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Autore: mylinkinday    06/09/2017    1 recensioni
"In fisica, un sistema isolato è un sistema posto così lontano dagli altri da non interagire con loro, oppure un sistema chiuso che non ha scambi con l’ambiente circostante. È un sistema perfetto, in equilibrio, costante.
Mi chiamo Mitch e non sapevo di vivere in un sistema isolato."
Mitch non è un ragazzo come gli altri, non lo è mai stato. Perso nei suoi pensieri, cerca di attraversare la giornata senza perdere contatto con la realtà, aiutato dal suo migliore amico Cameron. In un ordinario giorno di scuola, un'apparizione sconvolgerà la sua esistenza, trascinandolo in una spirale di follia.
Sei sicuro di saper distinguere la realtà dall'immaginazione?
Genere: Azione, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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Capitolo 6
 
Il vento entra dalla finestra.
Lo sento sulla pelle, mi fa rabbrividire.
È una tarda serata primaverile, una di quelle che potrebbero piacermi.
Ma io, immerso nei miei pensieri e nelle mie preoccupazioni, non riesco a godermela.
Steso sul mio letto, lascio che il brusio della televisione del soggiorno invada la stanza e spezzi il silenzio, che occupi la mia mente in qualche modo.
Non faccio altro che pensare a quella figura.
Ogni volta che chiudo gli occhi, mi osserva da dietro le mie palpebre.
Mi osserva e basta, non parla.
Con uno sbuffo impaziente, mi tiro su a sedere.
Non posso stare a casa a torturarmi, devo uscire.
Ho solo un posto dove andare.
Senza pensarci due volte, afferro il cellulare, le cuffie e una torcia.
La luce del televisore illumina il corridoio di una luce blu, creando un gioco di ombre, che si allungano sulle pareti, fasciandole come drappi scuri avvolti sui mobili antichi, quando una casa sta per essere abbandonata.
Deglutisco.
Respiro profondamente.
Raggiungo la porta d’ingresso senza guardarmi indietro, lo sguardo fisso avanti a me.
Velocemente, avverto mia madre di star uscendo per un’oretta.
Un’ora basterà.
In un’ora riuscirò a distrarmi.
Non sento la risposta di mia madre, sono già andato via.
Per andare al boschetto, dovrei girare dal giardino sul retro, ma decido di seguire il percorso più lungo.
Muovermi mi aiuta a occupare la mente, a non concentrarmi sui pensieri negativi, a non pensare a quella figura.
Cammino lunga la strada, la luce della luna illumina i miei passi.
Non incontro nessuno, saranno tutti a casa a cenare, a giudicare dall’orario.
Nel silenzio, sento solo il rumore delle mie scarpe sul calcestruzzo.
Arrivo ai piedi della collinetta. In cima, il boschetto si staglia contro la luna, stasera piena nella sua forma.
A vederlo mi si drizzano i capelli sulla nuca.
Strana reazione.
Quegli alberi hanno sempre rappresentato un rifugio per me.
Sarà solo il fresco serale, mi dico per convincermi.
Avanzo di un passo, un brivido mi percorre la schiena.
Sarà solo il fresco serale, mi ripeto.
Mi forzo ad andare avanti, un piede avanti all’altro.
Stasera, camminare sembra un’impresa difficile.
Come se i piedi fossero più pesanti.
Come se non avessi le forze di andare avanti.
Più avanzo, più sembro rallentare.
Arrivato all’entrata del bosco, le dita delle mani iniziano a formicolare, la testa si fa leggera.
Sarà il fresco serale.
Non so in che modo possa influire o causare queste sensazioni, ma dev’essere il fresco serale.
Deve esserlo.
Eppure, solo il pensiero del bosco mi mette paura.
Guardo davanti a me, nell’oscurità fra i tronchi, e un pensiero si illumina nella mia mente.
Non sono obbligato.
Non sono obbligato a entrare.
Non sono obbligato a fare nulla che non voglio.
Se lo desidero, potrei fare dietrofront in questo momento e tornare a casa o continuare a camminare per le strade.
Se lo volessi.
Il fatto è che non voglio.
Ho paura di entrare nel bosco, ma voglio farlo.
C’è qualcosa che mi attira al suo interno, riesco a percepirlo, mi spinge ad andare avanti.
Io voglio entrare.
Voglio scoprire cosa mi attende.
Tiro un respiro profondo, per poi trattenerlo mentre entro.
L’oscurità sembra chiudersi alle mie spalle, il sipario si accosta mentre faccio il mio ingresso sul palco, pronto ad affrontare il grande spettacolo, a gettarmi in balia del pubblico.
In questo caso, il suono degli applausi si manifesta come fruscio, che il vento produce passando fra le foglie, passando fra l’erba.
Il bosco è uguale alle altre volte, silenzioso e scuro, ma non cupo.
Raggiungo la radura.
L’istinto ha mosso i miei passi, mi ha guidato qui, non perché mi ci volessi rifugiare, ma perché qualcosa mi ha attirato in questo posto.
Qualcunque cosa cerchi, si trova qui.
Mi giro, scrutando il luogo intorno a me.
Tutto regolare, nulla di nuovo.
La mia analisi viene interrotta dalla vibrazione del cellulare. “While your lips are still red” dei Nightwish inizia a suonare.
Non è la mia suoneria. Prendo l’apparecchio, notando che il lettore musicale si è attivato da solo.
Questo è strano...
Osservo lo schermo, ascoltando le parole.
È una delle mie canzoni preferite, adoro la voce di Marko Hietala.
Sono tentato di chiudere l’applicazione, più perché la faccenda ha un che d’inquietante.
Ma, alla fin fine, ho chiesto io una distrazione.
Certo, avrei preferito una circostanza più normale, ma chi sono per lamentarmi quando suona una delle mie canzoni preferite?
Chiudo gli occhi e alzo il viso verso il cielo, concentrandomi sulla musica.
La melodia mi attraversa in un crescendo di emozioni, in un crescendo di suoni.
Nondimeno, non riesco a distrarmi. Continuo a pensare a quella persona.
Se si tratta veramente di una persona, tutti gli indizi suggeriscono altrimenti.
Insomma, una persona non scompare nel nulla!
E so per certo di non essermelo immaginato.
Va bene una volta, vanno bene due, ma arrivati a questo punto non può essere la mia immaginazione.
Potrebbe anche essere uno scherzo ben architettato, non è una possibilità da escludere.
Ma chi sarebbe così meschino da fare uno scherzo del genere?
A meno che non stia diventando schizofrenico, qui qualcuno sta giocando con la mia sanità mentale.
Oh mio Dio… e se stessi diventando veramente schizofrenico?
Ci sono casi di schizofrenia nella mia famiglia?
Da parte di mia madre sicuramente no, da parte di mio padre non c’è possibilità di saperlo, mamma si rifiuta di parlare di lui.
E anche quest’ipotesi non è da escludere, sono punto e a capo.
Mi porto le mani fra i capelli, lanciando al cielo notturno un urlo di disperazione, che echeggia intorno a me.
Se non divento schizofrenico, avrò un crollo mentale per tutta questa situazione.
Lascio cadere le braccia.
Le prime note di “Little Black Submarines” invadono l’aria notturna.
Mio padre.
Non ho mai incontrato mio padre, mia madre l’ha accennato solo un paio di volte.
Di lui mia madre mi ha detto solo il nome, che tra l’altro non condivido: Ralph Tyler.
Ralph Tyler. Non mi è mai piaciuto il nome Ralph.
Qualche anno fa, spazientito dall’ennesimo rifiuto di spiegazioni da parte di mia madre, sono andato a cercare qualche informazione su di lui alla biblioteca comunale.
Inutile dire che ho trovato solo gli annuari del liceo, del mio stesso liceo. Di lui, una foto a libro, nient’altro. Nessun commento, nessuna nota, nessuna notizia. Solo un viso.
Solo un viso.
Un viso mediocre, tra l’altro.
Un viso mediocre per una persona mediocre.
Ma la mia curiosità non era stata soddisfatta, quindi ho chiesto di lui in giro.
Ho passato un pomeriggio intero a rintracciare suoi conoscenti e a investigare sul suo conto, quello che ho ottenuto è stata un’informazione da parte di un suo vecchio compagno di scuola: si è trasferito nell’autunno del ’98, prima che nascessi.
Non una motivazione, solo un fatto.
Ho quindi deciso di proseguire le indagini a scuola.
I miei professori sono relativamente giovani, a parte l’insegnante di fisica, il sig. Jenkins. Lui insegna nella mia scuola da che se ne ha memoria.
Era l’unico che avrebbe potuto conoscere mio padre.
Difatti, era così.
Non lo ricordava bene, è stato un suo insegnante nel ’90, quando mio padre andava al secondo anno.
Un alunno nella media, nulla di che.
Conosceva già mia madre, seguivano insieme fisica, ma non c’era ancora nulla fra loro due.
Ancora oggi non so quando siano cambiate le cose fra loro due, non so cosa sia successo.
Non so perché se ne sia andato, perché ci abbia abbandonati.
Non lo so.
E mia madre non è disposta a colmare i vuoti.
Deglutisco, sciogliendo il groppo alla gola che mi si è creato.
Mi sento così solo, come se non avessi nessuno, come se tutti gli altri fossero solo ombre proiettate nel mio universo.
So benissimo che non ho motivo di sentirmi così, non so spiegarmi il perché di questo mio malessere.
Tutti gli altri stanno bene, non si accorgono di qualcosa che non va. Ci dev’essere qualcosa di sbagliato in me.
Cos’ho di sbagliato?
Perché mi sento così?
Dev’essere quella figura.
È lui che mi fa sentire così, giusto? È colpa sua se mi sento fuori posto.
No, non lo è.
O forse lo è in parte.
Mi copro il viso con le mani, premo forte sugli occhi, fino a vedere dei giochi di colore all’interno delle palpebre, come dei piccoli fuochi d’artificio.
Vorrei smettere di pensare.
Vorrei smettere di preoccuparmi.
Vorrei smettere di provare queste sensazioni.
Vorrei...
Vorrei che tutta questa situazione finisse.

La musica si ferma.
Abbasso le mani, tenengo gli occhi chiusi, crogiolandomi nel silenzio che mi circonda.
Lentamente, regolarizzo il respiro, che nella mia confusione era diventato frenetico.
Inspiro.
Trattengo.
Espiro.
Inspiro.
Trattengo.
Espiro.
Inspiro.
Trattengo.
Click.
Uno scatto. Una luce penetra le mie palpebre, le illumina, è puntata verso di me.
Click.
Uno scatto. La luce si spegne.
Espiro.
Lentamente, apro gli occhi, timoroso di scoprirne la causa.
Click.
La luce si riaccende, accecandomi. Porto una mano avanti a ripararmi.
Click.
La luce si spegne nuovamente.
Da dietro le dita, riesco a vedere qualcuno che mi punta la mia torcia contro. L’accende e la spegne ritmicamente, come a scandire i secondi che passano.
Quando mi riprendo dal mio iniziale turbamento, la voce mi esce tremolante.
“Chi sei?”
Gli scatti della torcia mi rispondono.
Vorrei avvicinarmi, ma le mie gambe non rispondono. Non riesco a muovermi.
“S-smettila con quella luce!”
Non mi ascolta, continua imperterrito ad accendere e spegnere la torcia.
“Basta!” Urlo alla fine.
Il mio grido echeggia nella radura, fra di noi, fra gli alberi.
Finalmente, abbassa la torcia. Faccio riposare gli occhi, stanchi dagli improvvisi mutamenti di luce.
“Mitchell.” Mi chiama.
Conosco questa voce. Non so come, ma la conosco.
“Mitch, mi dispiace.” Mi dice.
Apro gli occhi. Davanti a me si para sempre quel ragazzo.
Dovevo immaginarmelo.
“Mi dispiace.”
Sento la mascella serrarsi. Cosa vuole da me?
“Dimmi chi sei.” È un ordine.
Sono stanco di sentirmi preso in giro.
“Mi dispiace.” Sbuffo.
Ogni volta che lo ripete, la mia pazienza diminuisce.
“Ti perdono. Ora dimmi chi sei.” Gli rispondo, nella speranza di farlo smettere.
In attesa, incrocio le braccia.
“Mi dispiace.” Ripete, avvicinandosi.
Cammina lentamente, senza muovere le braccia, la torcia ancora in mano.
“Mi dispiace, Mitch. Non sai quanto.” Continua a ripetere, senza fermarsi.
Quando mi vede indietreggiare, velocizza il passo, quasi si mette a correre, sempre senza muovere le braccia e le spalle, sempre senza lasciar andare la torcia.
Metto le mani avanti per proteggermi, mi verrà addosso.
“Fermati!” Gli urlo, nella vana speranza di essere ascoltato. Vorrei chiudere gli occhi, ma sono ipnotizzato dalla scena, immobilizzato non tanto dalla paura, quanto dall’inquietudine.
Trattengo il respiro, preparandomi a una collisione... che non avviene. Quel ragazzo mi è passato attraverso.
Mi è passato attraverso.
La torcia colpisce il prato con un rumore sordo. Mi volto di scatto, guardandomi alle spalle. Non c’è nessuno.
È scomparso.
Respiro affannosamente mentre mi scruto intorno. Mi giro e mi rigiro, ma non percepisco alcun altro movimento. Sono solo, qui, nella radura.
Sono solo, non c’è nessuno.
Il silenzio viene interrotto dalla suoneria del mio cellulare, che mi prende di sprovvista. Sussulto per la sorpresa.
Mi frugo le tasche. Rispondo senza guardare il nome sul display.
“P-pronto?” Balbetto al microfono. Mi risponde una voce entusiasta.
“Mitch, ho una notizia grandiosa! Per caso ti ho interrotto, stavi facendo qualcosa?” Sospiro di sollievo.
È Cam. Mi sarei aspettato un’altra richiesta di perdono, sono contento che sia altrimenti.
“Io... ecco... no. No Cam, non stavo facendo niente.” Sussurro.
“Mitch, va tutto bene?” La sua voce tradisce un velo di preoccupazione.
Annuisco, coprendomi gli occhi con il dorso della mano.
“Sì, v-va tutto bene.” Rispondo, cercando di assumere un tono più convinto.
“Qual è questa notizia grandiosa?” Gli chiedo, cercando di cambiare discorso.
Riesco nel mio intento.
“Siamo stati invitati alla festa del nientepopodimeno, tutto attaccato, che il presidente d’istituto, Rickie Anderson, in persona.” Afferma con tono trionfale.
Il tempo si ferma.
Allontano lentamente il telefono dall’orecchio e l’osservo. Sul display compare il nome di Cam, sullo sfondo una sua foto che ho trovato in galleria, scattata di nascosto mentre faceva una smorfia.
La sua voce esce ancora dall’altoparlante.
Chiudo la chiamata.
Guardo fisso davanti a me, incapace di emettere alcun suono, incapace di pensare.
Le braccia mi cadono ai lati, il cellulare colpisce il prato con un rumore sordo. La luce della luna si affievolisce, coperta da una nube.
Il cellulare riprende a suonare.
 
  
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