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Autore: Beauty    13/09/2017    0 recensioni
Anno 2350.
I ghiacci polari si sono sciolti, sommergendo gran parte degli Stati e delle città del globo. Gli USA sono divenuti "Archès", uno Stato governato con il pugno di ferro e il terrore dall'Impero. La società è divisa in caste, e alla fame, alla povertà e alla morte si contrappone un'avanzata tecnologia che, tuttavia, è a disposizione di quei pochi che governano le masse tramite lo show business.
Natlee Delariva vive a Bordertown, e ogni giorno è una lotta per la sopravvivenza. L'essere una donna ad Archès non comporta altro che il venire trattata come un oggetto da vendere letteralmente al miglior offerente, una macchina per generare figli affinché la razza umana non si estingua. Chiunque si ribelli è punito con la morte dai cyborg, macchine mortali al servizio dell'Impero.
Ma, il giorno in cui Natlee partecipa con altre ragazze al reality show che al termine le vedrà o spose o schiave, qualcosa va storto, e la ragazza si ritroverà a dover fare i conti con un segreto che la unisce all'Imperatore stesso...
Genere: Romantico, Science-fiction, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: AU, What if? | Avvertimenti: Violenza
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Capitolo II
 
La bastarda
 
 
 
More destruction will unfold
Mother Earth will show her darker side
And take her toll
 
It's just another way to die
 
There can be no other reason why
You know we should have seen it coming
Consequences we cannot deny
Will be revealed in time?
 
Glaciers melt as we pollute the sky
A sign of devastation coming
We don't need another way to die
Will we repent in time?
 
The time bomb is ticking
And no one is listening
Our future is fading
Is there any hope we'll survive?
 
It's just another way to die”
 
[Another way to die, Disturbed]
 
 
 
- Al ladro! Al ladro!
Gli strilli della moglie di uno dei venditori erano così acuti da sovrastare la voce registrata proveniente da maxischermo. Natlee abbandonò la propria posizione inginocchiata per alzarsi in piedi quando la gente iniziò ad accalcarsi di fronte a lei, impedendole la visuale.
Il capitano Alren Kamron si fece strada fra la folla seguito dal cyborg, quest'ultimo impassibile come sempre. Altri Punitori di grado inferiore e altri cyborg presero a marciare da ogni luogo della piazza circolare, e a chi osservava parve quasi di assistere a un'onda anomala che si avvicinava di momento in momento al ladro, fino a sommergerlo.
Il ragazzo cercava di sgusciare via fra la massa di persone, aprendosi un varco a gomitate e spintoni, ma a Natlee fu subito chiaro che non ce l'avrebbe fatta a scappare. Nessuno stava apertamente cercando di ostacolarlo: molti si erano girati nella direzione opposta appena avevano udito il primo strillo, altri si scansavano fingendo di non c'entrare nulla con quella storia, alcuni semplicemente se ne stavano a guardare.
Natlee vide il capitano Kamron sollevare il braccio destro con la mano guantata chiusa a pugno e l'indice e il medio sollevati, per poi riabbassarlo di scatto. Era il segnale. Quattro Punitori scattarono in direzione del ladro. Il ragazzo, ansimante e sudato, li vide e cercò d'indietreggiare, ma ancora trovò la resistenza passiva della folla.
Un cyborg donna si parò dietro di lui, e il ladro ci andò a sbattere contro. Parve confuso, ma l'attimo di stranimento durò poco, e tentò di scappare. Il cyborg lo afferrò per un braccio e glielo strinse fino a torcerglielo. Il giovane ladro lanciò un urlo di dolore, e Natlee fu certa che glielo avesse spezzato.
La donna cyborg lo lasciò, e il ragazzo cadde in ginocchio sull'acciottolato. Cominciò a singhiozzare istericamente. Il braccio rotto gli si afflosciò accanto, e la mano si aprì, lasciando cadere una scatola di tachipirina.
- Ha rubato al farmacista...- bisbigliò qualcuno; Natlee era abbastanza vicina da poter guardare il ladro in faccia: era un ragazzo fra i venti e i venticinque anni, sbarbato, con il volto sporco di grasso e terra; non le sembrava di averlo mai visto prima.
I quattro Punitori, intanto, si erano avventati su di lui. Il ladro cercò di divincolarsi, ma quelli lo tennero saldamente. Urlò quando uno dei Punitori gli sollevò il braccio rotto.
- E' questa la merce?- domandò il militare, rivolto alla moglie del farmacista.
La donna annuì.
- Manca altro?- chiese il capitano Kamron.
- No. Questo bastardo si è avvicinato con la scusa di guardare ed è scappato con una scatola di tachipirina.
- Bene - Kamron si scostò affinché il cyborg che lo accompagnava potesse avvicinarsi al ragazzo. Quest'ultimo, capendo ciò che stava per accadere, cominciò a piangere, a gridare e a cercare di fuggire, ma tutti – forse persino lui, pensò Natlee – sapevano che sarebbe stato inutile.
Da quelle macchine non si poteva scappare.
Il cyborg che fungeva da guardia del corpo a Kamron illuminò i propri occhi. Da essi scaturirono due fasci di laser, ma non più di scanner. Le frecce rosse colpirono i polsi del ladro, penetrandogli la carne. Il ragazzo urlò di dolore.
Si levò qualche timido e perplesso mormorio. Natlee vide una ragazzina – a occhio e croce doveva avere all'incirca dodici o tredici anni – avere un conato di vomito, per poi piegarsi a metà e riversare sul mosaico tutto ciò che aveva nello stomaco. Nessuno disse o fece niente per impedire ciò che stava accadendo, o per fermare il cyborg, ma nessuno distolse lo sguardo o se ne andò.
L'aria si riempì di puzza di bruciato. Le mani del ladro si staccarono dai polsi e caddero sul terreno.
Il ragazzo che aveva rubato la tachipirina era in un bagno di lacrime e muco, tremava, piangeva ed emetteva gemiti striduli mentre fissava con orrore le proprie mani mozzate sull'asfalto. Dai monconi non fuoriusciva sangue, poiché il laser del cyborg aveva bruciato e sterilizzato la ferita.
Natlee scoprì di non riuscire a distogliere lo sguardo da quei due monconi carbonizzati.
Il capitano Kamron fece l'ennesimo cenno ai Punitori, e questi sollevarono il ladro da terra. Lui non si oppose. Lo trascinarono via dalla piazza del Mercato mentre lui si lasciava trasportare, a peso morto, come se fosse stata una carcassa d'animale senza vita.
Alren Kamron richiamò il suo cyborg, poi si voltò a guardarla.
- Purtroppo questo genere di spiacevoli avvenimenti richiede la mia presenza presso la Sede Generale - le disse; si avvicinò e le diede un buffetto su una guancia; Natlee provò l'istintivo impulso di scansarsi non appena il guanto in pelle di Kamron toccò la sua pelle, e non riuscì a tenerlo a bada. Si allontanò di un passo, bruscamente, e benché fosse l'ultimo dei suoi desideri, questo movimento goffo e urgente attirò l'attenzione di diverse persone.
Natlee si gelò sul posto. Si aspettava una ritorsione, per quel comportamento. Iniziò a sudare freddo.
Il capitano Kamron, comunque, fece un sorrisetto sghembo, sollevando l'angolo destro della bocca.
- Ci vediamo fra una settimana - mormorò, suadente. Riprese immediatamente il suo contegno militare e girò i tacchi, per poi andarsene a passo sostenuto, seguito dal suo cyborg.
Natlee impiegò diversi secondi prima di metabolizzare ciò che era appena accaduto e quel che le aveva detto Alren Kamron e, quando tornò con la mente a Bordertown e al Mercato, si accorse che molte persone la stavano guardando, chi di sottecchi chi spudoratamente, senza neanche la decenza di evitare di fissarla. Avvertì una vampata di calore salirle dal collo fino alle guance e le orecchie.
Inspirò a fondo e decise che far finta che non fosse successo nulla era la mossa migliore. Diede le spalle alla folla e tornò al proprio angolo di vendita come se tutto ciò non la riguardasse. Alcune persone seguirono il suo esempio, altre s'intrattenerono ancora un poco per vedere cosa fosse successo – forse, chi poteva saperlo?, il capitano Alren Kamron sarebbe tornato indietro per parlare con quella sconosciuta magra e ossuta, e tutti avrebbero avuto qualcosa su cui spettegolare prima dell'inizio dell'Estrazione, di Rising Stars o del prossimo spettacolo nell'Arena.
Alla fine, tutti tornarono all'occupazione che l'Impero aveva imposto a chiunque, farsi i fatti propri.
Natlee si sedette, ma il calore al volto non era ancora sparito, che si ritrovò a che fare con Agust un'altra volta.
Il vecchio biascicò qualcosa d'incomprensibile e sputò del catarro verdastro a terra.
Natlee lo guardò seminascosta dal cappuccio e dalle ciocche di capelli che le erano scivolate di fronte agli occhi.
- Cos'hai detto?- domandò, accovacciandosi sul telo.
- “Ragazza fortunata”, ecco che cos'ho detto - Agust sputò dell'altro catarro.
- Perché?
- Ho idea che dalla settimana prossima non ti si vedrà più tanto spesso qui al Mercato - Agust ridacchiò.- Pensa un po'. Da mocciosa cagacazzi e frignona a sciantosa della classe Delta. Chi l'avrebbe mai detto. Johnath lo sa?
- Cosa dovrebbe sapere?- sputò Natlee.
- Del capitano Kamron. No, non guardarmi con quella faccia da santarellina del cazzo. Li sgamo subito, io, i finti tonti. Quello ha messo gli occhi su di te. E caga denaro, quindi non avrà problemi all'Estrazione.
Natlee scrollò le spalle come se Agust stesse facendo solo degli sconclusionati discorsi da ubriaco. Prese un cacciavite One-way e iniziò a lustrarlo con uno straccio rattoppato.
- E' un Punitore - rispose con noncuranza.- A quelli piace divertirsi. Sono sicura che ha già in mente qualche ragazza Delta, per la settimana prossima.
- Mi ci gioco le palle che punterà su di te.
- Se anche fosse, ti dimentichi dell'Algoritmo.
Agust scoppiò in una fragorosa risata che si evolvette e terminò in una catena di colpi di tosse che lo lasciarono tremante e senza fiato.
- Come se non sapessi meglio di me come funziona, quella stronzata.
Natlee non disse nulla, ma sfregò il cacciavite con più energia. Il maxischermo non aveva cessato di funzionare, e adesso da più di mezz'ora stava ripetendo i soliti messaggi patriottici correlati da immagini. A un certo punto, lo schermo si oscurò nuovamente, per poi divenire rosa shocking com'era accaduto in precedenza.
L'immagine del castello si ripeté, così come quelle delle ragazze.
Natlee contò mentalmente fino a dieci, e la voce femminile e leziosa riprese a parlare.
- Ogni anno, ogni ragazza ha l'opportunità di essere felice. Ogni anno, ogni ragazza di Archès ha la possibilità di contribuire alla prosperità dell'Impero. Fra sette giorni, tutte le cittadine libere aventi compiuto il diciottesimo anno d'età, parteciperanno all'avventura più grande della loro vita...
Le scene si susseguivano una dopo l'altra, sempre intrise di lusso e sfarzo, mostrando persone che si divertivano, che passeggiavano in un giardino di plastica, fino ad arrivare a una coppia che si scambiava un appassionato bacio su un terrazzo, al chiaro di luna.
Infine, al termine della pubblicità, comparve la solita scritta.
 
L'Estrazione
 
Come era accaduto la prima volta, praticamente tutti avevano alzato lo sguardo verso il maxischermo. Quasi nessuno poteva leggere la scritta, ma tutti potevano ascoltare e guardare le immagini. Quando lo spot finì, tutte le persone presenti al Mercato si accinsero a tornare alle proprie faccende, ma i messaggi di propaganda non ripresero come chiunque si aspettava.
Invece, lo schermo ridivenne nero, per poi mostrare una veduta dall'alto dell'Arena.
A quel punto, nessuno o quasi badò più agli affari o a qualsiasi altra cosa per i venti minuti seguenti.
 
Alren Kamron non le aveva detto nulla di nuovo.
Natlee si era accorta già anni prima che le persone – o almeno gli abitanti di Bordertown – erano restii a comprare merce da uomini da una donna. Aveva cominciato ad andare al Mercato quando aveva otto anni e il Corso Educativo era giunto al termine. Le leggi dell'Impero non permettevano alle donne – a meno che non fossero schiave, o non fossero delle Gezabele, o non fossero state inviate nelle Colonie – di venire assunte presso qualsiasi esercizio commerciale. La maggior parte delle sue compagne del Corso si erano chiuse in casa nell'attesa del compimento del loro diciottesimo anno; invece, altre che, come lei, avevano la fortuna di essere figlie di un padre che possedeva un negozio o un laboratorio, andavano a lavorare con il genitore o con qualche zio o parente. Non ricevevano nessuno stipendio e se un Punitore controllava, risultava che le ragazze fossero lì solo per aiutare. Niente che andasse contro la legge, insomma. E se avevi questa fortuna allora avevi qualcosa con cui tenerti occupata durante il giorno, più possibilità di uscire di casa e di imparare qualcosa oltre a ciò che ti veniva insegnato al Corso Educativo.
- Non so se potrà piacerti - le aveva detto Johnath la mattina dopo che il Corso era terminato, vedendola ciondolare per la cucina fissando il nulla.- Ma credo che valga comunque la pena di fare un tentativo, eh? Che ne dici?
Natlee nei suoi otto anni non aveva mai pensato di poter diventare un meccanico. Non ne sapeva niente di motori e l'Educatore diceva sempre che fosse un lavoro per uomini. Durante l'Assegnazione, aveva raccontato loro, quello del meccanico era un mestiere molto ambito e uno dei più diffusi, ma lei non era un maschio, né ne capiva niente di motori e roba simile.
...ma era rimasta affascinata dalla maestria con cui Johnath, due anni prima, aveva costruito e dato vita a BK-12; le piaceva osservare suo padre mentre lavorava in officina; e poi, Johnath le aveva sempre ripetuto che esistono lavori iniqui e lavori ben pagati, lavori che ti piacciono e lavori che detesti, lavori dignitosi e indignitosi, ma non esistono lavori da maschio o da femmina: tutti possono fare le stesse cose che fanno gli altri, e così aveva accettato di provare a stare con lui in officina per qualche giorno, per vedere se le fosse piaciuto e se fosse portata per stare in mezzo a tutti quegli attrezzi e quel grasso.
Si poteva quasi dire che fosse entrata in officina a otto anni e non ne fosse più uscita. Aveva trovato il suo habitat naturale. Trovava semplice maneggiare gli attrezzi da lavoro, sapeva distinguere alla perfezione un ingranaggio da un altro e comprendere quando e dove un motore fosse danneggiato; con il tempo, aveva imparato a riparare navicelle e flight starter da sola, e a costruire interi droidi su commissione. Non era raro che Johnath le affidasse l'officina anche per giorni interi, specialmente quando si recava nella Palude per cacciare. Naturalmente il merito del lavoro andava a lui, ma a Natlee non dispiaceva, e si era sempre accontentata di imparare e tenersi occupata.
Tre volte a settimana, la mattina, Johnath andava al Mercato. La sua merce consisteva in scarti della sua officina o pezzi di ricambio trovati nella Palude e spacciati come oggetti che gli acquirenti non erano più andati a ritirare. Era una scusa abbastanza credibile e tutti ci erano sempre cascati, perché non era raro che una persona morisse da un giorno all'altro o sparisse nel nulla, a Bordertown. E, così come l'aveva fatta entrare in officina, Johnath aveva preso a portare sua figlia con sé al Mercato.
Era stato in quel momento che Natlee aveva compreso i limiti comportati dall'essere una bastarda.
Per qualche strano motivo, tutti a Bordertown sapevano che Natlee non era la figlia biologica di Johnath Delariva. Ad alcuni – amici di suo padre – non importava granché, ma altri vedevano in lei una piccola bastardella da cui stare alla larga come se avesse avuto la malaria.
Per Natlee non era stata una grande scoperta. Aveva sempre saputo che Johnath fosse solo il suo padre adottivo, il marito di sua madre. Qualcuno – forse lui stesso o forse la mamma, non ricordava bene chi – aveva già provveduto a dirglielo quando era molto, molto piccola. Nell'ingenuità dei bambini, aveva accettato la cosa con tranquillità, come se fosse del tutto normale. Aveva sempre chiamato Johnath papà e aveva continuato a farlo, e non aveva mai smesso di considerarlo suo padre a tutti gli effetti.
A quanto pareva, questo fatto era noto a Bordertown perché Johnath, originario di qualche città dell'entroterra, aveva ottenuto un pass dall'Impero per potersi trasferire. Natlee sapeva che era molto complicato, se non quasi impossibile, ottenere un pass, e che anzi, solo i Punitori e i soldati ne possedevano uno. Johnath, comunque, non aveva mai voluto darle spiegazioni. Così come nessuno le aveva mai spiegato cosa avesse spinto un uomo come suo padre a salvare una ragazza incinta durante l'Estrazione, impedendo che diventasse una Gezabele e che la sua bambina fosse data in adozione o venduta come schiava.
Quando aveva messo piede a Bordertown per la prima volta, Johnath non era solo: con lui c'era la sua novella sposa, fresca fresca e ancora con addosso l'abito da Gezabele, che reggeva fra le braccia una neonata di neanche sei mesi.
Non occorreva essere dei geni per fare due più due.
Johnath era stato vago e serafico nella sua spiegazione a sua figlia: sua moglie, la madre di Natlee, era incinta nel momento in cui aveva compiuto diciotto anni e aveva partecipato all'Estrazione. Naturalmente la cosa era saltata fuori quasi subito, e la ragazza era stata degradata alla casta Zeta e, seppur libera, classificata come Gezabele. Si attendeva solo la nascita del bambino per sottrarlo alla madre e decidere cosa farne di lui. A quel punto, Johnath, mosso a pietà, si era fatto avanti pagando la somma necessaria – e tripla rispetto al normale – per sposare la Gezabele e sottrarre lei e il figlio al loro destino.
A Natlee non era mai importato più di tanto. Johnath aveva fatto un buon lavoro nell'evitare che l'Impero le riempisse la testa con la propaganda sull'Estrazione e sulle Gezabele, così come su molti altri aspetti, ma a quanto pareva agli abitanti di Bordertown importava eccome.
Ancora adesso, seppur fossero passati quasi diciotto anni, molte persone evitavano di parlarle o di comprare la merce da lei; Johnath faceva buoni affari solo perché aveva un po' di amici e conoscenti a Bordertown, e a quella gente bastava che suo padre fosse un bravo meccanico e facesse prezzi onesti – o avevano troppo bisogno di un particolare servizio o di un certo pezzo di ricambio per fare gli schizzinosi.
Ma erano pochissimi che compravano quando c'era solo lei al Mercato. Non solo perché era risaputamente una figlia illegittima, ma anche perché nessuno credeva che lei ci capisse veramente qualcosa di chiavi inglesi e motori per navicelle, microchip per droidi e oli per giunture.
Suo padre aveva cominciato a spedirla al Mercato da sola quando aveva compiuto dodici anni.
- Sei grande, ormai, hai capito come funziona - le aveva detto, senza alzare lo sguardo dal droide di accompagnamento a cui stava lavorando.- Puoi andare al Mercato anche senza di me. Così io potrò continuare a lavorare in officina o andare nella Palude, e ottimizzeremo il tutto.
Il giorno seguente era stato un disastro. Non solo non era riuscita a vendere nulla, ma più volte aveva visto persone ridere di lei sotto i baffi o bisbigliare nella sua direzione. Alla terza volta in cui questa scena si ripeteva, era tornata a casa sconsolata e quasi in lacrime.
Johnath, per tutta risposta, aveva scrollato le spalle.
- La gente di questa città è imbecille fino all'osso, l'ho sempre detto. Tu non ti perdere d'animo, vedrai che a furia di darci dentro otterrai dei risultati.
Il giorno dopo, Agust – Natlee aveva sempre saputo in cuor suo che Johnath avesse dovuto convincerlo, o pagarlo – le aveva comprato un paio di chiavi inglesi. Da allora era andata meglio, almeno tre o quattro clienti al giorno riusciva a racimolarli, ma non faceva grandi affari se era da sola. Quando c'era suo padre, lei non cambiava assolutamente nulla del suo comportamento abituale, o della sua tecnica di vendita e di rapportarsi con gli acquirenti, eppure la loro merce andava via che era un piacere.
 
A mezzogiorno, le bancarelle e i teli dei venditori scomparivano, e il Mercato si affollava ancora di più per la distribuzione della razione giornaliera e dell'acqua. Natlee di solito cercava di ritirare tutta la merce almeno per le undici e mezza, ma quel giorno – per fortuna – un uomo aveva voluto comprare entrambi gli scheletri dei droidi pulitori. La trattazione sul prezzo era andata per le lunghe, e alla fine Natlee era riuscita a cavare fuori dodici corone al posto di dieci, ma la fila per le tessere era già chilometrica quando era riuscita a liberarsi.
Nella piazza del Mercato c'erano tre file: una per le tessere, una per la razione e una terza per il carbone, le candele e la legna. L'Impero aveva stabilito che la razione dovesse essere distribuita a tutti i cittadini dalla casta Alfa alla Eta, ma per il carbone e il legname occorrevano le tessere.
Una tessera per il carbone costava tre corone, e permetteva di acquistarne due pezzi. Natlee si mise in fila con il borsone sulle spalle, e si armò di pazienza. L'inverno era alle porte, e a differenza dei mesi primaverili ed estivi le persone che facevano la fila per il carburante erano parecchie.
Era quasi giunto il suo turno, quando si sentì picchiettare delicatamente su una spalla.
Si voltò per incrociare un volto femminile pallido e smunto quanto il suo, ma più allungato e grazioso, con gli zigomi alti, la fronte ampia e un bel nasino all'insù. Peccato che il sorriso, privo di un paio di denti e con gli altri anneriti e storti, rovinasse un po' l'insieme di quel volto ovale.
- Natlee, giusto?- fece la ragazza di fronte a lei; doveva avere all'incirca la sua età.- Natlee Delariva.
- Ehm...- Natlee strinse la tracolla del borsone fra le dita; esaminò rapidamente la tizia che le stava di fronte: era più alta di lei di tutto il collo e la testa, quest'ultima incorniciata da una chioma di capelli biondi e spettinati. Indossava un abito a fiori sformato, una giacca marrone e degli stivali di gomma dello stesso colore; a giudicare dall'abbigliamento, anche lei doveva appartenere alla casta Eta.- Ci conosciamo?- gracchiò Natlee, alla fine.
- Non ti ricordi di me?- la ragazza continuava a sorriderle; sembrava entusiasta per qualche motivo.- Sono Isbel. Isbel Brown. Eravamo in classe insieme al Corso Educativo, dieci anni fa - aggiunse, vedendo che a Natlee quel nome non diceva nulla.
Fu come se la fiammella di una candela si accendesse nel suo cervello. Natlee rivide improvvisamente una bimbetta allampanata seduta nello stesso banco in cui l'Educatore aveva piazzato anche lei, perennemente con il raffreddore e il moccio, che rispondeva sempre correttamente alle domande durante la lezione di storia.
- Ah, sì!- il volto di Natlee si illuminò.- Sì, Isbel. Ora mi ricordo di te...
- Sono contenta di rivederti!- Isbel sembrava così eccitata che per un attimo Natlee credette stesse per mettersi a saltellare.- Incredibile che in dieci anni non ci siamo mai incontrate. Beh, anche se a dirla tutta io non esco molto spesso...e tu?
- Solo tre volte a settimana, quando vengo qui al Mercato - rispose, serafica. Vide che Isbel si tirava dietro un droide accompagnatore, il quale reggeva un basso carrello di plastica a quattro ruote, di quelli giocattolo che si davano ai bambini.- E tu?
- Una volta a settimana, se capita, quando accompagno la mamma a fare la spesa. A dire il vero, ti avevo già vista prima, al banco, ma non ero sicura che fossi tu, e poi eri impegnata con il capitano Kamron. E' il tuo promesso?
- No.
Natlee fu dispensata per il momento dal dare ulteriori spiegazioni, perché era giunto il suo turno. Acquistò tre tessere per il carbone e una – da una corona – per le candele. Il guadagno giornaliero se n'era andato, constatò con amarezza, ma subito si rese conto che Isbel era messa peggio di lei. La ragazza comprò solo una tessera per il carbone e due per le candele.
Natlee cercò disperatamente di rievocare dalla memoria qualche informazione su Isbel Brown. Andavano d'accordo, ai tempi del Corso Educativo, anche se non aveva mai pensato a loro due come delle amiche. Ricordava vagamente che suo padre lavorasse come spazzino, e che fosse la quinta o la sesta di otto o nove figli.
Fecero la fila insieme anche per la razione. Nessuna delle due aveva molto da dire – le donne a Bordertown e ad Archès vivevano praticamente in casa –, e dopo i vari convenevoli e lo scambio di informazioni sulle rispettive famiglie, la conversazione iniziò a languire, e richiese un notevole sforzo di volontà da parte di entrambe perché restasse in piedi.
Isbel le raccontò che due dei suoi fratelli erano soldati, e che altri due erano morti – uno da neonato e un altro a sedici anni, annegato nelle acque del Grande Oceano mentre svolgeva il suo apprendistato presto un pescatore –, che sua sorella maggiore aveva partecipato all'Estrazione due anni prima ma che purtroppo non era riuscita a sposare un Delta o un Gamma come avevano sperato i genitori, e si era dovuta accontentare di un altro Eta.
Natlee si limitò a dire che suo padre stava bene e che sì, aveva ancora quell'officina sotto casa.
- Quanti siete?- le domandò il Delta che serviva le razioni.
- Due - mugugnò Natlee; l'uomo le consegnò due tupperware sigillati e una tanica d'acqua dolce.
Trasportare tutto, compreso il borsone, era non poco difficoltoso.
Isbel le offrì di posare la tanica sul carrello trasportato dal droide.
- Grazie.
- Di nulla. Facciamo la strada insieme?
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Angolo Autrice: Fiuuuu! Eccomi qui.
Chiedo scusa per il ritardo, ma la sessione d'esami non mi da pace. Chiedo scusa anche per le storie che ho promesso di recensire ma in cui sono in ritardo clamoroso, mi farò perdonare il prima possibile.
Dunque, questo capitolo ammetto che sia un po' noioso e molto descrittivo, ma alcuni concetti – che adesso paiono confusi, me ne rendo conto – sono importanti per il seguito. Nel prossimo saremo ancora a Bordertown e si spiegherà un minimo come si è arrivati a questa distopia e cosa ha comportato nel mondo, i cambiamenti e il nuovo modo di vivere. Saranno anche chiari i sistemi delle caste, cosa sono l'Estrazione, l'Arena, Rising Star, e soprattutto le Colonie e la Tempesta Rossa.
Dal quarto capitolo in avanti si entrerà nel vivo dell'azione ;).
Ringrazio Revan93, jarmione e istherelifeonmars per aver aggiunto questa storia alle seguite, Candy11 per aver recensito e Altair4 per averla aggiunta alle seguite e per aver recensito.
A presto!
Un bacio,
 
Beauty
  
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