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Autore: Armidia    10/09/2017    1 recensioni
Ade si chinò sul suo volto, quasi volesse sfiorarglielo con il proprio. “Lo sentì il sole sulla tua pelle, Persefone?”, soffiò sulle sue labbra. Un gesto elegante della mano e le foglie secche ancora attaccate ai rami sopra le loro teste si staccarono, permettendo così ad un raggio di sole di penetrare all’interno del cerchio, finendo a lambire le loro due figure.
“Il bell’Apollo, il tuo caro Dioniso, loro parlano del sole, del suo calore sulla pelle, ma tu ti limiti a sorridere ed annuire, fingendo di sapere di cosa parlano ma in realtà non lo sai. Senti solo un leggero torpore, niente a che fare con la sensazione divorante che provano loro. La pelle delle divinità che conosci si scurisce e diventa ambrata, la tua rimane invece sempre pallida. Ti sei mai chiesta il perché di tutto questo?”
Parlava davvero di lei? Oppure c’era anche un pochettino di sé stesso in quelle parole?
“Io e te non siamo poi così diversi”
Genere: Avventura, Fantasy, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Ehilà! Lo so che non ci speravate più visto che è un anno che non aggiorno questa storia, ma eccomi di nuovo qui. Questo è stato un anno di grandssimi cambiamenti per me e me ne sono successe di tutti i colori; non ho avuto davvero tempo di scrivere nulla. Però questo non mi ha impedito di pensare anche a questa storia: nella mia testa ha preso ormai completamente forma. 
In attesa del prossimo aggiornamento (non voglio far passare nuovamente un anno questa volta), vi auguro buona lettura.
Fatemi sapere cosa ne pensate! 


Capitolo VI: Il Calore del Sole sulla Pelle 

Con un nodo a stringerle lo stomaco e il passo incerto Persefone era montata sul proprio cavallo.  
Aveva lasciato Atene che il Sole era ormai alto nel cielo e si era diretta fuori città, dove Ade l’attendeva.  
Mentre attraversava il bosco, il suo sguardo non potè non cadere sulle proprie mani che stringevano nervosamente le briglie: tremavano. Rallentò l’andatura del proprio destriero e chiuse gli occhi, imponendosi poi di prendere dei lunghi respiri per calmarsi. Intorno a lei il sottobosco era più vivo che mai, con i suoi rumori e i suoi odori: un qualche piccolo animale, forse un volatile in cerca del pranzo per i propri piccoli, rovistava tra le foglie cadute, mentre un odore dolciastro e il continuo ronzare delle api indicava la presenza di un alveare nelle vicinanze. Nel mentre, in lontananza, dei colpi cadenzati indicavano la presenza di qualche uomo intento a fare la legna. 
Sarebbe ancora stato così? Oppure quel pacifico e fragile equilibrio era destinato a rompersi per i capricci di un dio presuntuoso? 
“So che qualsiasi decisione prenderai, sarà quella giusta”, le aveva detto il suo maestro quella stessa mattina.  
Sarebbe dovuta essere una rassicurazione, eppure in quelle parole, in quel volto, in quegli occhi che la osservavano attentamente, non aveva scorto un porto sicuro su cui fare affidamento, ma solo paura. 
“Gli uomini si fidano ciecamente di noi dei, fanno affidamento sulla nostra protezione”, pensò. Se solo quegli stessi uomini avessero saputo quanta considerazione alcuni dei aveva di loro, forse avrebbero cambiato idea: quando Ade aveva schierato il proprio esercito, erano state ben poche le divintà a pensare prima a quelle fragili creature che a sé stesse.  
C’era una cosa, però, che gli uomini possedevano ma gli dei no: gli umani avevano un proprio ciclo vitale. C’era la vita e dopo di essa c’era la morte. Sapevano dare un valore al poco tempo che avevano a disposizione sulla terra.  
Gli dei no, loro erano immortali. Il pensiero della morte nemmeno li sfiorava.  
Ammirava gli esseri umani e il loro istinto di sopravvivenza, quel loro instancabile lottare contro l’inevitabile, quella battaglia già persa in partenza, che però non potevano non combattere.  
Quel loro continuo tentativo di rimandare la fine era un gesto che poteva fin apparire egoistico, eppure intrinseco nella loro natura. Lo aveva potuto notare quella stessa mattina, nello sguardo di Fidia: anche se ammetterlo faceva male, persino nella sua mente doveva essere passato un “Salvaci”. La sua espressione non era stata in grado di dissimulare completamente quel pensiero, però apprezzava quel tentativo di incoraggiamento;  era stato detto a fatica, ma senz’altro veniva dal cuore.  
Si guardò nuovamente in giro alla ricerca di un segnale, di un qualcosa che le indicasse di essere sulla strada giusta: Ade non le aveva dato appuntamento in un luogo preciso e il bosco si estendeva su di un vasto territorio. 
La logica le suggeriva che avrebbe dovuto inoltrarsi il più possibile all’interno, seguire i sentieri poco battuti o non seguirli affatto e addentrarsi alla cieca tra il folto fogliame e rovi, eppure una strana sensazione -paura di incontrarlo faccia a faccia, soli, forse?- le imponeva di restare sui percorsi più frequentati. 
Ebbe un sussulto di paura quando da dietro un albero vide delle figure muoversi, fortunatamente si trattava solo un uomo e di un bambino. Al loro seguito un vecchio mulo trasportava i loro pochi averi; doveva trattarsi di contadini in fuga verso Atene. In caso di attacchi le città erano solitamente sempre più sicure delle campagne. Ma in questo caso lo sarebbero state?  
No, molto probabilmente se ci fosse stata veramente una guerra tra Superfice e Sottosuolo sarebbero periti comunque.  
Persefone rivolse un timido cenno di saluto, per poi abbassare immediatamente il capo, il cuore stretto in una morsa dolorosa.  
Fu proprio in quel momento, mentre cercava di ricacciare indietro le lacrime che le rendevano gli occhi lucidi che vide qualcosa di anomalo: tra la terra scura, battuta dal continuo passare dei viaggiatori, dove nessuna pianta avrebbe mai potuto crescere, ecco un fiore. Bianco e vigoroso, sfidava le leggi della vita.  
La giovane dea sapeva perfettamente di cosa si trattava: un asfodelo, la pianta degli Inferi. 
Pensò che fosse un caso, ma appena rialzò lo sguardo ne vide un altro e poi un altro ancora; parevano indicare una via da seguire.  
Una fitta alla stomaco la fece vacillare e rischiare di perdere l’equilibrio, ma si constrinse a prendere alcuni lunghi respiri per calmarsi. Smontò da cavallo, lasciando che il suo destriero si allontanasse a brucare l’erba ai margini della strada e seguì a piedi la traccia di asfodeli.  
Essa usciva dai sentieri battuti, proseguendo tra gli alberi e la fitta boscaglia.  
Più si allontanava, più essi parevano aumentare.  
Intorno a lei i suoni del bosco si facevano sempre più indistinti, lasciandola infine immersa in un surreale silenzio.  
Comparve infine in una piccola radura: al centro di essa, delle betulle formavano un cerchio perfetto  e all’inteno di esso gli asfodeli erano più rigolgiosi che mai. Centinaia, forse migliaia, ricopriamo il terreno, tanto che esso era impossibile da scorgere tra tutto quel bianco.  
A parte quei fiori, la vita pareva finire al limitare della radura: anche le betulle erano secche, con i loro rami spogli che si stagliavano contro il cielo plumbeo. Una strana nebbia, talmente fitta da non permettere al sole di penetrare in quel luogo, aleggiava sopra ad essi. 
Tutto era immobile, nemmeno una leggera brezza a smuovere i fiori. E gelo, tanto gelo che pareva penetrare fin nelle ossa.  
Ma non era una questione di temperatura, quanto di sensazioni che quel luogo spettrale suscitava.  
Persefone si strinse istintivamente ancora di più nel proprio mantello, prima di muovere qualche passo incerto in direzione del cerchio di betulle.  
Del Signore degl Inferi pareva non esserci traccia, eppure la sua presenza la giovane dea poteva avvertirla sulla propria pelle, in quel momento scossa da brividi.  
Sfiorò la candida corteccia di una delle piante, guardandosi attorno tentando di scorgere il dio, ma ottenne come unico risultato una scossa intensa di gelo sulle dita, che la portò ad allontanare quasi istantanenamente la mano e riportarla sotto al mantello, al caldo.  
Si portò nel centro del cerchio, con gli asfodeli che le solleticano le caviglie; quei piccoli fiori bianchi erano l’unico conforto in quella distesa di gelo e di morte.  
Tornò a studiare l’ambiente intorno a lei: era vero, non riusciva a scorgerlo,  ma come nel sogno di quella notte, era certa che lui la stesse tenendo sott’occhio. 
Era stanca di quei giochetti. 
 “Mostratevi, Ade”, disse con un tono di voce che cercava di essere sicuro, di non tradire insicurezza, ma che non sarebbe comunque riuscito ad ingannare un’orecchio esperto.  
Ci fu un leggero fruscio tra gli asfodeli e l’aria intorno a Persefone si mosse appena ed eccolo il Signore dell’Averno comparire affianco ad una delle betulle.  
Si tolse dal capo il proprio elmo, la kunèe. Tutti, bambini e adulti, uomini e dei, conoscevano come Ade era riuscito grazie a quell’elmo che lo rendeva invisibile ad ingannare Crono, permettendo a Zeus di colpirlo e imprigionarlo nel Tartaro.  
I lunghi capelli argentati gli ricaddero sulle ampie spalle, liscissimi. Come nel sogno, non portava alcuna corona, ma la lunga veste era stata sostituita da una semplice tunica che gli arrivava sopra le ginocchia. Il colore scuro dell’abito, blu notte, rendeva la sua carnagione ancora più pallida di quando già era. 
Fece alcuni passi in direzione della giovane dea. “Buongiorno anche a te, Persefone”, disse a sua volta, piegando le labbra in un sorriso sarcastico. “E così la curiosità ha vinto ancora una volta sulla paura, continui a stupirmi piccola dea. Passato una bella nottata?”, aggiunse.  
La dea lo fulminò con lo sguardo, un muto avvertimento prima di fare alcuni passi indietro per allontanarsi da quel dio di cui non si fidava. “Avete detto che avreste risposto ad ogni mia domanda”. A differenza sua, non avrebbe perso tempo in giri di parole: prima quell’incontro sarebbe finito, meglio sarebbe stato. 
Ade annuì. “Proprio così. Hai qualche dubbio da chiarire?”, chiese.  
“Perché proprio io?”, domandò lei a sua volta. 
Per la prima volta da quando si era rivelato, il Sovrano degli Inferi ruppe il contatto visivo tra di loro. “Creatura crudele il Fato”  
E Persefone non capì se in quell’istante il marcato sarcasmo del dio fosse d’ironia o celasse amarezza. Forse era uno scudo per mimetizzare la seconda. 
Quando i suoi penetranti occhi color del ghiaccio tornarono a specchiarsi nei suoi, avrebbe detto di aver visto del rimorso in essi.  
“Voi siete crudele”, si affrettò però a ribattere con le mani strette a pugno sotto al proprio mantello. No, non si sarebbe lasciata andare alla compassione.  
Il dio contrasse per un istante la mascella, come se quell’ultimo commento lo avesse irritato, ma un istante più tardi era già tornato ad indossare la sua maschera fatta di sarcasmo. “Solitamente esigo che mi si parli con più rispetto, qualità a te del tutto sconosciuta a quanto pare”, le fece notare. Era già la seconda volta che quella piccola impertinente gli mancava di rispetto. Avrebbe dovuto punirla, infondo aveva punito per molto meno, ma qualcosa in lei lo stuzzicava, rendendo quelle parole fin divertenti alle sue orecchie. Sulle sue labbra si formò un sorriso da presa in giro. 
Persefone invece non doveva trovare il tutto così spiritoso. Il suo corpo era rigido, il verde intenso dei suoi occhi pareva dardeggiare e il volto era livido di rabbia.  
“Non avete fatto proprio nulla per guadagnarvi il mio rispetto, anzi! E non siete nemmeno un dio di parola dal momento che avete lasciato la mia domanda senza risposta”, sbottò, urlando.  
Ade ebbe il buon senso di trattenere una risata. Gli appariva tutto fin troppo facile: la provocava e lei reagiva esattamente come avrebbe voluto. 
Si fece improvvisamente serio e avanzò verso di lei che, istintivamente, cercò di indietreggiare per mantenere immutata la distanza tra di loro. Ma non aveva fatto i conti con il fitto cerchio di betulle intorno a loro.  
Come nell’incubo della notte prima, finì con la schiena contro al tronco di una di esse. Il corpo del Signore dell’Avrno vicinissimo al suo. Le sue braccia ai lati del suo viso, per bloccarle ogni tentativo di fuga. 
Il dio la sovrastava di diversi centimetri e dietro il suo corpo atletico, quello gracile della dea pareva quasi scomparire. 
Ade si chinò sul suo volto, quasi volesse sfiorarglielo con il proprio. “Lo sentì il sole sulla tua pelle, Persefone?”, soffiò sulle sue labbra. Un gesto elegante della mano e la nebbia sopra le loro teste si diradò, permettendo così ad un raggio di sole di penetrare all’interno del cerchio, finendo a lambire le loro due figure.  
Ade parve giocare con la calda luce che gli sfiorava delicatamente una mano: sembrava volesse afferrarla con le dita pallide, per modellarla a proprio piacere. Ma essa apparteneva alla Suprficie e su di lei non poteva avere alcun potere. Un sorriso amaro comparve sul suo volto, prima di riprendere a parlare. “Il bell’Apollo, il tuo caro Dioniso, loro parlano del sole, del suo calore sulla pelle, ma tu ti limiti a sorridere ed annuire, fingendo di sapere di cosa  parlano ma in realtà non lo sai. Senti solo un leggero torpore, niente a che fare con la sensazione divorante che provano loro. La pelle delle divinità che conosci si scurisce e diventa ambrata, la tua rimane invece sempre pallida. Ti sei mai chiesta il perché di tutto questo?” 
Parlava davvero di lei? Oppure c’era anche un pochettino di sé stesso in quelle parole?   
“Io e te non siamo poi così diversi”, disse alla fine. Lui avrebbe dato qualsiasi cosa per sentire per un’ultima volta il calore del sole sulla propria pelle.  
“Io non sono come te”, sibilò invece Persefone, come se essere paragonata al Signore dell’Averno fosse il peggiore degli insulti. Forse lo era proprio perché aveva colto nel segno la verità.  
Come poteva quel dio che l’aveva appena intravista la sera prima conoscerla così a fondo? Aveva paura. Paura di lui.    
“Hai ragione, solo una parte di te è simile a me. Ma questa parte è celata, costretta a mischiarsi con l’altra tua natura. Saresti dovuta essere una dea in bilico tra due mondi, ma Zeus e Demetra hanno deciso altrimenti. Forse anche loro temono i tuoi poteri”, proseguì lui, imperterrito nonostante lo sguardo terrorizzato di lei e il suo respiro sempre più concitato.  
 “Io non ho poteri”.  
E dal suo tono di voce quella sembrava essere l’unica certezza a cui ancorarsi, l’unica verità su cui Ade si sbagliava, per questo preziosa, anche se ammetterlo la rendeva inutile rispetto a tutte le altre divinità.  
Ade la osservò con un sorrisetto sfrontato. Nei suoi occhi però brillava una strana luce, della compassione che non riusciva del tutto a nascondere. Con gesti lenti aprì il mantello di lei, prendendo la sua mano destra nella propria. Tornò con lo sguardo in quello di Persefone, che lo osservava ad occhi sgranati, pietrificata.  
In quel surreale silenzio il respiro affannoso della dea era l’unico suono udibile.  
Con un movimento fluido, sganciò la catenella del bracciale che lei teneva al polso. Lo prese tra le mani, quasi con fare da studioso, prendendo tempo ed aspettando ciò che era certo da lì a poco sarebbe successo.  
Un’aria diversa pervase quel luogo: un fruscio di foglie mosse dal vento e il suono di animali irrequieti era indice di qualcosa di nuovo; il terreno era scosso invece da un leggero tremito. 
E poi, improvvise, delle radici spuntarono fuori dalla terra. Parevano come aver preso vita mentre si muovevano confuse nello spazio. Forse si sentivano smarrite in quell’ambiente così diverso da quello in cui erano abituate a vivere, ma non appena presero coscienza del motivo per cui erano state chiamate in superficie si avventarono sul dio dell’Oltretomba.  
Una di esse riuscì ad attorcigliarsi intorno al suo polso prima di sgretolarsi e diventare polvere trasportata dal vento.  
Lui era morte e tutto quello che la morte toccava moriva. 
Mentre la vita tentava vanamente di invadere quella bolla di morte, un qualcos’altro, una furia cieca, fece avvizzire tutti gli asfodeli presenti all’interno del cerchio.  
Ade guardò Persefone con un sorriso compiaciuto. Incurante di ciò che tentava di attaccarlo, si chinò nuovamente su di lei. “La morte è una conseguenza della vita”, le sussurrò suadente ad orecchio. “I tuoi poteri possono poco contro di me, tuttavia sarei uno sciocco a sottovalutarti” 
La giovane dea quasi non lo udì, talmente presa dal macabro scenario alle spalle del dio: poteva sentire l’agitazione della natura intorno a sé, il desiderio del verde che la circondava di proteggerla, il dolore degli alberi le cui radici cercavano invano di allontanare quel dio dalle cattive intenzioni da lei. Aveva udito anche l’agonia degli asfodeli, eppure da essa aveva tratto solo piacere; una piccola rivincita su quel dio arrogante sempre un passo avanti a lei. Tutti quei sentimenti, quei suoni, persino delle grida, erano nella sua testa.  
Davvero era lei a causare tutto quello?  
Osservò Ade dritto nei suoi occhi di ghiaccio: con lo sguardo lui le stava lanciando una sfida.  
“Prova ad avere il controllo, piccola dea. Vediamo se ci riesci”, era come se gli dicesse. Forse lo stava pensando per davvero.  
Chiuse gli occhi, concentrandosi su quel confuso ammasso di sensazioni. Doveva fare un po’ di ordine. Pensò alla terra umida sotto ai propri piedi e, lentamente, avvertì la natura intorno a lei calmarsi. Immaginò di essere anche lei una radice e di affondare nuovamente nel terreno caldo ed accogliente. Le pareva veramente di affondare mentre le radici lo facevano per davvero.  
Quando le sue iridi colore dei prati estivi rividero nuovamente la luce, tutto era tornato calmo e sotto ai suoi piedi dei timidi germogli indicavano il nascere di nuovi asfodeli.   
Ade non disse nulla, limitandosi a rimetterle il bracciale al polso ed indugiando sulla sua pelle vellutata con le dita.  
Una volta riposizionata la pietra, i sensi della giovane dea parvero farsi ovattati: la natura aveva improvvisamente smesso di parlarle, lasciandola nuovamente immersa nel silenzio. Perfino il calore del sole, che aveva sentito scottarle la pelle pallida ora era niente di più che un lieve torpore. Non abbastanza per quel luogo freddo.  
Osservò il suo interlocutore. Lo sguardo fatto nuovamente ostile e il respiro concitato. 
“Che cosa volte da me?”, chiese al dio degli Inferi, soffiando alla stregua di un gatto.  
O di un topo. 
“Anche un topo mostra i denti quando sa che sta per morire” 
Ad Ade sembrava proprio questo: un topino messo alle strette da un gatto affamato.  
E il gatto era proprio lui. 
“Che tu scenda nell’Averno con me”, ripose con il proprio tono di voce volutamente basso e lento.  
Osservò compiaciuto la piccola dea ritrarsi e appiattirsi completamente contro il tronco dell’albero alle sue spalle. Fece un passo avanti, azzerando quella poca distanza che c’era tra i loro corpi. “Chiederlo a Zeus con le buone maniere è stata solo una perdita di tempo”, aggiunse. Poggiò le mani sulle sue spalle, scendendo poi lentamente ad accarezzarle le braccia. 
Persefone restò per un attimo immobile, forse stordita da quel gesto, prima di prendere la parola. “Chiederlo con le buone maniere?!”, tuonò. Con un gesto che il dio decisamente non si aspettava, lo spinse via, riuscendo a sgusciare lontano da quello stretto spazio tra il tronco e il corpo di Ade. Fece alcuni passi per portarsi verso il centro del cerchio. “Minacciare di distruggere l’umanità significa chiedere usando le buone maniere?”, ripetè rabbiosa, tornando a voltarsi verso di lui.  
“Quegli esseri umani mi apparterranno comunque, sia che la loro sia una morte violenta o di vecchiaia nel caldo del proprio letto”, ribattè il signore dell’Averno con tono ovvio. I lineamenti del suo volto tornarono però presto a farsi seri. “Come tu”, aggiunse. 
Se fosse stato un essere umano e uno sguardo avesse potuto uccidere, sarebbe senz’altro perito in quel momento. Persefone lo raggiunse a passo di marcia, puntandogli il dito contro. “Io non sono di nessuno! Ne di mio padre, ne tanto meno vostra. Nessuno a parte me può decidere il mio destino”, urlò nuovamente. 
Avrebbe dovuto incutergli timore, invece al dio apparve buffa mentre lo osservava dal basso verso l’alto per via della differenza di altezza. Si sarebbe aspettato di vederla mettersi sulle punte pur di tentare di arrivare al suo stesso livello.  
“Così piccola e fragile eppure con quel caratterino” 
Le ripropose l’ennesimo sorriso di scherno prima di parlare a sua volta. “Per questo ora sono qui a proporre a te le mie condizioni”. Ancora una volta era lui ad essere un passo avanti a lei.  
Persefone non riuscì a celare un’espressione sorpresa a quelle parole: nessuno prima di allora aveva considerato importanti le sue decisioni. Lei era ancora una Kore, non un’adulta con cui si poteva parlamentare.  
“Accetta di diventare regina degli Inferi e io ritirerò il mio esercito”. Ade interruppe il flusso dei suoi pensieri con le proprie condizioni. Ed esse erano tutt’altro che leggere. 
Persefone sperava che nel frattempo avesse cambiato idea e che ciò che aveva detto di volere a Zeus non fosse più valido.  
Scrutò il suo volto impenetrabile alla ricerca di una via di fuga. Ma di vie di fuga non ce ne erano: Ade rimaneva fisso su quell’idea. 
“E se io non volessi accettare?”, gli chiese in un mormorio. 
“Ti considero molto meno sciocca di quell’esaltato di Zeus e sono certo che prenderai la decisione giusta”  
“La decisione giusta nei confronti di chi?”, venne da pensare alla dea, che però si trattenne dal dirlo apertamente: bastava già l’espressione del suo volto a trasmettere quella muta domanda. Ed era certa che lui l’avesse scorta; sapeva leggere alla perfezione il suo viso. 
“Ci rivedremo qui tra cinque giorni”, disse invece. Aveva deciso di ignorare quella domanda. 
Il signore degli Inferi aprì il palmo della mano e con un lieve sbuffo di fumo nero, in essa si formò una semplice campanella in argento. “Per qualsiasi altro chiarimento o curiosità torna qui e suona questa campanella, io comparirò subito dopo”, le spiegò. Gliela passò, sfiorandole in modo tutt’altro che casuale le dita della mano. Fece per avvicinarsi nuovamente al suo viso, ma non appena vide lo sguardo terrorizzato di lei, desistette.  
Fece un passo indietro. 
“A presto, Persefone”, disse. 
Dopodiché scomparve in una nuvola di fumo nero. 
   
 
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