse, avrebbe dovuto aspettare altri dieci minuti.

Quando raggiunsi mio nonno in cucina scoprii che non era solo: un ragazzo alto e dal fisico leggermente muscoloso, infatti, lo stava aiutando a tagliare la frutta. I capelli castani, solitamente lunghi fin sotto la mascella, erano raccolti in un codino, facendo risaltare il viso imbrunito dal sole su cui spiccavano due iridi castano scure.
- Non credevo ti saresti fatto vedere prima di domani mattina - esordii, passandomi distrattamente una mano tra i capelli ancora umidi.
Gavin e io eravamo migliori amici da sempre: i nostri genitori si conoscevano da quando erano piccoli e noi eravamo praticamente cresciuti insieme.
- A dire il vero neanche io, ma Solomon mi ha invitato a cena.
Rivolsi un'occhiata interrogativa a mio nonno. Non era strano che Gavin si fermasse da noi, la nostra era praticamente la sua seconda casa, ma solitamente era lui a comparire a sorpresa ogni due o tre giorni, non era mai capitato che mio nonno lo chiamasse per invitarlo a cena.
Dopo quello che era successo ai nostri genitori, mentre io avevo potuto contare sul sostegno di Solomon, Gavin era rimasto completamente da solo. All'inizio Mo gli aveva proposto di venire a vivere con noi, di posto ne avevamo fin troppo, ma lui aveva insistito per restare nel suo vecchio appartamento in città, e da un certo punto di vista lo capivo: era dove era cresciuto, e quando ti tolgono tutto nel giro di pochi giorni fai qualsiasi cosa pur di aggrapparti a quel poco che ne rimane. Era quella che negli ultimi anni era diventata la filosofia di un po' tutti gli atlantidei.
Negli ultimi anni era capitato spesso che Gavin si chiudesse in se stesso: non si faceva sentire per qualche giorno, non usciva neanche di casa per quanto ne sapevo, ma poi gli passava e ritornava ad essere il ragazzo di sempre. Era fatto così.
- Vi serve una mano?
- Se vuoi puoi cominciare ad apparecchiare la tavola.
Mi avvicinai alla credenza per prendere i piatti, quando notai che Gavin aveva portato l'ultimo numero dell'Atlantis' Enquirer, il quotidiano dell'isola - anche se ora usciva solo periodicamente. Il titolo in prima pagina recitava '11 SCOMPARSI NELL'ULTIMA SETTIMANA: IL CENTRO CITTÀ È COMPLETAMENTE BLINDATO'. Trattenni il respiro: era il numero più alto di persone scomparse da almeno cinque mesi.

La popolazione di Atlantis aveva ricevuto una dura batosta quando il Morbo aveva decimato la maggior parte dei cittadini. Da allora non avevamo mai avuto davvero tempo per riprenderci: inizialmente le altre isole avevano interrotto i trasporti per paura del contagio, poi era toccato al silenzio radio e alla fine non erano arrivati più i rifornimenti; avevano isolato l'intera nazione. A quanto pareva, era stato deciso che permettere agli atlantidei di ricominciare a circolare comportava un rischio troppo grande per la sopravvivenza dell'intera razza umana, soprattutto visto che avevamo rischiato l'estinzione già una volta, soltanto trecento anni prima. Quindi avevano semplicemente deciso di abbandonarci.
In poco tempo, così, noi sopravvissuti avevamo dovuto mettere in piedi una società autonoma, in grado di permettere a chi era rimasto di poter continuare a vivere dignitosamente. Ultimamente le cose sembravano essere migliorate, fino a quando cinque mesi prima le persone non avevano cominciato a scomparire nel nulla.
Nessuno sapeva con esattezza cosa stesse succedendo: le persone sparivano dalle loro case, dai loro posti di lavoro...persino mentre camminavano per strada. Si era pensato a dei rapimenti, ma chi poteva esserci dietro a tutto quanto? E soprattutto perché?
I primi a sparire erano stati gli Immuni, ovvero quelli che non avevano mai contratto in alcun modo il Morbo, come Solomon. Poi, dopo qualche mese era toccato ai Mutati, come me e Gavin. A dire il vero, noi non avevamo mai corso seri pericoli: la quasi totalità delle sparizioni si verificava nel centro città e, mentre Gavin abitava in uno dei quartieri più esterni e sicuri, io e Solomon vivevamo sulla costa, a quasi cinque chilometri dalla più vicina periferia della Metropoli. Ma questo non voleva dire che la cosa fosse meno preoccupante: qualcuno o qualcosa stava portando via le persone, e dopo la diffusione del Morbo eravamo pronti a tutto.

Quando la cena fu pronta consumammo il pasto tranquillamente, anche se nessuno accennò alla notizia del giorno. Ero sicura che Solomon già lo sapesse: viveva ai confini dell'isola perché non sopportava la gente, ma ogni volta che arrivava l'avviso di qualche scomparsa il suo sguardo si velava e la sua mente scivolava in qualche angolo sperduto di universo, nel quale era impossibile raggiungerlo.
- Ti va se facciamo una passeggiata in spiaggia? - mi chiese Gavin non appena finimmo di mangiare.
Si comportava in modo strano, come se sapesse qualcosa di cui io ero ancora all'oscuro. Mi bastò rivolgere un'occhiata a Solomon per capire che avevo ragione.
- Vai pure niña, qui ci penso io a sistemare.

Afferrai al volo un maglione dall'appendiabiti all'ingresso, poi seguii Gavin lungo il vialetto e nel giro di cinque minuti fummo sul breve tratto di sabbia che costeggiava tutta la baia.
Il cielo era diventato un immenso tappeto di velluto scuro, disseminato di miliardi di piccoli astri dorati che si specchiavano nelle increspature dell'oceano. Uno dei pochi lati positivi del vivere ad Atlantis era che l'inquinamento luminoso era pressoché inesistente e questo rendeva possibile assistere allo spettacolo della via lattea: l'unica vista davvero mozzafiato alla quale mi fossi mai trovata davanti.
- Come mai Solomon ti ha chiesto di venire? - chiesi a bruciapelo non appena fummo abbastanza lontani da casa - So che lui ti adora, ma so anche che ha sempre preferito rispettare i tuoi spazi.
Morivo dalla voglia di saperne di più.
- Voleva parlarmi di alcune cose, e preferiva farlo di persona.
- Cose importanti? - io e Gavin non avevamo mai avuto segreti, eppure in quel momento mi sentivo come se ci fosse qualcosa che non voleva dirmi.
- Abbastanza, ma credimi, preferiresti non saperle.  
Mi morsi il labbro nervosamente, perché all'improvviso tutti erano così misteriosi?
- C'entra qualcosa l'articolo dell'Enquirer? È per le persone che sono scomparse? - non ero decisa a mollare.
- Non proprio - Gavin non sembrava disposto a darmi indizi di nessun tipo, ma dopo aver preso un profondo respiro aggiunse - ma io e tuo nonno pensiamo che sia meglio se per un po' vieni a stare da me.
Non aveva senso - Perché dovrei? Silver Bay è cento volte più sicura della Metropoli, e Solomon lo sa meglio di... - mi interruppi non appena mi fu tutto chiaro.
C'era un solo motivo per cui mio nonno mi avrebbe permesso di trasferirmi in città in un momento del genere. Lanciai uno sguardo accusatorio a Gavin, che per tutta risposta spostò il suo altrove con aria colpevole, basto quello a confermare tutte le mie preoccupazioni.
- Cosa gli sta succedendo? Perché non vuole che io stia qui? - sentii la voce incrinarsi sotto al peso delle lacrime. Mi ero ripromessa che non sarebbe più successo, ma stavo cedendo di nuovo alle emozioni.
- È complicato Dia... - Gavin mi corse dietro mentre facevo dietrofront per tornare a casa - È il Morbo! In città quasi tutti gli Immuni rimasti hanno cominciato a ripresentarne i sintomi. Pensiamo fosse una forma latente, agisce molto più lentamente dell'altra, ma gli resta comunque poco tempo...giorni forse.
Gavin continuava a sparare parole a raffica, ma ormai avevo smesso di ascoltarlo. Sentivo la rabbia crescermi dentro, ogni secondo di più. Perché Solomon non me l'aveva detto subito? Ci doveva essere qualcosa che avremmo potuto fare, doveva esserci.
- India! Sai meglio di me che se non ti calmi subito potresti diventare pericolosa. Per favore, fermati e ascoltami!
Mi girai verso Gavin, le guance rigate dalle lacrime - Come hai potuto non dirmelo subito?! Come avete potuto anche solo pensare che sarei partita con te?! - sentivo il mio battito farsi sempre più forte, fino a quando non fu l'unica cosa che mi rimbombava nella testa.
- India... Lui sta morendo. - furono le ultime parole di Gavin che riuscii a sentire. Poi lo spinsi il più lontano possibile, con tutta la forza che avevo in corpo. Non mi importava se si fosse fatto male, in quel momento non mi importava niente.
Il suo corpo cozzò rumorosamente contro un albero a diversi metri di distanza. Ma il suono della sua colonna vertebrale che sbatteva contro il tronco non mi fece alcun effetto. E poi tutto divenne nero.

 

 

  
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