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Autore: Luce_Della_Sera    10/09/2017    0 recensioni
Lavinia si è laureata con un anno di ritardo in interpretariato e traduzione; dopo un viaggio premio pagato dai suoi parenti come regalo di laurea, si mette alla ricerca di un lavoro. È consapevole che in Italia c’è la crisi, ma vuole comunque provare a vedere cosa la sua nazione può offrirle…riuscirà a trovare un impiego fisso?
Genere: Generale, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 13: Giorno di affiancamento

Entrai nella stanza: la luce era già accesa. Mi aspettavo di trovare almeno cinque file da minimo quattro pc, invece scoprii che le postazioni erano dodici, quattro file da tre. Ogni computer aveva un numero sulla parte esterna del monitor, e i numeri andavano da uno a dodici.
“Ciao cara. Chi sei? Sei una dei sostituti?”.
Mi girai, e mi trovai davanti una donna sulla quarantina, con capelli castani tagliati cortissimi, vestita con un maglione e dei jeans attillati che le avrebbero donato solo nel caso in cui avesse avuto dieci anni e minimo cinque chili di meno. Aveva un accento spagnolo, ma dalla sua sicurezza nell’esprimersi mi parve chiaro che viveva in Italia da parecchi anni.
“Sì…piacere, mi chiamo Lavinia. Ehm…”.
“Piacere, cara, io sono Heléna. Mettiti pure dove vuoi. Non abbiamo posti fissi qui, ognuno si mette dove gli pare! Quando hai acceso il computer, digita la password scrivendo “call” e poi il numero che trovi sul monitor. Oggi è il tuo giorno di affiancamento, vero? A quale sezione ti hanno assegnata?”.
“Quella sui musei e i monumenti”.
“Ah, bene. Allora potrei aiutarti anche io, se hai bisogno…ma forse è meglio se aspetti Alexandra: è lei che si occupa di fare l’affiancamento con i nuovi arrivati!”.
“D’accordo, grazie!”.
Heléna mi rispose, ma io non la stavo già ascoltando più: stavo cercando di scegliere una postazione, mentre mi auguravo che Alexandra non fosse molto avvenente: altrimenti mi sarebbe stato molto difficile concentrarmi sul lavoro.
 

***

 
Alexandra si rivelò essere una normalissima trentottenne dal punto di vista fisico, ma dal punto di vista caratteriale e professionale era un vero tornado: nel giro di cinque secondi si era presentata, aveva fatto le domande di rito a me, e aveva preso una sedia per farmi sedere accanto a lei; poi mi aveva mostrato il sito dell’azienda e mi aveva fatto vedere come cercare le informazioni all’interno di esso, raccomandandomi di non cercarle su Google per nessun motivo, perché il sito dell’azienda era più aggiornato del web, che invece poteva contenere informazioni vecchie di parecchi anni.
Alle otto precise, tutte le postazioni si erano riempite; Alexandra collegò il telefono, e arrivò subito la prima chiamata. Appena terminata quella, una seconda, e appena finita anche la seconda, subito arrivò la terza. Per un’ora e mezza non ci fu pace, perché le telefonate continuarono a susseguirsi una dietro l’altra: mentre ascoltavo, osservai il funzionamento del sito aziendale e del programma per le prenotazioni dei biglietti per visite e mostre; ogni tanto prendevo qualche appunto dal quadernino che avevo infilato in borsa poco prima di uscire di casa.
“Alexandra?”, chiamai, “Come si fa a capire se la persona che chiama è italiana o straniera?”.
“Te lo dice il telefono stesso. Ecco, guarda”, mi disse, mentre il suo terminale emetteva un nuovo squillo: sullo schermo del telefono c’era un numero di cellulare con a fianco la scritta “ita”.
Anche quella telefonata finì, e io avevo altre domande.
“Ma devo rispondere sempre ‘Roma Capitale buon giorno’ e dire il mio nome, quando rispondo?”.
“Sì. È il nostro regolamento interno: la gente che chiama deve avere un riferimento, quindi non bisogna mai dimenticare di qualificarsi. Oh, guarda,” mi disse poi, indicando di nuovo il display del suo telefono: vi lampeggiava un numero che cominciava con 0039, e la scritta “eng”.
“City of Rome, good morning! My name is Alexandra. How can I help you?”, chiese la mia collega.
Mi godetti la sua pronuncia. Io mi ritenevo abbastanza brava in inglese, ma ascoltare una madrelingua era tutto un altro paio di maniche!
Mi venne un pensiero terribile. E se avessero telefonato degli stranieri e io non fossi stata in grado di capirli? Che figura avrei fatto?
La prospettiva mi rese triste e impaurita, tanto che quando mi sentii posare una mano sulla spalla sobbalzai.
“Scusa Lavinia, non volevo spaventarti! Volevo solo chiederti, ti va di scendere di sotto con me, per la pausa intermedia?”. Alexandra mi fissava con gli occhi accesi di aspettativa.
“D’accordo!”.

***

 
Nei venti minuti della pausa, Alexandra mi raccontò, se non tutta, gran parte della sua vita. Mi raccontò del giorno del suo matrimonio, avvenuto ormai quindici anni prima a Londra, e dei suoi due figli, un maschio e una femmina; poi passò a raccontarmi come mai era venuta in Italia.
Io, dal canto mio, non ero pronta ad aprirmi in quel modo; le dissi che vivevo ancora in famiglia e che avevo una sorella liceale e un fratello che si era trasferito a Dublino sia per motivi di studio che di lavoro, ma quando mi sentii porre la domanda che più temevo, esitai qualche secondo più del dovuto.
“Sì, sono fidanzata, da un anno”.
Non specificai che ero fidanzata con una ragazza: sia per timore di una reazione negativa sia perché, in fondo, non c’era bisogno di ulteriori specificazioni dato che la cosa importante la avevo già detta.
Dopodiché, sicura che lei si aspettava che aggiungessi qualcosa, dissi la cosa più banale che mi veniva in mente.
“Oh, ma è tardi, dobbiamo tornare su!”.
Alexandra balzò in piedi più rapidamente di me, e qualche secondo dopo già stavamo dirigendoci verso le scale; eravamo scese al piano terra, e dovevamo tornare al secondo.
 

***

 
Prima di sedermi di nuovo accanto ad Alexandra indugiai qualche istante sulla soglia della stanza, e ripassai i nomi delle persone presenti: Alexandra, Heléna, Hiroko, Clara, Anita, Sophie, Melania, Lorenzo, Luca, Piercarlo e Francesco. Ne mancava una, ma era logico: dopotutto, io da quel giorno in poi sarei stata chiamata sempre e solo per sostituire i titolari!
Accorgendomi dello sguardo interrogativo di Alexandra, mi affrettai a sedermi vicino a lei.
“Allora, come ti sembra il lavoro? Dopo la pausa pranzo prenderai qualche telefonata anche tu, ok?”, mi domandò, mentre riattivava il sistema e tornava in linea.
Feci per aprire bocca, ma lei aveva già rivolto la sua attenzione al terminale, che stava squillando. “Oh, no!”.
Io non le feci caso, all’inizio, perché pensavo che la sua fosse una esclamazione di disappunto dovuta al fatto che si aspettava di non dover ricominciare immediatamente: ma poi qualcosa nel tono della sua voce mi convinse a girarmi.
“Cosa c’è?”.
Seguii il suo sguardo, e lessi un numero straniero, con vicino la scritta “deu”.
“Credo sia tedesco…ma io non conosco quella lingua!”.
Mi sentii pervadere dall’ansia, come già era successo in sede di colloquio. Io la conoscevo, ma non mi sentivo affatto in grado di sostenere una conversazione intera su cose che ancora non capivo bene neanche in italiano!
“Ma gli altri? Nessuno conosce il tedesco? Perché se sì possiamo passarglielo tramite la linea interna!”.
“No, non c’è nessuno che lo parla. I tedeschi non chiamano spesso, e noi ce la caviamo con l’inglese, però…”.
“Aspetta, ci provo io”, le dissi. Presi un bel respiro, e poi dissi tutto d’un fiato:
“Stadt Rom, guten Tag. Ich bin Martina: wie kann ich Ihnen helfen?.
L’uomo dall’altro capo del filo si arrabbiò per l’attesa, e io dovetti scusarmi, spiegando brevemente e non senza balbettii che le linee erano intasate e quindi per questo non avevo potuto rispondergli subito. Ogni tanto mi scappava qualche parola in inglese, ma non potevo farci niente: almeno stavo parlando e mi stavo rendendo utile, e l’importante era quello.
Alla fine della telefonata, notai che Alexandra mi stava fissando a bocca aperta.
“Wow, brava! Meno male che ci sei tu, allora: adesso sappiamo a chi passare le telefonate in tedesco!”.
Io sorrisi, pur non sapendo se dovessi sentirmi lusingata o meno.
 

***

Dopo pranzo, provai a rispondere anche io alle telefonate; riuscii a completarne soltanto un paio senza dover essere costretta a girare per la stanza in cerca di qualche collega libero a cui chiedere informazioni. Non sempre infatti riuscivo a trovare le informazioni richieste tramite il database!
Stavo quasi per convincermi del fatto di non essere poi questo granché al lavoro, ma Alexandra, che mi aveva chiesto di stare con lei anche nelle altre pause intermedie successive, mi rassicurò dicendo che non me la stavo cavando affatto male per essere soltanto al mio primo giorno.
Alle sei del pomeriggio me ne andai, salutando i colleghi, e prima di mettere in moto l’automobile chiamai sia Margherita che mia madre, per raccontare loro come era andata la giornata.
Non sapevo come sarebbe andata nei giorni seguenti, ma di una cosa ero assolutamente certa: a differenza di quello che avevano sempre creduto i miei genitori, convinti che quando avrei iniziato a guadagnare soldi avrei rimpianto le aule scolastiche e universitarie, il lavoro mi piaceva già molto di più della scuola.

  
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