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Autore: LDianaLawliet    07/09/2017    1 recensioni
Dal testo:
«Tu sei tu, sei fuori di testa, ma lui non è un criminale. Pensa che, se vuole tenere questo palazzo integro, e credo che sia così, perché sennò l'avrebbe già distrutto, vuole che i pazzi come noi, che potrebbero causare una catastrofe nel mondo là fuori, siano rinchiusi. Non è fuori di testa.»
Genere: Azione, Mistero, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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La sveglia suona puntuale alle quattro di mattina, nel momento esatto in cui una guardia fa passare attraverso una finestrella della porta un cambio di vestiti.
Scendo dal letto con un balzo e mi avvicino alla porta, piegandomi a raccoglierli. Ne ha portati due di cambi, ovviamente non possono sapere che ho ucciso la mia compagna di stanza. Meglio così, almeno posso sfruttarla per i miei scopi e dare la colpa al cannibale Ioan Lawless, che mi aiuta ad andare a scuola attraverso il condotto di areazione posto tra il soffitto della mia stanza e il pavimento della sua.

Quando è arrivato vedevo sempre scendere a fiotti sangue dal condotto, pensando che fosse un masochista o un sadico che si divertiva; ce ne sono a bizzeffe di questi qua.
Ma, grazie a delle guardie che pattugliavano davanti alla porta della mia stanza (grande errore), ho scoperto che si trattava di un cannibale. Non ero sorpresa, anche se era il primo cannibale che portavano.
L'avevano portato esattamente due settimane prima dell'inizio della scuola superiore più vicina, cioè a due ore da questo posto. Era un'opportunità da sfruttare.

Non avendo mai lavorato con un cannibale, non sapevo bene come attirare la sua attenzione, quindi per tre giorni consecutivi lo chiamavo, ma non ricevevo mai risposta. Dovevo aspettaremelo, non si può parlare con un cannibale. C'è solo una cosa che vuole un cannibale e l'illuminazione mi è apparsa quando la mia terza compagna di quell'anno è apparsa sulla soglia della porta, dopo la cena.

Aveva un piatto in mano con del cibo per me, siccome tutto il palazzo sa che non mi piacciono (il che non è vero, sanno perfettamente che io non posso provare preferenze, ma la usano come scusa perché non hanno accertato alcune morti) le cene di gruppo con gente non abbastanza interessante come quelli che tengono chiusi ventiquattr'ore su ventiquattro.

Mi ero avventata su di lei, strozzandola a morte senza fare una piega, neanche davanti alle sue urla soffocate o alle sue lacrime che scendevano a fiotti sulle guance. Non mi dispiaceva affatto di starla uccidendo, alla fine era una delle tante vittime.
Nessuno si era accorto fino ad allora che io avessi ucciso qualcuno, anzi quella per loro era la prima vittima, siccome per le altre tendevo a mascherare il tutto come incidenti, ma tendevano a crederci ogni volta di meno. Purtroppo per loro, le prove erano scarse.

Dopo averla soffocata, lasciando che il corpo cadesse a terra inerme. Mi ero avvicinata al letto di sotto e avevo tirato su il materasso, individuando, tra le sette assi di legno, una da cui potessi ricavare una scheggia.
Il corpo morto a terra non avrebbe certamente attirato l'attenzione del cannibale siccome non sembrava neanche che ci fosse un cadavere, non emetteva ancora nessun tipo di odore.

Trovata la scheggia, l'avevo conficcata violentemente nella gola violacea della ragazza e l'avevo tirata fuori, vedendo il sangue fuori uscire. Avevo fatto lo stesso altre cinque volte, finché il pavimento, dove c'era il corpo, non era completamente macchiato di sangue.

Mi ero tirata su, con i piedi completamente coperti di sangue, e mi ero voltata verso il condotto, ma il cannibale stava prestando attenzione a qualcos'altro, perché lo sentivo trafficare con qualcosa. Avevo deciso quindi di sedermi sul mio letto e aspettare, perché ero sicurissima che il cannibale sarebbe arrivato. Ne ero al cento per cento sicura.

Verso le tre di mattina, quindi dopo sei ore dall'omicidio, quando il cadavere stava iniziando a puzzare, senza darmi alcun fastidio, e i miei occhi si stavano per chiudere, senza che io mi sentissi stanca, avevo sentito un rumore metallico proveniente dal condotto, come di qualcuno che stava provando ad aprirlo. Avevo allungato la mano per prendere la torcia che tenevo sotto il cuscino, mentre sentivo la botola del condotto aprirsi lentamente.

Avevo puntato la torcia davanti a me e l'avevo accesa, rivelando una corda da cui scendeva l'unico cannibale che avessi mai conosciuto.
Mi aveva guardata, mentre sorridevo beffarda. D'allora è l'unica persona che mi vada a genio qui, cioè che non ho provato ad uccidere.
Io gli fornisco cadaveri, lui mi fornisce ogni cosa che mi serve e può darmi, grazie ai cadaveri che le guardie gli portano, anche se dice sempre che sono pochi.

Per adesso, tutto quello che ci è servito lo abbiamo guadagnato dalle tasche, dalle borse e dai portafogli dei cadaveri.
Con l'andare del tempo, le guardie si sono fatte sempre meno attente su quello che ci portano.
Perché non c'è lui.

Sembra che abbia perso interesse nel venire qui e controllare. È da quando avevo sette anni che non viene qua e sono passati quasi nove anni.
La quasi sedicenne che c'è in me deve rivederlo, perché a sette anni gli ho fatto vedere solo una piccola parte di me, ma non quella migliore a parer mio.

«Sento un profumino.» cantilena Ioan, aprendo il condotto dell'aerazione e scendendo con la corda che, da quello che dopo ho scoperto andando in camera sua, è attaccata al letto.

«C'è un pasto tutto per te sul letto.» dico, indicando il cadavere.
Poso un cambio di vestiti, quello della morta, sul suo letto e prendo l'altro.
Mi tolgo la maglietta e i pantaloni, mentre Ioan si avvicina al cadavere annusandolo. Quando fa così sembra un cane affamato, però non è un cane, ma è sempre affamato.

«Oh, oh, oh... Mi piace, così cicciottella. Adoro le cicciottelle.» dice, voltandosi verso di me, mentre mi metto i pantaloni. «Sono così gustose.»

Non mi mette in imbarazzo, il suo sguardo su di me, o paura, il suo essere un cannibale. Abbiamo fatto un patto e se lui prova a mangiarmi, lo uccido senza pietà. È l'unico che sa di che pasta sono fatta e mi chiede in continuazione per quale strana ragione io non sia chiusa in stanza ventiquattr'ore su ventiquattro, come lui e altri tizi, ma che addirittura mi danno delle compagne di stanza.
Mi invidia per questo.

Lui, sette anni fa, ci ha assegnato la pericolosità, ma io avendo mostrato una parte piuttosto debole della mia essere, non mi ha classificato come 'Molto Pericolosa'.
Anche se, da quello che dice Ioan, sono la persona più pericolosa che il mondo abbia mai visto.

Mi infilo la maglietta, mentre lo sento sbuffare.
«Hai sbuffato.» gli faccio notare.
«Lo so anch'io che ho sbuffato.» replica. «Ma non puoi coprire la tua pelle in quel modo, ti stavo mangiando con gli occhi...»

Mette il broncio e incrocia le braccia, guardandomi come se mi chiedesse di spogliarmi.
«Per questo mi sono vestita, stiamo entrambi evitando che ciò accada.» gli dico.
Lui sbuffa ancora, voltandosi verso il cadavere. «Posso?»

«Fa come se fosse casa tua.» dico, avvicinandomi alla corda e iniziando a salire.
Non mi volto neanche a guardare la scena, che per gli umani sarebbe stata raccapricciante. So solo che prima di portare il cadavere nella sua stanza, Ioan lo assaggia nella mia. Non mi da fastidio, anzi se è quello che vuole e di cui ha bisogno che lo faccia ben volentieri, a me serve solo la sua collaborazione e, impedendogli di fare qualcosa che vuole, rischio di perderlo. Non posso permettere che ciò accada.

Appoggio le mani sul pavimento della stanza di Ioan, tirandomi su e sbucando con metà corpo, mi dò una spinta con il piede sinistro sulla parte metallica del condotto e appoggiandomi con il ginocchio destro sul pavimento. Mi tiro su completamente, spolverandomi vestiti.

Mi guardo attorno nella stanza di Ioan, che sembra quella di un macellaio. Ci sono due corpi decapitati appesi per le ascelle a un filo sul lato sinistro della stanza, con il pavimento coperto di sangue. Il primo corpo è di una donna, a cui mancano alcuni pezzi della addome; il secondo è di un uomo a cui mancano i muscoli del polpaccio. Sono quelli che gli hanno portato ieri. Sono stranamente ancora integri.

Dall'altro lato della stanza c'è un letto con un mucchio di cose e vestiti di fianco, appartenute in precedenza ai cadaveri ormai spariti di cui rimangono solo le ossa sul lato davanti a me.

Mi avvicino al letto, calpestando qualche pezzo di carne, caduto probabilmente dalla bocca di Ioan.
Sul letto ci sono alcune miei oggetti, che ho deciso di togliere dalla massa di cose, perché potrebbero sempre tornarmi utili.

Ci sono un pettine, un telefono (che è diventato quello di Ioan), uno specchietto pieghevole e il mio zaino, con dentro alcune cose che servono a me e cose per la scuola. Non si sono mai spostate da qui queste cose, perché Ioan preferisce dormire sotto i corpi appesi così da avere dei 'sogni d'oro'.

Prendo il pettine e lo specchietto, dandomi una sistemata ai capelli biondi, per poi mettermi una mano nei capelli della parte destra spostandoli un colpo secco sull'altro lato.
L'unica cosa che ancora 'splende' del mio aspetto sono, per l'appunto, i capelli, quindi cerco di concentrarmi lì, visto che la mia pelle è piuttosto pallida; gli occhi fra un po' mi escono dalle orbite; ho delle occhiaia improponibli sotto gli occhi e ho le guance incavate. Non è proprio un bel aspetto il mio, ma non è l'aspetto che mi aiuta a manipolare la gente, ma il parlare. Le parole sono la mia arma principale, se le sai usarle bene il resto viene semplice. Ma poche persone riescono a capire come usarle.

Dò un veloce sguardo anche ai miei vestiti; sono una maglietta semplice grigia e dei pantaloni lunghi da ginnastica grigi, uguali per tutto il palazzo.

Prendo lo zaino, mentre sento Ioan fare fatica nel portare il corpo della ragazza in camera sua.

«Vieni a darmi una mano.» mi dice.
Mi avvicino alla botola prendendo per un braccio la ragazza, che Ioan tiene sulle spalle. La tiro su con tutta la forza che c'è in me. Riusciamo a portarla su e noto che l'altro suo braccio è quasi del tutto mangiato, si intravedono le ossa.

«Ti sei dato da fare.» noto.

«La colazione è il pasto più importante della giornata.» ride leggermente, mentre trascina il cadavere sotto i corpi appesi.
Si scuote con le mani i folti capelli neri, sospirando.
«Ecco però cosa odio, il loro peso. Se spuntassero in camera mia come alberi, ne sarei più contento.» si volta verso di me e si avvicina.

Gli prendo dalle tasche il mio telefono e il blush, che mi serve per darmi del colore. Non posso mostrarmi nella società così, farei salire dei sospetti. E destare sospetti è stupido.
Nessuno sa chi sono là fuori ed è meglio così. Loro conoscono Clara Palmer, non N. #569 del International Hospital For Mental Illness, ovvero Matilda Garcia.

International Hospital For Mental Illness, abbreviato in IMI, è la mia casa da quando ho quattro anni.
Mi ricordo perfettamente perché e come sono finita qua.
Era iniziato tutto a due anni, a causa di un incidente.
Ci sono più perché, a dire il vero: tendevo a fare male ad ogni essere vivente senza rimorso. All'inizio erano solo animali, più che altro erano esperimenti per scoprire come funzionassero il loro corpo; poi la situazione è peggiorata tanto da usare mio fratello gemello come cavia, all'inizio gli procavo del dolore mentre dormiva per capire come reagiva. L'ultima volta che ho fatto qualcosa, prima di essere chiusa qui, è stata provare a strangolarlo per vedere come reagiva il corpo quando non potevi respirare. È stato istruttivo, finché i miei non sono entrati nella stanza allontandomi da quella cavia.

I miei, a quel punto, si devono essere accorti di qualcosa, come se le mie bambole o i miei pupazzi decapitati attaccati a testa in giù sul camino non fossere già un indizio.

Mi hanno portata prima da un dottore, insieme a mio fratello, però quel dottore era un dipendente di questo posto.
Era, è stato ucciso a legante in testa da una ragazza al quarto piano.
Avrà notato qualcosa in me di speciale, visto che gli brillavano gli occhi, finendo poi per mandarmi in un'altra stanza con un ragazzo diverso a fare degli esperimenti. Non ho mai saputo quali fossero i risultati, ma tutti sembravano così entusiasti. Poi mi hanno spedito da lui, dopo due anni, ma non ha fatto una piega davanti a me. Non gli sembravo quel che dicevano di essere, ma solo una ragazzina pazzoide.
Però decise comunque di chiudermi qui: 'Uno in più, uno in meno non fa differenza' aveva detto 'Muoiono tutti alla fine: alcuni vittime di altri; altri si suicidano; altri ancora, senti qua - aveva riso - sperano di uscire da qui, ti rendi conto? Decidono di restare in vita finché possono, con la speranza di uscire fuori, nel mondo là fuori! Non lo trovi divertente' si stava pisciando sotto dalle risate, come aveva detto lui, mentre io lo guardavo impassibile. 'Tu di che categoria vuoi essere, eh? Vuoi farti uccidere, ucciderti o morire lentamente? In fondo, la fine è solo quella. La morte è l'unica vera via per la salvezza, sappilo.'

Avevo capito che, più che altro quel che diceva, era un esperimento. Cercava di infondere nella mente delle persone che rinchiudeva che non potevano uscire, come se questo posto fosse la fortezza più sicura al mondo, ma con gli anni ho imparato che è un palazzo come gli altri. Facile da accedervi, facile da uscirci.
Non ha nulla di estremamente speciale questo posto.
Tranne le persone che ci abitano, sono piuttosto interessanti.

Come il ventunenne davanti a me che mi sorride.
Si abbassa con il volto verso il mio collo, cominciando a leccarlo e assaporarlo. Glielo concedo, tanto non mi fa nessun effetto.

«Oggi...» dice, tra una leccata e l'altra. «Arriverà... Il nuovo proprietario di questo posto.»

Mi stacco da lui, guardandolo. Socchiudo gli occhi, per capire se sta scherzando o meno, ma i suoi grandi occhi color marrone chiaro non riflettono nessuna forma di curiosità sulla mia reazione. Ci ha provato sempre a farmi avere qualche emozione, solo per divertirsi, ma non ci è mai riuscito e mai ci riuscirà.

«Che intendi dire?» dico, posando una mano sul suo petto, per tenerlo a distanza, visto che stava cercando di avvicinarsi di nuovo.
«Il vecchio proprietario, quel succoso di Milburn Barrett, ah! Quanto volevo assaggiarlo... Accidenti ne parlavano così bene di lui, dicevano che fosse sovrappeso! Capisci? Mi sono perso il più gustoso. Era anche belloccio, dicevano, capelli castani, occhi verdi, Dio! Mi sono perso il t-»

«Frena e torna indietro. 'Vecchio', che intendi?» chiedo, fermandolo dal suo monologo sulla succosità di quel tizio.
«È morto, non lo sapevi?»
Nego con la testa.
«Ma sì! Non l'ho conosciuto, peccato, ma ho sentito due guardie parlare di lui dalla camera di quella Mila Cooper, quando sono andato a chiederle se aveva un lenzuolo in più. Dicevano, aspetta che mi ricordo esattamente cosa diceva il più basso... Ah, sì! Allora: 'Oggi alle due ci sarà il ragazzino, non capisco come sia possibile che un sedicenne possa avere il controllo di questo posto. È un sedicenne! Tutti dicono che sia il ragazzo più intelligente che l'umanità abbia mai incontrato, ma ti pare? Un sedicenne! Io, non so, non mi fido.'»

«Quando è morto?»
«Il vecchio? Ehm...» si mette le mani sulle tempie. «Nove anni fa, due settimane dopo la sua visita.»
«Ma è impossibile.» dico, guardando uno dei due corpi appesi. «Come ho fatto a non saperne niente?»
«Nessuno doveva essere avvertito di ciò, nessuno doveva saperlo. Sarebbe scoppiata una rivolta! Non potevano permetterlo!»
«Ma... Come è morto?»

«In condizioni assurde, dicevano, è stato accoltellato a morte insieme a i suoi quattro figli. Solo che sono stati trovati puliti e profumati, per dire si intende. Non c'era una sola macchia di sangue!... Come possibile?! Il sangue è la parte migliore, quel sapore metallico, ah, ora ho fame! Diamine, non posso mangiarmi i corpi. Mi hanno detto che me ne portano due per settimana! Capisci?! Due per settimana! Vogliono che io muoia di fame per caso?»

«I figli erano cinque.» penso ad alta voce. Quando l'ho incontrato aveva una foto sulla scrivania: rappresentava la sua famiglia. C'era sua moglie con un ragazzino in braccio, voltato con la testa dalla parte opposta dell'obiettivo; vicino a lei c'erano in scala crescente gli altri figli di quattro, nove, dodici e sedici anni; poi Milburn.

Se quattro dei figli sono morti, il quinto che fine ha fatto? E qual è il quinto?

«Cinque? No, no, no. Dicevano che quattro fossero morti.»
«Lo so, Ioan, ma i figli erano cinque me lo ricordo. Uno è in vita sicuramente, ma quale... Parlavano per caso anche dell'età?»
«Mai accentato quel punto.»
«La moglie?»
«Quella sì, si è suicidata qualche mese dopo.»

Dobbiamo credere che si sia davvero suicidata o che qualcuno l'abbia simulato? Dopotutto, se il quinto figlio è in vita, vuol dire che sicuramente non è stato un serial killer a ucciderli, perché avrebbe ucciso tutti.
I miei sospetti ricadono sul quinto figlio che ha ucciso i suoi familiari, per ricevere in eredità questo palazzo.
Pensandola così credo che...

«Il figlio più piccolo, cresciuto, ha ucciso gli altri, per aver in eredità questo posto.» dico ad Ioan, che mi guarda ossessionatamente il collo.
«Potrebbe.» sembra assente, sicuramente non ha sentito niente.
Gli tiro una sberla in faccia per svegliarlo, con la mano che tiene il telefono e il blush.
«Ascoltami quando parlo.»
«Scusa. È che devi far poco andare e il tuo collo...»
«È gustoso, lo so. Però ascoltami. Il figlio più piccolo ha ucciso gli altri.»
«Impossibile, aveva sette anni! Avanti, chi puoi uccidere se hai sette anni?»

«Io ho ucciso il mio compagno di stanza.»
«Tu sei tu, sei fuori di testa, ma lui non è un criminale. Pensa che, se vuole tenere questo palazzo integro, e credo che sia così, perché sennò l'avrebbe già distrutto, vuole che i pazzi come noi, che potrebbero causare una catastrofe nel mondo là fuori, siano rinchiusi. Non è fuori di testa.»

«Io continuo a pensarla a modo mio, ma terrò in considerazione anche al tua parte.»
«Che onore!» dice, prendendo il mio polso e tirandomi a sé, mettendo la mano destra sulla mia schiena e tenendo il mio braccio steso verso destra con l'altra mano. Inizia a baciarlo.

Nel frattempo, prendo il telefono e guardo l'orario: 4:08. L'autobus arriva verso le quindici, per uscire da questo edificio ci metto quattro minuti e trentanove secondi, se tutto va bene.

Mi stacco da Ioan, che ci stava dando con il mio braccio. Solitamente, quando è così preso tende a smettere di essere indulgente e attacca immediatamente, affondando i denti nella carne. Fa sempre così quando deve mangiare i suoi pasti.
Apro il blush e me lo metto rapidamente, con un pennello che Ioan mi ha passato. Quando finisco, mi specchio nello schermo del telefono per vedere come sto.

«Perfetto.» sussurro, mettendomi il telefono in tasca.
«No. Non lo è. Fa schifo usare i trucchi sulla pelle, diventa amara e schifosa da mangiare.» contesta.
«Lo sai anche tu che questa è una zona proibita per te.» dico, facendo un cerchio davanti alla mia faccia con la mano destra.
«Lo so, ma se dovesse capitare che, per caso...» cerca di fare il vago, ma si capisce perfettamente a cosa allude.
«Non permetterò che succeda quando ho la faccia truccata.»

Non so se sia una battuta o altro, ma lo fa ridere.
Butto il blush per terra.

«Oh, grazie a dio! Ti amo!» dice entusiasta. Alzo gli occhi al cielo e mi avvicino alla botola, con lo zaino sulle spalle.
Mi siedo sul bordo della botola e scendo con la corda lentamente, quando arrivo con il busto all'altezza del condotto lascio con le mani la corda e le appoggio sul metallo del condotto.
Mi sposto con le mani in avanti di qualche passo e appoggio anche le ginocchia, cominciando a camminare a quattro zampe nel condotto.

«Chiudi la mia botola quando scendi.» sussurro a Ioan, facendo così la mia voce non dovrebbe rimbombare nel condotto. Mi volto con la testa a guardare dietro di me.
«Ti accompagno?» mi chiede, facendo spuntare la sua testa al in giù dalla sua stanza.
«No, vado da sola, ce la faccio.» rispondo.
«Ah, dimenticavo! Salta le ultime due ore di scuola per arrivare prima del nuovo proprietario.» mi avvisa, ma l'avevo già intuito prima.
«Intesi.» mi giro e cammino via, mentre lo sento salutare, poi chiudere una botola.

Fortunatamente, so dove andare e cosa fare in caso ci siano delle guardie o altri imprevisti. Da quello che so, non ho avuto tutto il tempo per controllare ogni stanza di questo edificio, siamo gli unici a usare i condotti dell'aria come via di fuga, ma non abbiamo mai pensato a fuggire di qui. In fin dei conti, non è così male vivere qui: ti danno acqua, cibo, vestiti, un posto dove dormire e il bagno. Non è affatto male.
L'unica cosa negativa sono gli altri pazzi che vivono qui. Certi sono davvero rumorosi la notte, tanto da non farmi chiudere un occhio... Tanto da non far chiudere un occhio a tutto l'edificio.

Al primo bivio giro a sinistra, continuando a camminare a quattro zampe.
Hanno fatto questi condotti abbastanza larghi, quindi, contando che ci sono undici stanze in verticale di altezza 2,70 metri e i condotti sono 65 centimetri, il palazzo è di 36,85 metri. Poche persone esterne a questo palazzo passano per di qui, però tutti ne sanno l'esistenza, ma non ciò che c'è dentro, solo le persone importanti. Se rivelassero cosa c'è dentro, scoppierebbe il panico.

Le persone hanno paura di ciò che non conoscono, come se noi pazzi fossimo anche stupidi. Nessun pazzo è stupido. Attaccano e uccidono per un motivo, non perché parte una fissa. Non uccidiamo la gente perché ci va, ma per raggiungere i nostri scopi.
Sarà anche raccapricciante dire che uccidiamo senza scrupoli, ma è così. Non possiamo farci niente: è la via più veloce per raggiungere i nostri scopi e la sfruttiamo.

Mi metto seduta sul bordo del angolo del condotto, piegando la testa in avanti per non batterla contro il metallo.
Con i piedi tocco le parti laterali del condotto verticale e, tenendomi anche con le mani sulle pareti, scendo verso il basso.
Una volta arrivata alla fine del condotto, mi metto seduta e inizio a trascinarmi in avanti.
Sono al secondo piano adesso, mi mancano tre condotti da attraversare. Sarei potuta scendere dal mio pavimento, ma non è aperto, come quello che mi collega al condotto tra la mia e la camera di Ioan.
Dovrei togliere le viti, ma non ho un cacciavite e quello che aveva Ioan gli è stato requisito. Gli avevano chiesto a cosa lo aveva usato e lui, mentendo, aveva detto che lo usava per togliere le ossa dei suoi pasti. Ci hanno creduto, anche se è evidente che lui mangia la carne intorno alle ossa senza muoverle da dove sono.

Arrivo alla angolo del condotto e faccio la stessa operazione di prima.
Mentre striscio sul condotto, pendo il telefono e guardo che ore sono: 4:10.

Noto che ho anche un messaggio da parte di Lee. Non mi va ora di guardarlo, forse quando sarò in autobus. Non posso permettermi di arrivare in ritardo e perdere l'autobus.
Mi rimetto il telefono in tasca e continuo la mia discesa.

Quando arrivo all'ultimo condotto che posso usare, cioè quello sopra il soffitto del piano terra dove stanno molte guardie e dove c'è la mensa, devo attraversarlo con calma per non farmi sentire. Fortunatamente, avendo attraversato i condotti in un verso solo senza aver mai svoltato, mi basta solo continuare dritto e arrivare all'apertura finale.

Riesco ad arrivare alla fine senza fare troppo rumore, solo le matite nello zaino e un'altra cosa che continuava a sbattere. Non so neanch'io cosa sia, ma non mi sembra di avercela mai avuta nello zaino. In autobus controllerò.

Con il piede destro spingo la botola di ferro che si apre lentamente. Mi sporgo, sedendomi sul bordo e dandomi uno slancio in avanti e buttandomi a terra.
Atterro sulle ginocchia, prendendo quasi una craniata a terra.

Mi tiro su e poi mi pulisco le ginocchia dalla terra. Spero vivamente che Ioan mi abbia messo dei soldi nello zaino, così da potermi comprare un altro paio di pantaloni. Non succede spesso che io mi sporchi di terra, ma ieri ha piovuto e ora ho i pantaloni infangati.
Mi incammino verso la strada di pietra che porta al cancello principale di ferro.
Non dovrebbero vedermi grazie alla vegetazione che c'è. L'erba non sembra essere tagliata da secoli, grazie anche a questo la botola non si vede.

Guardo davanti a me, tra le barre di ferro del cancello. Socchiudo gli occhi per vedere meglio nella nebbia mattutina che rende il posto più tetro di quel che è.
Vedo due sagome venirmi in contro, ma sembrano troppo prese a parlare e non mi notano. Velocemente, mi nascondo tra la fitta flora che c'è ai lati del cancello. Mi abbasso un po' sulle ginocchia, per aumentare la possibilità di non farmi vedere.
Guardo tra le foglie davanti a me il cancello aprirsi.
Vedo le due figure di prima: sono due uomini.

«Lui ha deciso così.» dice uno dei due, quello più vicino a me.
«Dubito che le sue previsioni siano esatte.» ribatte l'altro.
«Anch'io, ma se lo fossero?»
«Ha detto di 'non intralciare i suoi piani', quindi dobbiamo comunque permetterlo, anche se non dovremmo.»
«Questa fortezza è...»
Li osservo mentre si allontanano, sperando di capire quel che dicono, ma invano.

Aspetto che loro entrino dentro l'edificio, prima di uscire. Se mi dovessero vedere è la fine, mi chiuderebbero in camera ventiquattr'ore su ventiquattro e chiuderebbero i condotti che partono dalla mia stanza fuori o da Ioan.
E non posso permetterlo: da quando l'ho conosciuto, non è mai esistito Matilda senza Ioan.

Non voglio che ogni mio contatto con lui venga chiuso, dopotutto è lui che mi procura le cose che mi servono.

Esco dal mio nascondiglio ed esco dal cancello. Non lo chiudo, lo appoggio solo, per non far rumore e, stringendo le bretelle dello zaino, cammino sulla ghiaia che porta alla strada principale.
Sento un venticello freddo arrivare da destra e avvolgermi completamente.
L'inverno sta arrivando e spero che quest'anno non ci sia tanta neve da impedirmi di andare a scuola.
Ioan non ha mai capito perché io ci voglia andare a scuola, rischiando ogni cosa.

Definisce la scuola: 'Uno stupido istituto, dove si viene giudicato in base alla popolarità e in cui ti insegnano cose non essenziali.'
Non mi ha dato fastidio, neanche un po', come l'ha definita, dopotutto è il suo pensiero. Non influenza certamente il mio, però quel che ha detto dopo mi ha fatto alzare da terra, scendere nella mia stanza e ignorarlo.

Non credo che avrebbe dovuto esprimere quel suo pensiero in modo così aperto, non che mi abbia dato fastidio. Non ho sentito molto, non che io possa sentire tanto.

'Non ha senso andare a scuola, tanto non ti farai mai un futuro, non uscirai mai di qui e creperai qui, in questo posto, fattene una ragione.'

Aveva detto anche altro, ma parlava di sé stesso.
Mi ha gettato addosso la realtà, che io sto cercando di cambiare. Non voglio passare la mia vita in quel posto. Nessuno vuole starci a dire il vero.

Arrivo alla strada principale e mi metto le mani in tasca, visto che le sentivo congelare. Attraverso la strada mentre vedo l'autobus arrivare. Si ferma davanti a me e le porte si aprono, permettendomi di salire.

«Ciao, Jack.» saluto l'autista.

Jack Wright, nonché l'autista di questo autobus.
Ha avuto un litigio con le autorità a causa di un piccolo utilizzo di sostanze stupefacenti illegali.
È stato in cella per un po', per poi uscirne promettendo di non usarne più.
Fortunatamente, ho scoperto che ne usa ancora, ma la polizia non lo sa.
In più, ha tradito sua moglie più di una volta nel corso dell'anno scorso.

Quindi, grazie a queste informazioni viaggio gratis. Anche perché non posso permettermi di pagare niente.

«Buongiorno.» dice, stringendo leggermente il volante.
Il suo viso da quarantaduenne ho un cipiglio sul volto, indice che non gli sono di suo gradimento, non che mi importi.
Noto che hanno iniziato a crescergli qualche capello bianco vicino alle orecchie, tra i capelli castani.

Mette in moto, mentre io mi cerco un posto abbastanza pulito dove sedermi.
Solitamente non c'è nessuno su questo autobus, tranne qualche vecchietto, ma oggi c'è un ragazzo vicino alla finestra sulla terza fila partendo dal fondo, sulla mia sinistra. Ha le ginocchia appoggiate allo schienale davanti a lui. Indossa dei pantaloni da ginnastica grigi come i miei, ma i suoi sembrano comparti da un negozio costoso. Tiene gli avambracci incrociati tra di loro, poggiati sulle sue ginocchia.
Indossa una felpa nera e tiene il cappuccio sulla testa, con quest'ultima piegata in avanti tra lo spazio tra le braccia e la fronte appoggiata sui polsi.

Sembra addormentato.

Non riesco a staccare gli occhi da lui, sembra aver qualcosa di magnetico.
L'autobus svolta a destra pericolosamente. Si sentono le gomme sull'asfalto sterzare e qualcosa davanti a me cade. Mentre osservo l'oggetto a terra, perdo l'equilibrio e finisco seduta sui sedili della sesta fila sulla mia destra.

Guardo il ragazzo: non si è mosso di un millimetro durante la brusca svoltata, quindi non è addormentato. Se lo fosse stato, sarebbe finito con il corpo e la testa sul sedile vicino a lui.
Mi alzo dal mio posto, avviciniandomi al bastone caduto a terra. Mi piego sulle ginocchia e lo afferro, girandomelo fra le mani.

È un bastone da passeggio con un pomello lavorato in peltro raffigurante una testa di drago, mentre il resto è di un legno scuro. Ciliegio, forse.
Mi alzo e porgo il bastone verso il ragazzo, che non sembra essersene accorto della sua caduta.
«Tuo.» dico, allungandolo di più verso di lui.
Il ragazzo non si muove; non mi guarda; non mi parla. Sembra intenzionato a far finta di dormire.

Resto due minuti lì in piedi a guardarlo. Continuando a osservare il suo cappuccio nero che si confonde perfettamente con la sua chioma nera.

«So che non stai dormendo.» dico. Lascio intercorrere due secondi tra quello che ho detto e quello che voglio dire.
«O lo prendi ora o lo rubo io.»

Sento il ragazzo sospirare.
Toglie il braccio sinistro da sotto l'altro braccio e dalla testa, mentre volta lentamente la testa verso di me, come se fosse lo sforzo più difficile della sua vita.
Osservo il suo volto non proprio pallido, ma neanche scuro. È un colore tenue, un colore caldo. I suoi occhi sono di un colore nero, anche se è impossibile che lo sia visto che, se lo fosse, si tratterebbe di una malattia molto rara. Potrebbe averla, ma non sento che sia così e io mi fido di quel che penso. Quindi, i suoi occhi sono di un color marrone molto scuro che tende ad essere ipnotico. Non ha nessuna forma di imperfezione nel suo volto; niente guance scarne, niente occhiaia, niente di niente. Sembra fatto di porcellana.

Mi riprendo dall'osservare il suo volto, nello stesso momento in cui i suoi polpastrelli toccano il legno.
Gli tolgo il bastone da sotto la presa e lo stringo a me.
«Troppo tardi. Tempo scaduto.» dico, girandomi e sedendomi nel posto su cui era caduta prima, che è tre file a sinistra davanti al ragazzo. Attacco dal pomello il bastone al sedile davanti a me.
Mi tolgo lo zaino e lo metto davanti all'altro posto.
Mi sposto di lato, vicino al finestrino, ed estraggo il telefono dallo zaino.

In queste due ore, tendo spesso a parlare con Ioan. Sia il mio telefono che il suo hanno un abbonamento con un certo numero di messaggi, minuti e internet, che paghiamo con quello che troviamo nelle tasche dei suoi pasti.
Lo faceva anche quando era un giovane sulle strade, scappato dalla sua famiglia adottiva.
Mi ha parlato spesso della sua vita passata, ma a grandi linee senza entrare nei particolari.

Stranamente, oggi non mi va proprio di scrivergli. Non so se lui si aspetti che gli scriva, probabilmente sì.

Infilo la mano nello zaino e prendo i miei auricolari. Me li infilo nelle orecchio e faccio partire 'Fryderyk Chopin - Prelude n. 4'.

Guardo fuori dal finestrino il cielo sopra di me.
Ho sempre adorato la musica classica.
Se chiudo gli occhi e mi concentro, riesco a immaginare alla perfezione mio padre suonare delle suonate al piano.

Le sere di pioggia, quando non c'era molto da fare e la tivù non prendeva, mio padre si sedeva al piano e iniziava a suonare qualcosa, andando sempre a memoria. Aveva una memoria abbastanza buona, non eccellente, ma buona, tuttavia, a volte, improvvisava qualche nota o inventava suoi pezzi, prendendo ispirazione da quelli famosi.
Era attaccato alla musica, gli piaceva e, oltre al piano, sapeva suonare anche il violino.
Quando suonava si vedeva nei suoi occhi marroni chiaro la felicità; il suo volto si rilassava; le rughe che aveva al lato degli occhi e sulla fronte sembravano scomparire. La musica sembrava ringiovanirlo, persino i suoi capelli bianchi tra quelli neri scomparivano.

Credo di aver iniziato ad ascoltare e apprezzare le suonate grazie a questo, ma me ne sono accorta solo quando mi sono ritrovata chiusa qui. Le suonate che ascolto mi riportano a quella libertà che avevo a portata di mano e che mi è stata tolta, ma che ora sto cercando di riavere o, almeno, ci provo.

Era troppo semplice per poter continuare all'infinito.
Non mi ero mai accorta che il vecchio proprietario fosse morto, ma invece è così e ora arriverà questo nuovo proprietario. Un adolescente, come me.
Se quello che le guardie hanno detto è vero, vuol dire che è un genio, quindi può essere che alla sua giovane età possa davvero tenere in piedi un edificio.

Sarebbe meglio di no, perché mi renderebbe le uscite più difficili e sarebbe di certo più attento delle guardie. Magari decide di metterne una in camera mia, così perché gli gira qualcosa.
Anche se non dovrei pensare a me, ci sono altre persone certamente più pericolose di me, non si concentreranno su una ragazzina.

Non ho fatto nulla estremamente malvagio, cioè secondo loro. Non riusciranno mai a capire che dietro a tutte quelle morti ci sono io, sarebbe difficile da scoprire dopo tutta l'attenzione che ho messo nel nascondere ogni singolo omicidio.

Riapro gli occhi, sentendo il mio corpo muoversi leggermente in avanti, quasi andando a sbattere contro il sedile che mi sta di fronte.
Apro gli occhi.
Mi guardo intorno. Siamo arrivati?

Il ragazzo di prima cammina di fianco a me. Mette un piede sotto il bastone e lo lancia in aria, prendendolo con la mano.
«Questo è mio.» sorride e cammina verso l'uscita, ma prima di scendere si ferma e si volta a guardarmi. «Hai sbavato un po' mentre dormivi.» si indica la parte a destra delle labbra e poi esce, facendo un saltino.

Ho dormito? Non mi sentivo stanca.
Mi passo l'avambraccio sulle labbra, pulendomi dalla saliva. Mi alzo dal sedile, prendendo lo zaino, e inizio a camminare verso l'uscita, togliendomi gli auricolari che trasmettono 'Fryderyk Chopin - Prelude n. 15'.

Mi fermo davanti all'uscita, guardando davanti a me la piazza che si estende. Ci sono persone con l'ombrello che camminano sulle pozzanghera d'acqua, facendo rumore con le scarpe.
Delle gocce d'acqua mi colpiscono in faccia.
Dio... Sta piovendo, fa freddo e io sono in maglietta. Se mi dovessi beccare un raffreddore, si insospettirebbero.
Non va bene.

«Tu vuoi sbrigare?!» sbotta Jack.
Mi volto a guardarlo e lui sussulta.
Mentre mi volto di nuovo a guardare fuori, noto sul primo sedile un ammasso di stoffa nera. Lo afferro con la mano e lo tiro su.

È la felpa del ragazzo.
Mi viene in mente solo ora che non la stava indossando prima.
Se l'era tolta prima di prendere il bastone, ma perché?
Sapeva che mi sarebbe servita?

 

   
 
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