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Autore: EffyLou    13/09/2017    1 recensioni
Fuori il Reich voleva vedere lo zingaro cadere sul ring, sotto i colpi dell'ariano. Rukeli avrebbe dato loro lo zingaro, ma l'avrebbero visto danzare. L'avrebbero visto vincere.
~ ~ ~
Nel match lungo una vita e oltre, contro l'ingiustizia e il pregiudizio, contro un intero governo e un'ideologia razzista: chi è il più tenace? Chi resta in piedi?
~ ~ ~
Il "biondo" Gipsy, una volta era uno zingaro. Nessuno era bello come lui, nessuno era furbo come lui! Adesso non è più nessuno!
______________
Johann Trollmann è un pugile, campione di Germania nel 1933.
Indisciplinato, imprevedibile, borioso. Non sono i suoi difetti più grandi. Johann Rukeli Trollmann appartiene ad un popolo scomodo: è un sinti. Uno zingaro. Non combatte come un vero tedesco: saltella, è veloce come un gatto, furbo come una vope. È il beniamino del popolo tedesco durante la Repubblica di Weimar.
Ma il Reich non dimentica e non perdona quello zingaro beffardo che ha schernito apertamente la pura razza. Dopo una vita altalenante tra gloria e dolore, verrà spogliato di ogni cosa, privato del suo nome, e dato in pasto al Porajmos. La "grande divorazione" ed Olocausto dimenticato del popolo gitano.
Genere: Drammatico, Romantico, Sportivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate | Contesto: Novecento/Dittature, Olocausto
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10. Sohn des Krieges und gewalttätige Freude 

 

Sarebbe dovuto andare a vedere l’incontro di Hans contro Domgoergen alla Spinchernsaele. Invece ci aveva combattuto lui, contro Domgoergen, proprio il giorno del suo venticinquesimo compleanno. Due giorni prima, il collega aveva quaranta di febbre.
Zirzow aveva detto a Trollmann di pensarci lui a Domgoergen, visto che l’aveva sempre battuto e conosceva il suo stile meglio di altri alla palestra. Ma a Rukeli non andava proprio di combattere il giorno del suo compleanno, tantomeno per sostituire qualcuno.
Durante l’incontro non si impegnò per niente. Si limitò a girargli intorno per non essere colpito, fargli qualche trucchetto per intrattenere il pubblico, dare un po’ di spettacolo. Alla fine aveva perso ai punti all’ottavo round.
Tornato al suo angolo, sputò il paradenti nel secchio con la spugna di Leyendecker.
«Diciannove incontri solo quest’anno. Volete farmi sputare sangue?» aveva lanciato i guantoni, ma senza la gioia di quando vinceva. Cominciò ad avvicinarsi al corridoio per lo spogliatoio, senza aspettare una loro risposta.
«È il tuo maledetto lavoro!» gli urlò Leyendecker.
«E per guadagnare devi vincere, testone.» aggiunse Zirzow.
Trollmann si voltò, continuando a camminare all’indietro, l’accappatoio nero sulle spalle slacciato davanti, il cappuccio sulla testa. Alzò le braccia e il dito medio di entrambe le mani. Si era voltato di nuovo e aveva proseguito accompagnato da flash di macchine fotografiche e urla dei suoi sostenitori.
 
Non si fece nemmeno la doccia. Infilò una giacca sportiva pesante, non cambiò nemmeno i pantaloni e non tolse neanche le fasce. Non era arrabbiato, Johann non si arrabbiava. Era infastidito.
Tappare i buchi, sostituire, colmare le mancanze di altri, a lungo andare stancava. Perché facevano combattere sempre lui, per sostituire gli altri. Questo lo faceva sì sentire importante, ma i ritmi erano diventati stancanti. Lui combatteva anche con la febbre, anche a costo di perdere, non si era mai fatto sostituire. Perché gli altri non s’impegnavano allo stesso modo?
Se si prende un impegno, bisogna portarlo a termine.
Si diceva. E non capiva la facilità con cui i suoi colleghi, invece, rinunciavano alla prima difficoltà.
Capiva Kaspar, quando si prese una storta. Ma l’amico in altre occasioni si era tirato indietro all’ultimo con scuse banali.
Tornato a casa, trovò Frieda che stava leggendo sul divano. Aveva la camicia da notte e una coperta di lana sopra. Quando lo vide rientrare così presto e così conciato, non le servirono tante domande per capire che era nervoso e non aveva vinto. Non poteva biasimarlo.
Lo seguì in bagno per togliergli le fasce. Lui si sedette sullo sgabello sotto la finestra, lei si appostò davanti a lui. Gli prese la mano.
«Il prossimo anno più allenamento e meno incontri.» si promise a bassa voce.
Frieda lo guardò da sotto le ciglia, senza alzare la testa. Gli aveva tastato l’avambraccio in cerca del punto in cui srotolare le fasciature. Lui se le legava sempre fino a poco più su del polso, si intravedevano sempre sotto il guantone.
«Buffo sentirtelo dire. Adori gli incontri.»
Gli davano un colpo di adrenalina impagabile. Gli permettevano di divertirsi, di mettersi alla prova, di avere la gloria.
«Perché vuoi farne meno?» gli chiese.
«Penso sia giusto darmi una calmata. – sospirò, passandole l’altra mano. – Sono un po’ nervoso.»
Le camice brune cominciavano a renderlo nervoso, la loro presenza iniziava a dargli fastidio e un senso di oppressione gli pesava sul cuore quando c’erano loro. Non riusciva più a divertirsi quando li vedeva sugli spalti a fissarlo. Come una bestia selvatica in una gabbia, come un cavallo selvaggio improvvisamente chiuso in un maneggio. Un animale selvatico in uno zoo, sotto stretta sorveglianza, ecco come si sentiva.
«Fatti una bella doccia. – lei finì di togliergli le bende, gli prese il viso fra le mani. – Poi vengo a pettinarti i capelli e ti faccio un po’ di camomilla così ti rilassi.»
Per un attimo tutti pensieri si volatilizzarono. Strofinò una guancia sulla mano di lei, come un gatto che vuole essere accarezzato.
«Grazie, bambina.»
Frieda gli fece un sorriso tenero, gli stampò un bacio sulla fronte.
Lui si fece una lunga doccia calda, lavando via il sudore e il nervoso. La ragazza gli pettinò i capelli neri e bagnati, come faceva sempre. Amava farlo, e anche a lui piaceva pettinarle i suoi e farle le trecce. Gliel’avevano insegnato le sue sorelle. Poi lo aiutò ad ammorbidire la pelle delle mani e delle braccia con un leggero stato di grasso di vaselina. Più la pelle era morbida e idratata, e meno c’erano le possibilità che si spaccasse con gli incontri e gli allenamenti. Kaspar odiava mettere la vaselina e aveva le mani sempre screpolate: in molti incontri si era trovato male perché la pelle sotto le fasciature si era lacerata per la secchezza e non riusciva più a colpire. Johann, invece, non li faceva questi errori banali.
Sul tavolo della cucina, una tazza di camomilla bollente e qualche biscotto da sgranocchiare. Il nervoso scivolava via poco a poco, fino a scomparire completamente tra le lenzuola del letto, tra le braccia di Frieda.
 
* * *
 
 
26 febbraio 1933
A gennaio, era ricominciata l’ondata di richieste pubblicitarie. Johann aveva posato per servizi fotografici di riviste, come la Zworf uhr Blatt, e aveva prestato il suo viso per il manifesto pubblicitario di una panetteria di Berlino. L’estate prima l’avevano fermato mentre pescava sullo Sprea, chiedendogli un paio di mosse di boxe e farsi fotografare per il giornale.
Anche se, set fotografico o no, la sua faccia era su tutte le prime pagine dei quotidiani dal ’29 fino ad allora.
Il 1933 portava con sé svolte imminenti. Era l'anno del cambiamento.

 
Teatro Flora, Amburgo. Incontro contro Fred Boelck.
Quando combatteva ad Amburgo, di solito non c’erano le divise brune. Quel giorno non c’erano.
Si era sentito libero, senza un peso.
Boelck era diventato professionista a marzo del ’32. Quello era il suo dodicesimo incontro, aveva perso solo una volta ai punti. Boelck era alto, magro e con pochi muscoli, però sapeva dove colpire e vinceva per questo. Era un buon pugile. La fronte sporgente, i capelli neri gelatinati indietro, il naso bozzato.
Quando gli era stato organizzato l’incontro con il fantomatico Gipsy Trollmann, uno dei candidati per il titolo dei pesi mediomassimi di Germania, si era quasi spaventato.
Tutti conoscevano la fama del pugile sinti, era un atleta temuto. Era imprevedibile e difficile da inquadrare o anticipare: al primo round aveva un certo stile e al secondo poteva cambiarlo completamente, rifilava truccacci durante i match. Era abile, troppo abile: si muoveva molto bene con le distanze, ma anche durante i corpo a corpo era forte, il suo sinistro era terribile. Metteva a nudo tutti i punti deboli dell’avversario. E agli altri non piaceva quando qualcuno smascherava quei punti che avevano nascosto accuratamente. Ti guardava negli occhi e ti interpretava, guardava ogni angolo del corpo dell’avversario e capiva cosa stavi per fare. Spesso sapeva cosa stava per fare l’avversario ancora prima che quello lo sapesse. Dunque si muoveva rapido, o schivava come un gatto o ti entrava nella guardia mettendoti al tappeto.
Boelck aveva avuto paura.
E ora che lo stava fronteggiando sul ring, si sentiva quasi una vittima.
Trollmann lo fissava dritto negli occhi, interpretandogli l’anima. Si sentì messo a nudo, i suoi segreti allo scoperto, come se Gipsy si fosse accorto del bambino che Fred era stato. Gli occhi neri, intensi, del pugile sinti, con quel suo taglio da lupo, sembravano quelli di un predatore. E non importava se ogni tanto gli accennava un sorriso, quello sguardo selvaggio sfavillava e incuteva timore. La sensazione di una preda di fronte al lupo che la studia prima di addentarla.
Trollmann teneva il mento incassato, i muscoli sulla nuca e degli addominali erano tesi. Teneva le gambe larghe, pronto agli spostamenti rapidi.
Durante il primo round, aveva giocato. Aveva fatto il giullare. Si allontanava da Boelck con rapidi movimenti di gambe e si avvicinava alle corde, parlava con le prime file.
«Ora gli mollo un gancio destro.»
Oppure: «Alla settima ripresa lo butto giù.»
Poi lanciava baci alle signorine.
La prima ripresa andò a lui.
«Stai giocando, smettila di giocare. Vuoi passare tutti gli otto round previsti a fare il buffone?» lo rimbeccò Zirzow.
«Naah, ho in programma di buttarlo giù al settimo round. Nel frattempo gioco un po’.» gli aveva rivolto uno dei suoi sorrisi migliori.
«Smettila, conserva quel sorriso per i fotografi. Lo stai spaventando a morte. Dagli il colpo della buonanotte e via.» era Leyendecker, controllandogli guantoni e paradenti. Il ragazzo non aveva nemmeno un po’ di sudore da asciugare.
Johann sputò nel secchio. «Ho capito, mi sbrigo a mandarlo giù. – si alzò in piedi, suonò il gong. – Però siete noiosi, fatemi divertire.»
«Come se mandare al tappeto quel povero agnellino di Boelck non lo facesse divertire.» commentò Zirzow, una volta che il ragazzo fu di nuovo al centro del ring.
In fondo, tutti si divertivano quando combatteva Trollmann. Il suono del gong sembrava più il sipario che si apriva per dare inizio allo spettacolo teatrale.
Durante il secondo round, Rukeli aveva smesso di giocare. Boelck glielo lesse negli occhi. Lo zingaro non si stava impegnando, non lo faceva quasi mai, però i suoi colpi si erano fatti più duri.
Non riusciva a vedere i colpi arrivare, non riusciva a difendersi. Era troppo veloce.
«Boelck cerca di intercettare Trollmann, ma lo zingaro si muove troppo rapido, sembra invisibile! Oh! Incredibile Gipsy Trollmann che si accanisce con rinnovata potenza su Boelck! Una grandine di colpi! – dicevano i cronisti. – Boelck tenta un jab destro. Gipsy lo schiva, ne approfitta per entrargli nella guardia. Esplode in una sequenza micidiale di montanti al plesso solare e conclude in bellezza con un colpo al volto dall’alto in basso mentre Boelck è piegato per il dolore! L’arbitro segna la fine del round. Boelck non smette di sanguinare dal naso e dalle ferite sotto l’occhio. Gipsy Trollmann, al suo angolo, si sta solo strofinando il naso con l’avambraccio. Non vedo sudore!»
Johann, seduto sullo sgabello a gambe divaricate, teneva le braccia appoggiate alle corde, il mento incassato. Lo sguardo puntava all’angolo opposto, predatorio. Sciolse il collo. Leyendecker gli passò un po’ d’acqua. Zirzow fissava Boelck e il suo allenatore. Stavano cercando di fermare l’emorragia dal naso rotto e dalle borse di sangue sotto l’occhio. Il medico di gara li avvisò che se continuava a sanguinare non poteva continuare a combattere.
L’allenatore chiese altri due minuti di tempo, l’arbitro glieli concesse. Ma in due minuti non riuscirono a fermare le emorragie.
«Un attimo prima Boelck era sul quadrato, in piedi e con la faccia intatta. Un attimo dopo, è tutto finito! La vittoria va a Gipsy Trollmann per knock-out tecnico al secondo round, signori e signore!»
Ulularono i cronisti al tavolo vicino al ring. L’arbitro alzò il braccio al vincitore. Una pioggia di fiori cadde sul ring, come la maggior parte delle volte che vinceva Johann.
Il ragazzo s’inchinò teatralmente, salutò il pubblico. Si tolse i guantoni e li lanciò a Leyendecker.
Rukeli si avvicinò a Boelck, ancora sanguinante.
«È stato un bell’incontro.» gli disse l’altro.
Gli sorrise. «Mi spiace, amico. Però sei in gamba. Farai strada. – lanciò un’occhiata critica al lavoro del suo allenatore. – Cosa stai facendo? Pensi che così smetterà di sanguinare?»
«Guarda che non c’è modo, ha il naso rotto. Deve andare in infermeria.» replicò quello.
«Vuoi scommettere?»
Si fece passare una spugna e un paio di bastoncini di ovatta. Passò uno degli asciugamani a Boelck.
«Mordi questa.»
L’altro obbedì. Johann gli prese il naso tra le mani, inquadrò la posizione originale. Lo sistemò con un movimento secco che fece quasi urlare di dolore l’altro. Dopodiché prese i bastoncini cotonati, ne infilò uno per ogni narice del pugile sanguinante.
«Trattieni il respiro.»
Li spinse a fondo, mentre Boelck batteva i piedi a terra e martoriava l’asciugamano con i denti per il dolore. Ma un attimo dopo era tutto finito. Il naso era sistemato e non sanguinava più.
Per la sacca di sangue sotto l’occhio invece dovette spremere via con i bastoncini tutto il sangue depositato lì dalla piccola ferita sullo zigomo. Fece comunque meno male del naso, e la sacca si sgonfiò in fretta sporcando un panno – prontamente afferrato dal secondo – quasi completamente.
Johann gettò i bastoncini sporchi dentro il secchio, gli tolse l’asciugamano dalla bocca e ci gettò dentro pure quello.
Si tirò su, sotto gli sguardi attoniti dell’allenatore e del pugile.
Allargò le braccia. «Ci voleva tanto? Persino io, che non mi sono mai rotto il naso, ho saputo sistemarlo. Ci si vede, Boelck.»
Attraversò il ring per ricongiungersi con Leyendecker e Zirzow. I due lo riempirono di pacche sulle spalle e complimenti mentre lo riaccompagnavano. Il manager allontanava prontamente tutti i giornalisti. Tanto avrebbero fatto le solite domande.

 
* * *

 
12 marzo 1933
Teatro Flora, Amburgo.
L’incontro con Helmut Hartkopp. Settantotto chili contro i settantuno di Johann.
Era un pugile strano, secondo Trollmann. Perché vinceva spesso, ma altrettanto spesso perdeva. C’era uno strano equilibrio. Non sapeva se definirlo un buon pugile. Nel dubbio, lo trovava insolito.
Alcune delle sue sconfitte era per squalifica, altre per forfait ovvero il ritiro.
Però si muoveva bene, gli sembrava corretto e onesto. Inoltre era uno dei candidati al titolo nazionale dei mediomassimi.
Le prime due riprese andarono a Trollmann. Alla terza, dopo aver assestato un montante al plesso solare di Hartkopp, l’avversario sembrò fumare di rabbia. Niente di insolito.
Ma reagì veramente male. Fu fulmineo e lapidario.
Colpì Gipsy sotto la cintura con un montante basso. Per fortuna lui fu abbastanza veloce da spostarsi e non farsi troppo male, ma il colpo gli arrivò comunque e si ritrovò in ginocchio sul quadrato, agonizzante.
La schiena dritta, dignitosa, gli occhi chiusi con forza e una smorfia dal dolore.
«Arbitro! – urlò Leyendecker. – Fa’ il tuo cazzo di lavoro, maledizione!»
L’arbitro sembrò tornare dal paese delle meraviglie. Guardò Trollmann, che non riusciva a muoversi. Hartkopp stava per assestargli un gancio dall’alto verso il basso, lo fermò mentre caricava il colpo.
I giudici erano in piedi, indignati.
«Torna al tuo angolo!»
La folla protestò contro Hartkopp e per il colpaccio che aveva rifilato al loro beniamino.
Quello sputò nel secchio, guardando Rukeli in cagnesco. Nel frattempo, lo zingaro si stava tirando di nuovo su con calma. Imprecò a denti stretti mentre si allontanava verso il suo angolo, da Zirzow e Leyendecker. Il medico di gara gli disse di battere i talloni.
Nel frattempo l’arbitro emise il suo verdetto. «Squalificato.»
Di conseguenza, vittoria a Trollmann al terzo round.
Seguì il medico di gara nello spogliatoio. Si sedette sul lettino e quello controllò che fosse tutto apposto.
«Quello mi ha colpito le palle con un montate, maledizione.» ringhiò, guardandosi il punto dolorante.
«Sì, Hartkopp ha questa fama di colpire dove non deve. – sospirò il medico. – Ma tu hai avuto la prontezza di spostarti un minimo. Poteva farti male molto più seriamente se tu non ti fossi spostato un po’. Menomale che sei veloce, ragazzo.»
«Sì, ma che cazzo, dai! Proprio le palle doveva colpirmi?»
«Dai, come sei melodrammatico, soffri in silenzio. – lo prese in giro Leyendecker, con un sorriso bonario. – Speriamo che non ti venga il livido. Brutta storia.»
Johann guardò il medico, allarmato. Quello lanciò un’occhiata all’allenatore, che sembrava spassarsela a canzonare il suo pugile.
«Nessun livido. Tieni un po’ di ghiaccio per i prossimi due o tre giorni, non si sa mai.»
 
 
* * *
 

12 aprile 1933

«Mro vòci. Tra una settimana devo combattere in una città stupenda. E tu verrai con me, non mi interessa, ci parlo io col tuo capo.»
Le aveva detto così, una settimana prima, tornando a casa dagli allenamenti. E non le aveva rivelato la località fino a quando non arrivarono all’aeroporto di Berlino.
L’aereo era un mezzo di trasporto costoso, negli anni ’30, che solo da una decina d’anni veniva visto anche a scopo civile. Non potevano portare più di trenta o quaranta persone. Ma Johann con le borse dei combattimenti aveva guadagnato abbastanza marchi da potersi permettere un volo andata e ritorno per due persone. Zirzow e Leyendecker avevano speso da sé e avevano pagato anche le camere d’albergo.
Grazie ai combattimenti di Gipsy, facevano la bella vita.
Per Johann e Frieda era la prima volta su un aereo, lui pensava che lei l’avesse già preso per andare in Ucraina visto che era davvero lontana dalla Germania. Quando lei con le dita gli fece il gesto dei soldi, capì che tra Edmund e Frieda non guadagnavano mai abbastanza per permettersi un paio di biglietti. Era rimasto stupefatto, lui da solo guadagnava molto. Loro in due no.
Il 1932 aveva fruttato a Johann davvero molti soldi, per tutti quei diciannove combattimenti disputati e la maggior parte dei quali vinti.
Erano arrivati a Vienna, in Austria, la sera di due giorni prima così la mattina appresso erano usciti per fare un giro della città, restando a mangiare spuntini nei bar o in pub fino a sera. Leyendecker non voleva farlo stancare troppo, e lo lasciò libero.
Erano andati al cinema a vedere un film in lingua bavarese di cui non capivano una parola, ma si erano divertiti a inventarsi dialoghi improbabili sul momento in base alle espressioni degli attori; andarono a ballare il jazz in un locale in centro, avevano giocato a biliardo, bevuto birra, fumato, e fatto l’amore tra lenzuola profumate.
La mattina dell’incontro, il 12 aprile, Frieda si svegliò con l’odore di caffelatte nel naso. Si stropicciò gli occhi e si mise a sedere, tirando il lenzuolo al petto fino a coprire il corpo nudo. Johann non era vicino a lei, pensò che doveva trovarsi nell’altra stanza.
Lo chiamò, e lui subito fece capolino dalla porta armato di vassoio con caffelatte e cornetto con marmellata, e un mazzo di rose. Era vestito con un paio di bei pantaloni grigio antracite, una camicia con le maniche arrotolate fin sopra i gomiti, le bretelle, e il colletto in disordine.
«E quelle per cosa sono?»
Lui le posò il vassoio sulle gambe. «Era da tanto tempo che non ti compravo dei fiori.»
«Tu mi vizi.» mormorò annusando i petali rossi.
«Anche tu mi vizi. – le rispose, mettendole una ciocca di capelli dietro l’orecchio. – E poi mi piace viziarti, mro vòci
«Che cosa significa?» addentò il cornetto, guardandolo con i suoi occhioni di cerbiatto.
«Ti ho chiamato in certo modo in lingua sinti. Ma non te lo dico cosa significa.»
«Mi hai insultata, Trollmann?» esclamò, portandosi una mano al cuore, teatralmente offesa.
Lui sbuffò un sorriso e le rubò un morso dal cornetto. «Secondo te cosa ti ho detto?»
«Mi hai chiamata bambina? Lo fai sempre.»
«No. Bambina si dice ciaiori
«Un sinti che insegna la lingua ad una gagé. Insolito.» lo sfidò.
«Non ti sto insegnando proprio niente, non farti strane idee.» replicò con un sorriso.
Lei bevve il suo caffelatte senza distogliere lo sguardo. Dopodiché posò il vassoio sul comodino.
«Da che parte vengono i sinti?»
«In che senso?»
«Da qualche parte dovrete pur essere partiti no?»
«Ah. – capì, con un sorriso, e si sdraiò vicino a lei tenendosi su col gomito. – Qualcuno dice India. Ma non è corretto. I sinti vengono dalla valle del Sindh in Pakistan.»
«Parlano l’arabo in Pakistan?»
Le accarezzò teneramente il fianco, ancora avvolto nel lenzuolo bianco. «L’urdu. Scritto in alfabeto arabo. A Sindh parlano il sindhi, sempre scritto come l’arabo. Ma tra i sinti parliamo il romanì e la lingua del Paese in cui siamo, l’urdu o il sindhi non li conosciamo.»
«Hai mai pensato di impararli?»
«E cosa me ne faccio? Quelle lingue le parlano solo lì, mica devo trasferirmi in Pakistan. – le sorrise, divertito. – I cosacchi, invece, sono nativi della Russia?»
Lei sorrise. «No. Turchia, oppure dall’antica Scizia, non ho ben chiaro. Da lì, comunque, si sono stanziati nelle steppe tra la Russia e l’Ucraina, nel corso dei secoli. Ma per noi non vale lo stesso discorso degli zingari, noi ci siamo mischiati molto di più con i popoli incontrati. Di fatto siamo slavi puri, se veniamo davvero dalla Scizia, siamo i discendenti delle Amazzoni! Voi sembrate indiani, arabi.»
«In effetti mi hai scambiato per un arabo quando ci siamo conosciuti. – ghignò. – Parli il kazako?»
«Sì, ma non so scriverlo nemmeno in alfabeto latino. Non so scrivere nemmeno il russo e l’ucraino, li parlo solamente. Il russo poco e niente.»
«Dimmi qualcosa in kazako.» le sussurrò strofinandole il naso col suo.
Lei si sciolse. «Meniñ ömir maxabbat.»
«Come ti permetti? Guarda che mi offendo.»
Frieda scoppiò a ridere, si mise carponi per poterlo baciare con dolcezza. Lui si lasciò consumare le labbra.
«Ti ho chiamato amore della mia esistenza, traduzione letterale. Troppo sdolcinata per te?»
Johann si sciolse in un sorriso sornione. Le circondò il corpo con le braccia, facendola stendere vicino a lui. La baciò lentamente.
«Sei melensa.»
 
Per il resto del giorno, Johann si allenò in una palestra con Leyendecker. Nessun allenamento pesante, si trattava solo di pensare a qualche strategia, provarla, definire la traiettoria dei colpi.
Zirzow si trascinò Frieda per finire di sistemare tutto per l’incontro di quella sera. Tutti lo trattarono meglio, con una ragazza così carina vicino.
Quando la bionda entrò nella sala grande della Kozerthaus di Vienna, restò a bocca aperta. Era un edificio elegante e meraviglioso, e l’interno in cui stavano montando il ring era raffinato. Per un momento le sembrò di essere tornata nel Settecento.
La sala era più lunga che larga, in fondo era stato allestito il ring, nella rientranza bombata del muro. C’erano tantissimi posti a sedere, e anche una platea sopraelevata. Meravigliosi lampadari di cristallo pendevano dal soffitto e illuminavano piacevolmente quella stanza.
Zirzow non le parlò più di tanto, era molto impegnato a organizzare al meglio ogni cosa.
Frieda pensò che Johann fosse fortunato ad avere un manager come lui: era un uomo capace, d’affari, era furbo e aveva occhio per situazioni interessanti, non si lasciava sfuggire le opportunità.
Stando un pomeriggio con Zirzow, si fece un quadro generale di come andavano le cose nel mondo degli affari e come muoversi nel migliore dei modi. Era un buon maestro, anche se lui non sapeva di esserlo.
Non uscirono dalla Kozerthaus per tutto il giorno, solo lei era uscita un paio di volte per andare a mangiare qualcosa nel bar dall’altro lato della strada.
In serata, arrivarono fotografi e giornalisti. Poi i giudici e gli arbitri. Infine il pubblico, che cominciò a prendere posto.
Davanti al ring era montato il tavolo dei giudici e due bilance per l’operazione del peso. L’incontro sarebbe cominciato alle 21:00.
Alle 20:30 si presentarono Johann e Leyendecker. Il pugile si era lavato e dato una sistemata, aveva scambiato due chiacchiere con i giornalisti di fuori.
Poi era entrato nello spogliatoio, dove l’aspettavano Zirzow e Frieda.
«Profumi, che strano.» commentò dopo aver dato un bacio al suo cavaliere nero.
«Hai visto che posto? Da re.» i suoi occhi brillavano come quelli di un bambino al luna park la prima volta.
«Operazione del peso, Trollmann, scattare!» gli urlò Leyendecker battendo le mani.
Johann alzò gli occhi al cielo, ed uscì.
Percorse il corridoio centrale della sala grande con l’accappatoio slacciato, mimando un paio di diretti al vuoto. In Austria non era così conosciuto, ma senz’altro in quel momento le donne austriache cominciarono ad amarlo.
Hans Fraberger fece il suo ingresso, scatenando l’applauso generale dei suoi sostenitori. Cioè tutta la platea. Era il campione austriaco dei pesi welter.
Nonostante ciò, all’operazione del peso, uscì fuori che pesava praticamente quanto Johann che era un peso mediomassimo.
Fraberger era biondo, i capelli più lunghi sopra e rasati ai lati, perfettamente ordinati e gelatinati. Più basso di Gipsy Trollmann. Qualche donna in platea commentava le differenze tra i due.
Il primo era ordinario, niente di particolare. Lo zingaro invece era tenebroso, selvaggio. Un figlio della guerra e delle gioie violente. E piaceva, Rukeli, piaceva a tutti.
L’incontro cominciò che Fraberger era spavaldo. Sicuro di sé perché campione nazionale. Aveva quasi la stessa vena giocosa di Johann, sul ring, e questo fece divertire parecchio il pugile sinti.
L’incontro era diventato quasi uno spettacolo teatrale, tra i due era nata una certa complicità scenica che rese piacevole e leggera la serata. Spesso nella sala si sollevavano risate ai teatrini comici di Johann, più ironico e melodrammatico rispetto a Fraberger.
Questa complicità però venne presa sottogamba dal pugile austriaco, che credeva di finire il match in parità visto che Johann sembrava non impegnarsi affatto nel combattimento ma solo nei suoi siparietti. L’ironia del sinti non gli impedì di suonargliele di santa ragione a Fraberger.
L’austriaco non se l’aspettava. Negli ultimi round cercò di stargli al passo, di riprendere un ruolo in quella “coreografia” ma Rukeli glielo impediva. Gli impose il suo stile, dominò totalmente il ring.
Al nono round, l’allenatore di Fraberger gettò la spugna. Trollmann vinse per knock-out tecnico, in quanto il suo avversario non ce la faceva più a continuare, era stato pestato troppo.
Il pubblico austriaco applaudì vigorosamente alla vittoria di Gipsy che, seppur aveva sconfitto il loro beniamino, meritava comunque le lodi.
A Frieda, Johann parve immortale.
 
Mentre Rukeli vinceva, suo padre Schnipplo moriva di un tumore al pancreas. Nessuno si preoccupò di fornirgli le cure possibili, nessuno voleva uno zingaro in ospedale ad occupare il letto di eventuali pazienti tedeschi che meritavano sicuramente più attenzioni.
Wilhelm Schnipplo Trollmann aveva settant’anni. Aveva lavorato come ombrellaio per la polizia fluviale, e poi aveva cominciato a suonare il violino per le strade di Hannover. Riparava ogni cosa e intagliava il legno divinamente. Insegnò molto ai suoi figli, in particolare al piccolo Stabeli, a cui insegnò a suonare il violino e lui ne fece una professione.
Schnipplo non fece in tempo a vedere suo figlio Rukeli prendersi la rivincita di zingaro sul ring di giugno. Ma, se non altro, si risparmiò di vederlo cadere nell'oblio.
 
   
 
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