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Autore: Sara_grover    09/09/2017    1 recensioni
~Dal testo~
Sono un ragazzo normale. Nel senso che non sono un alieno, né un supereroe o un mago, un allevatore di draghi o qualsiasi tipo di assurdità si trovi nei fantasy e nei fumetti. Non sono nemmeno quel tipo di personaggio che si trova nei romanzi Non sono il belloccio, né il "cattivo ragazzo", quello insicuro, poetico, curioso, con drammi familiari degni di una telenovela e nemmeno il classico protagonista neutro, totalmente solo e indifferente. Non sono nulla di tutto questo. Quindi, scusate se vi deludo, ma per quanto mi riguarda potete anche chiudere qua e smettere di leggere.
Genere: Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Tutto il mondo aveva perso alcune tonalità di colore, una fitta nebbia ricopriva quella piccola stanza, rendendo ogni dettaglio opaco e confuso. Anche io rischiavo di perdere il mio effetto cromatico.
Come avevo potuto provare tutta quella felicità fino a poco tempo prima? 
Il cadavere di mia nonna era un ombra, non potevo guardarlo, non la rappresentava.
Non sarei mai più stato lo stesso, non potevo. Quella casa doveva scomparire ed io con lei.  
Volevo ricordare solo Lea, la vera donna, non quel rimasuglio insulso che stringevo tra le braccia, quello non contava nulla.

Avevo l'odore della morte addosso, non riuscivo a distogliermi dal sentirlo, mi impregnava la pelle e le narici.
Mi alzai e urlai con tutto il fiato che avevo in gola, a chi non lo so, a qualcuno che mi ascoltasse.
-Lei non ha fatto nulla di male, mai! Mi senti?! Era pura come l'acqua! Che cosa te ne fai di lei? - La mia voce era roca, non la riconoscevo, era lontana mille anni, eppure troppo forte, ero io ad essere cambiato, la mia anima si era spezzata irreparabilmente, come il mio pianto senza tregua tra le mie urla disperate.
-Serviva a me! Lei sapeva tenere tutto sotto controllo! Io la amavo con tutto me stesso e tu me l'hai strappata via. L'hai conosciuta e l'hai rapita, forse avevi ragione di desiderarla, ma lei apparteneva a me. -
Corsi in bagno, cercando di autoconvincermi che fosse solo un sogno, un terribile incubo.
Senza togliermi i vestiti entrai nella doccia e puntai il getto più freddo possibile. La pelle mi bruciava e io strofinavo con più foga possibile, cercavo ti togliermi di dosso il dolore. Mi graffiai le braccia e le gambe con unghie, cercando di togliere tutto il marcio possibile da me, tutto quel che mi faceva stare tanto male.
Mi guardai allo specchio, ero tutto bagnato, le braccia arrossate, il viso vuoto come una caverna.
Pensai a Michi ed Elia, a tutti i miei amici, se mi avessero visto così non mi avrebbero riconosciuto, non ero io quello, io ero perso per sempre.
"Jack non esiste più."

Mi levai tutto di dosso, restando completamente nudo, le piante dei piedi lasciavano impronte fredde e bagnate sul pavimento.
Iniziai a tremare.
Cercai dei vestiti puliti, delle mutande, un paio di jeans spessi e caldi, un'enorme felpa nera.
Dovevo andarmene, questa volta non sarebbe bastata una notte per riprendere il controllo, avevo bisogno di tempo e solitudine, dovevo fuggire dal dolore.
Presi un grosso zaino mimetico, mia nonna la usava quando ero piccolo per portarci a fare i pic-nic al parco. Ci infilai tutto quello che ritenevo necessario per sopravvivere: il sacco a pelo da campeggio di mia sorella e la sua borraccia, un cambio completo.
Mi ricordai quel che Ele mi aveva raccontato delle settimane da scout e presi una grossa saponetta dal bagno, incartandola con un giornale e dello spago. Pensando a mia sorella ebbi un ripensamento, avevo paura ad allontanarmi da lei.
"Devo essere forte, per lei, o rovinerò tutto, rovinerò tutti."
Ripresi la mia corsa sfrenata. Barrette di cioccolato, qualche pacchetto di creker, spazzolino da denti e dentifricio, disinfettante, cerotti, qualche medicina e una mappa della regione. Poi presi un quaderno e una penna, più qualche busta e dei francobolli, nella camera di mia nonna trovai gli scarponi di mio padre e li indossai con delle spesse calze di lana. Il mio salvadanaio conteneva 400 euro, erano quelli che avevo messo da parte negli ultimi due mesi di lavoro, li nascosi dentro un calzino nello zaino.

Ero pronto.

Lasciai le chiavi di casa e il mio telefono sul tavolo in cucina.
Diedi un ultimo bacio sulla fronte a mia nonna e cercai la forza dentro di me per sorriderle.

Fuori c'era un forte vento pulito, mi asciugai le lacrime, Jack non esisteva più.
Feci scivolare il cappuccio sulla mia testa, lo zaino non pesava troppo, inspirai quanta più aria potevo, fino a farmi bruciare i polmoni.

La stazione ferroviaria pullulava di gente, persone che tornavano a casa o che se ne andavano, che fuggivano come me, che piangevano e ridevano, che andavano a lavoro. Fui stranamente rincuorato da quel mare di anime che mi lambiva, in fondo non ero che uno tra tanti, potevo affrontare tutto.
"È un nuovo inizio."
"Forse non è necessario partire..."
"Lo è."
"Servirà perché le cose siano più semplici?"
"Servirà perché io capisca dove sto andando e a che punto del viaggio sono."
"Allora va bene, iniziamo questa follia." 

Pagai e timbrai il biglietto per un piccolo paese che non conoscevo, ma che sulla mappa sembrava abbastanza lontano dalla mia città. Mi sedetti sugli scomodi sedili del traballante treno regionale, riprendendo un po' di calore.
Dopo alcuni sbuffi e fischi finalmente partii e i palazzi iniziarono a susseguirsi velocemente di fronte a me come pietre miliari di un lungo percorso. 
Scrissi velocemente alcune righe a mia sorella Ele, dove spiegavo che me ne ero andato, di non cercarmi, un giorno sarei tornato, ma che stavo bene. Non volevo si preoccupasse, lei avrebbe capito, scrissi la data: 18 Febbraio. Chiusi la busta e ci applicai il francobollo, nessun mittente.

Mi strinsi le ginocchia al petto, come abbracciandomi da solo, cercando di scaldarmi il naso freddo.
-Scusi, posso sedermi?-
Un ragazzo sulla trentina, con un pizzetto biondo mi sorrise affabile. 
-Certo, nessun problema.-
"Questo non sei tu"
Il giovane mi si sedette di fronte, guardando fuori il cielo che si affollava di nuvole.
-Ciao, io sono Mirko.-
Mi porse una mano in modo amichevole. 
Io mi grattai il naso col dorso della felpa e la strinsi.
-Piacere, Giacomo.-
   
 
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