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Autore: Sagas    13/09/2017    9 recensioni
«Che cosa ha fatto tua sorella?» Domandò Seimyn. «Perché la Orrigan la cerca? Che cosa vogliono da lei?»
La ragazzina scosse lentamente la testa.
«Non so quale sia il motivo. Shalia non ha voluto dirmelo per proteggermi.» Rispose. «L’unica cosa che so è che vogliono ucciderla.»

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La HECO è un'enorme nave fuorilegge, controllata dall'unica Intelligenza Artificiale Senziente che si sia mai vista nella galassia e oltre.
In un universo gestito dalle grandi corporazioni, la Orrigan, una delle più potenti in circolazione, è alla ricerca di una ragazza che sembra sparita nel nulla. Ma anche l'equipaggio della HECO è sulle tracce di questa giovane, e il destino della galassia potrebbe cambiare radicalmente a seconda di chi sarà il primo a trovarla.
Genere: Avventura, Azione, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Wizard Motor'
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NOTE
Ringraziamo Herondale7, Makil_, Lupe M Reyes, Spettro94, Sakkaku, morgengabe, Star_Rover, John Spangler, Aleksis, Old Fashioned e Pixel per le recensioni

Buona lettura :3

~Skycendre ed EpsylonEmme





CAPITOLO XI



Dax era finalmente riuscito a farsi ascoltare da quelle due maledette ragazzine, che avevano acconsentito a usare il trasvolante per arrivare allo spazioporto e quindi a raggiungere la Noce.
Ma a quanto pareva, tutte le vie per lo spazioporto erano state efficacemente tagliate con blocchi stradali e pattuglie, e loro avevano dovuto fare continue deviazioni, fino ad arrendersi e fermarsi in una zona della città quasi completamente isolata. Ormai il bestione non aveva più carburante, e si erano trovati costretti a lasciarlo.
Laviriya scese per prima, lasciando i comandi dopo aver fatto fermare il trasvolante. Aiutò sua madre a scendere e poi anche Jiriana scivolò al suolo, e Dax tirò un sospiro di sollievo, riuscendo finalmente a sgranchirsi. Avevano continuato a muoversi come insetti impazziti per tutta la notte, onde non farsi trovare da possibili inseguitori, e i suoi arti dolevano per la posizione scomoda. Rose non sembrava in condizioni migliori.
«Qui possiamo nasconderci.» Fece una delle due ragazze, quella con il drappo rosso, che Dax aveva introiettato essere Jiriana. «Ci abitava un amico. Dovrebbe essere abbandonato.»
Non se lo fecero ripetere ed entrarono, e lui si appoggiò alla parete con un sospiro, passandosi una mano fra i capelli.
«Rose.» Chiamò poi, guardando la compagna. «Riprova a-»
«Tu.» Fece Laviriya, puntandogli un’altra di quelle minuscole pistole, che sembrava aver recuperato da un cassetto, e scrutandolo con un’aria torva. «Adesso mi spieghi che cosa sta succedendo, perché ci vogliono morte, e soprattutto dov’è mia sorella Zafriya.»
Lui le rimandò l’occhiata, rimettendosi dritto e facendo scattare la coda. Ma prima che potesse dire qualsiasi cosa, la madre della ragazza si frappose fra loro due, dando le spalle al Carath.
«Signorina, abbassa immediatamente quella cosa e comportati come si conviene.»
Dax non sapeva quale fosse l’espressione della signora Prael ma non gli fu difficile figurarsela, a giudicare da quella che avevano entrambe le sue figlie.
«Mamma, loro-»
«Rose e il suo compagno mi hanno appena salvato la vita, e qualcosa mi dice che l’hanno salvata anche a voi.» Interruppe la donna. «Per cui metti via quella pistola. E spiegami com’è possibile che le mie figlie maggiori posseggono questo genere di armi e sanno guidare quei mostri meccanici, senza che io ne sapessi nulla!»
Dax gettò uno sguardo a Rose, che si stava evidentemente trattenendo dal ridere. Sorrise a sua volta, sgusciando dalle spalle della signora Prael e mettendole una mano sulla spalla.
«La diffidenza di Laviriya è legittima, signora Prael.» Disse poi, mentre la ragazza finalmente abbassava la pistola. «Vi dobbiamo qualche spiegazione.»
«Eccome se ce la dovete.» Commentò Jiriana, a braccia incrociate poco lontano.
Lui e Rose procedettero ad esporre alle ragazze Prael che cosa fosse successo con Zafriya e con la questione della loro sorella dispersa, senza scendere nei dettagli, ma facendo loro presente che la minore delle sorelle sapeva dove si trovasse Shaliara, ed era perciò a rischio quanto lo erano loro. E che soprattutto Shaliara era in serio pericolo, dato che la Orrigan la cercava con tutta quella insistenza, quali che fossero i motivi.
Nel frattempo, Rose cercava di far funzionare il suo comunicatore, per tentare di mettersi in contatto con la nave di Iro dato che la Noce continuava a restare silente. Le rispondevano solo fischi e statici poco sensati, anche se ci fu un momento in cui era parso a entrambi di sentire la voce del capitano.
«L’ho sempre detto…» Commentò la signora Prael, che Dax aveva scoperto chiamarsi Teyana. «L’ho sempre detto che Shalia doveva tenersi lontana da quei colossi intergalattici.»
«E noi siamo sempre state d’accordo.» Rispose Jiriana. «Ma con la paga di Shalia e di papà, potevamo permetterci di abitare a Cindor, e non in questo letamaio.»
«E io e Jiri non dovevamo fare le prostitute.» Fece eco Laviriya, scura in volto.
L’espressione di Teyana divenne ombrosa, e i suoi occhi si spensero improvvisamente. Le due ragazze si lanciarono un’occhiata colpevole e si morsero contemporaneamente le labbra, e Dax fece finta di trovarsi altrove.
«Signora Prael.» Chiamò Rose dopo qualche istante, spezzando lo scomodo silenzio. «È bene che ci indichiate un posto dove portarvi, quando questa storia sarà finita. Un posto dove potrete essere al sicuro. La Orrigan non smetterà mai di darvi la caccia, vorranno usarvi per ricattare Shaliara.»
«Rose…» La chiamò Dax, e le rivolse uno sguardo eloquente quando la compagna si voltò a guardarlo. «Non credo esista un luogo dove possano nascondersi da quei bastardi. A parte HECO.»
«Esiste.» Intervenne Laviriya. «E si chiama Vishuma, il nostro pianeta d’origine. Teoricamente non è abitabile da quando c’è stato il Gran Canvoor, per cui non ci verranno mai a cercare lì.»
Scese per un momento il silenzio, poi Jiriana fece un passo avanti.
«Sappiamo per certo che c’è un gruppo di Vishun che ci è rimasto, dopo la catastrofe.» Disse poi. «Li chiamano i Bianchi. Vivono nei vecchi complessi delle radici del sottosuolo.»
Dax annuì.
«Ne avevo sentito parlare anche io.» Commentò poi. «Sta bene. Vi porteremo lì.»
Le due ragazze Prael procedettero a recuperare dell’acqua e qualcosa da mangiare, e lui e Rose accettarono volentieri. Si guardarono brevemente, mentre il Carath si chiedeva che cosa fosse successo a Seimyn e alla Noce, immaginando che Rose dovesse starsi facendo le stesse domande.
«Non ti preoccupare per lui.» Gli disse la compagna, stringendogli le dita sull’avambraccio, e Dax suppose di aver immaginato bene. «Te l’ho detto; Seimyn se la sa cavare. Più che altro, noi dobbiamo pensare a un modo per superare i posti di blocco e raggiungere lo spazioporto.»
Lui fece per rispondere, ma un improvviso rumore di vetri infranti attirò l’attenzione di tutti i presenti, e il Carath scattò in piedi con un ringhio mal trattenuto. Recuperò la pistola dal ripiano dove Laviriya l’aveva posata e sparò al drone che si era catapultato dentro, facendolo rovinare al suolo.
«Merda!» Fu il commento all’unisono delle due ragazze, mentre Rose impugnava l’altra piccola arma.
«Dobbiamo andarcene di qui, alla svelta.» Soffiò lui.
«Concordo.» Aggiunse Rose, aprendo la porta. «Prima che ci siano addosso. Quei bastardi devono stare pattugliando la città intera.»
Quando uscirono, la prima cosa che Dax notò furono altri trasvolanti che bloccavano le strade e bestemmiò a denti stretti, correndo verso l’unico vicolo che sembrava sgombro. Percorsero diverse strade scattando da una parte all’altra, ma la luce non era d’aiuto; finché era stata notte avevano un vantaggio, ma ormai erano troppo esposti. Gli inseguitori li notarono in breve tempo e si misero subito a fare fuoco, e il gruppo fu costretto a cercare riparo all’interno di un'altra abitazione. Questa però non era sgombra, e non appena lui sfondò la porta una donna strillò, stringendosi un bambino minuscolo in petto.
Loro li ignorarono e presero l’uscita posteriore, e passarono di edificio in edificio nel tentativo di disorientare gli inseguitori. Di lì a poco si dovettero fermare in un vecchio magazzino, dato che Teyana non era più in grado di correre.
E ora che si fa…? Non poté fare a meno di chiedersi il Carath, frustando l’aria con la coda, e stringendo la presa sulla piccola arma.
«Ragazze, voi restate qui con vostra madre.» Disse Rose, che similmente si rigirava la pistola fra le dita. «E nascondetevi, mentre noi cerchiamo di depistarli. Se siamo fortunati, non ci hanno visto entrare qui. Non fate rumore, trovate un nascondiglio e non vi muovete.»
Loro assentirono e lui annuì a sua volta alla compagna, con cui uscì poi cautamente dall’edificio. Si mossero lungo le pareti, cercando di non farsi notare, finché non si trovarono di fronte un gruppo di militari ben armati. Si nascosero dietro l’angolo appena in tempo per evitare i conseguenti fasci di blaster, ansimando per la corsa.
Questi figli di puttana fanno anche troppo sul serio. Si ringhiò Dax, stringendo la mascella al rumore della pietra che si frantumava sotto l’impatto dei fasci energetici. Se hanno impiegato gli uomini in divisa, devono aver diramato l’allarme terrorismo.
«Rose, io salgo su questo edificio e cerco di prenderli dall’alto.» Soffiò poi, non appena i rimbombi si furono placati, e la compagna annuì. «Tu resta al coperto, e se serve, nasconditi in un interno.»
Cominciò ad arrampicarsi e giunse a una tettoia sufficientemente sopraelevata, abbastanza in silenzio da non farsi notare, e osservando i militari che si avvicinavano cautamente all’angolo dietro cui era nascosta Rose, con le armi spiegate.
Fece fuoco rapido tra loro per disperderli più che per colpirli, e dovette riconoscere di nuovo che quella piccola pistola era un’arma notevole, velocissima e letale. Ci misero un po’ per notarlo, e nel frattempo lui era sgusciato dall’altro lato della struttura, sentendo nuovamente la parete tremare sotto i colpi di blaster. Spiccò un balzo e salì ancora più in alto, evitando appena in tempo la scarica di un altro gruppo.
Si spostò sul cornicione e prese di mira quelli di prima, che stavano entrando nell’edificio per prenderlo alle spalle, riuscendo ad abbatterne due. Controllò quel lato della strada e lo trovò sgombro, ma un grido lo costrinse a voltarsi.
Rose!
Gli sembrò che il cuore gli si fosse fermato nel petto.
Senza considerare qualsiasi elemento esterno prese la ricorsa e si gettò dal tetto; era stato troppo in alto per saltare, ma ignorò la fitta alla caviglia quando rotolò al suolo e prese immediatamente a correre, appena in tempo per vedere un militare che faceva fuoco.
«No!»
Scattò di lato e sparò in rapida successione, spostandosi rasente al muro, e riuscendo a raggiungere la compagna accasciata contro il muro della palazzina. Rose aveva l’addome che fumava e gli occhi spenti, e lui per poco non lasciò cadere la pistola nel raccoglierla.
«Rose…»
Continuò a non fare caso a ciò che aveva attorno, sentendosi bruciare gli occhi, con il respiro che non voleva saperne di lasciargli i polmoni.
Lei gemette appena, muovendo le dita della sinistra, e lui se la strinse al petto mormorando delle scuse. Sentì il rumore di carica di un blaster ma nemmeno si voltò.
«Getta la pistola.» Disse qualcuno alle sue spalle.
Dax cercò di respirare normalmente, continuando a premersi contro il corpo inerte della compagna, concentrandosi sul battito rallentato del suo cuore.
«Ultimo avvertimento. Getta la pistola o facciamo fuoco.»
A quelle parole si voltò di scatto, con gli occhi che mandavano bagliori, ma obbedì e poggiò l’arma al suolo. L’uomo che lo puntava restò fermo, mentre un altro si avvicinava e recuperava la piccola arma.
«Signore, si tratta di una Casmia a trasparenza.» Disse questi, rivolto al suo superiore. «Armi da contrabbandieri locali. Ci deve essere qualcuno che li ha aiutati.»
«Non ha importanza.» Fece l’altro. «Quello che conta è trovare i soggetti, e questi due fuorilegge hanno aiutato loro.»
«Sì, signore.»
Il militare fece un passo avanti, tornando a rivolgersi a Dax.
«Sappiamo che uno di voi sta nascondendo Zafriya Prael, che è in possesso di informazioni di vitale importanza.» Disse in tono pacato. «Se ci comunicherete il luogo dove si trova adesso, vi verrà risparmiata la vita.»
Il Carath lasciò andare un basso ringhio, immaginando di staccare la testa a quell’individuo a mani nude.
«La donna è gravemente ferita, e se non riceve supporto medico non sopravviverà.» Continuò il militare. «Non siamo assassini. Provvederemo a fornirle le cure di cui necessita, se risponderai alla domanda.»
Stai mentendo. Quasi si gridò Dax nella testa, e ci mancò poco che non lo ringhiasse davvero. Lo so che stai mentendo, figlio di puttana. Lo so che farai fuoco su entrambi, non appena ti avrò detto quello che vuoi sapere.
Ma il battito cardiaco di Rose, già debole, stava rallentando. E lui non sapeva che cosa diamine fare. Con gli occhi che gli andavano a fuoco e la gola annodata, il Carath annuì piano, pregando mentalmente la sua compagna di tenere duro.
«Hangar T1.» Mentì a sua volta. «Una nave bordata di rosso, con il muso piatto.»
«Molto bene.» Rispose il militare. «Procedete a fare fuoco.»
Lui sgranò gli occhi mentre un “sissignore” si diffondeva nell’aria, subito seguito dal rumore inconfondibile del fuoco blaster. Ma prima degli impulsi che fuoriuscivano dalle bocche dei fucili, gli occhi di Dax colsero un guizzo argentato, e un attimo dopo qualcosa lo schermò dalle esplosioni di luce, oscurandogli la visuale.
Realizzò rapidamente due cose. La prima era che i colpi, che avrebbero certamente ucciso sia lui che Rose, non arrivarono mai. La seconda era che qualcuno, e non qualcosa, lo aveva fisicamente protetto dalla scarica, parandosi di fronte a lui e piegandosi sul suo corpo e su quello della sua compagna.
Prima di riuscire ulteriormente a sconvolgersi, chi gli aveva appena fatto da scudo si alzò in piedi, con la schiena che fumava vistosamente, e Dax capì a che cosa apparteneva quel guizzo argentato che aveva visto poco prima.
Silfur si voltò verso i militari che intanto stavano facendo fuoco su qualcos’altro, dando loro le spalle, e sembrando mirare alla finestra di una palazzina lì accanto. Il Cytech scattò su uno di loro e gli sradicò il braccio dall’articolazione, e le grida che seguirono riempirono le orecchie di Dax. Dopodiché ne agguantò un altro e gli ruppe l’osso del collo, e il terzo, che si era voltato e gli aveva sparato direttamente in petto, si trovò le dita di Silfur strette sulla canna del fucile, che si accartocciò su se stesso, esplodendo nelle mani del proprietario che doveva aver di nuovo premuto il grilletto.
Il Cytech non dovette fare altro, poiché chi sparava da quella finestra abbatté efficacemente i restanti avversari, per cui si voltò e tornò verso Dax. E lui si ritrovò a ricambiare il suo sguardo grigio e completamente assente.
«Sei ferito?» Fece Silfur, e il Carath impiegò qualche istante a capire che quella era una domanda.
«No.» Rispose. «Ma Rose è…»
«Dobbiamo portarla via da qui, prima che arrivino rinforzi.»
Dax annuì. Se la strinse addosso e fece per alzarsi, ma la sua caviglia scricchiolò e lui gemette, non riuscendo a fare forza. Il Cytech gliela tolse delicatamente dalle braccia e l’alzò fra le proprie come se fosse senza peso, rimanendo però inginocchiato.
«Appoggiati a me.» Disse poi, e lui non si fece pregare.
Prima che potessero alzarsi, Dax scorse Iro che correva nella loro direzione, e realizzò che doveva essere stato lui a sparare da quella finestra.
«Rose è…?» Chiamò il suo capitano, rallentando fino a fermarsi.
«Un colpo di blaster al ventre.» Soffiò Dax. «È grave. Serve… serve supporto medico.»
Iro annuì, scuro in viso, ma alzò una mano per fare loro cenno di aspettare. Dopodiché si avvicinò ai militari caduti e cominciò a frugarli, e ci mancò poco che il Carath si mettesse a urlare.
«Che diamine stai facendo?!»
«Fidati di me.» Rispose Hivelin, senza smettere di fare quello che stava facendo, e Dax dovette fare uno sforzo sovrumano per acconsentire.
Dopo qualche istante, il capitano si alzò con un astuccio che procedette ad aprire, avvicinandosi, e tirò fuori un disco bianco che sembrava di carta.
«Questo è TRD.» Disse poi. «Tecnologia militare. È un dispositivo per la rigenerazione dei tessuti, fatto apposta per le ferite laser o blaster.»
«Iro, sei…» Il Carath deglutì, gettando uno sguardo prima al disco bianco e poi a Rose. «…sei sicuro che funzionerà?»
«L’ho provato io stesso, durante quella storia sulle Fasce d’Angelo.» Rispose lui, stringendogli una mano sulla spalla. «Fidati.»
Dax trasse un respiro profondo, finendo per annuire, e Iro annuì a sua volta.
«Silfur, tienila ferma.» Disse poi il capitano, e il Cytech serrò la presa sul corpo di Rose.
Dax le prese una mano e Iro procedette a scoprirle il ventre, mettendo a nudo il tondo bruciato e violaceo del colpo di blaster. Dopodiché strinse le labbra e ci applicò il disco bianco.
Rose sgranò gli occhi e gridò, e se non l’avessero tenuta saldamente, sarebbe scappata dalla presa di Silfur. Si agitò e il Carath le si piegò addosso, sentendola quietarsi poco a poco e perdere conoscenza, ma il suo battito cardiaco tornò lentamente stabile.
Quando alzò la testa, Dax si rese conto di stare piangendo.
«Va tutto bene.» Disse piano il suo capitano, di nuovo stringendogli una spalla. «Va tutto bene, Dax. Starà bene. Se la caverà.»
Lui annuì, cercando di restare calmo, e accettando subito dopo l’abbraccio di Iro.

Seimyn riprese conoscenza improvvisamente, strozzandosi il respiro nei polmoni.
Non sapeva da quanto tempo fosse chiuso lì dentro ma l’ossigeno scarseggiava; ne entrava troppo poco in quello stipo, e lui e Zafriya avevano più volte perso i sensi, risvegliandosi d’improvviso con l’aria che mancava.
Lui gemette, con il dolore alla schiena che ormai si era fatto insopportabile. Cercò di scuotere la ragazza per svegliarla ma non aveva alcuno spazio di manovra, e sperò che la più giovane stesse bene. Si era reso conto che se anche avesse voluto, non sarebbe riuscito ad aprire il portello per uscire, schiacciato dal peso di lei e troppo debole per la mancanza d’aria.
Finì per chiudere di nuovo gli occhi, sperando ardentemente che prima o poi li avrebbero trovati.
Dopo qualche minuto, un rumore gli fece sollevare di scatto le palpebre, e lui si rese conto che l’apertura del suo nascondiglio stava venendo rimossa. Con l’aria che di nuovo gli si strozzava nei polmoni, stavolta per un motivo diverso, si sentì tremare dalla testa ai piedi mentre la luce artificiale serpeggiava nell’anfratto, ritrovandosi a guardare confusamente un viso femminile.
Aveva la vista annebbiata e non riuscì a metterlo a fuoco.
«Finalmente vi ho trovati.» Fece una voce familiare, dopodiché due mani si protesero e tirarono fuori Zafriya, ancora priva di sensi.
Poco dopo si sentì tirare fuori a sua volta e sistemare seduto. Tossì, cercando di riprendersi, e realizzando che chi li aveva fatti uscire era Richa Dawnar.
«Ehi, piccoletto.» Lo chiamò lei, sfregandogli il palmo sulla schiena dolorante. «Tutto bene?»
Lui tremò dalla testa ai piedi, come realizzando solo in quel momento di essere uscito. Cercò di dire che andava tutto bene ma non gli uscì la voce, per cui si limitò ad annuire. Tenne gli occhi chiusi per qualche momento, calmando il respiro, e quando li riaprì scorse due figure, un uomo e una donna, legati e incoscienti all’ingresso della cabina.
«Oh, loro…» La mercenaria sorrise, notando la direzione suo sguardo. «Ospiti indesiderati. Direi che il tuo capitano deciderà cosa farne, quando sarà tornato.»
«Iro è qui?» Domandò lui con un filo di voce, e Richa annuì.
«In giro a recuperare gli altri.»
Seimyn sospirò di sollievo, premendosi un palmo sulla fronte e riuscendo vagamente a rilassarsi.

~

Seduto nell’officina di Tres Hilks, Silfur sentiva il liquido di raffreddamento misto al sangue che gli pulsava dolorosamente nelle vene del collo e sulle tempie, e registrò di essere completamente esausto. I componenti metallici delle sue braccia erano rigidi e faticava a muovere le articolazioni, e anche il tocco più delicato della giovane, che operava alle sue spalle, gli rimandava fitte terribili che serpeggiavano dalla sua schiena fino al cervello.
Restò immobile onde non disturbare il lavoro di lei, tenendo le mani appena più strette sulle ginocchia e il busto reclinato in avanti per lasciarle spazio.
«Ho quasi finito.» Borbottò la ragazza, passandogli uno straccio imbevuto di soluzione sulla pelle.
Lo sfrigolio che il contatto produsse, misto a bruciore, per poco non lo fece scattare in piedi. Silfur considerò che se fosse stato possibile, in quel momento avrebbe avuto il viso piegato in una smorfia. Forse avrebbe addirittura pianto.
Non aveva mai ricevuto così tanti colpi di blaster tutti insieme, almeno non a distanza così ravvicinata. Ed era stato già indebolito quando era successo; si era dovuto infilare nel reattore della nave in volo, per mettere mano ai componenti che ne avrebbero aumentato la potenza, e la manovra aveva funzionato. La Balera Dodici era arrivata sulla superficie di HG8-quP1 in tempo record, anche se avevano dovuto abbandonarla lì e tornare con l’altra nave, la Noce Centotre;
la Balera non aveva voluto saperne di rialzarsi, dato che il motore si era completamente disciolto durante la procedura.
Il viaggio di ritorno alla HECO era stato un’agonia, dato che il meccanico Nivel Urian si era categoricamente rifiutata di “mettergli le mani addosso”, dicendo che era un lavoro troppo delicato per lei, che ci voleva Tres, che lei aveva paura di sbagliare qualcosa. Ma Silfur non aveva obiettato, realizzando che nelle condizioni pietose in cui verteva, non avrebbe accettato di farsi toccare da nessuno che non fosse solo e soltanto Tres.
Lo straccio imbevuto di soluzione venne sostituito dal palmo di una mano, che esercitò una leggera pressione nel punto dove la ragazza gli aveva drenato e poi reinserito il liquido di raffreddamento. Il fluido si mosse sotto la sua pelle e ricominciò a scorrere, e lui immaginò di tirare un sospirò di sollievo.
La più giovane procedette a pulire meticolosamente tutti gli strumenti e Silfur si raddrizzò su quella sedia, sentendo il liquido che faceva il suo lavoro, mitigandogli il dolore.
Quando Tres tornò a voltarsi verso di lui, aveva il viso piegato in una smorfia scura.
«Mi dispiace.»
«Che cosa ti causa dispiacere, Tres Hilks?»
«Che ti abbiano ferito.»
«Non è accaduto niente di grave. Il mio corpo è resistente.»
Lei intrecciò le braccia in petto, accigliandosi di più.
«Non è che solo perché sei forte e resistente, allora va bene che ti facciano male.»
Lui avrebbe voluto dire qualcosa ma un rumore intermittente lo fece voltare verso la console, che lampeggiava il segnale di una comunicazione in attesa.
A quanto pareva, quella stanza era l’unica della HECO in cui non erano stati istallati degli interfoni. Tres non poteva sopportare di sentirli fischiare di tanto in tanto, e aveva proceduto a smontarli tutti; aveva poi fatto una scenata all’ennesima volta in cui li avevano sistemati, e a nessuno era più venuta voglia di rifarlo. O almeno, così aveva detto Richa Dawnar a Silfur.
Quella console, che difatti era uno schermo per le comunicazioni a iperfrequenza, sembrava essere l’unico macchinario automatizzato di cui Tres tollerava la presenza.
Lei si avvicinò allo schermo in questione, e il viso le si illuminò.
«Silfur, ti dispiace se faccio una cosa, prima di aggiustarti anche davanti?» Domandò e lui annuì, e l’attimo successivo la giovane sfrecciò nella parte più interna dell’officina, sparendo alla sua vista.
Aggiustarti anche davanti.”
Se avesse potuto, Silfur avrebbe sorriso.
Tres Hilks tornò poco dopo, con in mano un abito piegato che posò sulla poltrona, quella normalmente occupata da Richa Dawnar. Slacciò le cinghie della sua tuta da lavoro e la fece scendere al suolo, si tolse gli stivali, e poi procedette a liberarsi anche del resto dei propri indumenti, finendo per rimanere completamente nuda di fronte agli occhi del Cytech.
Che se avesse potuto, li avrebbe sgranati.
Tres Hilks era alta e ambrata e con il viso ricoperto di efelidi, che continuavano anche sulle sue spalle e sui seni. Aveva i capezzoli piccoli e scuri, il ventre piatto, e la linea dei fianchi morbida. I polsi sottili e le gambe lunghe, ben costruite dalla coscia alla caviglia.
E Silfur registrò che doveva immediatamente smettere di guardarla.
Lei prese gli abiti nuovi e li indossò, coprendosi il corpo con un vestito bianco che le si stringeva in vita e le lasciava scoperto il collo e le spalle. In ultimo, si sciolse i lunghi capelli e andò a premere il tasto che attivava la comunicazione a iperfrequenza.
Dall’altro lato dello schermo comparve il viso di un giovane uomo, similmente ambrato e ricoperto di efelidi, e i capelli stretti in una fascia.
«Tres!» La chiamò lui, sorridendo. «Ti sei fatta bella per me.»
La ragazza rise e annuì, salutando con la mano.
«Sei lontano.» Disse poi, continuando a sorridere. «Più lontano dell’altra volta.»
L’uomo dall’altro lato annuì.
«Ci siamo spostati. Siamo sulle Creste Frattura adesso, che sono molto più sicure, ma non ti posso dire dove.»
«Lo so. Non lo dire mai, non è un segreto che voglio sapere!»
Lui rise piano, annuendo, e mettendo una mano sullo schermo del pannello.
«Lo sai che mi manchi…?»
«Anche tu mi manchi. Quando potrai venire a trovarmi?»
«Presto, piccola.» L’uomo dall’altro lato sorrise. «Prima possibile. Appena mi sarò sbarazzato dei ViGaklan, verrò da te.»
Silfur si rese conto di non aver seguito veramente la conversazione, al punto che non aveva nemmeno ricercato, nel suo archivio dati, che cosa fossero le Creste Frattura e i ViGaklan. Provò a farlo in quel momento ma non ci riuscì, e gli arrivò solo una nozione confusa riguardo al fatto che si stava parlando di un’altra galassia, probabilmente quella delle Stelle Madri.
«Come sta Iro?» Stava chiedendo l’uomo dall’altro lato.
«Il capitano Hivelin sta bene. Voleva parlare con te, e io gli ho detto che oggi avresti chiamato. Ma era impegnato e non è potuto venire.»
«Non fa niente.» Lui sorrise, stringendosi nelle spalle. «L’importante è che si prenda buona cura di te.»
«Quando verrai a trovarmi, ti farò conoscere un mio amico.» Il volto di Tres si era nuovamente illuminato. «Anzi, te lo faccio conoscere adesso!»
Prima che l’uomo potesse aggiungere altro, la ragazza si allontanò dallo schermo e raggiunse Silfur, prendendogli una mano con entrambe le sue.
«Vieni.» Gli disse con un sorriso, invitandolo ad alzarsi, e lui la seguì.
Tres lo portò di fronte allo schermo e fece in modo che fossero entrambi visibili.
«Silfur, lui è mio fratello maggiore Asran.» Annunciò la ragazza. «Asran, lui è Silfur. È un Cytech, proprio come Nacre.»
Ci fu un momento di silenzio, mentre gli occhi scuri di Asran Hilks si aggrottavano impercettibilmente.
«Piacere di conoscerti, Silfur.» Disse poi, accennando un sorriso. «Non sapevo ci fosse un Cytech, sulla HECO.»
«Piacere di conoscerti, Asran Hilks.» Rispose lui. «Sono qui da poco.»
Il giovane uomo disse qualcosa a mezza voce, in un’altra lingua.
«Teyressa Hilks si prende cura di me.» Aggiunse Silfur. «Nessuno sa trattare con il detronio, a parte lei.»
Il viso della giovane si arricciò in una strana espressione e lei cominciò a borbottare delle scuse, torcendosi le mani, e il Cytech cercò di decifrare il motivo di quella reazione.
«Brava.» La richiamò Asran con un sorriso. «Fai bene a prenderti cura di lui. Sono sicuro che Nacre sarebbe contento, se lo sapesse.»
Lei accostò il viso allo schermo.
«Silfur dice che Nacre non sarebbe cresciuto, perché i Cytech muoiono tutti da piccoli.»
«Non ci pensare, Tres. Non devi stare a pensare a quando lavoravi nella miniera, né a quando vivevamo sulle Fasce.»
«Ma Asran… non è una cosa che posso decidere. A volte ci penso e basta.»
«Promettimi che farai un tentativo.» Suo fratello aveva similmente accostato il viso allo schermo, dall’altro lato. «Me lo prometti, piccola?»
«Te lo prometto.»
«Le promesse sono importanti, Tres.»
«Lo so.»
I due procedettero a raccontarsi a vicenda dettagli delle loro vite, facendosi reciproche raccomandazioni, Tres con un certo entusiasmo. Finché qualcuno, alle spalle di Asran, entrò e lo chiamò per nome; lui si voltò, disse qualcosa in una lingua che non era Galattico di Base, e tornò a girarsi verso sua sorella.
«Devo andare.» Sospirò, picchiettando le dita sulla superficie dello schermo. «Scusami, Tres. Pensavo di restare per più tempo.»
«Non fa niente.» Rispose lei. «La prossima volta che chiami, dico al capitano Hivelin che lo vuoi salutare.»
«Brava, diglielo.» Asran annuì. «E saluta tutti da parte mia. È stato un piacere conoscerti, Silfur.»
Il Cytech annuì a sua volta, i due fratelli si scambiarono gli ultimi saluti e la comunicazione si spense. Non appena lo schermo si fece nero, Tres scattò come una molla e si precipitò al tavolo da lavoro, mettendosi a pulire la strumentazione.
Lui la lasciò fare per un po’, finché non si accorse che i movimenti della ragazza non erano calibrati, e che rischiava di ferirsi con un bisturi. Oltre che bruciarsi con il solvente, con cui sfregava con fin troppa insistenza. Le si avvicinò e le sfilò l’oggetto tagliente di mano, e siccome Tres non sembrò essersene nemmeno accorta, lo mise su un ripiano fuori dalla sua portata.
Restò accanto a lei a guardarla sfregare gli strumenti, registrando che il suo momentaneo distacco con il presente doveva essere dovuto alla conversazione con suo fratello.
«Tres Hilks.» La chiamò e lei sobbalzò, lasciando cadere un grosso bullone.
Si girò a guardarlo con i grandi occhi spalancati, senza dire niente.
«Puoi continuare ad aggiustarmi, se lo desideri.» Disse il Cytech, togliendole delicatamente di mano anche il flacone di solvente.
La ragazza annuì, mordendosi il labbro inferiore, e poi scosse piano la testa.
«Non ci riesco, Silfur.» Disse piano, torcendosi le mani ormai vuote. «Ho promesso ad Asran di provarci, ma non ci riesco. Non riesco a non pensare alla miniera.»
«Continua ad aggiustarmi.» Insistette lui. «E vedrai che non ci penserai.»
«Tu sei un Cytech. Mi fai pensare a Nacre.»
«Pensa a Nacre allora. A lui, e non alla miniera.» Silfur la prese per mano e la guidò a un altro tavolo da lavoro, su cui lui avrebbe dovuto stendersi, come avevano concordato qualche ora prima. «Parlami di lui. Di che colore aveva gli occhi?»
Tres respirò profondamente, guardandolo mentre si posizionava disteso sul ripiano.
«Erano come i miei?» Insistette il Cytech.
«Non proprio.» La ragazza arricciò le labbra. «I tuoi occhi e i tuoi capelli sono come l’argento. Quelli di Nacre erano più… come la luce delle lampadine.»
La smorfia di Tres divenne un piccolo sorriso.
«Le lampadine che funzionano, però.» Aggiunse poi, picchiettandosi l’indice su una guancia. «Non quelle scariche, che sono giallastre.»
«Quindi aveva gli occhi e i capelli quasi bianchi.»
«Sì, quasi bianchi.» La ragazza annuì. «Molto luminosi. Brillavano, quando nella miniera era buio.»
«E non ti facevano paura, i suoi occhi?»
Tres rise piano, scrollando la testa.
«No, no… non mi faceva mica paura. Nacre era piccolo, molto più piccolo di te, e nemmeno tu mi fai paura. E i suoi occhi erano belli.» Gli si accostò un po’ e lo guardò fisso, inclinando la testa. «Anche lui era bello. Ma tu sei sicuramente più bello.»
Tornò ad annuire poi, assumendo un’aria molto convinta, e andò a recuperare gli strumenti.
«Hm…» Borbottò poi, guardandosi attorno. «Non trovo il bisturi…»
La superficie scorrevole della porta si aprì, e il Cytech colse l’ingresso di Richa Dawnar. Prese coscienza di non aver registrato il rumore dei suoi passi in avvicinamento, ma scelse di non starci a riflettere troppo.
«Ciao Richa.» La salutò Tres. «Sto cercando un bisturi. Mi aiuti?»
La mercenaria rivolse un sorriso a lei e un’occhiata divertita a Silfur, ancora disteso sul ripiano.
«Va bene.» Rispose poi, e dopo qualche minuto localizzarono il piccolo strumento.
Richa andò ad accomodarsi al suo solito posto, sbadigliando, e lui la perse di vista. Da quell’angolazione non riusciva a tenerla nel suo campo visivo.
«Come mai sei così carina oggi, Tres?» Domandò la mercenaria, trattenendo un secondo sbadiglio.
«Perché ha chiamato Asran.» Rispose lei mordicchiandosi le labbra. «Lui è contento se metto il vestito che mi ha regalato, quando parliamo. Dice che è contento se mi faccio bella per lui.»
Il Cytech sentì Richa ridacchiare.
«Dovresti farlo più spesso. Questo vestito ti sta molto bene.»
«Ma non posso.» Silfur poteva vedere Tres, che stava puntando un dito verso l’altra. «Se lo metto mentre lavoro, si sporca. Anzi, è meglio che metto di nuovo la tuta.»
La giovane si spostò e si sentì un fruscio di abiti, subito seguito dal movimento di scatto della mercenaria, che doveva essersi alzata dalla poltrona.
«No, piccola, non puoi cambiarti qui.»
«Perché no…?»
«Perché c’è Silfur. Non ti ricordi che non ti puoi cambiare di fronte alle altre persone?»
«Oh. L’avevo dimenticato.»
Ci fu una pausa, riempita dal sospiro di Richa Dawnar.
«Vieni, engei. Ti accompagno, andiamo di là.»
Silfur immaginò di sospirare a sua volta.
Quando tornarono, la ragazza cominciò a operare su di lui senza ulteriori intoppi, e la mercenaria tornò ad accomodarsi sulla sedia. Tres procedette a drenargli il liquido riscaldato, farlo raffreddare e inserirlo nuovamente, spalmando con delicatezza il collante sui fasci di detronio, il tutto mormorando delle scuse.
«Come sta la nostra macchina da guerra?» Domandò la voce di Richa, quando la più giovane ebbe finito.
«È stanco.» Fu la risposta imbronciata del meccanico. «L’avete maltrattato, Richa. Non è che perché è un Cytech, allora vuol dire che non si rompe.»
La mercenaria sospirò.
«Hai ragione.»
«Gli hai chiesto scusa?»
Silfur girò la testa per osservare il viso di Richa Dawnar, che stava battendo le palpebre e accennando un sorriso.
«Se gli ho chiesto scusa…?» Ripeté, tirandosi più dritta sulla poltrona. «Ma non sono stata io a fargli del male, piccola.»
«Non c’entra.» Tres aveva incrociato le braccia in petto e aveva un’aria profondamente seria. «Siete una squadra. Il capitano Hivelin lo dice sempre. Per cui vi dovete proteggere a vicenda, e se uno di voi si fa male, gli altri gli chiedono scusa.»
Il sorriso della mercenaria si allargò ma si fece in qualche modo più perplesso.
«Il capitano Hivelin dice così?»
«Sì.»
«Richa Dawnar non ha niente di cui scusarsi, Tres Hilks.» Intervenne lui, e la ragazza si voltò a guardarlo. «Nessuno ha qualcosa di cui scusarsi. Va tutto bene.»
Lei arricciò le labbra ma sembrò rilassarsi, sospirando, e Richa alzò gli occhi al cielo con l’ennesimo sorriso.
Il ricevitore della mercenaria fischiò e lei alzò l’antenna, rispondendo alla chiamata della Signora, e mentre lei parlava, Tres procedette a ripulire gli strumenti e il petto del Cytech.
«Però è vero che sei stanco.» Borbottò a mezza voce.
Lui non obiettò.
Il suo fisico gli chiedeva disperatamente del riposo, e quasi nemmeno registrò che le mani di Tres non gli stavano più passando il solvente, ma non avevano lasciato la sua pelle. Chiuse gli occhi senza rendersene conto, e il flusso costante del liquido di raffreddamento rallentò, portandolo immediatamente alla sospensione da stasi.

«Tres.» Chiamò la mercenaria, notando che le palpebre del Cytech erano abbassate da un po’. «Sei sicura che Silfur stia bene…?»
«Sta bene.» Fece lei, mentre gli premeva le dita sul collo in maniera apparentemente studiata, come se stesse facendo circolare meglio il sangue. «Te l’ho detto che è stanco.»
Richa si alzò e l’affiancò, gettando uno sguardo al corpo rilassato del suo paziente. In effetti Silfur respirava piano, con il petto che si alzava e abbassava nella cadenza dei dormienti, ma sembrava stare bene.
«Ma tu guarda…» Commentò lei con un mezzo sorriso. «Non l’avevo mai visto dormire.»
«I Cytech dormono.» Annuì la sua engei con fare saputo. «E mangiano, anche. Solo, lo fanno meno degli altri perché è più difficile che si stanchino.»
La mercenaria annuì di rimando.
«Non lo sapevo.» Si grattò la base dei capelli corti, guardandosi attorno per cercare qualcosa che somigliasse almeno vagamente a una coperta. «Che ne dici, piccola… lo lasciamo riposare?»
«Sì, tanto io ho finito di aggiustarlo.»
Richa andò a recuperare una grossa trapunta e la drappeggiò sul petto scoperto del Cytech, immaginando che non dovesse avergli fatto bene infilarsi in quel reattore. Hivelin e le sue grandi idee, già. Ma del resto, se Silfur non avesse fatto una cosa del genere con la guida di Nivel, non sarebbero arrivati in tempo per aiutare gli altri.
Sospirò, sperando che Rose si riprendesse in fretta da quella brutta ferita, e salutando Tres prima di lasciare l’officina. Heco le aveva comunicato che era necessario fare due chiacchiere con i loro due “ospiti”, ovvero i due individui che lei aveva trovato all’interno della Noce, e proceduto a mettere fuori combattimento. E che Hivelin aveva insistito per portare fino all’astronave madre, invece di lasciarli sul suolo di HG8.

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NOTE
Si ringrazia calorosamente Old Fashioned, a cui spetta la paternità dei dischi TRD (il dispositivo per la rigenerazione dei tessuti) che hanno salvato la vita a Rose

 

   
 
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